La gente d’Italia/ Un grande poeta italo-uruguaiano dimenticato: Antonino Lamberti

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MONTEVIDEO\ aise\ – “Antonino Lamberti nacque a Montevideo il 10 marzo 1845 e morí a San Miguel de Tucumán, in Argentina, 23 settembre 1926. Fu un noto poeta modernista che si distinse per uno stile molto romantico. Un personaggio unico che, tra l’altro, fu anche inventore, giornalista, uomo d’affari e pubblico ufficiale argentino. Essendo italo-uruguaiano di nascita, aveva viaggiato da bambino con la sua famiglia e quella di Giuseppe Garibaldi in giro per il mondo occidentale, e quando tornò con la famiglia in Sudamerica si trasferí, con la famiglia nella provincia argentina di Entre Ríos e poi Buenos Aires, dove, da adolescente fu un soldato nelle guerre civili argentine”. Coì scrive Stefano Casini che al poeta dedica questo articolo pubblicato nei giorni scorsi da “Gente d’Italia”, quotidiano diretto a Montevideo da Mimmo Porpiglia.
“Era il fratello di un imprenditore italiano, titolare dell’albergo Bahia Giuseppe Lamberti e suo padre si chiamava Giovanni Lamberti, capitano di una nave da trasporto che portava il suo nome. Giovanni era un legionario italiano in Argentina.
Contesto familiare e primi anni
Antonino Lamberti o “Tonino” nacque il 10 marzo 1845 a Montevideo, capitale del nuovo Stato Repubblica Orientale dell’Uruguay, figlio di genovesi. Suo padre era il capitano della nave Juan Bautista Lamberti e sua madre, Catalina Cerruti era nata a Chiavari, Regno di Sardegna, nel 1824 e morta nella provincia di Entre Ríos nel 1858. Catalina, secondo i racconti dell’epoca, era una bellissima donna che si sposó con Giovanni Battista proprio a Montevideo nel 1844.
La famiglia aveva una strettissima amicizia con Giuseppe Garibaldi: i due fratelli Tonino e Pepín vissero nella casa dell’eroe dei due mondi a Nizza che apparteneva, allora al Regno di Sardegna. Giuseppe Garibaldi con la moglie Anita viaggió con i genitori di Antonino alle spalle, assieme a migliaia dei suoi uomini in fuga a San Marino nel 1849.
In quell’epoca i fratelli Lamberti, sotto il comando di Garibaldi, si misero a disposizione dell’esercito del Re di Sardegna e intervennero nella prima guerra d’indipendenza italiana contro l’imperatore austriaco, che dal 1815 occupava il regno longobardo-veneziano.
Ristabilito lo Stato Pontificio, dopo la disgregazione della Repubblica Romana, i genitori di Antonino e Garibaldi fuggirono a San Marino nel mese di agosto del 1849, passarono per Nizza a cercare Peppino, ma rimasero con i figli di Garibaldi e intrapresero un viaggio attraverso il Mediterraneo.
Per un periodo, attorno al 1850, risiedettero a New York e al ritorno in Sudamerica si stabilirono con la famiglia nella Confederazione Argentina. Sebbene Antonino fosse un italo-uruguaiano di nascita, fu cresciuto come Entrerriano dal 1852 nella città di Gualeguaychú. Nel 1857 nacque sua sorella María Lamberti e nel 1858 morì sua madre Catalina.
Con i parenti si recarono a Buenos Aires nel 1859. In questa occasione i fratelli Lamberti parteciparono come soldati nelle guerre civili argentine. Tonino fu ferito nella battaglia di Pavón, che mise in evidenza il famosissimo generale argentino Bartolomé Mitre su un cavallo bianco (dipinto a olio dall’italiano Ignazio Manzoni, nel 1861, e attualmente al Museo della Mitra).
Da giovane, Tonino fu marinaio della Marina argentina e intervenne in varie battaglie come un tenero soldato che, come tale, a quattordici anni, partecipò alla battaglia di Cepeda il 23 ottobre1859 e anche nell’azione navale di San Nicolás de los Arroyos. All’etá di sedici anni e al comando del brigadiere Bartolomé Mitre, il 17 settembre 1861, fu protagonista, assieme all’allora Primo Luogotenente Dardo Rocha, nella battaglia di Pavón, al sud di Rosario. Questa vittoria portò come conseguenza la fine della Confederazione Argentina e l’inizio di una repubblica federale con l’incorporazione dello Stato di Buenos Aires come provincia dominante della nazione appena unificata.
Poeta, giornalista e uomo d’affari argentino Antonino Lamberti acquistò da José Estratón Acuña il 18 gennaio una terra di quasi 1000 m². Aveva occhi celesti, naso dritto e il viso sempre ben rasato, e con questa immagine divenne un imprenditore alberghiero di successo, quando acquistò T. Dumont nel 1881 con suo fratello Giuseppe che poi lo gestí.
L’Albergo fu ribattezzato London Hotel. Come inventore, formulò e proseguì sul mercato un elisir contro la calvizie, che si dimostró curativo in alcuni casi grazie all’effetto placebo. Il 26 agosto 1885 partecipò alla sepoltura nel cimitero di Tolosa del suo grande amico e cognato morto di tubercolosi, il poeta Matías Behety, e fu accompagnato da varie personalità come Leandro N. Alem, Victorino de la Plaza, Manuel Quintana, grandi uomini d’affari e condottieri argentini, così come dal grande poeta nicaraguense Rubén Darío.
Nel 1898, insieme a Ruben Dario e Pablo Rouquaud si recó nella Pampa Umida, nella locanda La Ventana, dormendo varie notti nell’abergo Bahiense London gestito da suo fratello “Pepín” Lamberti, per poi partire per il soggiorno del dottor Juan Antonio Argerich. Intanto Rubén Darío gli aveva dedicato una poesia dal titolo “Le pagine bianche” scritta con Lamberti, che fu anche poeta modernista, nella casa del dimenticato artista Miguelito Ocampo a Buenos Aires, Con Ocampo collaborò, nel 1896 in due composizioni: “Décima improvvisata con Lamberti” e “Roma”.
Tonino aveva una figlioccia di nome Ana Boni de Cabral, alla quale il poeta Rubén Darío dedicó una decima dal titolo: “Alla casa di Lamberti ragazza”. Lamberti ha contribuito alla Rivista Nazionale di Letteratura e Scienze Sociali fondata dal grande scrittore e poeta uruguaiano José Enrique Rodó nel 1895, insieme ad altri intellettuali uruguaiani, dove Rodó ha pubblicato tre saggi: “Quello che verrà”, “Il nuovo romanzo” e “La nuova vita” (del 1897).
In questi saggi Rodó si era proposto di analizzare gli aspetti che contribuivano al malessere del suo tempo, offrendo un’alternativa spirituale con l’arrivo di un redentore che potesse stabilire una nuova vita basata sull’amore, l’armonia e la pace. Inoltre Antonino collaborò alle pubblicazioni dei giornali Caras y Caretas, ancora oggi un’icona delle riviste letterarie argentine, La Nación e El Diario, e nel 1899 anche all’ultimo numero della rivista di arti e lettere Instantáneas Argentinas, insieme ai già citati Rubén Darío, Leopoldo Lugones, Enrique García Velloso, Manuel María Oliver, Diego Fernández Epiro, tra gli altri.
Fu autore di un’opera sparsa ma molto apprezzata ai suoi tempi, raccolta postuma in un volume intitolato “Poesías”. Pubblico ufficiale e viaggio nell’Argentina nordoccidentale.
Il suo ultimo incarico fu quello di Ispettore della pubblica amministrazione nella provincia di Buenos Aires, ricoprendo tale incarico a settantatré anni. Poi trascorse il pensionamento durante il governo di José Camilo Crotto Soggiorno e morte a Tucuman – Il poeta Antonino Lamberti morì a causa di un attacco cerebrale nella camera d’albergo dei Savoia, che ne causò la morte in pochi minuti dopo la mezzanotte del 23 settembre 1926 nella città di San Miguel di Tucumán, capoluogo dell’omonima provincia argentina.
Venne velato nello stesso albergo e licenziato dal pubblico che lo soprannominò “il principe della Boemia letteraria”. Il giorno successivo, le sue spoglie prima di essere portate nella città di Buenos Aires furono intrattenute dal governatore Miguel Mario Campero che guidava il popolo. Si presentò alla stazione prima della sua partenza per il Cimitero della Recoleta. Dal canto suo, il sindaco di Tucuman Juan Luis Nougués, quando inaugurò il parco dell’Avellaneda il 24 marzo 1929, collocò nei suoi giardini un busto marmoreo di Antonino, opera dello scultore Juan Carlos Iramain, ma uno o due decenni dopo il piedistallo con il busto scomparve. Antonino Lamberti fu uno dei grandi dimenticati della letteratura italo sudamericana, ma anche un combattente di epoche fondamentali nelle guerre di indipendenza di alcuni paesi del continente. A fianco di Garibaldi, suo amico personale, imparó quella grande passione per il Risorgimento”.

