Mariangela Zappia ambasciatrice a Washington: per l’Italia è la prima donna

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Per la prima volta, alla porta dell’ambasciata italiana di Washington, viene appeso un fiocco rosa. Mariangela Zappia, dal 2018 a oggiun771447 620x430 rappresentante per l’Italia al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, ha convinto tutti. Il Premier Mario Draghi e il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio si sono infatti trovati d’accordo e così, sulla scrivania della Zappia, è arrivato un biglietto aereo diretto al cuore della democrazia americana.

La nuova capomissione prenderà il posto di Armando Varricchio, arrivato a fine mandato dopo quasi 5 anni di lavoro negli States e ora diretto a Berlino. 61 anni, tanta esperienza e una carriera ricca di muri abbattuti. Oltre all’impiego nell’ONU, Mariangela Zappia vanta sul curriculum, la carica di Consigliera Diplomatica e Sherpa G7 – G20 del Presidente del Consiglio dei Ministri nel biennio 2016-2018 e quella di Rappresentante Permanente presso il Consiglio Atlantico e presso le Nazioni Unite.

Con lei a capo della missione diplomatica dell’Italia negli Stati Uniti,  il Segretario di Stato Tony Blinken e il presidente Joe Biden trovano una fervente amante del multilateralismo. Dopo lo scoppio della pandemia, l’ambasciatrice ha più volte ricordato in pubblico l’importanza delle alleanze tra paesi diversi con l’obiettivo di perseguire un obiettivo comune. D’altronde ha parlato a lungo dal megafono dell’ONU, la più grande organizzazione intergovernativa al mondo. Difficile aspettarsi da lei qualcosa di diverso.

“Il virus si sconfigge solo se lo si affronta assieme – ha ricordato in un intervento – rafforzando l’assistenza ai paesi più vulnerabili e trasformando la crisi in un’opportunità di rinnovamento radicale. Multilateralismo e cooperazione internazionale sono fondamentali per affrontare l’emergenza e costruire la ripresa”. Certo, perché tutto questo accada occorre che il multilateralismo funzioni senza intoppi e che tutti i suoi meccanismi siano perfettamente oliati. Zappia è onesta nel riconoscere i problemi che lo frenano ed è per questo convinta che il sistema vada “senz’altro riformato, perché presenta inefficienze e sclerosi. Basti pensare, nel caso delle Nazioni Unite, al Consiglio di Sicurezza, la cui struttura e composizione riflette ancora oggi equilibri del dopoguerra ormai superati. Ma questi limiti non debbono indurre a un disimpegno dal multilateralismo. Bisognerebbe piuttosto rinnovare l’impegno a cambiare queste istituzioni per il meglio”. Tutti temi che sottolinea da tempo e che già due anni fa, in un’intervista rilasciata alla Voce di New York, aveva approfondito.

Mariangela Zappia con il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres (onu)

L’operato della Zappia sarà probabilmente in sintonia con l’operato di Joe Biden, costretto a fronteggiare un’emergenza per la quale servirebbe un vero e proprio miracolo. Ma il nuovo presidente non ha la bacchetta magica, ed è la diplomatica stessa a ricordarlo con attenzione, quando sostiene che il lavoro da fare sia lungo e che dunque serva tempo per raggiungere i risultati sperati.

Tutto passerà per la cooperazione e il lavoro di squadra, con in mente un traguardo ben preciso. Concludere la missione avendo stretto con ancor più forza le relazioni internazionali che intercorrono tra i paesi dell’ONU. “Nei suoi 75 anni di vita – conclude l’ambasciatrice – le Nazioni Unite hanno contribuito a un innalzamento del benessere complessivo globale. Hanno garantito il mantenimento della pace, codificato e vigilato all’attuazione di un corpus giuridico internazionale che rappresenta un codice comune universale a tutela degli Stati e dei diritti della persona. L’ONU fa la differenza ogni giorno sul terreno per milioni di persone che sono vittime d’insicurezza alimentare, conflitti, terrorismo, catastrofi ambientali, ed ora a causa della pandemia. L’assegnazione del Premio Nobel al Programma Alimentare Mondiale è un riconoscimento giusto e meritato di questo impegno, oltre a essere motivo di orgoglio per l’Italia che ospita il polo agroalimentare a Roma e che con la base logistica di Brindisi sostiene il braccio operativo indispensabile alle operazioni di pace e agli interventi umanitari dell’Onu in tutto il mondo”.

da “La Voce di New York”




Sidney. Appello di una famiglia siciliana: “Non rimandateci in Italia”

