Repubblica Dominicana, l’acqua del rubinetto sotto osservazione: cosa devono sapere gli italiani che vivono a Santo Domingo

agua del grifo y ciudad costera

I dati della CAASD mostrano forti differenze nella qualità dell’acqua tra i diversi settori del Gran Santo Domingo. A Santo Domingo Norte l’indice di potabilità si ferma all’82,06%, mentre la fornitura discontinua e l’utilizzo di cisterne e tinacos rendono importante anche la gestione dell’acqua nelle abitazioni.

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Per chi vive nella Repubblica Dominicana, l’acqua è una di quelle questioni quotidiane alle quali si finisce per prestare attenzione soltanto quando qualcosa non funziona. Ma quanto è sicura quella che arriva nelle nostre case? Possiamo utilizzarla tranquillamente per bere, preparare il caffè, cucinare e lavare frutta e verdura?

Una recente inchiesta del quotidiano dominicano Acento, basata sui registri della Corporación del Acueducto y Alcantarillado de Santo Domingo (CAASD), riporta dati che meritano attenzione, soprattutto per chi risiede nella capitale e nei comuni dell’area metropolitana.

Il quadro non è uniforme: la qualità dell’acqua varia sensibilmente da una zona all’altra e Santo Domingo Norte presenta gli indicatori più bassi tra i quattro dipartimenti monitorati.

I numeri: differenze significative tra le zone

I dati relativi a settembre 2026 indicano un indice di potabilità del 96,20% a Santo Domingo Oeste, del 95,15% a Santo Domingo Este e del 90,49% nel settore Suroeste, corrispondente al Distrito Nacional. A Santo Domingo Norte, invece, l’indice scende all’82,06%.

La differenza è rilevante, ma occorre interpretare correttamente questi valori: si tratta degli indicatori ricavati dai controlli effettuati dalla CAASD, non della percentuale di abitazioni nelle quali l’acqua è sicuramente potabile o non potabile.

Zona monitorata Indice di potabilità, settembre 2026
Santo Domingo Oeste 96,20%
Santo Domingo Este 95,15%
Distrito Nacional 90,49%
Santo Domingo Norte 82,06%

Fonte: CAASD

A Santo Domingo Norte, che comprende settori come Villa Mella e Guaricano, la situazione è particolarmente complessa. L’indice è rimasto vicino all’82-84% per tutti e quattro i mesi esaminati, da giugno a settembre.

Secondo José Mateo Mota, direttore del Controllo e della Qualità dell’Acqua della CAASD, si tratta di una situazione che si trascina da circa trent’anni.

Perché l’acqua è diversa da una zona all’altra?

Una delle spiegazioni fornite dalla CAASD riguarda le fonti di approvvigionamento. Santo Domingo Norte dipende in larga misura dai pozzi sotterranei, mentre altre zone possono beneficiare maggiormente di fonti superficiali.

L’acqua proveniente dai pozzi può presentare caratteristiche fisico-chimiche differenti, anche per la presenza di minerali come calcio e magnesio. Questi elementi possono influire sul sapore e sulle caratteristiche dell’acqua, senza implicare automaticamente un rischio sanitario.

Il quadro è complicato anche dalle condizioni del territorio, dall’espansione urbana e da fattori ambientali che, secondo il funzionario, hanno contribuito alle difficoltà della zona.

I controlli della CAASD comprendono anche la presenza di cloro residuo e i risultati delle analisi microbiologiche relative ai coliformi fecali. A Santo Domingo Norte, nel settembre 2026, il 78,50% delle analisi riportate risultava negativo ai coliformi fecali, mentre l’indicatore del cloro residuo era dell’85,98%.

Sono dati che meritano attenzione, ma che non consentono, da soli, di stabilire la qualità dell’acqua che esce da ogni singolo rubinetto.

Il problema non è soltanto la qualità, ma anche la continuità

C’è un secondo aspetto che interessa direttamente chi vive nel Paese: l’acqua non arriva necessariamente tutti i giorni e con la stessa regolarità in tutte le abitazioni.

Secondo l’indagine nazionale ENHOGAR 2024 citata da Acento, soltanto il 17% dei nuclei familiari riceve acqua per sei o sette giorni alla settimana. Una parte delle famiglie dispone del servizio per un numero inferiore di giorni.

Quando la fornitura è intermittente, molte abitazioni ricorrono a cisterne e tinacos, i serbatoi utilizzati per conservare l’acqua fino al momento del bisogno.

Ed è proprio qui che entra in gioco la responsabilità del singolo proprietario o inquilino: anche quando l’acqua arriva dalla rete pubblica, la qualità può essere influenzata dalle condizioni dei serbatoi, dalla loro pulizia e dalla manutenzione dell’impianto domestico.

Una cisterna non pulita adeguatamente, un serbatoio aperto o una rete interna mal mantenuta possono compromettere la qualità dell’acqua dopo che questa ha lasciato il sistema di distribuzione.

Bere dal rubinetto? Meglio non affidarsi alle apparenze

Per gli italiani appena arrivati nella Repubblica Dominicana, una delle domande più frequenti riguarda proprio l’acqua da bere.

I dati pubblicati da Acento non dimostrano che tutta l’acqua del rubinetto nel Gran Santo Domingo sia pericolosa, ma neppure permettono di garantire che sia sicura in ogni abitazione. La qualità può variare secondo la zona, il punto di distribuzione e le condizioni dell’impianto domestico.