Stefano Casini




Da Pluritalia il Report “Elezioni Com.it.es. 2021 in Argentina”

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4reportIl think tank Pluritalia pubblica in questi giorni il Report “Elezioni Com.it.es. 2021 in Argentina” in cui vengono evidenziate le principali tendenze statistiche delle elezioni del 3 dicembre scorso sul territorio argentino.
Il documento è dedicato alla memoria di Antonio Castaldo, cofondatore dello spazio Pluritalia, scomparso nel 2021.
Dal report emerge che in Argentina hanno votato per i Comites 43.489 cittadini, il 4,9% degli aventi diritto, con un aumento dei votanti di 7.904 unità rispetto alle elezioni del 2015, con un incremento del 22%.
A livello circoscrizionale, il documento prende in considerazione 3 indicatori: numero, partecipazione e incremento. Cordoba, Bahia Blanca e Mar del Plata risultano essere le circoscrizioni più dinamiche. Buenos Aires e Rosario, molto importanti per il numero degli aventi diritto, hanno invece registrato una minore partecipazione. A La Plata e Lomas de Zamora la partecipazione più bassa.
In merito alle liste, il documento evidenzia due tipologie: le “politiche” (presenti nel Parlamento italiano) e le indipendenti (non presenti). Grazie alle nuove regole che hanno semplificato l’ammissione delle liste, il numero totale delle liste è passato da 20 a 40, con un incremento del 100% a fronte di un aumento dei votanti del solo 22%.
Le 4 liste “politiche” hanno rappresentato il 72% del totale, le 36 liste “indipendenti” il restante 28%. Rispetto alle precedenti elezioni, in Argentina si è assistito ad una forte crescita delle liste politiche e ad una parallela caduta di quelle indipendenti.
Il report nel dettaglio è disponibile qui(aise) 




Le pagelle della seconda serata di Sanremo

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093153287 42b0b160 86ae 41cc a61f ee1e328d9be0AGI – Tutto pronto per la seconda serata della 72esima edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo. Exploit di ascolti per il debutto di ieri, l’autobattesimo di Achille Lauro ha colpito il largo pubblico, composto per la maggioranza dai parenti dello stesso Achille Lauro.

Hanno cantato i restanti tredici artisti in gara, super ospiti Checco Zalone e Laura Pausini, largo spazio dunque alla musica fatta bene, e anche a Laura Pausini. Co-conduttrice della serata Lorena Cesarini che proprio a metà della cena ci rifila una ramanzina sul razzismo, per l’amor di Dio, del tutto corretta e del tutto dovuta, perché tra noi persone perbene si aggirano delle vere bestie e qualche volta è giusto che ci venga ricordato; ma di una lentezza che rischia di mandarci in coma e farci dimenticare le tabelline.

Checco Zalone regala una buona oretta totale di materiale buono per Techetechete’, in un mondo che ha finalmente assorbito la stand-up comedy gli sketch da avanspettacolo, da copione, possono funzionare giusto con chi, televisivamente parlando, è rimasto indietro di una quindicina d’anni.

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© Marco Ravagli / AGI

La classifica generale della seconda serata del Festival di Sanremo

Detto ciò Zalone è un campione, infatti quando sgomma fuori dagli schemi, e non serve Amadeus come spalla (che non è proprio mestiere suo), o magari ci propone la canzone comica, specialità nella quale si supera, la situazione impenna. Anzi, vogliamo dirci in tutta onestà che la miglior canzone ascoltata in queste due sere in assoluto è la sua “Angela”?

Laura Pausini quasi 30 anni dopo il suo esordio sul palco dell’Ariston torna sul luogo del delitto, e ascoltandola cantare mai metafora fu più azzeccata. “Scatola – singolo con il quale ci ha deliziati – non parla di una scatola – spiega – ma qualcosa che contiene qualcosa di più importante” quindi una scatola. Hai dedicato una canzone a una scatola, mica c’è nulla di male. “Cosa sarebbe della mia vita se non avessi vinto Sanremo?” si domanda proseguendo, il mondo sarebbe un posto migliore, ci verrebbe da rispondere lì per lì.

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© Marco Ravagli / AGI

Le Vibrazioni

Introdotti da un siparietto degno di un villaggio vacanze low cost, entrano in scena anche Mika e Alessandro Cattelan per l’annuncio riguardo la conduzione dell’Eurovision Song Contest, manifestazione della quale il 99% degli italiani è venuta a conoscenza dalla vittoria dei Maneskin e della quale niente ci è fregato per decenni.