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australia bussolag“Una famiglia italiana con una bambina di 7 anni e mezzo, nata e cresciuta in Australia, rischia di dover ritornare in Italia dopo che la sponsorship del padre è stata cancellata “a sua insaputa“ durante la crisi economica causata dal COVID-19”. A raccontarne la storia è Chiara Pazzano in un articolo pubblicato oggi in primo piano sul portale di SBS Italian, lo Special Broadcasting Service che diffonde notizie in lingua italiana in tutto il Paese. I nomi utilizzati da Pazzano sono fittizi, ma descrivono esattamente quanto vissuto dalla coppia intervistata.
“Sara e Giorgio sono arrivati in Australia dalla Sicilia nel maggio del 2013. “Avevamo una gioielleria in Sicilia, ma dopo rapine e richieste di denaro, pensammo di chiudere e partire”, Sara ha raccontato in un’intervista con SBS Italian.
Sara era incinta di otto mesi quando lei e il marito sono arrivati a Sydney con un visto turistico e hanno deciso di rimanere, anche per dare un futuro migliore alla loro figlia. Erica è nata a Sydney nel luglio del 2013.
Dopo il visto turistico, Sara e Giorgio hanno fatto un visto da studente di 18 mesi. Poi Giorgio è riuscito a farsi sponsorizzare, con un visto 457 di quattro anni.
All’epoca, dopo almeno due anni dall’inizio della sponsorizzazione era possibile per i titolari di un visto 457 fare domanda per un visto permanente 186 o 187, a condizione di ottenere un punteggio di almeno 5 al test di inglese IELTS.
“Abbiamo fatto sì e no una quindicina o anche di più di esami IELTS”, racconta Sara, ma, per poco, non sono mai riusciti ad ottenere il punteggio necessario. “Una volta 4 e mezzo nell’ascolto, una volta 4 e mezzo nella lettura e insomma questo 5 non ce lo fanno prendere mai“, racconta Sara.
Il 1° luglio 2017 il punteggio minimo per poter fare domanda per la residenza permanente è passato al 6 e lo stesso giorno è subentrata una nuova regola secondo cui, per poter far domanda per un visto permanente, bisognava avere al massimo 45 anni.
“Noi la residenza permanente non siamo riusciti a prenderla per questo motivo. Siamo rimasti fregati, per meno di 15 giorni”, ha affermato Sara, spiegando che a quel punto lei e suo marito avevano quasi 50 anni.
“Parliamo con avvocati. Chi prende soldi a destra; chi prende soldi a sinistra. Andiamo avanti e ci dicono: Non preoccupatevi, rinnovate questo Working Visa”.
A quel punto il datore di lavoro di Giorgio ha rinnovato la sponsorizzazione, così Giorgio ha potuto ottenere un Temporary Skill Shortage visa (Subclass 482) di due anni. Ma a marzo 2020 è arrivato il COVID e il datore di lavoro di Giorgio ha chiesto a tutti i suoi dipendenti di stare a casa, avvertendo che lo stabilimento avrebbe chiuso i battenti e sarebbe stato riaperto in futuro in una nuova sede.
Giorgio è rimasto a casa per vari mesi, senza tra l’altro poter ricevere il sussidio Jobkeeper, che era disponibile soltanto per i cittadini australiani e i residenti permanenti.
In quei mesi pensava di non essere autorizzato a lavorare per un’altra azienda, per via delle restrizioni della sua sponsorship. Così Sara ha trovato un lavoro, mentre per aiutarli a stare a galla i loro parenti mandavano soldi dall’Italia.
“Ad un tratto dopo mesi ci arriva un’email dall’Immigrazione che dice: Dateci un motivo per la quale non dobbiamo cancellarvi il visto perché non siete usciti dopo 60 giorni dalla comunicazione fatta dalla vostra azienda”, racconta Sara. “Senza dirglielo, il datore di lavoro di mio marito aveva licenziato tutti e cancellato il suo visto”. A loro però non è mai stato comunicato nulla, spiega Sara.
“Noi non ne sapevamo niente, non abbiamo mai ricevuto nessuna comunicazione, né scritta né verbale”.
Sara e Giorgio hanno fatto appello e, a metà febbraio, hanno ottenuto un Bridging Visa E. Si aspettano di ricevere un esito all’appello entro 18 mesi.
Come spiega l’agente d’immigrazione Emanuela Canini, il fatto che Sara e Giorgio non fossero al corrente della cancellazione dello sponsor li ha molto svantaggiati, ma lo sponsor non ha infranto nessuna legge sull’immigrazione. “Nel senso che lo sponsor avrebbe dovuto almeno dire che non c’era più un contratto di lavoro, in quanto poi diventa un problema di legge contrattuale”, ha aggiunto Canini.
“Questo tipo di scorrettezza degli sponsor, dei datori di lavoro, non è contemplata nelle regole del visto”, Canini ha affermato in un’intervista con SBS Italian. “Lo sponsor, in qualsiasi momento, può comunicare al dipartimento d’Immigrazione che ha interrotto il contratto di lavoro con lo sponsorizzato, quindi automaticamente il dipartimento d’Immigrazione va poi a comunicare che il suo visto non ha più ragione di esistere e intende cancellarlo“.
Se Sara e Giorgio avessero saputo della cancellazione del visto con anticipo, avrebbero potuto cercare un altro sponsor per cercare di rimanere, spiega Canini. “Ovviamente loro, non avendo saputo per tempo di essere licenziati, alla fine non hanno avuto né la possibilità né il tempo di cercarsi un altro sponsor e quindi di trasferire il loro visto che ancora era valido fino all’approvazione del loro [nuovo] sponsor“.
Secondo Mary Crock, professoressa di diritto pubblico alla Sydney Law School e avvocato in diritto dell’immigrazione, anche il dipartimento dell’Immigrazione ha commesso un errore non avvisando Sara e Giorgio che il loro visto stava per scadere.
“Secondo la legge, Sara e Giorgio avrebbero dovuto ricevere notifica che la loro sponsorship era stata cancellata e che avevano 30 giorni per trovare un altro sponsor o per uscire dall’Australia”, Crock ha affermato in un’intervista con SBS Italian.
Contattato successivamente, l’ex datore di lavoro di Giorgio gli ha detto di essere sicuro di averlo informato sulla cessazione della sponsorizzazione mesi fa e ha fornito una copia della lettera di licenziamento, non firmata. Ma Giorgio è sicuro di non averla mai vista.
La preoccupazione principale di Sara è sua figlia, che da quando ha capito che forse dovranno tornare in Italia “si è spenta“.
“Mia figlia di solo 7 anni e mezzo è nata qua, è cresciuta qua“, racconta Sara. “Ci sente parlare, purtroppo ha capito che forse bisognerà andare a vivere in Italia e ha cominciato a entrare in crisi. La sua vita si è svolta in Australia tra scuole, amici, parchi e tutto quello che il Paese offre. Lei dell’Italia non conosce niente“.
Secondo Emanuela Canini, la possibilità che l’appello abbia successo è molto bassa; è quasi impossibile. “Loro sono andati in appello ma non c’è nulla a cui attaccarsi per lasciare questo visto in essere”, ha affermato Canini. “Purtroppo la legge dice che se lo sponsor non offre più il lavoro, il visto va cancellato perché non c’è proprio la motivazione per lasciarlo”.
Se l’appello fallisse, allora l’ultima possibilità sarebbe l’intervento del ministro dell’Immigrazione in persona, spiega Canini.
I bambini nati da residenti temporanei in Australia possono ottenere la cittadinanza dopo 10 anni di “residenza ordinaria“ in Australia. Secondo Canini, Sara e Giorgio potrebbero sperare che il ministro impieghi così tanto tempo a prendere una decisione da arrivare a quando la figlia compierà 10 anni, ma questo è improbabile, in quanto l’ufficio del Ministro seleziona la pratiche da mandare avanti e da mettere in coda e questo caso non rientra nelle linee guida del Ministro.
Inoltre in questo caso Sara e Giorgio non avrebbero automaticamente il diritto di rimanere in Australia e dovrebbero fare domanda per un qualche tipo di Parent Visa in futuro. “Per attendere la risposta del Ministro, dopo l’eventuale fallimento dell’appello in Tribunale, dovrebbero richiedere un Bridging Visa E, che non necessariamente ha un permesso di lavoro automatico”, ha affermato Canini.
Se Giorgio avesse già un altro sponsor approvato prima dell’esito dell’appello, potrebbero avere più possibilità che il Tribunale ribalti la cancellazione per mantenerlo per il nuovo sponsor, spiega Canini.
In ogni caso, nessuna strada è facile. E l’opzione di tornare in Sicilia spaventa Sara e Giorgio, per la mancanza di lavoro ed il dilagare del COVID-19. Ad aggiungersi al dramma, alcuni parenti sono mancati negli ultimi mesi.
“Dopo 8 anni noi non abbiamo neanche visto morire i nostri cari che ci hanno aiutato, non ti dico quanto”, racconta Sara.
Dopo aver finito tutti i risparmi, aver ricevuto aiuto economico da parenti italiani ed aver venduto tutto il possibile per pagare l’affitto e le spese legali, Sara e Giorgio sono esausti. “Abbiamo vissuto con 700 dollari a settimana”, racconta Sara. “Mio marito ha addirittura venduto l’orologio d’oro di suo nonno che gli era stato lasciato in eredità. Gli piaceva andare in bicicletta, ma l’ha venduta per pagare per questo appello e continuare a combattere”.
Quando Giorgio è dovuto rimanere a casa per circa un anno senza permesso di lavorare altrove, la famiglia ha dovuto arrangiarsi senza nessun sostegno da parte del governo in quanto Jobkeeper e Jobseeker non sono disponibili per i residenti temporanei. Fortunatamente, il proprietario gli ha diminuito l’affitto, anche se non era obbligato a farlo. E poi ci sono altre spese.
“Abbiamo anche un’assicurazione perché non siamo coperti a livello sanitario; devi avere un’assicurazione e questa assicurazione sono altri 300 dollari al mese”.
“Ci sentiamo truffati. Non abbiamo ricevuto nessun aiuto dal governo. Noi abbiamo sempre pagato le tasse come i residenti permanenti e i cittadini”, ha affermato Sara. “Noi siamo venuti qui anche perché mio marito ha tutta la famiglia qui”, ha dichiarato Sara.
Il nonno di Giorgio arrivò in Australia nel 1959 e, come spiega Sara, diede il suo contributo alla crescita dell’economia australiana. “Anche questo dovrebbe contare qualcosa”.
Con l’ottenimento del Bridging Visa a metà febbraio, a Giorgio è di nuovo consentito lavorare. La loro speranza è che possa trovare un altro sponsor.
Sara racconta che quando sua figlia vede il primo ministro Scott Morrison in televisione, chiede: “Mamma, ma perché non mi vuole, io sono nata qui”… “E perché l’Australia non mi vuole?”.
“E allora devi spiegare tante cose. Nell’assurdo siamo arrivati“.
Fino al 1986 se un bambino era nato in Australia questo era sufficiente per garantire che diventasse cittadino australiano. Ma dal 1987 per essere cittadini australiani alla nascita bisogna che almeno un genitore sia cittadino o residente permanente”. (aise)