Per questo, in assenza di informazioni aggiornate e affidabili sulla propria fornitura, è prudente utilizzare acqua imbottigliata sigillata oppure un sistema di trattamento adeguato, seguendo le indicazioni sanitarie locali. La semplice trasparenza dell’acqua o l’assenza di odori insoliti non bastano a dimostrarne la sicurezza microbiologica.

Anche i filtri domestici non sono tutti uguali: alcuni migliorano il gusto o riducono determinati minerali, ma non necessariamente eliminano i microrganismi. La scelta del sistema deve quindi dipendere dai problemi effettivamente presenti nell’acqua e dalla manutenzione richiesta.

Particolare attenzione merita l’acqua conservata nei serbatoi domestici. La pulizia periodica delle cisterne e dei tinacos, la protezione delle aperture e il controllo degli impianti sono precauzioni importanti per chiunque viva stabilmente nel Paese.

La CAASD annuncia nuove opere

La CAASD sostiene di essere al lavoro per migliorare la situazione di Santo Domingo Norte. Tra gli interventi indicati figura un progetto per trasferire acqua da fonti superficiali del sistema di Barrera de Salinidad, riducendo la dipendenza dai pozzi sotterranei.

Secondo quanto dichiarato da Mateo Mota, la capacità del sistema è stata ampliata da quattro a sei metri cubi e la condotta installata lungo l’avenida Charles de Gaulle si trova nella fase di collaudo.

L’istituzione guarda inoltre al progetto Hatillo-Santo Domingo, che prevede una nuova infrastruttura di trattamento e trasporto dell’acqua verso diverse aree del Paese. Si tratta di iniziative che, se realizzate secondo i programmi previsti, potrebbero contribuire a migliorare l’approvvigionamento nel medio e lungo periodo.

Resta però da verificare quale sarà l’effetto concreto di questi interventi sui valori di potabilità e sulla regolarità del servizio nelle singole comunità.

Un controllo che riguarda tutti

Per gli italiani residenti nella Repubblica Dominicana, la lezione è semplice: non basta sapere che una casa è collegata alla rete pubblica per dare per scontata la qualità dell’acqua che arriva al rubinetto.

È utile informarsi sulle condizioni della propria zona, verificare la manutenzione della cisterna, prestare attenzione al sistema di trattamento utilizzato e consultare le analisi disponibili quando sorgono dubbi.

I dati della CAASD rappresentano un punto di partenza importante, ma non sostituiscono un controllo specifico dell’acqua presente in una determinata abitazione.

Perché l’acqua è un servizio essenziale e la sua qualità non dovrebbe dipendere dalla fortuna di vivere in un settore meglio servito o dalla possibilità di sostenere spese aggiuntive per garantirsi un approvvigionamento affidabile.

La questione, dunque, non è soltanto sapere quanta acqua arriva nelle case del Gran Santo Domingo, ma anche conoscere la qualità di quella che finisce nei bicchieri delle famiglie.




I cibi ultra-processati fanno male praticamente a tutto

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Una vastissima analisi, la più completa mai fatta finora e pubblicata su The Lancet, lancia un allarme sugli alimenti ultra-processati (UPF): sono un rischio enorme per la salute pubblica. A vari livelli. Secondo i ricercatori, questi prodotti industriali – ormai diffusissimi nelle diete di bambini e adulti in tutto il mondo – sono associati a un aumento del rischio di numerose malattie, tra cui obesità, diabete di tipo 2, patologie cardiovascolari e depressione. Fanno male praticamente a tutto, insomma.

Gli esperti indicano un cambio radicale nelle abitudini alimentari: nel Regno Unito e negli Stati Uniti più della metà dell’apporto calorico quotidiano proviene da UPF, una quota che può arrivare all’80% tra giovani e fasce sociali svantaggiate. Questa sostituzione del cibo fresco con prodotti industriali riguarda ormai ogni continente. Dietro l’esplosione degli UPF, sottolinea l’analisi, c’è la spinta aggressiva delle grandi aziende alimentari, accusate di promuovere questi prodotti con strategie di marketing pervasive e di ostacolare controlli e normative sanitarie. Secondo gli autori, è questa pressione economica a sostenere la “pandemia di malattie croniche” legate alla dieta.

La revisione delle evidenze scientifiche è ampia: 104 studi a lungo termine hanno rilevato un’associazione significativa tra consumo elevato di UPF, malattie croniche e mortalità prematura. Il professor Carlos Monteiro, che ha co-firmato la serie di studi, dice al Guardian: “Le prove indicano che il nostro organismo non è biologicamente predisposto a consumare alimenti così lavorati”.

Monteiro è anche l’ideatore della classificazione NOVA, che colloca gli UPF nel livello più alto di trasformazione industriale: prodotti estremamente appetibili, ricchi di zuccheri, grassi e additivi, ma poveri di nutrienti. Snack confezionati, bevande zuccherate, fast food e pasti pronti sono diventati alternative abituali ai pasti tradizionali.

Le critiche scientifiche alla categoria UPF non mancano: la definizione non è sempre univoca e servono più studi sperimentali sui meccanismi biologici coinvolti. Tuttavia, gli autori sostengono che l’attesa di ulteriori ricerche non può diventare un alibi per rimandare interventi urgenti.

agenia Dire- www.dire.it




Pinot Noir… la storia di un mito!

grappolo pinot noir

grappolo pinot noirIl Pinot Noir é uno dei più importanti Vitigni al mondo, possiamo descrivere il Pinot nero con due parole : L’enfant terrible dei vitigni.