Cattelan finalmente sul palco del Festival di Sanremo, quel puntino rosso che gli vedete sulla fronte viene dal cecchino ingaggiato dagli altri conduttori RAI nel caso si fermasse sul palco dell’Ariston più di un quarto d’ora.

Dalla nave dove Rovazzi è evidentemente ostaggio di Orietta Berti, che ha perso una scommessa con il reparto costumi, stasera Ermal Meta; e a te cominciano a mancare i premi a casaccio del sindaco di Sanremo. Il cantautore si è fatto crescere la barba e tu finalmente ti rendi conto cos’è che mancava alla sua faccia, per questo lo guardavamo sempre come un puzzle al quale manca un pezzo; non vi sentite anche voi più leggeri?

A fine serata la classifica che raccoglie i voti della sala stampa per quanto riguarda questo primo giro di valzer di brani: Elisa si piazza subito prima, al secondo posto Mahmood e BLANCO e al terzo La Rappresentante di Lista. Giusto il podio, un dispiacere vedere così bassi Yuman, Giusy Ferreri, Highsnob e Hu e, soprattutto, Giovanni Truppi, che è solo undicesimo, preoccupante considerato che si tratta dei voti della stampa specializzata, che comunque ogni anno non si fa scappare strafalcioni di questo tipo.

Ecco le nostre pagelle

Sangiovanni – “Farfalle” – Voto 4,5: Apprezzabile il fatto che in pratica indossi un abito di un colore che si è inventato lui, una sorta di viola catarro inguardabile. L’esibizione è più o meno in linea; ricorda, per intensità e profondità, quando da ragazzi l’amico in crisi amorosa ci trascinava fuori per raccontarci delle proprie disavventure tracannando birre a ripetizione: sbiascica qualcosa che non capisci, è chiaramente turbato, provi a mettergli una mano sulla spalla ma lui si dimena, non si lascia avvicinare, l’urgenza è sputare fuori tutto, con il livore che gli provoca la fuoriuscita di lunghi rivoli di saliva mentre pronuncia il suo nome. Ecco, la performance di Sangiovanni è così: scoordinata, pasticciata, esagerata, senza alcun mestiere, non incastrata nel contesto; non riesce nemmeno a essere ruffiana come si prefissava di essere. Un disastro. Alla fine pensi quello che alla fine pensi del tuo amico: “Vabbè, passerà”.

Giovanni Truppi – “Tuo padre, mia madre, Lucia” – Voto 8: Un brano che, in tutta onestà, nessuno lo scambi per un rigurgito radical chic, è troppo per Sanremo. Troppa poesia per una prima serata in mezzo ad un varietà, “Tuo padre, mia madre, Lucia” è uno struggente cortometraggio intimista, e allo stesso tempo così comune, così facile da comprendere: l’amore stesso cielo per tutti e Truppi ce ne racconta la parte più cruda, più autentica, più ruvida. Un brano semplicemente commovente, la messa in scena pomposa del Festival potrebbe appiattirne qualche tratto, ma è veramente di un’altra categoria. Da Giovanni Truppi non ci aspettavamo niente di meno.

Le Vibrazioni – “Tantissimo” – Voto 6: Le Vibrazioni sono fighi, suonano bene, ci credono tantissimo, forti del loro mestiere; ma raramente riescono ad affondare il colpo. Lo sanno fare, lo sappiamo, “In una notte d’estate”, “Ovunque andrò”, quando picchiano, picchiano duro. Non stavolta. Tutto troppo liscio. Spiace.

Emma – “Ogni volta è così” – Voto 5,5: “Ogni volta è così” è quello che pensiamo in linea di massima quando sentiamo una nuova canzone di Emma. La capacità di restare sempre uguale a se stessa di questa ragazza è stupefacente, forse non è che mancano i guizzi, forse è solo profonda coerenza; fatto sta che il brano è totalmente indistinguibile da tutta la sua intera discografia, tenta di camuffarsi dietro un elettrobeat che fa dal fil rouge al pezzo, ma non ci crede nessuno, come un detective che legge un giornale al contrario mentre pedina il sospetto. Detto ciò, è una di quelle che ha cantato meglio in assoluto.

Matteo Romano – “Virale” – Voto 5: Diciamo che i tempi in cui da Sanremo Giovani arrivavano Andrea Bocelli, Giorgia, Alex Britti, Eros Ramazzotti e Marco Masini sono finiti. “Virale” è un brano che manca di profondità, di impegno, di mestiere, è troppo debole, troppo leggero, proprio non va. Certo, poi lo guardi in faccia, lo vedi così bambino, ti fa quegli occhi da Michele Bravi, e ti si stringe il cuore.

Iva Zanicchi – “Voglio amarti” – Voto 3: Non sarebbe bellissimo se a metà pezzo si togliesse la parrucca e scopriamo che in realtà è Damiano dei Maneskin? Scherzi a parte, non si può che voler bene a Iva Zanicchi, che domina il palco e la canzone, seppur con qualche imprecisione, seppur il brano risulti vecchio pure per le nonne, come se cantasse nella sua cucina mentre frigge gli gnocchi. “Il festival mio può finire qua!” esclama a fine esibizione; per noi pure.

Ditonellapiaga e Donatella Rettore – “Chimica” – Voto 8,5: Donatella Rettore in realtà è Achille Lauro con una parrucca in testa, ti viene qualche dubbio solo quando ti accorgi che è una bomba di pezzo. Lo ha scritto Ditonellapiaga, che ha fatto un disco, “Camouflage”, che è uscito un paio di settimane fa ed è una meraviglia. Quello con Donatella Rettore è un vero incontro che fa scintille, creano un meraviglioso corto circuito,  le due sul palco si divertono, interpretano senza strafare e si candidano ufficialmente ad occupare la casella lasciata libera da Colapesce e Dimartino. Il brano è anche complesso, non è lineare, non è facile da cantare, ma Ditonellapiaga e Donatella Rettore se la sono bevuta come acqua fresca. Bravissime.

Elisa – “O forse sei tu” – Voto 8: Elisa è sempre ipnotica, renderebbe eterea pure una riunione di condominio. “O forse sei tu” è quello che stanno pensando tutti quelli che si sono giocati la vittoria di Mahmood e BLANCO. Si tratta di un bellissimo brano, il passaggio da strofa a ritornello è magnifico, ti trascina per le orecchie dentro il vortice del brano, che si stiracchia in una cantilena affascinante, stupenda, definitiva.

Fabrizio Moro – “Sei tu” – Voto 6: “Per te” di Jovanotti all’amatriciana.