Venezuela. USA e UE cambiano politica?

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bafile2021CARACAS\ aise\ – Si intitola “Venezuela: Usa e UE cambiano strategia?” l’editoriale di Mauro Bafile, direttore de La Voce d’Italia, storico quotidiano degli italiani in Venezuela ora online, che campeggia oggi in primo piano sul portale del giornale.
“L’obiettivo non cambia. Le strategie sì. Queste devono adattarsi alle circostanze che, come sappiamo, in politica sono sempre assai dinamiche”, scrive Bafile.
“L’Unione Europea non riconosce il governo del presidente Maduro. Considera che la sua rielezione sia avvenuta in maniera poco trasparente, in un clima coercitivo e con un arbitro di parte. Per lo stesso motivo, non riconosce il nuovo Parlamento. D’altronde, come considerare libere e trasparenti delle elezioni in cui i leader dell’Opposizione erano perseguitati, arrestati o rifugiati in sedi diplomatiche di paesi amici?
Certamente l’elezione della nuova Assemblea Nazionale ha sparigliato le carte in tavola. Conclusa l’attività legislativa, il Parlamento insediatosi nel 2016 è decaduto. Vengono meno, così, le premesse che hanno permesso di riconoscere Juan Guaidó presidente “ad interim” del Venezuela.
L’altro giorno, nel corso di un colloquio telefonico, la ministra degli Esteri Spagnola, Arancha González Laya, esprimeva al segretario di Stato nordamericano, Antony Blinken, la necessità di nuove strategie per quanto riguarda il Venezuela. A suo giudizio, il cammino seguito fino ad oggi non avrebbe dato i risultati che era lecito attendersi.
Anche l’Italia, alcune settimane fa, ha espresso preoccupazione per quanto sta accadendo nel Paese. Intervenendo al Gruppo di Contatto Internazionale sul Venezuela, la viceministra degli Esteri, Marina Sereni, ha riconosciuto la gravità della crisi umanitaria “aggravata dalle ripetute e sistematiche violazioni dei diritti umani fondamentali”. Ha manifestato con convinzione la necessità di una via d’uscita alla crisi politica e istituzionale che, ha sostenuto, può arrivare solo dall’avvio di un dialogo finalizzato a un processo di transizione negoziato. Insomma, una via d’uscita democratica, pacifica e inclusiva.
Dollarizzazione dell’economia, crescita esponenziale della povertà, mancanza d’acqua, di luce, di gas, di carburante, di medicine, di alimenti. Il Venezuela ha sperimentato un retrocesso che, nell’ambito sociale, lo ha riportato alla fine dell’800 e agli inizi del secolo scorso. La responsabilità non è delle sanzioni imposte da Stati Uniti e Unione Europea a coloro che si sono macchiati di crimini orrendi, di corruzione o di traffico di stupefacenti, come espresso da Alena Douhan, Relatrice Speciale dell’Onu. La responsabilità è di chi, da oltre vent’anni, ha governato con la violenza delle armi dando le spalle al Paese.
Il Venezuela, oggi, è una polveriera. Fino a quando paura e repressione riusciranno a soffocare l’esplosione sociale?”.

da “La Voce”




Roberto Rosati, l’imprenditore e uomo di punta della comunità italiana in Guatemala

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5555944 1454 roberto rosati camera commercio italiana L’AQUILA – Lo conobbi nel 1975. I suoi genitori, Gastone e Angiolina, alla stazione ferroviaria dell’Aquila gestivano il FerrHotel per il personale FS e avevano là il loro alloggio. Quando da Roma fui trasferito alla stazione dell’Aquila per poter svolgere il mandato di consigliere comunale, Roberto era un ragazzo dodicenne, molto vivace. Passarono veloci per me quegli anni, ma anche per Roberto che, presa la maturità al Liceo classico, s’iscriveva all’Università dell’Aquila, facoltà di Lettere. Nel 1993 la svolta della vita, aperta da fatti casuali e dal desiderio di conoscenza.

La raccontiamo la storia di Roberto Rosati, aquilano in Guatemala. Sono quasi 28 anni che vive nella capitale.

Roberto Rosati, anni 57, è un uomo affermato. Ha costruito con passione il suo successo, manager in vari settori d’attività, esponente di punta della comunità italiana in Guatemala. La sua storia registra costante impegno nel promuovere la cultura italiana e nel rafforzare la nostra presenza nell’economia di quel Paese. Ha guidato per molti anni la Camera di Commercio italiana. Attiva la sua presenza nella solidarietà. Per questo il Presidente Napolitano nel 2012 gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia.

Interessante la sua vita. «Alle Olimpiadi di Barcellona – mi racconta – conobbi un gruppo di guatemaltechi. Quell’incontro stimolò il mio viaggio in Guatemala nel 1993, approfittando dell’ospitalità e per conoscere una cultura tutta da scoprire. Mi resi subito conto che il Paese offriva opportunità di lavoro e crescita professionale che in Italia stavano riducendosi. Decisi così di rimanere qualche tempo nel Paese».