Oggi parleremo di uno dei vitigni più celebri di tutto il mondo vitivinicolo.

Sì perché il Pinot nero è un vitigno a bacca rossa facile ai capricci, imprevedibile, che sviluppa un rapporto fortissimo col terroir che lo accudisce.

Se coltivato in un suolo poco adatto, questo vitigno leggendario darà vita a vini scialbi, piatti. Quando invece trova il suolo giusto, il Pinot nero dà vita ad alcuni dei migliori vini rossi pregiati del panorama vinicolo mondiale. Ma qual è la storia del Pinot nero?  Facciamo  un passo indietro nel tempo  per scoprirlo, e, dobbiamo risalire a quando la Gallia era una provincia romana.

La sua storia ci porta in una delle grandi regioni vinicole francesi: la Borgogna, è qui che il vitigno ha origine, già in epoca gallo-romana, a partire da un ceppo di viti selvatiche che popolavano i tanti boschi della regione.

La prima definizione di quello che poi avrebbe preso il nome di Pinot nero, è forse rintracciabile in un documento del III-IV secolo in cui gli abitanti di Autun ringraziano l’imperatore Costantino. Nel documento si cita un vitigno di grande qualità presente nel pagus Arebrignus, l’odierna Côte de Nuits.

Nel Medioevo saranno, come per tanti altri vitigni, i monaci benedettini e  monaci cistercensi a perfezionare la viticoltura del Pinot, traghettandola nella modernità.

Ma è appunto nel XIV secolo, in alcuni documenti borgognoni, che fa la sua comparsa il termine Pinot nella versione arcaica di Pinoz o Pynos.

È importante sapere che Il Pinot nero è il genitore di altri importantissimi vitigni francesi, come lo Chardonnay, l’Aligoté e il Gamay.

Ci si può chiedere quanti tipi di Pinot ci sono?

Semplicemente sono 6, ma il Pinot nero, come abbiamo visto sopra, è il ceppo originario, grazie ai suoi mille e più anni di storia.

Gli altri Pinot sono:

Pinot grigio                                                                                                                                    Pinot bianco                                                                                                                              Pinot meunier                                                                                                                            Pinot teinturier                                                                                                                          Pinot nero precoce

Il perché della parola Pinot?

Perché i grappoli di questo vitigno, essendo piccoli e compatti, sembrano delle pigne, in francese pinot.

Parliamo di vinificazione e invecchiamento                                                                     

La bacca di Pinot nero ha una buccia molto sottile, una caratteristica che permette di vinificarne le uve sia in bianco che in rosso.

La vinificazione in rosso

La vinificazione in rosso del Pinot nero è ad oggi quella più celebre. Per poter realizzare ottimi vini rossi è fondamentale che il vitigno sia coltivato in aree dal clima continentale, dove la temperatura non diventi troppo calda causando un’eccessiva maturazione dell’uva.

La macerazione, che conferisce il caratteristico color rubino al vino, avviene in tini d’acciaio nei quali prende il via la prima fermentazione, dopodiché inizia l’affinamento in botte, durante il quale avviene una seconda fermentazione, in questo caso malolattica, che trasforma l’acido malico in lattico, donando morbidezza al vino. Grazie alla sua acidità il Pinot nero può invecchiare dai 2 ai 10 anni (e talvolta anche di più).

La vinificazione in bianco                                                                                                        Non possiamo non menzionare la vinificazione in bianco di questo vitigno, anche perché qui la storia del Pinot nero si fonde con quella dello Champagne. Infatti, una volta privato delle bucce, il Pinot nero può essere vinificato in bianco, grazie anche alla sua caratteristica acidità. In questo secondo caso si usa il vitigno soprattutto per produrre Champagne e Crémant che, qualora sia prodotto con uva di Pinot noir e/o Meunier, sarà classificato come un “blanc de noirs”.

Le caratteristiche organolettiche

Tutti i vitigni esprimono il terroir che li accudisce, ma mai nessuno come il Pinot nero. È talmente stretto il legame di questo vitigno col territorio in cui cresce che è difficile parlare in assoluto di caratteristiche del Pinot nero. Le cose poi si fanno più complesse se vogliamo descrivere un Pinot nero del Vecchio mondo (da noi in Europa) o del Nuovo mondo (Stati Uniti, Canada, Sudafrica, Nuova Zelanda per fare degli esempi). Quindi?

Nonostante la peculiarità di ogni Pinot nero, quella di Borgogna è senza dubbio l’espressione più nobile del vitigno e il vino modello a cui si ispirano tutti gli altri.

Parliamo delle caratteristiche del Pinot nero di Borgogna

La Borgogna, ça va sans dire, visto che è la regione d’origine del vitigno, è il punto di riferimento sia per la storia del Pinot nero, sia per la sua vinificazione, ancora oggi. Qui, per essere più precisi nella Côte de Nuits (dove si concentra la quasi totalità dei grand cru), vengono prodotti alcuni tra i migliori vini rossi al mondo.