Tananai – “Sesso occasionale” – Voto 5: C’è qualcosa in questa canzone bruttina che sbrilluccica. È una sensazione, forse siamo ancora offuscati dal vestito della Berti, o sarà che al ragazzo non gli hanno spiegato come funziona esattamente un microfono, per cui l’esibizione più che al Festival della Canzone Italiana sembrava quella a un karaoke in piena sbronza. Servirà un altro ascolto.

Irama – “Ovunque sarai” – Voto 4,5: Entra in scena dopo una colluttazione con Spiderman, canta una lettera ad una persona evidentemente scomparsa. Il brano è mediocre, resta troppo in superficie rispetto all’argomento che tratta, risultando così discretamente pretenzioso. Detto ciò, c’è da dire che noi siamo stati distratti dal testo che ricorda una poesia di Corrado Guzzanti nei panni di Brunello Robertetti: “Se fosse cane bau, se fosse cane miao, se fosse tardi, ciao”.

Aka 7even – “Perfetta così” – Voto 4: Non so voi ma noi Carlitos Tevez lo preferivamo alla Juventus. “Perfetta così” è evidentemente quello che gli ha risposto un amico quando gli ha fatto sentire la canzone, ma era uno scherzo. La verità è che da Aka 7even non ci aspettavamo niente di più, dovremmo tenere certi ragazzi, sui quali annualmente vengono appiccicate addosso delle hit estive, lontani dal Festival; sena offesa, ma serve che si restituisca al Festival un po’ di autorevolezza.

Highsnob e Hu – “Abbi cura di te” – Voto 7: Vabbè, come personaggi sembrano usciti dal set di “Nirvana” di Gabriele Salvatores, ma il brano è valido, inciso con una produzione minimal potrebbe far esaltare un testo sensato. Loro lo interpretano molto molto bene, talmente bene che scatta quasi subito la voglia di andarcela a risentire su Spotify.




Le donne di Scicli donano a Yassine una “seconda pelle” fatta di gesti concreti

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scicli“Ora sto meglio, la pelle brucia di meno”. Yassine (nome di fantasia richiesto dai genitori) è seduto sulle gambe della mamma che accoglie tra le proprie mani, quella fragile del figlio.

Sette anni di vita, Yassine ha una malattia genetica rara: l’ittiosi lamellare, che gli mangia la pelle. Questa va rimossa, idratata di continuo. Ci pensano mamma e papà, 44 e 36 anni, e in questi giorni anche la figlia maggiore che dalla Tunisia è in visita alla famiglia, sperando in un futuro ricongiungimento. Ma alla cura di Yassine si dedica una intera comunità, quella di Scicli, gioiello barocco del Ragusano, che attraverso le sue donne gli dona una ‘seconda pelle’ fatta di attenzione nutrita da gesti.

Papà è arrivato in Italia nel 2005 a bordo di un barcone, “Sono sbarcato a Lampedusa”, racconta. Sguardo sereno, felice di avere almeno una parte della famiglia, finalmente, vicino a sè. Non si è risparmiato. Ha lavorato sodo. Per quasi sette anni non ha visto la moglie, lasciata poco dopo il matrimonio, incinta della prima figlia che ha potuto abbracciare per la prima volta nel 2011, quando la bimba già andava a scuola. Lui ha vissuto prima in una catapecchia nel Vittoriese, in condizioni difficili, in una casa in cui le infiltrazioni di acqua facevano saltare la corrente. Ha messo da parte quanto era necessario, ha cercato una situazione migliore e oggi ha un regolare contratto di lavoro, un permesso di soggiorno e con quanto guadagna ha potuto ricongiungersi con la moglie e uno dei figli; gli altri due più grandi sono rimasti in Tunisia con la nonna.

Non ha chiesto nulla, ma la sofferenza del figlio più piccolo ha smosso i gruppi di Scicli, realtà dinamiche e collaborative che in team, nel silenzio, si sono date da fare: Caritas, volontarie Vincenziane e associazione Papa Giovanni XXIII, ognuna con le proprie competenze, tutte donne, ma per caso, toste e determinate.

La superficie del corpo di Yassine è ricoperta da pelle secca che si squama, e produce lacerazioni dolorose, prurito, una sofferenza non solo per lui ma anche per chi gli sta vicino. Dorme con gli occhi aperti. Le sue palpebre non sono sufficientemente elastiche da permettergli non solo di riposare con gli occhi chiusi ma anche di lubrificare l’occhio con ciò che per chi non è affetto dalla malattia è normale: battere le ciglia.

Una raccolta fondi immediata per le creme e i prodotti specifici che servono al piccolo per alleviare la sua sofferenza e quanto serve per i viaggi per le visite specialistiche: ha cominciato da qui la ‘rete’ per Yassine, con le prime visite a Scicli (dove viene fatta la prima diagnosi di ‘ittiosi’) e poi a Roma in un centro specializzato, l’Istituto dermatopatico dell’Immacolata per una diagnosi certa e per un piano terapeutico adeguato anche alla sua eta’ oltre che per un accompagnamento della famiglia alla conoscenza della malattia.

Una prima volta il bambino parte accompagnato da una volontaria e dal papà; poi assieme alla mamma sempre con il sostegno di una volontaria. Ed è a Roma che la diagnosi viene confermata: una alterazione genetica con la quale il piccolo dovrà imparare a convivere.

Appena entriamo in casa di Yassine, mamma e papà non sanno come esprimere la loro gratitudine per questo gruppo di donne che ci accompagna; lei si affretta a chiudere le persiane oscuranti di porta e finestre con l’idea di potere sentire meno freddo. La caffettiera è pronta sul fornello, non serve, ma a lei fa piacere e non si può rifiutare.

Rosetta Pacetto, Giovanna Occhipinti Ferro e Gabriella Portelli assieme alle altre volontarie di queste tre mani della provvidenza – le associazioni che si fanno in quattro per il territorio -, sono felici di vedere Yassine molto migliorato. Aveva le piaghe quando è arrivato, non per mancanza di cura, perché la famiglia per questo figlio delicato ha cercato di fare il possibile in Tunisia, ma perché ora vi sono una diagnosi certa, una cura adeguata e i prodotti adatti.

La mamma scopre i piedini affusolati del bambino per fare vedere come ora possa camminare bene, perché non ci sono più le piaghe.    “Quando è nato mi ha fatto paura”, confessa, raccontando anche che in Tunisia avevano pure ipotizzato un trapianto di pelle per ricostruire le palpebre del piccolo.

Un’altra giovane ragazza tunisina ci aiuta a comunicare. Yassine fa vedere i suoi quaderni di scuola, orgoglioso. Impara, gioca con gli altri bambini. Cosa ti piace della scuola? “Il cortile”, risponde furbetto dicendo che da grande vuole fare l’insegnante di educazione fisica.