Infatti, avuto un periodo di docenza all’Università gesuita Landivar, Rosati divenne poi Segretario generale della Camera di Commercio, per tre anni. Nel frattempo gli si apriva una possibilità di lavoro nella locale sede delle Generali. «Iniziai nel ’96 un percorso professionale nuovo, come vicedirettore del ramo infortuni. Tre anni dopo presi una laurea negli Stati Uniti in Health Insurance Associate. Lavorai sei anni alle Generali, poi entrai nell’American International Group, all’epoca uno dei gruppi finanziari ed assicurativi più forti del mondo. Ero direttore commerciale della filiale in Guatemala».

Roberto è sposato con Teresa Ruiz, colombiana, ingegnere industriale. Dal loro matrimonio nel 2000 è nata Valeria, che ora studia e lavora a Vancouver, in Canada, nel campo degli effetti speciali per il cinema, tv e videogiochi. Anche la moglie è entrata in alcune imprese. «Nel 2008 – aggiunge Roberto – presi un cammino indipendente. Fondai un’impresa di consulenza e rappresentanze commerciali. Offrivo servizi di consulenza assicurativa a varie compagnie, istituzioni e broker. Quattro anni fa, con mia moglie Teresa, abbiamo avviato un’attività di import, macchinari per la depurazione dell’acqua. Abbiamo poi aggiunto una branca nel settore della sicurezza elettronica antincendio, con apparecchiature di un’azienda italiana e un’altra cipriota. Infine il progetto nato quest’anno che richiama le mie radici. Una fabbrica artigianale di liquori a base di erbe, secondo la tradizione abruzzese, con il marchio “La bottega di nonna”, mi ricorda mia madre».

Chiedo infine a Roberto qual è il suo impegno in seno alla comunità italiana. «Ho insegnato italiano per anni, alla Dante. Nel 2008 sono stato uno dei fondatori della nuova Camera di Commercio, l’altra chiuse nel ’98. Per due mandati ne sono stato il Presidente. Con la nostra comunità ho una forte relazione, anche come membro del Direttivo nell’Associazione di Beneficenza e nella Dante Alighieri».

Quale sogno nel cassetto? «Tornare un giorno in Italia assieme a mia moglie per vivere i nostri anni di riposo all’Aquila, città che mi ha visto nascere, amata da tutta la mia famiglia».

Goffredo Palmerini

Da Il Messaggero




Residente all’estero con cessione del credito

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aire 850x672 746830La persona fisica residente all’estero e proprietaria di una casa in Italia, essendo titolare del relativo reddito fondiario, può accedere al superbonus del 110%, ferma restando la presenza dei requisiti e delle condizioni previste dall’impianto normativo. E in assenza di una imposta lorda, sulla quale operare la detrazione, il contribuente potrà optare per la sconto in fattura o cessione del credito.

Questa una delle ulteriori indicazioni fornite con una recente risposta a un interpello (n. 60) sulla fruibilità della detrazione maggiorata del 110%, di cui all’art. 119 del dl 34/2020, convertito con modifiche nella legge 77/2020 e ulteriormente modificato dalla legge 178/2020 (legge di Bilancio 2021).

Non residente. Nella propria istanza di interpello, un soggetto fiscalmente non residente afferma di essere proprietario, in Italia, esclusivamente di una abitazione sulla quale ha intenzione di eseguire alcuni lavori ammissibili al superbonus del 110%.

Stante ciò, si limite ad affermare quanto appena indicato e chiede se, in qualità di non residente sul territorio italiano, può optare per la cessione del credito d’imposta corrispondente alla detrazione spettante, ai sensi del successivo art. 121 del dl 34/2020, essendo soltanto titolare del reddito (fondiario) relativo al detto immobile, su cui saranno eseguiti gli interventi.

L’Agenzia delle entrate eccepisce che l’istanza è generica e non circostanziata, con la conseguenza che la stessa non consente una adeguata valutazione della fattispecie rappresentata, e pertanto si limita a fornire alcune indicazioni di principio nel generale presupposto che il contribuente non è residente e che è in procinto di eseguire interventi agevolabili, ai sensi degli articoli 119 e 121 del dl 34/2020.

Dopo un preciso excursus della disciplina, evidenzia che, se spettante, la detrazione, in assenza di una imposta lorda, può essere ceduta per opzione, da eseguirsi con la nota comunicazione telematica (provvedimento n. 283847/2020), avvalendosi di un intermediario abilitato.

Nel merito, l’agenzia ricorda che, come già indicato in un precedente documento di prassi (circ. 24/E/2020), la detrazione riguarda tutti i contribuenti residenti e non residenti nel territorio dello Stato che sostengono le spese per l’esecuzione degli interventi agevolati che, però, non può essere utilizzata dai soggetti che possiedono redditi assoggettati a tassazione separata o a imposta sostitutiva o che vedono assorbita l’imposta lorda da altre detrazioni e che, quindi, possono optare per la cessione o sconto sul corrispettivo, ai sensi dell’art. 121 citato.

In aggiunta, e condizione necessaria anche per ottenere la cessione o lo sconto, è che il contribuente sia in possesso di un reddito imponibile; nella fattispecie presentata, l’istante, quale proprietario di una abitazione sul territorio, risulta essere titolare del relativo reddito fondiario e, di conseguenza, allo stesso non è preclusa la fruibilità della detrazione maggiorata del 110%, ferma restando la presenza dei requisiti e delle condizioni richieste dalle norme, potendo altresì optare per la cessione o sconto, in mancanza di una imposta lorda sulla quale scaricare la detta detrazione.

Onlus. La seconda risposta (n. 64) riguarda una fondazione, iscritta all’anagrafe Onlus, che intende eseguire su immobili posseduti a vario titolo (proprietà, nuda proprietà e proprietà superficiaria) censiti in catasto in varie categorie (A/2, B/1, B/2 e C/6) interventi potenzialmente destinatari della detrazione del 110%.

Sul punto, l’Agenzia delle entrate, dopo aver richiamato e analizzato le disposizioni vigenti, precisa che una fondazione, iscritta all’anagrafe delle Onlus, può beneficiare certamente del superbonus, di cui all’art. 119 del dl 34/2020, per gli interventi effettuati sugli immobili abitativi e strumentali a vario titolo posseduti (piena proprietà, nuda proprietà e proprietà superficiaria) nel presupposto, però, che siano rispettate tutte le condizioni previste per accedere all’agevolazione.

