Repubblica Dominicana, la crisi energetica presenta il conto: oltre 40 miliardi di pesos per frenare i prezzi dei carburanti


La Repubblica Dominicana cerca di proteggere cittadini e imprese dagli effetti della crisi energetica internazionale. Il governo di Luis Abinader continua a destinare ingenti risorse pubbliche ai sussidi sui carburanti, con l’obiettivo di evitare che gli aumenti dei prezzi internazionali si trasferiscano direttamente sui trasporti, sui prodotti alimentari e sulle spese quotidiane delle famiglie.
Secondo i dati pubblicati dalla stampa dominicana, a metà ottobre 2026 le risorse destinate a contenere i prezzi dei carburanti avevano già superato i 40.200 milioni di pesos dominicani. Per la settimana dal 17 al 23 ottobre, l’esecutivo ha previsto ulteriori 1.860,3 milioni di pesos per sostenere i prezzi dei principali combustibili.
Una scelta che mira a evitare nuovi rincari alla pompa, ma che solleva anche interrogativi sulla sostenibilità di un intervento tanto oneroso per le casse dello Stato.
Gasolio e gas al centro degli aiuti
La strategia del governo punta soprattutto sui carburanti che incidono maggiormente sull’economia quotidiana. Il gasolio, utilizzato dal trasporto pubblico e dalle imprese di trasporto merci, rappresenta infatti un elemento fondamentale nella formazione dei costi di numerosi beni e servizi.
Secondo le informazioni diffuse dal Ministero dell’Industria, del Commercio e delle MPMI, il contributo destinato al gasolio utilizzato dal trasporto organizzato può raggiungere i 200 pesos per gallone. Per il gasolio regolare il sostegno arriva a 120 pesos, mentre il gas di petrolio liquefatto (GPL), utilizzato da moltissime famiglie e attività commerciali, beneficia di una sovvenzione di 52 pesos per gallone.
Per la benzina premium, il contributo indicato dal governo è invece di 26 pesos per gallone.
L’obiettivo è limitare gli effetti a catena degli aumenti energetici: se trasportare persone e merci costa di più, infatti, il rincaro rischia di ripercuotersi sui prezzi dei generi alimentari, sui servizi e sull’intero sistema produttivo.
Un’economia in crescita, ma esposta alle tensioni internazionali
La situazione è particolarmente delicata perché la Repubblica Dominicana, pur registrando indicatori economici positivi, dipende dalle importazioni di energia e risente quindi delle oscillazioni dei mercati internazionali.
Secondo le informazioni diffuse dalle autorità economiche dominicane dopo gli incontri con il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, l’economia del Paese ha registrato una crescita del 4,5% nel periodo gennaio-settembre 2026. Le proiezioni del FMI indicano una crescita del prodotto interno lordo del 4,6% per l’intero anno.
Questi dati, tuttavia, non mettono il Paese al riparo dalle conseguenze dell’aumento dei costi energetici. Le tensioni geopolitiche, le difficoltà nel mercato internazionale dei prodotti raffinati e l’incertezza sui prezzi del petrolio possono rendere più costose le importazioni e aumentare la pressione sui conti pubblici.
Chi paga il conto dei sussidi?
I contributi statali permettono di attenuare gli aumenti e di guadagnare tempo, evitando che ogni variazione dei prezzi internazionali si traduca immediatamente in un rincaro per i consumatori. Ma il costo dell’energia non scompare: una parte viene trasferita dal prezzo pagato alla pompa al bilancio dello Stato.
È qui che nasce il problema. Per quanto tempo il governo potrà continuare a sostenere questa spesa senza ridurre le risorse disponibili per altri interventi, dalle infrastrutture alla sanità, dall’istruzione ai servizi pubblici?
C’è poi un’altra questione: come garantire che gli aiuti raggiungano soprattutto i cittadini e i settori maggiormente esposti ai rincari, evitando che risorse pubbliche ingenti finiscano per sostenere anche consumi meno vulnerabili?
Sono interrogativi che diventano sempre più importanti quando una misura nata per affrontare un’emergenza rischia di trasformarsi in un impegno prolungato.
La sfida del governo
Per il momento, l’esecutivo dominicano ha scelto di assorbire una parte significativa dell’impatto della crisi internazionale, cercando di preservare il potere d’acquisto delle famiglie e la competitività delle imprese.
La scelta può contribuire a contenere l’inflazione e a proteggere l’attività economica nel breve periodo. Nel lungo termine, però, sarà necessario trovare un equilibrio tra la tutela dei consumatori e la salvaguardia delle finanze pubbliche.
La vera sfida non è soltanto mantenere bassi i prezzi dei carburanti, ma impedire che il costo della protezione di oggi diventi un problema finanziario domani. Perché, anche quando il prezzo alla pompa non aumenta, la crisi energetica continua a presentare il conto: e una parte di quel conto viene pagata con il denaro dei contribuenti.