“La sfida – dice Gabriella – è quella di fare sentire questa famiglia parte del sistema sociale. La disabilità è nei nostri occhi, non in quelli di un bambino. La sua pelle è diversa ma i desideri e i sogni non sono diversi da quelli degli altri bambini. Ci sono famiglie che per pudore e per timore quasi di recare disturbo, è come se vivessero ‘fuori dalle mura della città. Ma non sono sole, andiamo noi da loro”.

È stata una ‘mamma di scuola’ a contattare Gabriella per capire come fare per aiutare Yassine. Era svenuto a scuola perché affrontando l’ora di ginnastica il suo corpo non ha retto. Non può scatenarsi come tutti i bimbi della sua età, anche se lo vorrebbe. Il suo sistema di sudorazione e di termoregolazione risente della patologia di cui soffre. Da lì è iniziato tutto.

Rosetta ha seguito la parte burocratica assieme alle altre volontarie, Giovanna ha coinvolto la sua famiglia per la prima visita specialistica, Gabriella con altre volontarie ha raccolto fondi, una buona mano di aiuto anche da una associazione di motociclisti. “Questo territorio è capace di costruire solidarietà – dice Rosetta – e il volontariato è una forza di cambiamento. Abbiamo affiancato le persone di questa famiglia accompagnandole nel rapporto con le istituzioni, non al posto loro ma assieme a loro”.

I prodotti necessari a Yassine per vivere attenuando il suo dolore sono a carico dello Stato, sono previsti dalle norme vigenti. Con il piano terapeutico in mano, prescritto da una struttura per altro specializzata, è bastato informarsi con gli uffici Asp di Ragusa e con la farmacia territoriale per avere risposta immediata. E per queste donne, ‘ragazze di una volta’, non più giovanissime, dare serenità al bimbo e alla famiglia è una conquista.

I prodotti non saranno più una preoccupazione per la famiglia, che per non abusare della generosità dei suoi angeli custodi cercava di farli bastare magari per qualche settimana in più rispetto alla ‘posologia’ indicata: “Abbiamo portato dei giochi a Yassine – racconta ancora Gabriella – ma lui voleva accettarne solo uno, perché gli bastava”.

La famiglia ora si separera’ di nuovo. Papa’ con mamma e Yassine staranno in Italia. La figlia maggiore, sedicenne, tornerà a giorni in Tunisia, dove ad aspettarla c’è il fratello più piccolo che di anni ne ha 10 e che soffre moltissimo per la separazione dai genitori.

“Speriamo di poter stare nuovamente tutti insieme”, dice il padre. Già, tutti insieme forse per la prima volta. Chissa’, forse dopo l’estate. Il freddo della casa sarà meno intenso. Un’altra volontaria vincenziana ha portato una stufa nuova, un dono in memoria di una persona buona che non c’è più. Qui si fa così. Si agisce.




Da Bologna a Copenaghen, volare nel caos delle regole Covid negli aeroporti

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155630215 8e8e013b 5ce7 4330 9e19 3464de916c81La mia giornata nei cieli dell’Ue decolla dall’aeroporto Marconi di Bologna. Destinazione Bruxelles Charleroi. Partenza alle 10.30 del primo febbraio. Una telecamera dalla simpatica forma del viso di un panda controlla, con discrezione, la temperatura di chi arriva. Sopra i 37,5 gradi salta il viaggio.

Per accedere alla zona imbarchi è necessario il green pass europeo. Per salire a bordo serve la mascherina Ffp2 “o superiore”.

Per consumare ai tavoli dei bar e dei ristoranti dello scalo è necessario esibire il green pass rafforzato. “Da portare via, al banco o al tavolo?” Chiede la barista a chi ordina un caffè. Ogni risposta apre uno scenario diverso.

Metropolitana di Copenaghen

“Servono carta d’imbarco e Plf compilato online”, è l’ammonimento che rivolge la hostess ai passeggeri che intendono imbarcarsi per il Belgio.

Il green pass, in questa fase, paradossalmente non viene chiesto. In tanti si mettono a compilare il Plf al telefono, l’ultima forma del last-minute. “Tanto a Bruxelles non lo controllano mai”, giustificano la propria negligenza. In effetti all’arrivo non c’è nessuno che controlli nulla. Ma in serata arriva la mail delle autorità sanitarie belghe: “Esente da quarantena e test perché vaccinato”.

Aeroporto Bruxelles Zaventem. Volo per Copenaghen con scalo a Francoforte. Decollo alle 6.45.

Nello scalo il green pass viene controllato solo al check-in, oppure ai tavoli dei ristoranti. Non c’è l’obbligo della mascherina Ffp2. Non c’è un controllo della temperatura corporea.

“Carta d’imbarco e Plf compilato elettronicamente”, chiede la hostess a chi è in fila al gate. Anche la Germania lo chiede per identificare gli arrivi dalle aree ad alto rischio.

Ovviamente Belgio e Italia sono classificate zone ad alto rischio. A bordo dell’aereo insistono: “Chi non ha compilato il Plf online può farlo con il modulo cartaceo che distribuiremo. Va compilato anche in caso di passaggio per Francoforte”.

Una segnalazione che allarma decine di passeggeri che fino ad allora si erano sentiti assolti. Tutti a cercare modulo e penna.

Contrordine: “Avevamo capito male, chi è in transito a Francoforte non è tenuto a compilare il form. Ma se vuole, può farlo per sicurezza”, segnala il capo dell’equipaggio scusandosi per l’inconveniente. “Purtroppo le regole cambiano ogni volta”, si giustifica imbarazzato.

A Francoforte ovviamente nessuno controlla nulla. Quasi tutti indossano la mascherina Ffp2, qui obbligatoria ormai da un anno. Il volo per Copenaghen è alle 9.30.

L’ingresso per l’imbarco è automatico, basta appoggiare la carta d’imbarco. Senza bisogna di mostrare nulla, nemmeno il documento d’identità.

Aeroporto di Francoforte

All’arrivo nella capitale danese ci sono i cartelli che chiedono ai residenti in Danimarca di fare un test entro 24 ore dall’arrivo (anche se vaccinati).

Ma non ci sono controlli. All’interno dello scalo è ancora presente la mascherina. Man mano che ci si allontana, addentrandosi in città, ci si libera anche di quella.

La pandemia è qualcosa di esterno in Danimarca. Almeno dal primo febbraio.