Di conseguenza, per tale soggetto giuridico, rientrante tra quelli contemplati dalla lettera d-bis) del comma 9 dell’art. 119 richiamato, non essendo prevista alcuna limitazione espressa, il beneficio spetta per tutti gli interventi agevolabili, indipendentemente dalla categoria catastale e dalla destinazione dell’immobile oggetto degli interventi medesimi, ferma restando la necessità che i lavori ammessi alla detrazione maggiorata del 110% siano eseguiti sull’intero edificio o sulle singole unità immobiliari.

tratto da “Italia Oggi”




Crisi di governo, Cario: il responsabile con la sorella neoassunta al consolato in Argentina

Cario

CarioLunedì mattina, Calle Reconquista 572, Buenos Aires: una nuova contrattista entra nella sede del consolato generale italiano. Si chiama Fiorella Cario, è una delle rappresentanti di una famiglia emigrata dalla Calabria attiva nel campo dell’editoria e dell’associazionismo ma ha soprattutto una parentela importante: è la sorella del senatore Adriano Cario, uno dei “responsabili” che due giorni dopo abbraccerà con passione la causa di Giuseppe Conte, finendo nel nuovo gruppo dei “responsabili” formato da una pattuglia di parlamentari oggetto di lunga e faticosa trattativa.

Che ci sia un nesso fra i due fatti – il rinnovato sostegno di Cario al governo e l’assunzione a tempo della sorella nella sede diplomatica che dipende dal ministero degli Esteri – nessuno può provarlo. Ma il dubbio è lecito, sollecita già accuse trasversali e viaggia su un’interrogazione parlamentare firmata dal deputato di Fdi Andrea Delmastro Delle Vedove, presidente della giunta per le autorizzazioni della Camera: “Io non so se ci sia un conflitto d’interessi sancito dalla legge, verificheremo: di certo questa assunzione – afferma Delmastro – solleva una questione di opportunità grande come una casa. Perché c’è una crisi di governo e le cronache parlano con insistenza di una compravendita di parlamentari: cosa c’è dietro il contratto alla signora Cairo?”.

Un sospetto chiama un altro: perché Fiorella Cario è finita a lavorare in una sede consolare che è al centro di un’indagine della Procura di Roma su brogli elettorali che riguarderebbero proprio il fratello senatore. C’è un esposto di un candidato non eletto, Fabio Porta del Pd, che denuncia che in almeno 16 seggi Cario ha ricevuto una mole di consensi decisamente anomala (in alcuni casi il 99 per cento dei voti scrutinati) che sarebbero stati vergati – questa è l’accusa – dalle stesse mani.

Le procedure del voto degli italiani all’estero fanno capo proprio ai consolati. Pure Porta, ovviamente, parla “di un’assunzione totalmente inopportuna” e di un “vero e proprio conflitto d’interessi”, perché “Cario è residente nella capitale argentina e perché fa parte di un movimemto, il Maie, il cui presidente Ricardo Merlo (altro esponente dei “responsabili” contiani) è sottosegretario con diretta competenza sui servizi consolari, compresa l’organizzazione delle operazioni elettorali”.

Insomma, questa vicenda alimenta anche il sospetto che Fiorella Cario, nella sede consolare, possa in qualche modo inquinare le prove dell’indagine sul voto del 2018 o condizionare le prossime prove elettorali. Impossibile contattare il senatore: cellulare sempre staccato. In compenso il console generale, Marco Petacco, risponde con garbo al telefono: “La signora Cario io neppure la conoscevo, fa parte di un elenco di collaboratori fornito da una società di lavoro interinale, la Gi Group. Il nostro rapporto è con questa società, non con la persona interessata, che ha un contratto atempo, per un limitato numero di ore settimanali, e si occuperà solo di digitalizzazione di fascicoli già trattati”.

Petacco sottolinea che la contrattista, come altro personale del consolato “non può avere accesso accesso al materiale elettorale. Conflitto d’interesse? Si potrebbe configurare – dice – solo in caso di mansioni più elevate. E comunque non c’è una legge che ci impedisce di assumere il parente di un senatore”. Ma le perplessità, e le polemiche, corrono veloci sull’asse fra Roma e Buenos Aires.

tratto da “La Repubblica.it”




Europeisti – Maie. Fazzolari: nuovo gruppo parte con scandalo conflitto di interessi

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maie 716x393 1“Il sottosegretario agli Esteri Riccardo Merlo, che con la sua sigla MAIE degli italiani eletti in Sud America ha permesso la nascita del gruppo di “responsabili europeisti” a sostegno di Conte, sarebbe coinvolto in un gravissimo caso di conflitto di interessi che potrebbe aver esposto l’Italia a ingerenze straniere.

Risulta infatti che il dottor Daniel Oscar Ramundo avrebbe ricoperto  contemporaneamente il ruolo di segretario particolare del sottosegretario al ministero degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale, Ricardo Merlo, e di deputato del Parlamento del Mercosur, l’istituzione parlamentare del mercato comune dell’America Meridionale.

Dal curriculum di Ramundo pubblicato sul sito MAE risulta che si è dimesso dalla carica di deputato, ma sul sito del Mercosur si evince che sia rimasto deputato fino al 31 dicembre del 2020 e cioè per l’intero periodo in cui è stato segretario particolare del sottosegretario Merlo. Insomma, Merlo e Ramundo, oltre ad aver dichiarato il falso, avrebbero esposto la nostra Nazione a possibili ingerenze e interferenze straniere.

Ritengo che su questo punto il sottosegretario Merlo debba fare immediatamente chiarezza, soprattutto ora che le sorti del prossimo Governo rischiano di dipendere da un gruppo di voltagabbana che si autoproclamano “responsabili” e che trovano l’immediata dignità di un gruppo parlamentare al Senato proprio sotto la sigla del MAIE di Merlo. Se queste sono le premesse del nuovo gruppo di Giuseppe Conte, non osiamo pensare a cosa si ridurrebbe il Conte ter”.

Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Giovanbattista Fazzolari, responsabile nazionale del programma di FdI.

Tratto da “fratelli-italia.it”




Australia: quali sono i titolari di visto che dovranno pagare il vaccino Covid19 di tasca propria?