Il colore è di un rubino vivo quando il vino è giovane, ma vira verso il rosso violaceo invecchiando fino a diventare via via di un rosso più pallido, quasi color mattone. Stesso discorso si può fare per gli aromi. Quando è giovane, il Pinot nero offre al naso profumi di frutta rossa, come lampone, ciliegia e note speziate, come pepe nero e cannella. Con l’invecchiamento gli aromi cambiano, dalla frutta rossa si passa alla confettura, dalle spezie ad aromi di sottobosco, come il tartufo . Al palato i tannini diventano via via meno accentuati in base all’età del vino, così come l’acidità. Ma che sia più o meno giovane, il Pinot nero si distingue come un vino rosso che mantiene sempre una buona freschezza.

Oltre la Borgogna, dove possiamo trovare il Pinot nero?.

Come già menzionato inizialmente, il Pinot nero è un vitigno bizzoso, che si ammala facilmente, vittima di muffe e parassiti o di un clima non ideale.

Per questo i migliori Pinot nero fuori dalla Borgogna sono quelli che, surprise surprise, vengono prodotti in zone il cui terroir assomiglia a quello della regione francese.

Quanto più marcata sarà la somiglianza, tanto più il Pinot nero prodotto ricorderà per caratteristiche ed eleganza la versione francese, che abbiamo visto essere il punto di riferimento per valutare un ottimo Pinot nero.                                                                                Parlando di zone, ce ne sono alcune, nel Nuovo mondo, che non hanno niente da invidiare alla Borgogna

Un esempio è la Willamette Valley, in Oregon. I Pinot nero dell’Oregon sono calorosi, offrono aromi di frutta rossa, dalla fragola al lampone e note floreali supportate dalle note di sottobosco, di champignon e tartufi.

Un’altra regione interessante è quella del Marlborough in Nuova Zelanda, qui negli ultimi anni si produce Pinot noir di altissima qualità, grazie al suolo argilloso e alle condizioni pedoclimatiche che ricordano, hai indovinato, la Borgogna. Al naso sentirai frutta rossa come ribes e ciliegia, accompagnata da note boisé, i tannini sono eleganti e l’acidità è moderata.

Due regioni interessanti  sono Okanagan e Niagara falls in Canada. Il terroir delle regioni vinicole canadesi è caratterizzato dalla combinazione unica di posizione geografica, tipologia di terreno e clima, che contribuiscono a caratterizzare i vini prodotti. Ad esempio, la Okanagan Valley nella Columbia Britannica gode di un clima semi-arido con estati calde e notti fresche, ideale per vini strutturati con una fresca acidità. I terreni di questa regione variano da terreni ghiaiosi a terreni sabbiosi e rocce vulcaniche, contribuendo alla complessità dei vini.

In Ontario, la penisola del Niagara è la regione più grande e rinomata, nota per la sua varietà di vitigni. Il clima più fresco della contea di Prince Edward coltiva uve con un’acidità equilibrata, producendo vini che riflettono eleganza e vivacità. La Annapolis Valley in Nuova Scozia è nota per il suo caratteristico terroir ricco di calcare, che conferisce una complessità minerale ai suoi vini.

Queste regioni non sono note solo per la qualità dei loro vini, ma anche per i loro paesaggi mozzafiato e il loro significato culturale. I visitatori possono esplorare città storiche, partecipare a degustazioni di vini e scoprire il fascino unico di ogni regione vinicola canadese.                                                                                                                                                Per ultimo vorrei menzionare  il  Pinot Nero in Italia                     

Sono due le regioni italiane che meritano una menzione quando parliamo di Pinot nero: l’Alto Adige e la Lombardia, per essere più specifici l’Oltrepò Pavese.

Entrambe le zone sono state premiate con una DOC, l’Alto Adige Pinot Nero DOC e l’Oltrepò Pavese Pinot nero DOC.

In Alto Adige il pinot nero arriva grazie agli Asburgo all’inizio del diciannovesimo secolo per poi diventare uno dei vitigni più rappresentativi della regione. Il pinot nero dell’Alto Adige è caratterizzato da un profumo intenso di bacche rosse, violetta e chiodi di garofano.                   

Anche nell’Oltrepò Pavese il Pinot nero arriva a cavallo del diciannovesimo secolo, per l’esattezza nel 1865, quando il Conte Carlo Giorgi di Vistarino impianta le prime viti.

Inizialmente il Pinot nero è vinificato in bianco e usato per realizzare spumanti(metodo classico o Champenoise), solo nella seconda metà del ‘900 alcuni produttori iniziano a vinificare in rosso. Se negli anni ‘60 gli ettari vitati erano 600, nel 2010 (l’anno in cui nasce l’Oltrepò Pavese Pinot nero DOC) erano già diventati 2800, che ai tempi rappresentava il 70% di tutta la superficie vitata a Pinot nero in Italia. Per quanto riguarda le caratteristiche, il pinot nero dell’Oltrepò Pavese è caratterizzato da note di ciliegia e frutti rossi, viola e spezie.