Agi.it




SBS Italian/ Western Australia: come ha reagito la comunità italiana al prolungamento della chiusura dei confini

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PERTH\ aise\ – “Il Western Australia avrebbe dovuto riaprire i propri confini dal 5 febbraio. Lo scorso 20 gennaio è stata invece annunciata un’estensione dell‘hard border o “confine rigido”. L’ingresso nello stato dal resto dell’Australia e dall’estero sarà ancora soggetto a severe restrizioni”. Come sia stata accolta la notizia dai connazionali residenti a Perth e nello Stato australiano lo racconta un articolo a firma di Elisabetta MeratiCarlo Oreglia e Massimiliano Gugole, pubblicato oggi dal portale di SBS Italian, lo Special Broadcasting Service che diffonde notizie in lingua italiana in tutto il Paese.
“I confini, che avrebbero dovuto essere riaperti dal 5 febbraio, resteranno invece chiusi. L’opinione degli italiani residenti in Western Australia è divisa tra chi si sente protetto dalla politica statale e chi invece si sente in trappola.
Il premier del Western Australia, Mark McGowan, ha annunciato nuove indicazioni che riguardano gli studenti internazionali, dando loro un ultimatum per il rientro nello stato, che dovrà verificarsi entro le 11:59pm di venerdì.
La notizia, che molti hanno giudicato destabilizzante, è arrivata dopo che a fine gennaio il premier aveva rinviato l’apertura dei confini a data da destinarsi.
Come sta reagendo dunque la comunità italiana che vive in WA a questi repentini cambi di scena?
Stefano Tempesta, informatico che si occupa di sviluppo di software, con il WA ha un legame lavorativo. Intervistato ai microfoni di SBS Italian, si dice stanco della situazione e si augura che l’isolamento finisca presto.
Diametralmente opposta invece l’opinione di Francesca Costanza, proprietaria di un ristorante a Perth, che vede come un grosso vantaggio la politica protezionista del premier McGowan. “Siamo protetti e felici, l’economia funziona, mentre in altre città australiane le cose non vanno così bene“, spiega Costanza.
Maria Rosaria Francomacaro da circa un anno ha accettato un ruolo d’insegnante di italiano presso l’Università del WA. Giudica duramente le decisioni del governo statale, che a suo parere non ha saputo reagire all’emergenza. “Un governo che a più di due anni dall’emergere del problema non ha ancora trovato una soluzione alternativa alla chiusura non solo non ha vinto questa battaglia, ma per me non è nemmeno mai sceso in campo”, commenta Francomacaro.
Massimo Amuso, che vive da quattro anni a Perth dove si occupa di macchinari per miniera, si ritiene molto fortunato di poter vivere e lavorare in uno Stato dove per i due anni passati non ci sono state restrizioni interne.
“Mi sento in trappola”, commenta invece Giulio Paparesta; un’impressione condivisa anche da una mamma italiana, Giuliana (nome immaginario), che da anni vive in WA con il marito e il figlio e si dichiara ormai esausta a causa delle promesse non mantenute. “I cittadini hanno fatto quello che è stato chiesto di fare, vaccinandosi, ora spetta al premier mantenere la parola data”, dichiara esasperata.
Le regole che permettono l’accesso nel WA cambieranno in parte dal 5 febbraio, in particolare l’elenco delle possibili motivazioni per ottenere esenzioni includerà i residenti del WA con legami recenti o legami familiari diretti in WA, quelli che tornano per motivi compassionevoli, come funerali e cure palliative, e per cure mediche urgenti o essenziali. Tuttavia rimane ancora indefinita la data in cui verranno riaperti i confini dello Stato”. (aise)




È morto Tito Stagno, raccontò lo sbarco sulla Luna

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stagnoAGI – È morto Tito Stagno, il giornalista Rai che raccontò lo sbarco sulla Luna. “Ha toccato”, annunciò nella concitazione con quasi un minuto di anticipo rispetto all’effettivo “allunaggio”.

Aveva appena compiuto 92 anni. Nato a Cagliari il 4 gennaio 1930, il 20 luglio del 1969 tenne gli italiani incollati davanti alla tv nella prima lunghissima maratona per seguire la missione Apollo.

La presidente della Rai Marinella Soldi e l’amministratore delegato Carlo Fuortes sono vicini alle figlie Caterina e Brigida, alla moglie Edda e a tutta la famiglia nel ricordo di Tito Stagno, giornalista dal linguaggio semplice ed efficace, a lungo volto televisivo della Rai entrato nelle case degli italiani con il racconto di grandi momenti della seconda metà del Novecento”. Così la Rai in una nota ricorda il giornalista scomparso a Roma.

“Addio a Tito Stagno, grande giornalista italiano che ha raccontato con rigore e professionalità i principali eventi del nostro paese” ha detto il ministro della cultura Dario Franceschini “e che tutti ricordiamo per l’emozione con cui guidò gli italiani nel viaggio sulla Luna. Mi stringo con affetto al dolore dei familiari e degli amici in questa triste giornata in cui se ne va un pezzo di storia del giornalismo italiano”.

L’uomo che amava le stelle e lo sport. Quel ‘ha toccato!’ qualche secondo prima che lo dicesse Ruggero Orlando da Houston rimane nella storia della tv e nell’immaginario collettivo di diverse generazioni di italiani. Il suo destino era davvero segnato dalle stelle, quelle stesse che erano nel titolo della pellicola della sua breve esperienza cinematografica.

Tito Stagno è stato un giornalista, telecronista sportivo e conduttore televisivo. Primo di otto fratelli, colui che diventerà uno dei volti e delle voci della storia della Rai ha vissuto a Parma e poi a Pola, e a 13 anni, nel 1943, ha partecipato al film di Francesco De Robertis ‘Marinai senza stelle’; sul grande schermo tornerà ancora nel 1959 con Dino Risi nel film ‘Il vedovo’ a fianco di Alberto Sordi in una brevissima scena nei panni di un giornalista televisivo.

Nel 1946, a Cagliari, chiude gli studi classici e si iscrive alla facoltà di medicina. Tre anni dopo, Tito Stagno lavora già in una radio come cronista, intervistatore e documentarista. Nel 1954 vince il primo concorso nazionale per telecronisti e partecipa a un corso di specializzazione con Furio Colombo, Gianni Vattimo, Umberto Eco, lasciando l’università per andare a Roma per lavorare un anno dopo. La sua prima ‘palestra’ è il telegiornale diretto da Vittorio Veltroni, le sue prime telecronache nel 1956, in occasione dei Giochi olimpici invernali di Cortina d’Ampezzo. Nel 1957 commenta, in Campidoglio, la firma dei trattati del Mercato Comune Europeo.

È il telecronista delle visite dei Capi di Stato in Italia, comprese quelle dei reali d’Inghilterra e di John Fitzgerald Kennedy, e dei gravi fatti d’America del 1963 e del 1968. Da inviato segue due papi, Giovanni XXIII e Paolo VI, e due presidenti della Repubblica, Antonio Segni e Giuseppe Saragat. Diventa uno dei più popolari conduttori del telegiornale negli anni sessanta e nei primi anni settanta. Ma la passione per lo spazio arriva nel 1961, quando da telecronista commenta il primo volo di Jurij Gagarin intorno alla Terra, e la preparazione e la passione con cui affrontò quel servizio convinsero i dirigenti Rai ad affidargli le trasmissioni in diretta e i servizi del telegiornale in occasione di tutti i lanci di sonde spaziali o astronavi pilotate.