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vaccino covid 1L’Australia inizierà la campagna di immunizzazione a febbraio: il vaccino sarà gratuito per i cittadini australiani, per i residenti permanenti e per la maggior parte dei titolari di visto. Ma per circa 65.000 temporanei sarà a pagamento”. Qualche chiarimento al riguardo arriva da un articolo a firma di Francesca Valdinoci, pubblicato sul portale di SBS Italian, lo Special Broadcasting Service che diffonde notizie in lingua italiana in tutto il Paese.
“Alessandra si trovava a Giacarta, dove viveva con il marito Chris – un cittadino australiano – quando la pandemia di coronavirus ha colpito l’Indonesia.
“Dopo aver vissuto in Asia per molti anni, stavamo prendendo in considerazione l’idea di trasferirci in Australia ancor prima dell’arrivo del coronavirus. La pandemia ha solo accelerato le cose”, ha raccontato l’italiana a SBS Italian.
La coppia è riuscita a entrare in Australia nell’aprile 2020, subito dopo la chiusura dei confini internazionali.
“Grazie al fatto che mio marito è australiano, mi è stato concesso un visto turistico 600 valido per tre mesi. A luglio ho fatto nuovamente domanda e, avendo superato i controlli sanitari, mi è stata concessa un’estensione di sei mesi, che scadrà a febbraio”.
Per questo, il mese scorso l’italiana ha chiesto un’altra estensione del visto turistico per poter rimanere nel paese fino a dicembre 2021 ed è al momento in attesa di approvazione.
Alessandra conta quindi di essere nel Paese quando si darà il via alla campagna di immunizzazione e soprattutto di poter ricevere il vaccino, come suo marito, quanto prima.
Eppure, in base alla roadmap annunciata dal governo australiano, il vaccino sarà gratuito per tutti i cittadini australiani, per i residenti permanenti e per la maggior parte dei titolari di visto, ad esclusione di coloro che si trovano in possesso di visti turistici.
In questa categoria ricadono le sottoclassi 600, 771, 601 attualmente escluse dal piano di vaccinazione gratuita che potranno accedere al vaccino solo a pagamento.
Secondo i dati del Dipartimento degli Interni sono circa 69.000 le persone che si trovano al momento nel Paese grazie a questi visti.
“Come partner di un cittadino australiano credo sarebbe corretto ricevere la vaccinazione gratuitamente. Del resto, se mio marito fosse in Italia riceverebbe il vaccino gratuitamente; lui ha diritti nel mio Paese mentre io qui non ne ho”.
Grazie ad un accordo sanitario che l’Australia ha siglato con 11 Paesi – tra i quali l’Italia – Alessandra è stata coperta da Medicare per i primi sei mesi dal suo ingresso nel paese, periodo poi esteso con il secondo visto turistico e che spera sarà rinnovato con la conferma del prossimo visto.
Ma ci sono oltre 65.000 stranieri che si trovano con visti turistici da Paesi che sono esclusi da questo accordo.
Rajesh Kumar, un cittadino indiano che si trova in Australia con visto turistico ha dichiarato di essere disposto a pagare per il vaccino, qualora fosse costretto a farlo.
“Mi sento fortunato ad essere in Australia in questo momento data la situazione in India, dove potrebbero essere necessari alcuni anni per vaccinare l’intera popolazione. Naturalmente, mi piacerebbe essere incluso nel programma di immunizzazione come altri titolari di visti temporanei, ma sono disposto a pagarlo se devo“.
“Spero che abbia un prezzo ragionevole“, dichiara Kumar.
Quale sarà il costo del vaccino anti COVID-19?
L’Australian Technical Advisory Group on Immunization ha identificato i gruppi che per primi riceveranno il vaccino; questi includono personale sanitario e di operatori di assistenza agli anziani e ai disabili, soggetti a rischio di sviluppare malattie gravi in conseguenza all’infezione da COVID-19, aborigeni e isolani dello Stretto di Torres e anziani.
SBS Italian ha chiesto al Dipartimento della Sanità quale sarà la priorità accordata ai titolari di visti turistici e il costo che dovranno sostenere per la vaccinazione contro il COVID-19, ma non ha ricevuto alcun commento.
Secondo Forbes, negli Stati Uniti la casa farmaceutica Pfizer-BioNTech ha fissato il prezzo iniziale di una dose a 19,5 dollari USA, per un totale di 39 dollari per le due dosi necessarie all’immunizzazione mentre una dose del vaccino AstraZeneca costa dai 3 ai 4 dollari.
Il governo australiano ha acquistato 10 milioni di dosi di vaccino Pfizer-BioNTech, che dovrebbe essere approvato dalla TGA questo mese. I gruppi prioritari riceveranno questo primo quantitativo del vaccino.
Il governo si è anche assicurato 54 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca con 3,8 milioni di dosi in consegna e 50 milioni da produrre su territorio nazionale”.