Affiancare il Pinot nero al cibo

Abbiamo visto le caratteristiche del Pinot nero, andiamo a scoprire con cosa abbinarlo. L’acidità vivace e i tannini morbidi rendono i vini Pinot nero l’abbinamento ideale per una grande varietà di carni. Gli aromi di frutta rossa e spezie si combinano perfettamente con la succosità di un filetto di manzo o con un pollo ruspante grigliato. Se ami il pesce, l’ideale sono il salmone o il tonno alla griglia, il pinot nero offre un contrasto intrigante grazie alla combinazione degli aromi di frutta rossa del vino e i sapori affumicati del pesce

Ma le possibilità di abbinamento pinot nero non si fermano alla carne, la sua versatilità lo rende un ottimo partner dei formaggi stagionati. La complessità aromatica del pinot nero si sposa alla grande con formaggi come il Parmiggiano Reggiano, Grana Padano, il Pecorino e il Gorgonzola, creando un equilibrio armonioso tra la dolcezza dei formaggi e la freschezza e leggera acidità del vino.

Un altro giusto ossequio a cui abbinare il Pinot nero sono i piatti a base di funghi, come i risotti cremosi o funghi porcini alla griglia, una scelta naturale per esaltare e richiamare le note terrose e minerali di questo vino.




Refosco…….. un vino suggestivo

refosco grappolo

refosco grappoloVorrei parlare  di un vitigno affascinante e dal nome suggestivo: il Refosco dal peduncolo rosso, vitigno autoctono e vero e proprio tesoro enologico da divulgare. Conobbi questo vino 30-35 anni fa, quando un amico che lavorava a Milano mi parlo’,di una vecchia trattoria dove il vino della casa offerto era il Refosco, me lo fece assaggiare, e da li cominciai ad amare questo meraviglioso vino. Il proprietario di questa trattoria che si chiamava : “Albero Fiorito ” (che ormai da decenni ha chiuso ai battenti)vendeva questo vino in damigiane e da quel momento cominciai ad acquistare questo meraviglioso nettare.

Una teoria più in voga è che il Refosco dal peduncolo rosso sarebbe un vitigno rosso autoctono del Friuli, progenitore di altri vitigni importanti come il Marzemino, ma anche del Refosk Istarski, o Terrano. Gli studiosi lo considerano un vitigno autoctono del Friuli Venezia Giulia e lo ricollegano al vino “Picinum” citato e lodato, già nel corso del I secolo d.C., da Plinio Il Vecchio, sottolineandone la provenienza friulana.                                                                                        Secondo alcuni studiosi, il Refosco dal Peduncolo Rosso è il massimo rappresentante, sicuramente il più prestigioso, della grande famiglia dei “Refoschi”, Refosco dall’espressione dialettale “ràp fosc”, ovvero “grappolo scuro”, un gruppo di vitigni a bacca nera diffusi in Friuli Venezia Giulia.

Si chiama Refosco dal refosco bottigliaPeduncolo Rosso  perché il peduncolo è la parte terminale del raspo che collega il grappolo al resto della vite. Nel caso del Refosco, il peduncolo ha una colorazione rosso-porpora e quindi, anche per distinguere il vitigno dai suoi cugini come il Refosco nostrano (o Cagnina) e il Refosk, il “Refosco d’Istria” e il “Refosco Gentile”, si è deciso di chiamarlo Refosco dal peduncolo rosso.                                                                            Il Refosco è un vitigno ostico, l’importante é l’affinamento in legno, più o meno prolungato. Quello che in origine è un vino spigoloso rivela con l’età, e dopo un passaggio in legno, aromi di frutti di bosco, confettura di frutta nera e note terziarie (quelle dovute al legno della botte) di pepe nero e tabacco. Al palato è un vino strutturato, dal grado alcolico mediamente alto e con buona persistenza, i tannini, pur ammorbiditi dall’invecchiamento, si fanno comunque sentire. Insomma, grazie all’azione del tempo il Refosco si trasforma: da vino (troppo) acido e ribelle a vino rosso pregiato.

Il terroir é un parametro molto importante per il vino, quindi In base alla zona di produzione avremo un Refosco con sfumature diverse, i più importanti rimanendo in Friuli sono:

1.Refosco di Cormons: la zona di Cormons è famosa per la produzione di Refosco di qualità. Il suolo calcareo e le argille conferiscono ai vini una buona acidità e una bella ricchezza di aromi.                                                                                         2. Refosco dal Peduncolo Rosso di Ronchi di Cialla: la zona di Cialla, situata nel comune di Prepotto (zona rinomata per lo Schioppettino), offre ottimi vini Refosco. Il terreno composto da marne e argille conferisce ai vini una grande complessità aromatica, con note di frutta nera, spezie e una buona componente tannica.                                                                                                            3. Refosco del Carso: il Carso, una zona tra l’Italia e la Slovenia, è caratterizzato da suoli calcareo-argillosi e un clima ventoso. I vini prodotti in questa zona possono offrire un profilo di gusto più terroso, con una buona acidità e una mineralità distintiva. Questo terroir in particolare è stato premiato con la “Refosco dal Peduncolo rosso DOC”.

Una nota importante in Slovenia è possibile trovare il Refosco dal peduncolo verde

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Diabete e pasta: davvero un italiano è condannato a morte?

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imagesPer un italiano, ricevere una diagnosi di diabete o prediabete può sembrare una tragedia annunciata. Addio pasta, pane, pizza? Addio Italia?
Ma le cose non stanno proprio così. Anzi: questa malattia, se presa per tempo, può essere l’occasione per riscoprire la vera dieta mediterranea, quella che ci ha resi famosi nel mondo. Non quella moderna, deformata da consumismo e fretta, ma quella di nonna, contadina e saggia.