Nel 1966, alla vigilia del Programma Apollo, venne inviato negli Stati Uniti d’America per un viaggio di studio e di aggiornamento. Il 20 luglio 1969 arriva quell’esclamazione appassionata, “Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!” nella diretta televisiva per la missione Apollo 11, commentata insieme a Ruggero Orlando da Houston. Milioni di italiani erano incollati allo schermo televisivo e lo videro battibeccare con Orlando sull’allunaggio, da lui anticipato di 56 secondi e da Orlando posticipato di 10 rispetto ai tempi certificati dalla Nasa.

Tra le molte telecronache dirette e inchieste filmate non mancano quelle sulla Sardegna, ma anche da Germania, Norvegia, Svezia, Danimarca, Polonia, Gran Bretagna, Jugoslavia, Sud America, Canada, Stati Uniti d’America, Australia. Per 17 anni è stato responsabile dello Sport su Rai Uno, ha curato La Domenica Sportiva (dal 1976 al 1991 con Carlo Sassi e dal 1991 al 1993 con Alfredo Pigna) oltre a esserne anche il conduttore, insieme ad altri, dal 1979 al 1981 e nella stagione 1985-1986.

Andato in pensione, ha continuato a lavorare scrivendo per L’Eco di Bergamo e la Gazzetta di Parma. A dicembre 2010 è stato ospite dei giornalisti di Sky TG24 per commentare in diretta minuto per minuto il lancio della missione spaziale Sojuz TMA-20 dal cosmodromo di Bajkonur in Russia con a bordo l’astronauta italiano Paolo Nespoli assieme ai colleghi Dmitrij Jur’evič Kondrat’ev e Catherine Coleman.

Nel suo curriculum, anche una partecipazione al festival di Sanremo, nel 2014, annunciando la canzone che passa il turno. Il 15 dicembre 2014 viene insignito della Stella d’Oro al Merito Sportivo.




Vetturino italoamericano di Central Park ucciso a coltellate a New York

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180447901 2255e5e5 2462 4e85 b1ef 51b0c2d32db4AGI – Un giovane italoamericano è stato ucciso a coltellate all’uscita di un ristorante, a Brooklyn. Il suo assassino, un ragazzo di 19 anni, è stato arrestato.

È accaduto sabato notte, fuori da un ristorante messicano, Catrina’s Bar and Grill, sulla Terza Avenue, a Bay Ridge, zona popolata di italoamericani, asiatici e ispanici.

Per motivi su cui sta indagando la polizia, la vittima, Antony D’Onofrio, 22 anni, di Brooklyn, i cui genitori sarebbero italiani, padre di Latina e madre siciliana, è stato colpito al petto. Quando la polizia è arrivata, il giovane era già privo di sensi. Portato in ospedale, è morto poco dopo.

Sul posto era stata trovata un’altra persona, della stessa età di D’Onofrio, con ferite alla testa, ma non è in pericolo di vita. Poche ore dopo gli agenti hanno individuato e arrestato il presunto assassino: Kevin Cuatlacuati.

Sui social raccontano che D’Onofrio portava i turisti in carrozza lungo i viali di Central Park, sognando di fare il pilota. Uno dei consiglieri della zona, Justin Brannan, ha lanciato dure accuse ai proprietari del pub.

“Questo atto di violenza senza senso – ha scritto sui social – fa parte di un percorso illegale ben documentato avviato dentro e fuori da questo locale negli anni. È chiaro che i proprietari di Catrina’s non hanno nessuna intenzione di seguire la legge, nessun riguardo verso il vicinato e ancora meno verso i propri clienti. Sto lavorando con i miei colleghi per fare in modo che la licenza al locale venga tolta”.

Un video di tre minuti e mezzo pieno di immagini struggenti, accompagnate dal brano “I’ll Be Missing You” interpretato da Puff Daddy. Lo ricordano così, su Facebook gli amici Anthony D’Onofrio, il ragazzo di 22 anni, nato a Brooklyn, vetturino a Central Park con il sogno di diventare pilota d’aerei, ucciso sabato a coltellate fuori da un locale.

“In questa mattinata fredda e nevosa – scrive Francesco Paolo Riccobono – sono stato svegliato da una telefonata che ha fatto a pezzi il mio cuore. Il mio caro amico Anthony è morto”.

Le immagini in memoria di Anthony mostrano il ragazzo alla guida di una carrozza bianca e viola per i viali di Central Park, lui alla guida di un piccolo aereo, in sella a un cavallo, con la madre, sulla moto, accanto a una statua che raffigura la Madonna, lui sorridente, mentre in palestra finge di sollevare pesi e, invece, ha due bottiglie sulle spalle.

“Era uno che ha lavorato duro – ricorda l’amico su Facebook – era un vetturino di seconda generazione e siciliano americano di prima generazione. Questa cosa mi ha fatto pensare che dobbiamo amare e prenderci cura di chi abbiamo vicino perche’ non sappiamo mai cosa possa succedere a loro o a voi: Riposa in paradiso, ti voglio bene, fratellino”.

D’Onofrio era figlio di una siciliana, Antonella Maggio, e di Giuseppe D’Onofrio, di Castelforte, Latina, entrambi partiti da giovani per gli Stati Uniti in cerca di fortuna. A Brooklyn era nato Anthony, che aveva seguito le orme del padre, diventando una delle figure di riferimento tra i vetturini di Central Park e adorato dai colleghi grazie al suo carattere sempre cordiale, positivo. Ai turisti italiani che sono saliti in questi anni sulla sua carrozza, D’Onofrio raccontava delle sue origini.

“Non so neanche da dove cominciare – scrive la sorella, Bianca – mio fratello, il mio protettore, il mio eroe, e adesso il mio angelo, se n’e’ andato via e io sento’ gia’, in modo infinito, la sua assenza”.




Sanremo 2022: ecco come e dove guardarlo in streaming

sanremo 2022 logo

sanremo 2022 logoParte domani sera la settantaduesima edizione del Festival della Canzone italiana. Condotto ancora una volta da Amadeus, Sanremo 2022 andrà in onda da martedì 1° febbraio a sabato 5 febbraio, serata che ospiterà la finalissima in cui verrà decretato il vincitore.

La manifestazione canora verrà tramessa come da tradizione in diretta su Rai 1 in prima serata, e in streaming su RaiPlay.

Su quest’ultima sarà anche possibile rivedere le puntate in replica.

