Repubblica Dominicana, il cappio del deficit elettrico: 331 milioni di pesos al giorno. Ma chi pagherà il conto?

Il sussidio al settore elettrico rischia di raggiungere 121 miliardi di pesos nel 2026. Quasi il 40% dell’energia acquistata dalle distributrici non viene fatturato e riscosso. Continuare a mettere denaro pubblico nel sistema senza cambiare le regole significa alimentare una voragine che prima o poi ricadrà su tutti i cittadini.

Trecentotrentuno milioni e mezzo di pesos al giorno. È quanto costa alla Repubblica Dominicana sostenere il sistema elettrico, secondo i dati pubblicati il 5 novembre da Diario Libre. Una cifra che, da sola, dovrebbe bastare a provocare una discussione nazionale e soprattutto a imporre una domanda: fino a quando il Paese potrà continuare a finanziare un sistema che sembra incapace di risolvere i propri problemi?
Al 23 ottobre 2026 il governo aveva già trasferito alle imprese distributrici pubbliche 98.132,8 milioni di pesos. Il bilancio iniziale, che prevedeva 92.475,8 milioni, era già stato aumentato a 103.984,4 milioni. E nonostante questo, la previsione di spesa per la fine dell’anno arriva a circa 121 miliardi.
Non siamo davanti a una spesa occasionale provocata da un’emergenza internazionale o da un aumento temporaneo dei prezzi dei combustibili. Siamo davanti a un problema strutturale, che si ripresenta anno dopo anno e che assorbe risorse pubbliche che potrebbero essere destinate alla sanità, all’istruzione, alle infrastrutture e alla sicurezza.
Il vero scandalo è l’energia che si perde
Il dato più inquietante non è soltanto quello dei miliardi spesi, ma ciò che accade all’interno del sistema.
Secondo il rapporto sul rendimento delle imprese elettriche statali relativo al periodo gennaio-luglio 2026, le distributrici hanno acquistato 12.072,1 gigawattora di energia. Di questa quantità, 4.814,9 gigawattora non sono stati fatturati. Altri 508,8 gigawattora, pur essendo stati fatturati, non sono stati riscossi.
Il risultato è una perdita complessiva pari al 44,1% dell’energia acquistata.
In altre parole, per ogni 100 unità di energia comprate, soltanto poco più di 55 producono effettivamente un incasso.
Le differenze tra le tre imprese sono significative. Edeeste presenta una situazione particolarmente grave, con perdite del 56,7% nel luglio 2026, mentre Edesur registra il 32,9% ed Edenorte il 26,8%.
Non si tratta soltanto di problemi tecnici. Le perdite comprendono energia dispersa attraverso reti e impianti inefficienti, ma anche elettricità consumata e non fatturata, furti, allacciamenti irregolari e bollette emesse ma non pagate.
È difficile immaginare un’attività economica privata che possa sopravvivere a lungo perdendo quasi la metà del prodotto che acquista. Eppure, nel settore elettrico dominicano, questa situazione continua a essere sostenuta attraverso trasferimenti di denaro pubblico.
Come uscire da questo cappio?
La soluzione non può essere un’altra iniezione di denaro, né un semplice aumento delle bollette. Prima di chiedere nuovi sacrifici ai cittadini bisogna dimostrare che il sistema è stato riorganizzato e che ogni peso pubblico viene utilizzato per ottenere risultati misurabili.
Ci sono almeno cinque interventi che non possono più essere rimandati.
1. Ridurre drasticamente le perdite.
La prima priorità deve essere investire nelle reti di distribuzione, sostituire trasformatori e linee obsolete, installare contatori affidabili e modernizzare le infrastrutture. Non basta comprare energia: bisogna essere in grado di consegnarla, misurarla, fatturarla e riscuoterla.
