Repubblica Dominicana: perché più della metà dei lavoratori è ancora nell’economia informale?

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Controlli, tasse, burocrazia e milioni di piccoli lavoratori autonomi: perché lo Stato non riesce a portare una parte molto più grande dell’economia dentro le regole?

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foto Diario Libre

C’è un dato che dovrebbe far riflettere chiunque guardi all’economia della Repubblica Dominicana: nel 2025 il 54,1% degli occupati risultava inserito nell’economia informale.

Significa che più della metà dei lavoratori non aveva una piena collocazione nel sistema formale secondo i criteri utilizzati dalle statistiche sul mercato del lavoro.

Il dato, tuttavia, va aggiornato: nel primo trimestre del 2026 la quota di occupazione informale è scesa al 47,8%, mentre quella formale è salita al 52,2%. È un miglioramento importante, ma non cancella la dimensione del fenomeno.

E allora nasce una domanda molto semplice:

perché lo Stato non riesce a controllare in maniera più capillare l’economia informale e a portare una parte molto maggiore di queste attività nella legalità?

La risposta non è semplice. E forse il problema è proprio che l’informalità è diventata una componente strutturale dell’economia dominicana.

Non si tratta soltanto di venditori ambulanti

Quando si parla di economia informale, si tende a pensare immediatamente al venditore per strada, al piccolo negozio senza registrazione, al lavoratore che offre servizi senza contratto.

Ma il fenomeno è molto più vasto.

Comprende lavoratori autonomi, microimprese familiari, piccoli commercianti, artigiani, lavoratori occasionali e, in alcuni casi, persone che lavorano per imprese formalmente costituite ma senza ricevere tutte le tutele previste dal sistema.

È quindi molto difficile immaginare un esercito di ispettori che possa controllare quotidianamente milioni di attività.

E soprattutto non tutti gli informali sono nella stessa situazione.

C’è chi evade deliberatamente le regole e chi, semplicemente, non avrebbe probabilmente la possibilità economica di sostenere tutti i costi della formalizzazione.

Il primo problema: quanto costa essere in regola?

È probabilmente questo uno dei punti centrali.

Una piccola attività che entra nel sistema formale deve confrontarsi con imposte, contributi, registrazioni, permessi, contabilità, obblighi nei confronti dei lavoratori e una serie di procedure amministrative.

Una ricerca dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui micronegocios dominicani ha rilevato che tra i fattori associati alla scelta di rimanere informali vengono indicati proprio il livello delle imposte, la complessità delle procedure, il costo della registrazione, i numerosi requisiti e l’aumento dei costi del lavoro dopo la formalizzazione.

In altre parole, per una grande azienda la formalità è normalmente parte naturale dell’attività.

Per un piccolo commerciante che guadagna poco, può essere percepita come un costo difficile da sostenere.

Il caso delle Mipymes

Il problema diventa ancora più evidente quando si guarda alle micro, piccole e medie imprese.

Secondo i dati della Encuesta Nacional de las Mipymes 2022-2023, citati da Diario Libre, circa l’85,2% delle Mipymes risultava informale. Tra gli ostacoli più frequentemente indicati dalle imprese compare il peso delle imposte, seguito da problemi legati ai servizi e dalle procedure con la Tesoreria della Seguridad Social.

E qui emerge una contraddizione.

Lo Stato ha interesse a formalizzare queste imprese perché una maggiore formalità significa più lavoratori protetti, più contributi, maggiore trasparenza e una base fiscale più ampia.

Ma se il passaggio alla formalità viene percepito dall’imprenditore come un costo superiore ai vantaggi immediati, il controllo da solo rischia di non essere sufficiente.

Perché allora non controllare tutto?

Perché controllare tutto avrebbe un costo enorme.

Immaginiamo di voler verificare sistematicamente ogni piccolo negozio, ogni venditore ambulante, ogni officina, ogni ristorante, ogni lavoratore autonomo, ogni impresa familiare e ogni datore di lavoro.

Servirebbero più ispettori, più funzionari, più sistemi informatici e una capacità di incrociare continuamente informazioni fiscali, lavorative e commerciali.

E comunque rimarrebbe una parte dell’economia difficile da controllare.

L’informalità può nascere e scomparire rapidamente: oggi una persona vende un prodotto, domani offre un servizio, dopodomani non ha più quell’attività.

Non è una fabbrica con un indirizzo e un numero di dipendenti facilmente verificabile.

Ma il controllo serve

Questo non significa che lo Stato debba rinunciare ai controlli.

Al contrario.

Un’impresa che fattura milioni e utilizza lavoratori senza registrarli non può essere trattata allo stesso modo di una persona che vende occasionalmente qualche prodotto per mantenere la famiglia.

Il controllo dovrebbe quindi essere selettivo e intelligente.

Più attenzione alle imprese strutturate che operano sistematicamente fuori dalle regole e maggiore assistenza alle microattività che potrebbero entrare nella formalità se le procedure fossero più semplici.

È una differenza fondamentale.

L’informalità può anche convenire

C’è poi un aspetto meno evidente.