da SBS




Stoccolma. Il Coronavirus e i pensionati italiani in Svezia

anzianigiovani

anzianigiovani“Il Lavoratore ha rivolto domande ad alcuni pensionati italiani della zona di Stoccolma per capire come hanno vissuto questo 2020, l’anno del COVID”. Questa la premessa della serie di mini-interviste che Antonella Dolci, direttrice editoriale de “Il Lavoratore”, Trimestrale della FAIS – Federazione Associazione Italiane in Svezia, ha rivolto a 8 pensionati italiani.
Giorgio Potenziani, 1936
Mi chiedi se è cambiata la mia vita quest’anno? Certo, è cambiata molto. Mi sento così isolato, mi manca molto la compagnia. E poi, questo fatto di non essere più libero di decidere, di scegliere, di fare progetti. Ho seguito molto la televisione per ricevere informazioni e tante me le ha date anche la SAI. Per fortuna, ho familiari che mi hanno dato molto aiuto, e qualche volta anche l’associazione. Ora c’è una ripresa del contagio, qui a Stoccolma, e mi preoccupa molto che non si trovi un vaccino. La mia grande speranza è che si trovi un vaccino.
Rocco Franzè, 1940
Quello di cui sento più la mancanza è di non poter andare in Italia, chissà per quanto tempo. E`stato un brutto periodo, che dura ancora. Per me il momento peggiore è stato quando sono stato dichiarato positivo. Sono stati tre brutti giorni e poi c’è stata la quarantena. Solo allora ho chiesto e ricevuto aiuto per andare a comprare medicine in farmacia. Guardo sempre le notizie in televisione e tutte le informazioni sulla pandemia le ho ascoltate lí. Qualche effetto positivo comunque la pandemia l’ha avuto: direi che c´è più rispetto per il prossimo, cercare di mantenere le distanze, cose così. Però mi sento piuttosto tranquillo, non sento timore.
Arcangelo Strada, 1944
La vita è cambiata, certo, ma per fortuna mantengo contatti con la mia associazione. Sento però di aver perso la mia libertà e questo mi pesa molto. Ho molta paura di uscire di casa, di entrare in contatto con la gente. I momenti più difficili per me sono stati all’inizio della pandemia, cambiare completamente le mie abitudini: andavo sempre alla SAI, mi incontravo lí con amici. Ho sempre avuto tutte le informazioni di cui avevo bisogno tramite l’associazione o i miei familiari. E`stata la famiglia ad aiutarmi ogni volta che ne avevo bisogno. La mia grande speranza è che trovino un vaccino, sono in tanti i ricercatori a cercarlo. E`una brutta pandemia e non mi pare che abbia comportato niente di positivo. Vivo continuamente nel timore di essere infettato dal virus. Non mi pare che le autorità o le associazioni avrebbero potuto fare più di quello che hanno fatto per aiutarci. Qui in Svezia, mi pare, la pandemia ha messo in luce molti brutti aspetti di questa società. Veneziano, 1931 Per me quest’anno è stato marcato dalla malattia, mia e di mia moglie, e non era il virus. Credo che sia stata un’esperienza che mi ha spinto a rivalutare tante cose, che magari prima non mi parevano importanti. E`stato un periodo molto difficile. Seguivo quello che succedeva sui giornali e alla TV. Ho sentito molta solidarietà, anche dai vicini e poi dall’associazione. Il mio più grande desiderio sarebbe guarire e avere sufficienti forze per assistere mia moglie. Invece vivo nel timore del contagio. Mi pare che le autorità italiane dovrebbero trovare un modo di fare di più per aiutare chi ha bisogno. Comunque, ora, dalla FAIS ricevo aiuto per fare la spesa già che non oso uscire di casa.
Codigorese, 1945
Quello che mi è mancato di più, e quello che più mi manca in questo momento, è di non poter viaggiare a trovare le nostre famiglie, io in Italia e mia moglie in Finlandia. Non si tratta di vacanze, ma siamo preoccupati per la situazione che vivono i nostri congiunti e l’impossibilità di aiutarli. Ho un fratello a Sirmione e so che è completamente isolato, neanche a più di 200 metri da casa può andare. Poi ci sono anche cose pratiche, abbiamo una casa lí, non sappiamo in che stato sta, se sono necessarie riparazioni. In realtà, a mia moglie e a me, personalmente, il virus non ci ha colpiti molto. Stiamo in buona salute e abbiamo una casetta in campagna dove cerchiamo di passare il maggior tempo 13 Approfondimento possibile: usciamo a passeggiare nel bosco, raccogliamo funghi. Il fatto che siamo in due e in buona salute mi pare essenziale. Evitiamo assembramenti e riunioni familiari allargate ma io non esito, con le solite misure di prudenza, a fare la spesa, servirmi dei mezzi pubblici. Usavamo viaggiare spesso in Italia e mi fa un po`rabbia che per due di questi viaggi che avevamo già pagato, uno addirittura con tutta la famiglia al gran completo, le compagnie aeree non abbiano voluto restituire i soldi ma ci hanno dato dei bonus che non sappiamo se ci pagheranno mai, anche perché una delle compagnie rischia ora il fallimento. O che esigano che paghiamo spese amministrative, se li restituiamo. Dato che siamo in due e in buona salute, non abbiamo avuto bisogno di aiuto esterno. Anzi, siamo contenti di poter aiutare noi qualche volta, per esempio badando ai nipotini quando i loro genitori vanno a giocare a tennis o al cinema. Non posso dire di avere paura, di ammalarmi o altro. Perlomeno non ho timore per me o mia moglie ma sono preoccupato per mia figlia che deve andare a lavorare ogni giorno in un laboratorio di analisi. Per fortuna il suo datore di lavoro ha mostrato comprensione, già che non può lavorare da casa, e le paga il viaggio in macchina e il parcheggio. Sono certo che ci siano anziani italiani isolati ma io non ne conosco personalmente. Non so se le associazioni lo fanno, telefonare ai soci e chiedere se hanno bisogno di aiuto e poi cercare dei volontari. Ma noi vecchi italiani di altri tempi, credo che abbiamo difficoltà a chiedere aiuto, anche se ne abbiamo bisogno, per non disturbare, perché ognuno deve cavarsela da sé, o magari anche perché si ha paura che venga qualcuno sconosciuto in casa. O che veda che c’è un gran disordine, che non abbiamo la forza di fare le faccende. Abbiamo tanto tempo libero, mia moglie ed io, e possiamo ascoltare tutto il giorno le informazioni che vengono sia dalla radio e televisione svedese che da quella italiana. Direi che ne abbiamo ricevute anche troppe, di informazioni. A un certo punto bisogna tagliare e trovare qualche modo di continuare una vita quasi normale. Mi preoccupano in questo momento le mutazioni del virus, questa storia dei visoni. Ci sarà il rischio che si trametta ad altri animali? O addirittura a esseri umani?
Tino Gritti, 1948
È stata un’esperienza molto particolare, questa pandemia del 2020. Il più grande cambio nella nostra vita è di non poter fare lunghi soggiorni in Italia, come avevamo sempre fatto. Ci siamo andati anche quest’anno in luglio, in macchina, e l’idea era di fermarci da mio fratello che ha un podere e restarci fino alla raccolta delle ulive come facevamo ogni anno. Abbiamo anche un oliveto in Liguria, vicino a S. Remo, una zona poco colpita dalla pandemia. Invece siamo andati via prima, a fine ottobre, perché la situazione in Italia si era aggravata e rischiavamo di non poter tornare. Certo, la nostra vita è cambiata, siamo più chiusi, incontriamo poca gente. Ma è una bella differenza quando si è in due. E sani. E considero che abbiamo avuto fortuna di vivere quest’esperienza in Svezia, dove il lockdown è stato meno estremo ed era possibile muoversi e viaggiare. Siamo stati sempre attenti, sí, ma eravamo sani. Direi che, ma solo sul piano individuale, quest’esperienza ha contenuto anche aspetti positivi: capire che non tutto ci è dovuto, che la vita è più fragile di quello che pensiamo, che è importante la solidarietà, con i vicini, con i parenti. Io ho un carattere ottimista e punto sul futuro. Non ho particolare paura di ammalarmi, passeggio, gioco a tennis ma caffè, ristoranti, cinema quello no, lo evito. Dato che siamo in due e in buona salute, non abbiamo avuto per fortuna bisogno di aiuto. E tutta l’informazione di cui avevamo bisogno l’abbiamo ricevuta dalla radio e dalla TV.
Anna Maria Luporini, 1938
Sì, è stato un periodo difficile. Io sono molto socievole, allegra, mi piace la compagnia. Andavo due volte alla settimana ad un centro diurno in una casa per anziani delle vicinanze. Si parlava, si mangiava insieme, e soprattutto si ballava. Mi ê sempre piaciuto il ballo e sono sempre andata a feste da ballo, per esempio quelle organizzate dal circolo italiano, ma anche altre. Nel Centro ho conosciuto un signore di 88 anni che vive nella 14 Detto fra noi residenza ed è venuta fuori una bella amicizia: andavamo a passeggio, a cenare fuori, e questo mi manca molto. Comunichiamo per Skype ora, è una persona cosí gentile e affettuosa, è un grande aiuto per me. Ho ripreso a tornare qualche volta al Centro, quando lo hanno consentito: ballare non si può ma rispettando le distanze si può mangiare insieme e conversare. L’isolamento, per me che amo la compagnia, star con la gente, mi pesa un po´. Anche i figli, che vivono a Stoccolma, non vogliono venire a casa mia per proteggermi e comunichiamo con Skype. Mia figlia, però, viene ogni tanto, verrà stasera, per aiutarmi con le carte per un problema che ho con una banca in Italia. Non serve a niente lamentarsi, comunque, non è nel mio carattere, e cerco di trovare soluzioni ai problemi. Esco a fare passeggiate, da sola perché le amiche non osano, comunico con tutti con Skype o Whats App. La spesa, o l’acquisto delle medicine, lo faccio per Internet o mi aiuta mia figlia o qualche vicino. Tutte le informazioni le ricevo dai figli, dalla televisione, guardo sia quella svedese che quella italiana. Certo ci è venuta addosso una grande solitudine e penso che per la prima volta starò sola per Natale, non oso riunire la famiglia a casa mia come usavamo fare. Non posso dire di aver paura di ammalarmi: mantenendo le distanze, lavandomi spesso le mani, e mettendomi anche la mascherina quando vado nei negozi, dovrebbe andar bene. E sarà come Dio vorrà. Mi conforta la fede e seguo la Messa in televisione tutte le domeniche. Quello che mi manca di più è di non poter andare in Italia. Ho fratelli e sorelle lí, in particolare a Pisa una sorella gemella a cui sono legatissima. L’ho vista l’ultima volta nel settembre del 2019. Certo, comunichiamo per telefono, via Skype, ma so che è molto sola, non è in ottima salute, la situazione lì è molto difficile, e vorrei tanto stare con lei, darle forza. Ma quando non c’è rimedio, è inutile stare lì a rimuginare e tormentarsi. E io mi arrangio.
Christina Baccarini, 1955, anche per Ernesto, 1942
L’aspetto peggiore per noi di questa pandemia è la vita in isolamento, non poter incontrare nessuno, non poter andare da nessuna parte. Ernesto poi, che ha una salute delicata, credo sia uscito di casa tre volte in questi mesi. Lo scoppio della pandemia mi ha sorpreso mentre ero in vacanza a Capo Verde ma è stato tutto molto ben organizzato e sono potuta tornare senza intralci. Io cerco di non prendermela troppo e di fare buon viso a cattivo gioco: esco, faccio la spesa, lavoro a distanza. Certo, mi preoccupa e mi irrita che tanta gente non sembri capire la gravità della situazione e sbotto quando qualcuno che ha fretta mi spinge al supermercato per servirsi prima. Non vedo proprio che cosa si possa trovare di positivo in questa esperienza: forse, che si fanno un po`meno compere? Per fortuna abbiamo i figli che ci vengono a trovare spesso, con tutte le dovute misure di prudenza, e il Natale lo passeremo con loro. Il momento peggiore per me è stato quando si è contagiata nostra figlia ma ora per fortuna è del tutto rimessa. Seguiamo le notizie sia dalla Svezia che dall’Italia. Non ho paura di ammalarmi, sono convinta che mantenendo la distanza e lavandomi le mani me la cavo. Non ripongo molte speranze nell’arrivo del vaccino: temo che lo mettano sul mercato troppo presto, che non sia stato provato a sufficienza, e che poi vengano fuori, come è successo prima, una quantità di danni collaterali. Se si possono leggere alcune tendenze in un gruppo così piccolo, direi che si può notare una grande capacità di resilienza, di servirsi degli strumenti digitali a disposizione per facilitare la vita, poca tendenza al vittimismo e all’autocompassione, forse perché per questa generazione che ha vissuto la guerra o il dopoguerra, le crisi non sono nuove, non ultima la dura crisi dell’emigrazione. Manca la compagnia, certo, e chi è in coppia sottolinea quanto questo renda più sopportabile l’isolamento. E in tutti, ovviamente, una ferita aperta: non poter andare in Italia, non per bere un aperitivo con l’ombrellino sulla spiaggia ma per poter visitare, aiutare i parenti che stanno lì: la grande ferita di ogni emigrazione”.