2. Combattere gli allacciamenti illegali, senza fare sconti a nessuno.
Il furto di energia non può essere considerato una consuetudine tollerabile. Ma la lotta agli allacciamenti clandestini deve essere accompagnata dalla regolarizzazione delle famiglie che vivono in condizioni di vulnerabilità. Chi può pagare deve pagare; chi non può permettersi il servizio deve essere sostenuto attraverso programmi sociali trasparenti, non lasciato nell’illegalità.
3. Cambiare il sistema di gestione delle distributrici.
Edeeste, Edesur ed Edenorte devono essere sottoposte a obiettivi pubblici e verificabili. I dirigenti devono rispondere dei risultati, con indicatori precisi sulle perdite, sulla riscossione, sulla continuità del servizio e sulla qualità delle forniture. Non è accettabile che una gestione inefficiente continui a ricevere risorse senza conseguenze.
4. Rendere il sussidio più giusto e mirato.
Il sostegno pubblico alle famiglie più povere è necessario e non deve essere eliminato. Ma bisogna distinguere tra la protezione sociale e il finanziamento indiscriminato delle inefficienze delle imprese elettriche. Il sussidio dovrebbe aiutare chi ne ha realmente bisogno, con criteri trasparenti, evitando che il denaro dei contribuenti finisca per coprire consumi elevati o sprechi.
5. Investire nella modernizzazione energetica.
La produzione di energia rinnovabile, gli impianti di accumulo e il potenziamento delle reti di trasmissione devono procedere insieme. Installare nuova capacità produttiva senza avere reti adeguate per trasportare e distribuire l’elettricità significa creare altri problemi. La modernizzazione deve riguardare l’intera filiera, non soltanto la produzione.
Non basta dire che i soldi ci sono
Il ministro delle Finanze e dell’Economia, Magín Díaz, ha assicurato che il governo dispone delle risorse necessarie per sostenere il sussidio elettrico e quello ai combustibili.
Ma questa affermazione, pur rassicurante sul piano della disponibilità immediata dei fondi, non risponde alla domanda fondamentale: è davvero sostenibile continuare a spendere queste somme senza risolvere le cause del deficit?
Il problema non è soltanto trovare i soldi per pagare le perdite. È impedire che quelle perdite continuino a prodursi.
Anche il settore imprenditoriale ha lanciato l’allarme. Pedro Brache ha sottolineato la necessità di affrontare il deficit elettrico, arrivando ad attribuirgli un peso enorme nell’indebitamento estero del Paese. Una valutazione che merita un approfondimento, ma che conferma quanto il problema sia ormai considerato un ostacolo allo sviluppo economico dominicano.
Il conto non può essere sempre dei cittadini
C’è poi un aspetto che riguarda direttamente la vita quotidiana. I cittadini pagano le bollette, affrontano interruzioni del servizio in diverse zone del Paese e, contemporaneamente, contribuiscono attraverso le imposte a finanziare il deficit delle imprese distributrici.
È una doppia esposizione: si paga per l’elettricità consumata e si paga ancora per coprire ciò che il sistema non riesce a incassare.
Non si può chiedere indefinitamente ai contribuenti di sostenere questa situazione. E non sarebbe giusto risolverla semplicemente aumentando le tariffe, senza prima dimostrare che le aziende hanno fatto tutto il possibile per ridurre le proprie inefficienze.
La Repubblica Dominicana ha bisogno di una riforma elettrica vera, con un calendario pubblico, obiettivi annuali, controlli indipendenti e responsabilità precise. I cittadini devono poter sapere quanti soldi vengono investiti, quanta energia viene recuperata, quanto diminuiscono le perdite e quali miglioramenti ottengono in cambio.
Il sussidio può essere uno strumento di protezione sociale, ma non può diventare il finanziamento permanente di un sistema che non riesce a sostenersi.
Trecentotrentuno milioni di pesos al giorno non sono soltanto una cifra di bilancio. Sono una parte importante delle risorse del Paese che ogni giorno viene sottratta ad altre necessità.
E la domanda finale è inevitabile: se quasi metà dell’energia acquistata non produce un incasso, perché il conto deve continuare a essere pagato da chi la bolletta la paga regolarmente?