L’informalità può essere una necessità, ma in alcuni casi può anche diventare conveniente.

Un’attività non registrata può evitare determinate imposte e costi amministrativi. Un datore di lavoro può evitare contributi e altri obblighi. Un consumatore può ottenere un prezzo più basso.

Si crea così una sorta di economia parallela nella quale diversi soggetti possono avere un vantaggio immediato.

Il problema è che il costo viene spostato nel futuro.

Il lavoratore rischia di non avere una pensione adeguata, una copertura assicurativa o una piena protezione sociale.

Lo Stato incassa meno.

E l’impresa informale ha maggiori difficoltà ad accedere al credito, crescere e diventare competitiva.

Diario Libre ha recentemente sottolineato proprio questa doppia natura dell’informalità: per milioni di persone rappresenta una forma di sopravvivenza e di mobilità economica, ma allo stesso tempo genera vulnerabilità sociale e fiscale.

Un dato che fa riflettere

C’è un altro elemento interessante.

Tra gennaio e marzo 2026 l’economia dominicana ha creato 118.631 nuovi posti di lavoro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Ma ben 98.127 di questi nuovi posti, l’82,7%, sono stati classificati come informali.

Questo significa che il problema non riguarda soltanto il passato.

Anche mentre l’economia cresce e vengono creati nuovi posti di lavoro, una parte molto consistente della nuova occupazione nasce ancora fuori dal sistema formale.

È forse questo il dato più importante.

Perché un lavoratore dovrebbe formalizzarsi?

Qui si arriva al cuore della questione.

Non basta dire a un lavoratore o a un piccolo imprenditore: “Devi metterti in regola”.

Bisogna anche potergli rispondere alla domanda:

“Che cosa ci guadagno?”

Se la risposta è soltanto “pagherai più tasse e avrai più controlli”, sarà difficile convincere milioni di persone.

Se invece la formalizzazione significa accesso al credito, pensione, assicurazione sanitaria, protezione sul lavoro, possibilità di lavorare con aziende più grandi, partecipare agli appalti pubblici e far crescere legalmente la propria attività, allora il discorso cambia.

La formalità deve diventare un vantaggio, non soltanto un obbligo.

Lo Stato ha già cominciato a muoversi

Non sarebbe corretto dire che il Governo non sta facendo nulla.

La tendenza dei dati mostra infatti una riduzione dell’informalità rispetto al 57,6% del 2022. Nel 2025 era scesa al 54,1% e nel primo trimestre 2026 è arrivata al 47,8%, secondo i dati riportati dal Banco Central.

Sono segnali che indicano una progressiva crescita dell’occupazione formale.

Il problema è la velocità del cambiamento.

Con quasi metà degli occupati ancora nell’informalità, il processo è tutt’altro che concluso.

Il vero nodo è la convenienza

Forse quindi la domanda iniziale va leggermente modificata.

Non soltanto: “Perché lo Stato non controlla di più?”

Ma: “Perché diventare formali non è ancora abbastanza conveniente per una parte così grande dell’economia?”

È una domanda che porta direttamente al sistema fiscale, alla burocrazia, al costo del lavoro, alla produttività delle microimprese e alla qualità dei servizi pubblici.

Uno studio dell’OIL sui micronegocios mostra proprio quanto siano diffuse le percezioni secondo cui tasse più basse, procedure più semplici e minori costi potrebbero spingere più attività verso la registrazione formale.

Controllare sì, ma soprattutto trasformare

La Repubblica Dominicana ha quindi davanti due strade che non devono necessariamente essere alternative.

La prima è controllare e sanzionare chi opera deliberatamente fuori dalle regole, soprattutto quando si tratta di imprese capaci di rispettare gli obblighi ma che scelgono di non farlo.

La seconda è rendere più facile e conveniente la transizione verso la formalità per milioni di piccoli operatori.

Servono meno burocrazia, procedure semplici, costi proporzionati alle dimensioni dell’attività, accesso al credito e vantaggi concreti per chi decide di regolarizzarsi.

È significativo che anche rappresentanti del settore imprenditoriale abbiano chiesto di rendere la formalizzazione più semplice. Nel giugno 2026 il Consiglio di Sviluppo Economico e Sociale di Santo Domingo ha indicato proprio la necessità di avanzare verso un modello nel quale formalizzarsi sia più facile.

Una domanda che riguarda tutti

Ridurre l’informalità non significa semplicemente aumentare il gettito fiscale.

Significa costruire un mercato del lavoro nel quale più persone abbiano pensione, assicurazione, protezione e possibilità di migliorare la propria condizione.

Significa anche permettere a migliaia di piccole imprese di crescere senza rimanere per sempre piccole perché operano ai margini del sistema.

E significa, infine, rendere più efficace l’azione dello Stato.

Perché un Paese nel quale quasi metà dei lavoratori si trova ancora nell’economia informale non ha soltanto un problema di evasione o di controlli.

Ha un problema di modello economico.

E forse la vera sfida non è riuscire a scoprire tutti gli informali.

È riuscire a creare le condizioni perché sempre meno persone abbiano bisogno di esserlo.