Un popolo cresciuto col pane

Pensiamoci un attimo: chi ha inventato la pizza? Gli italiani.
Chi ha reso il piatto di spaghetti un simbolo nazionale? Gli italiani.
Chi ha diffuso ovunque il pane caldo, il risotto, la lasagna? Sempre noi.
Siamo cresciuti con il culto del carboidrato. E se per secoli siamo stati sani, il problema non può essere la pasta in sé — ma quanto e come la mangiamo oggi.

Da medicina a veleno (se abusata)

Un tempo si mangiava pasta una volta al giorno, spesso integrata da legumi, verdure, un filo d’olio. Oggi, tra brioche al mattino, piatto abbondante a pranzo, pizza la sera e snack tra un pasto e l’altro, il nostro corpo esplode di zuccheri. E il pancreas si arrende.

Il risultato? Il diabete di tipo 2 è in aumento, anche tra chi vive all’estero.

Che fare per non morire (né di fame né di zucchero)?

  • 🟢 Non rinunciare, ma riscoprire. Pasta integrale, pane di segale, riso basmati: sono carboidrati “intelligenti”, che non impennano la glicemia.
  • 🟢 Porzioni umane. 80 grammi di pasta sono una porzione normale. Non 300.
  • 🟢 Piatto unico, ma bilanciato. Pasta con legumi, con verdure, con pesce. Il trucco è combinare.
  • 🟢 Il dolce? Sì, ma solo se è una festa. Una volta a settimana, non ogni sera. E meglio se fatto in casa.
  • 🟢 Muoversi è medicina. Una passeggiata dopo cena abbassa lo zucchero nel sangue più di una pillola.
  • 🟢 Imparare dai nonni. Il contadino non mangiava merendine. Mangiava semplice, e viveva a lungo.

Un italiano senza pasta non è un italiano?

Sbagliato. Un italiano senza equilibrio, questo sì che è un problema.
La pasta non uccide. La pizza nemmeno. A uccidere è l’eccesso, l’ignoranza, la routine sregolata.
Il segreto non è dire addio alla cucina italiana. È tornare alle origini, con intelligenza e moderazione.

Morale? La nostra salute può (e deve) essere patrimonio dell’umanità. Come la pizza.

 




Cosa mangiare con il caldo asfissiante? I consigli dell’Istituto Superiore di Sanità. Sorpresa gelato

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gelato 1024x683Sì ad anguria, melone, cetrioli e zucchine che aiutano a reintegrare i liquidi persi col sudore. Sì anche ai gelati, meglio se piccoli e semplici. Non saltare la colazione, preferendo yogurt e frutta fresca. Evitare i cibi grassi o troppo elaborati. Questi alcuni consigli per contrastare il caldo con una corretta alimentazione elaborati dal Reparto alimentazione, nutrizione e salute dell’Istituto Superiore di Sanità. “Per affrontare il caldo- sottolinea Laura Rossi, direttrice del reparto alimentazione, nutrizione e salute dell’Iss- è consigliabile seguire una dieta leggera e ricca di liquidi e sali minerali, consumando molta frutta e verdura fresca di stagione”.

Ecco il decalogo con i consigli specifici: Bere almeno 2 litri di acqua al giorno, preferibilmente fuori dai pasti, per mantenere il corpo idratato. Infatti, il caldo e il sudore corporeo che ne deriva portano inoltre a una disidratazione più veloce, per questo la regola dei due litri d’acqua al giorno, nei mesi estivi, diventa ancora più necessaria. È importante quindi ricordarsi di bere senza aspettare di avvertire la sete: si tratta infatti di uno stimolo che è già di per sé sintomo di disidratazione. Consumare abbondanti porzioni di frutta e verdura fresca, preferibilmente di stagione, ricche di vitamine e sali minerali. Alimenti come anguria, melone, cetrioli, zucchine, pesche, fragole, ciliegie, albicocche, fichi, frutti di bosco, pomodori, melanzane, sedano sono particolarmente adatti. Prediligere pasti leggeri, poco calorici e facilmente digeribili, come insalate miste, pasta fredda con verdure, pesce poco condito, carne bianca o legumi.

“Evitiamo i menù con primo, secondo e contorno- sottolinea Rossi- soprattutto quando si è in viaggio o si soggiorna in albergo è più facile che si cada nella voglia di mangiare più portate, anche a causa della vasta scelta e del buffet. Meglio optare per il primo o per il secondo, alternando le portate a pranzo e a cena, accompagnandole sempre con il contorno, in modo da creare pasti completi e piatti unici, bilanciati e ricchi di nutrienti. Tra gli abbinamenti possibili possiamo consigliare: pasta con legumi e/o verdure, riso con le verdure, carne con l’insalata, pesce con verdure e/o uova con verdure e così via”. 7