Il Festival: date e artisti in gara

Da Massimo Ranieri a Gianni Morandi fino ad Achille Lauro e Elisa, sono venticinque gli artisti che si esibiranno nel corso delle serate, ovverosia martedì 1 febbraio, mercoledì 2, Giovedì 3, Venerdì 4 e Sabato 5 febbraio 2022. Di seguito, invece, la lista completa dei cantanti e dei brani che presenteranno:

  • Emma Marrone con “Ogni volta è così”
  • Massimo Ranieri con “Lettera al di là del mare”
  • Sangiovanni con “Farfalle”
  • Iva Zanicchi con “Voglio amarti”
  • Achille Lauro con “Domenica”
  • Aka7even con “Perfetta così”
  • Michele Bravi con “Inverno dei fiori”
  • Gianni Morandi con “Apri tutte le porte”
  • Ana Mena con “Duecentomila ore”
  • Elisa con “O forse sei tu”
  • Rkomi con “Insuperabile”
  • Ditonellapiaga e Donatella Rettore con “Chimica”
  • Mahmood e Blanco con “Brividi”
  • Giusy Ferreri con “Miele”
  • Giovanni Truppi con “Tuo padre, mia madre, Lucia”
  • Fabrizio Moro con “Sei tu”
  • Highsnob e Hu con “Abbi cura di te”
  • Irama con “Ovunque sarai”
  • La rappresentante di lista con “Ciao ciao”
  • Noemi con. “Ti amo non lo so dire”
  • Dargen D’Amico con “Dove si balla”
  • Le Vibrazioni con “Tantissimo”
  • Yuman con “Ora e qui”
  • Tananai con “Sesso occasionale”
  • Matteo Romano con “Virale”

Nel corso della prima serata del Festival di Sanremo si esibiranno dodici cantanti: la scaletta ufficiale con l’esatto ordine di uscita degli artisti sarà però disponibile nel tardo pomeriggio di martedì 1 febbraio. Di seguito, quindi, il loro elenco ma in ordine alfabetico: Achille Lauro, Ana Mena, Dargen D’Amico, Gianni Morandi, Giusy Ferreri, La Rappresentante di Lista, Mahmood e Blanco, Massimo Ranieri, Michele Bravi, Noemi, Rkomi  e Yuman.

Come guardare Sanremo 2022 in streaming o in differita

Gli spettatori potranno godersi le cinque serate del Festival della Canzone Italiana in diretta tv su Rai Uno, da martedì 1 febbraio 2022 a sabato 5 febbraio 2022. Quelli che invece per tutta una serie di motivi  non avranno la possibilità di guardarlo in televisione, Sanremo 2022 potrà essere visto anche in streaming su RaiPlay, dove saranno disponibili perfino le repliche delle puntate. In questo modo anche coloro che non hanno modo di assistere in diretta all’evento, potranno comunque seguire la trasmissione in replica on demand.

RaiPlay è molto facile da usare ed è fruibile sia via computer che telefonino via web, o tramite app disponibile anche per le Smart TV di ultima generazione oltre che ovviamente su smartphone e tablet. Per guardare Sanremo 2022 tramite RaiPlay bisogna per prima cosa entrare sul sito ufficiale o lanciare l’applicazione, e fare quindi clic su Accedi, nella parte in alto a destra dello schermo. Nel caso in cui non si disponesse di un account bisogna prima registrarsi, altrimenti si può anche entrare tramite Facebook, Twitter o Google. A quel punto basta seguire i semplici passaggi che vi riportiamo di seguito, e il gioco è fatto:

  • Selezionare il menu a comparsa in alto a sinistra (le tre linee orizzontali)
  • Fare clic su Canali TV e poi su Dirette

A questo punto si aprirà una pagina con tutti i canali disponibili, ovverosia Rai 1, Rai 2, Rai 3, Rai 4, Rai 5, Rai News, Rai Premium, Rai Movie, RaiSport 1, RaiSport 2, Rai Gulp, Rai Yoyo, Rai Storia e Rai Scuola. Sotto ogni riquadro viene elencato ciò che sta andando in onda, e una breve descrizione. Basterà cliccare sul riquadro relativo al canale scelto, in questo caso Rai1, per lanciare lo streaming e godersi la diretta del Festival di Sanremo 2022 su RaiPlay. La diretta streaming delle puntate sarà disponibile per tutto il mondo dal sito ufficiale della Rai, dov’è presente una sezione dedicata accessibile proprio al pubblico internazionale.

da webnews.it




Canada, Ottawa assediata dai camionisti contro l’obbligo di vaccino. Stato di allerta, il premier Trudeau in località segreta

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imagesIl lungo corteo dei camionisti contro l’obbligo di vaccino è infine arrivato a Ottawa e nella capitale canadese è scattata l’allerta sicurezza. La protesta del “Freedom Convoy” durerà per tutto il weekend e coinvolgerà almeno 10 mila persone. Quelle arrivate, già nell’ordine delle migliaia, sono sciamate nelle strade bardate di simboli, dalle bandiere confederate alle svastiche, mettendosi in marcia verso il Parlamento dopo aver parcheggiato gli automezzi pesanti nell’area del Memoriale di Guerra. Sotto lo sguardo dell’imponente schieramento di polizia schierato per arginare l’impatto della folla in caso di degenerazione in violenza.

Il livello di allerta è molto alto. Un responsabile della sicurezza del Parlamento ha spiegato che ai deputati è stato consigliato di chiudersi bene anche in casa perché le loro abitazioni potrebbero essere un obiettivo. Lo stesso primo ministro Justin Trudeau è stato scortato in una località segreta lontana da Ottawa. Il premier lavorava già isolato in remoto perché uno dei suoi bambini è positivo al Covid. Alla popolazione è stato chiesto di evitare di recarsi nella zona del raduno.

Trudeau non c’è, ma non ha mancato di farsi sentire. “I canadesi – ha dichiarato – non possono essere rappresentati da questa problematica, piccola ma rumorosa minoranza che si scaglia contro la scienza, il governo, la società, la sanità pubblica”.

Le ragioni del raduno abbracciano un po’ tutta la galassia del negazionismo e della resistenza no vax: no ai vaccini, no alle mascherine, no al lockdown.

Il Canada è titolare di una delle più alte percentuali di popolazione vaccinata nel mondo, ma intanto le strade di Ottawa sono occupate dalla protesta. Gli organizzatori ribadiscono di volere la cancellazione di ogni restrizione anti-Covid e dell’obbligo di vaccino fino alle dimissioni dello stesso Trudeau. Ricevendo il sostegno di alcuni parlamentari conservatori, scesi anche loro in strada per distribuire caffè ai dimostranti. La protesta non è passata inosservata nemmeno a Trump. “Vogliamo che i valorosi camionisti canadesi sappiano che siamo con loro – ha dichiarato l’ex presidente Usa durante un raduno a Conroe, Texas -. Stanno facendo certamente di più dei loro leader per la difesa della libertà americana”.

da “La Repubblica”