da “Il Lavoratore”




Quali sono i passaporti più “influenti” al mondo?

passaporti italia australia

passaporti italia australiaHenley & Partners, che periodicamente classifica i passaporti in base al livello di libertà di viaggio che consentono ai cittadini, ha pubblicato il suo primo Henley Passport Index del 2021”, come riferisce Chiara Pazzano in un articolo pubblicato oggi sul portale di SBS Italian, lo Special Broadcasting Service che diffonde notizie in lingua italiana in tutta l’Australia.
“Anche se i viaggi internazionali non sono un’opzione per milioni di persone a causa della pandemia COVID-19, l’indice continua a classificare le nazioni in base al numero di Paesi alla quale si ha accesso senza visto con un determinato passaporto.
Il Giappone è in testa, offrendo accesso senza o con visto in 191 posti in tutto il mondo. Seguono Singapore e Corea del Sud insieme alla Germania. Appena fuori dalle top 3 troviamo l’Italia, al quarto posto.
La precedente classifica trimestrale vedeva il passaporto della Nuova Zelanda al primo posto, seguito dall’Australia al numero due, insieme ad altre 11 nazioni. L’Australia è scesa all’ottavo posto, insieme a Malta, Grecia e Repubblica Ceca, con un punteggio di 184. La Nuova Zelanda si trova invece al settimo posto, con accesso senza visto a 185 destinazioni.
Gli ultimi anni hanno visto un rafforzamento dei passaporti dalla regione Asia-Pacifico (APAC), con nazioni come Giappone, Singapore e Corea del Sud che hanno preso il posto di Paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito e le nazioni europee. E questa tendenza probabilmente continuerà con il ritorno dei viaggi internazionali dopo la pandemia, secondo il rapporto di Henley & Partners.
“È un fenomeno relativamente nuovo”, si legge nel rapporto. “Gli esperti suggeriscono che la posizione di forza della regione APAC continuerà, in quanto include alcuni dei primi Paesi ad iniziare il processo di ripresa dalla pandemia. Con gli Stati Uniti e il Regno Unito che devono ancora affrontare sfide significative legate al virus e l’influenza del passaporto di entrambi i Paesi che continua a erodersi costantemente, l’equilibrio del potere sta cambiando”.
La classifica di Henley and Partners valuta 199 passaporti mondiali e tiene conto degli sviluppi negli accordi sui visti tra le giurisdizioni di tutto il mondo.
Il rapporto ha rilevato che nel 2020 c’erano pochi accordi di visto degni di nota, ad eccezione degli Emirati Arabi Uniti, che hanno lavorato a una serie di intese con altri Paesi che gli hanno fatto guadagnare il 16° posto della classifica.
Quando l’Henley Passport Index è stato pubblicato per la prima volta nel 2006, gli Emirati Arabi Uniti erano in fondo alla lista al 62° posto.
I dieci passaporti più influenti nel 2021
Ecco la classifica dei 10 Stati che offrono passaporti più influenti e il numero di destinazioni aperte: 1. Giappone (191 destinazioni); 2. Singapore (190); 3. Corea del Sud, Germania (189); 4. Italia, Finlandia, Spagna, Lussemburgo (188); 5. Danimarca, Austria (187); 6. Svezia, Francia, Portogallo, Paesi Bassi, Irlanda (186); 7. Svizzera, Stati Uniti, Regno Unito, Norvegia, Belgio, Nuova Zelanda (185); 8. Grecia, Malta, Repubblica Ceca, Australia (184); 9. Canada (183); 10. Ungheria (181).
I passaporti più deboli nel 2021
101. Iran, Bangladesh (41 destinazioni); 102. Libano, Kosovo, Sudan (40); 103. Corea del Nord (39); 104. Libia, Nepal (38); 105. Territori palestinesi (37); 106. Somalia, Yemen (33); 107. Pakistan (32); 108. Siria (29); 109. Iraq (28); 110. Afghanistan (26)”.

da SBS