LA FRITTURA

Limitare il consumo di cibi ricchi di grassi, fritti, salse, troppo conditi o elaborati, che possono appesantire la digestione. Non saltare la colazione: è un pasto molto importante che si tende a saltare in particolare quando fa caldo. È il pasto che interrompe il digiuno notturno. Quando fa caldo evitiamo colazioni troppo ricche di zuccheri e grassi, favorendo un apporto nutritivo bilanciato. Particolarmente consigliati, per far fronte al caldo estivo, lo yogurt al naturale e la frutta fresca di stagione, magari accompagnati da una manciata di frutta secca e di cereali. Ridurre il consumo di sale, preferendo quello iodato, e moderare l’uso di salse e condimenti molto saporiti. Evitare alcolici e bevande zuccherate: possono contribuire alla disidratazione e rallentare la digestione. Così come è importante bere molta acqua, lo è altrettanto limitare il consumo di alcolici, che sembrano dissetarci, ma in realtà contribuiscono ad aumentare la disidratazione. Anche i cocktail, alcolici e analcolici, e le bibite gassate sono da evitare. L’effetto dissetante, come abbiamo detto, nel caso degli alcolici è solo apparente, mentre l’apporto di zuccheri è effettivo. Lo stesso vale per le bibite analcoliche, che contribuiscono ad aumentare i livelli di zuccheri nel nostro organismo. A queste, dunque, sono da preferire gli infusi freddi con frutta ed erbe di stagione. Spuntini freschi: Includere nella dieta spuntini freschi e leggeri, come yogurt, frutta fresca, frullati o centrifugati di verdura, per mantenere costante l’apporto di liquidi e nutrienti.

IL GELATO

Sì al gelato con moderazione. “Anche il gelato- sottolinea Rossi- può essere un ottimo spuntino a patto che sia piccolo, altrimenti è un sostituto di un pasto. Scegliamo gelati semplici in cui le granelle, le glassature e le coperture di cioccolato siano al minimo. Non pensiamo che i gusti di frutta possano essere consumati di più di quelli alle creme, in verità la differenza calorica tra le due tipologie è abbastanza piccola”. Anche la frutta secca in guscio (nocciole, mandorle, arachidi, etc.) può costituire un buono spuntino durante l’estate al patto di scegliere porzioni adeguate (30 g) e prodotti al naturale, senza sale o zucchero aggiunti. Prestare attenzione alla corretta conservazione degli alimenti, soprattutto quelli deperibili, per evitare rischi di contaminazione, soprattutto se si pensa di fare un pic-nic o di andare in giornata al mare portandosi il cibo. In estate, con il caldo, è importante conservare i cibi e mantenere la catena del freddo per tutti quegli alimenti che lo richiedono. La corretta conservazione in frigo è significativa, non solo per la nostra salute e dei nostri cari, ma anche per garantire le proprietà e i valori nutrizionali degli alimenti. Il caldo è nemico della conservazione. A causa di esso tutti i cibi si deteriorano prima del dovuto con il rischio di provocare delle intossicazioni alimentari. Via libera ai legumi, fonte di proteine vegetali. In Italia mangiamo pochi legumi che invece sono una fonte importante di proteine vegetali. Inoltre, si tende infatti ad assumere i legumi soprattutto nei mesi invernali, mentre in estate abbiamo tante possibilità di integrarli nella nostra alimentazione aggiungendoli alle insalate o mangiandoli come contorno, per esempio, oppure in un zuppe fredde o in gustose creme. Anche le proteine animali sono importanti e in estate scegliamo le fonti proteiche meno grasse e meno ricche di sale come il pesce di stagione, dunque quei pesci che non sono nella loro stagione riproduttiva, come l’orata, la sogliola, la spigola e la sardina, e carni bianche. Limitiamo invece la assunzione di carne rossa e salumi ricchi di sale e grassi saturi.

Agenzia DIRE www.dire.it




Pasqua: uovo fondente, al latte o bianco?

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foto singola sito 2025 04 19t122501.543 1024x576“Uovo di cioccolato fondente o al latte? Il cioccolato fa male? O fa bene? Questi sono alcuni effetti favorevoli del cioccolato sulla salute: riduce l’insulino-resistenza, migliora la funzione endoteliale e riduce la pressione arteriosa. Il consumo di cioccolato inoltre riduce il rischio di eventi acuti cardiaci fino al 10%. Quindi fa bene anche al cuore. Queste associazioni si riscontrano per il consumo di cioccolato fondente al 70%”. Lo scrive sulla propria pagina Facebook il direttore della clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, Matteo Bassetti.

“Per quanto riguarda il cioccolato bianco– prosegue- nella sua formulazione il cacao non è presente e per questo le molecole con effetto sulla salute sono assenti. Il cioccolato al latte, che è carico anche di zuccheri raffinato, ha un contenuto inferiore di polifenoli e sembrerebbe che alcune molecole dell’alimento catturino tali composti, riducendone l’effetto protettivo”.
“Quindi- conclude Bassetti- meglio fondente anche per l’uovo di Pasqua“.

Agenzia DIRE – www.dire.it




La Dieta Mediterranea come terapia. Le linee guida

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dietamediterranea23Le evidenze scientifiche sugli effetti positivi della Dieta Mediterranea (DM) sono ormai tali che questa può essere raccomandata in diversi contesti clinici e per diverse patologie, influendo su prevenzione, cura, assistenza e riabilitazione. Per definire gli standard della sua definizione e delle sue varie applicazioni sono state elaborate le prime Linee Guida sulla Dieta Mediterranea, promosse dalla Fondazione Dieta Mediterranea, dalla Società Italiana Nutrizione artificiale e metabolismo (SINPE) e dalla Società Italiana Per la Prevenzione Cardiovascolare (SIPREC) con il supporto metodologico dell’Iss.
“Le linee guida sulla Dieta Mediterranea – commenta Marco Silano, direttore del Dipartimento malattie cardiovascolari, endocrinometaboliche e dell’invecchiamento dell’Iss – mirano a promuovere uno stile di vita sano, basato sull’equilibrio nutrizionale e sulla sostenibilità ambientale. Le raccomandazioni alimentari sono state elaborate alla luce delle più recenti evidenze scientifiche, con particolare attenzione agli effetti benefici della Dieta Mediterranea nella prevenzione e trattamento delle malattie cronico-degenerative e alla sua importanza per la salute del pianeta”.
Il documento risponde a dieci domande, da ‘Qual è l’efficacia della DM nel ridurre la mortalità’ a ‘La DM è sostenibile?’, ed è stato realizzato con il contributo di oltre 20 Società Scientifiche nazionali e stakeholder. E’ il risultato di un’approfondita analisi della letteratura scientifica e del lavoro di un gruppo multidisciplinare di esperti, che ha portato a elaborare oltre 50 raccomandazioni sull’impatto della Dieta Mediterranea su mortalità, malattie cardiovascolari, neurologiche, oncologiche, metaboliche, muscolo-scheletriche, fragilità e disabilità nell’anziano, malattie autoimmuni, malattie della gravidanza, con un’indicazione di quanto forti siano le evidenze sull’efficacia. Inoltre, sono stati preparati dei quesiti specifici per definire attualmente cos’è la dieta Mediterranea ed i benefici economici. Il contenuto è destinato a tutti i professionisti sanitari e sociali coinvolti nella promozione e nell’applicazione della Dieta Mediterranea come strumento di prevenzione in qualsiasi setting di cura e presa in carico, così come nei vari contesti di intervento. Inoltre, le raccomandazioni contenute nel documento sono rivolte anche ai decisori politici e ai responsabili di strutture sanitarie, sociali ed educative.
“La Dieta Mediterranea che ha non è solo un patrimonio culturale, ma rappresenta un modello alimentare riconosciuto dall’UNESCO come bene immateriale dell’umanità – commenta Nicola Veronese della Saint Camillus International University of Health Sciences – . Con queste nuove linee guida si intende rafforzare il suo ruolo nella prevenzione, a diversi livelli, e nella promozione della salute pubblica”. (aise)




Progetto 5 Colori” per una sana e corretta alimentazione negli istituti scolastici italiani all’estero

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farnesina4 615x223Oggi, nella sala Aldo Moro della Farnesina, si svolgerà l’evento di presentazione del “Progetto 5 Colori”, curato dalla Fondazione Pancrazio, che ha l’obiettivo di promuovere una sana e corretta alimentazione presso gli istituti scolastici italiani all’estero.

Interverranno il Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Ambasciatore Riccardo Guariglia, la presidente e il direttore scientifico della Fondazione Pancrazio, Maria Teresa Carpino e Giuseppe Stefano Morino, lo chef e conduttore tv Max Mariola, il campione italiano paralimpico di canottaggio, Giacomo Perini e l’on. Gianni Letta.

Sono inoltre previsti interventi da remoto dei rappresentanti di alcune Ambasciate italiane di Paesi nei quali è stata attivata o è in fase di avvio l’iniziativa.(Inform)




COSENZA – Concorso Oro dei Bruzi 2024 – Primo posto (“fruttato intenso”) per l’olio ‘’Tommasino’’ di Madreterra

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img 1903È con grande gioia, unita a soddisfazione, apprezzamento e affetto, che abbiamo il piacere di annunciare che, qualche giorno fa, l’Azienda Agricola Madreterra ha ottenuto il primo posto nella categoria Fruttato Intenso al concorso Oro dei Bruzi 2024 con l’olio extravergine di oliva ‘’Tommasino’’.

L’Azienda Madreterra, una meravigliosa realtà nel mondo dell’agricoltura biologica calabrese dal 2014, è sinonimo di qualità e autenticità, gestendo completamente ogni fase della produzione del suo olio, assicurando che ogni goccia rispecchi la dedizione e la passione per la tradizione olivicola.

img 1904Le olive, coltivate in uliveti situati su delle colline affacciate sul mar Jonio, a pochi chilometri a sud di Corigliano-Rossano, provengono da coltivazioni biologiche, curate con metodi sostenibili che rispettano l’ambiente. Ed è esattamente a Calopezzati, un borgo medievale della Calabria, che l’azienda Madreterra di Edoardo Antonello Giudiceandrea produce olio extravergine di oliva, miele e agrumi, nel totale rispetto dei cicli naturali e senza utilizzare pesticidi, nemmeno quelli consentiti dai disciplinari che regolano l’agricoltura biologica e che, sin dagli inizi, non ha mai mancato di mietere positivi e convinti giudizi sul suo operato,  con grande compiacimento ed emozione di tutti quanti hanno a cuore la storia, la famiglia e il cammino nella vita di Edoardo Giudiceandrea, il nostro caro Antonello.

L’olio si distingue per un fruttato intenso di oliva verde caratterizzato da sentori di pomodoro, carciofo, erbe aromatiche e mandorla. Al gusto, inizialmente, si avverte il pomodoro verde e le erbe aromatiche seguite dal carciofo e, in chiusura, da gradevoli note di mandorla, amaro e piccante intensi e persistenti. Per saperne di più sull’olio ‘’Tommasino’’ cliccate nella pagina dedicata su https://orodeibruzi.it/tommasino-madreterra/

http://www.madreterra.calabria.it/