Napoli ospita il primo Congresso Internazionale sulla Mozzarella di Bufala

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19mozzarellabufalaA Napoli il primo congresso internazionale sulla Mozzarella di Bufala organizzato dal Consorzio di tutela con l’Università Federico II. Il 24 e 25 settembre ospiti da tutto il mondo per il futuro del settore.
La mozzarella di bufala campana Dop ha il suo primo congresso internazionale. Istituzioni, ricercatori, imprese e operatori della filiera s’incontreranno a Napoli il 24 e 25 settembre per la “First International Conference on Buffalo Mozzarella and Milk Products” (acronimo BMMP).
Un evento di alto profilo scientifico, che ha l’obiettivo di fotografare lo stato attuale e di delineare le sfide future del comparto a livello internazionale, presentando le più recenti innovazioni e i risultati più rilevanti della filiera bufalina e del comparto lattiero-caseario nel mondo.
A promuovere il congresso è il Consorzio di tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop, in collaborazione con l’università degli studi di Napoli “Federico II”. L’iniziativa si inserisce nel programma di celebrazioni per gli 800 anni dell’ateneo federiciano. A presiedere il comitato organizzatore è lo stesso rettore, Matteo Lorito.
Dall’India agli USA, dall’Europa fino alla Nuova Zelanda, il gotha degli esperti internazionali del settore arriverà in Campania. Gli stakeholder della filiera si incontreranno nell’aula congressi dell’Università “Federico II” in via Partenope a Napoli.
La due giorni è stata divisa in tre sessioni, che toccheranno tre macro-aree: la zootecnia, la tecnica di produzione e l’economia, evidenziando come questi fattori si intersecano nel mondo lattiero-caseario. Si tratta di temi centrali per un confronto a più voci che ha l’ambizione di gettare le basi per una sempre più ampia e proficua collaborazione internazionale nel settore.
La conferenza è anche il preludio del “World Buffalo Congress”, il congresso mondiale sulla bufala, che, dopo ben 26 anni, l’Italia tornerà ad ospitare nel 2026 proprio a Napoli. (aise)




New York: con Fancy Food è boom della dieta mediterranea

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26fancyAmericani “pazzi” per la Dieta mediterranea con le esportazioni in Usa dei prodotti simbolo dello stile alimentare tutto italiano che negli ultimi dieci anni hanno fatto registrare aumenti in valore anche a tripla cifra: dal +67% dell’olio d’oliva al +193% della pasta. È quanto emerso da una analisi di Coldiretti su dati Istat elaborata per il Summer Fancy Food 2024, che si è chiuso ieri a New York.

I dati sono stati diffusi in occasione dell’iniziativa al Farmers Market Grow Nyc di Union Square, nella prima giornata dedicata alla Dieta mediterranea negli Usa, alla presenza del presidente della Coldiretti Ettore Prandini, dell’amministratore delegato di Filiera Italia Luigi Scordamaglia e del direttore di Campagna Amica Carmelo Troccoli.
Nel più famoso mercato contadino della Grande Mela, insieme al Consorzio mozzarella di bufala campana Dop e a quello del Grana Padano Dop, gli agricoltori della Coldiretti si sono messi all’opera coinvolgendo le famiglie newyorchesi nella preparazione della pasta fatta in casa e nella conoscenza di alcune delle ricette della tradizione contadina che esaltano i prodotti del vero made in Italy. Una lezione di Dieta Mediterranea con la speciale partecipazione di Mimmo La Vecchia, uno degli storici casari italiani che, per la prima volta, ha portato a New York l’arte della vera mozzarella di bufala, facendo vedere dal vivo le diverse fasi di lavorazione di uno dei prodotti principali del nostro made in Italy promosso dal Consorzio di tutela.
Le vendite di pummarola&co. negli States sono praticamente triplicate (+133%) ma anche quelle dei formaggi, dal Parmigiano Reggiano dop al Grana Padano dop, sono quasi raddoppiate con +86%, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat. E anche il vino è sempre più presente sulle tavole americane con un incremento del 63% in valore.
Il prodotto simbolo resta però l’olio d’oliva, con gli Stati Uniti che hanno scavalcato la Spagna al secondo posto tra i maggiori consumatori mondiali, con 375mila tonnellate, ed entro il 2030 potrebbero superare addirittura l’Italia. (aise)




Ottawa, celebrazione del “Nutrition Research Day”

ottawa celebrazione del nutrition research day

ottawa celebrazione del nutrition research dayNell’ambito del Canada Nutrition Month, l’Ambasciata d’Italia a Ottawa in collaborazione con la School of Nutrition Sciences dell’Università di Ottawa ha organizzato l’evento “Food, Nutrition, and Health”, incentrato sul nesso tra nutrizione – con un focus specifico sulla dieta mediterranea – salute e benessere. Hanno presenziato all’iniziativa un centinaio di ospiti fra studenti, Professori e ricercatori della Facoltà di scienze dell’Università, oltre a rappresentanti di istituzioni canadesi del settore e membri del corpo diplomatico in Canada.

I lavori sono stati aperti da due ricercatrici italiane di fama internazionale, Stefania Maggi, Director of Research presso il CNR ed attuale Presidente della Fondazione Dieta Mediterranea, ed Antonella Amato, Professoressa di fisiologia dell’Università degli Studi di Palermo, e sono stati incentrati sull’impatto positivo della dieta mediterranea sul benessere della popolazione, anche in termini di prevenzione dell’invecchiamento e del declino cognitivo. A seguire, lo chef Cristian Lepore ha tenuto uno showcooking nel quale ha spiegato come gli ingredienti alla base della dieta mediterranea possano essere combinati in vario modo per ottenere piatti più sani, pur mantenendo il gusto che li rende famosi in tutto il mondo.

L’evento si è concluso con un’esibizione di poster a carattere scientifico, tra cui quello realizzato dall’Ambasciata su dieta mediterranea, cibo italiano ed Italian sounding.




Un pacco di popcorn al giorno può ridurre il rischio di demenza

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downloadMangiare un pacchetto di popcorn al giorno potrebbe ridurre il rischio di soffrire di demenza. È quanto emerge da uno studio della Rush University di Chicago, pubblicato sulla rivista Neurology. I ricercatori della Rush, dopo aver monitorato 3.300 persone per sei anni e testato le loro capacità cognitive, hanno scoperto che coloro che mangiavano cereali integrali, come popcorn leggermente salati, quinoa o altri, quotidianamente avevano una riduzione minore dei punteggi cognitivi rispetto a coloro che mangiavano a malapena questi alimenti.

I ricercatori hanno osservato l’effetto solo nei partecipanti di colore, che costituivano il 60% dei partecipanti allo studio. È possibile che non abbiano riscontrato lo stesso effetto nei partecipanti bianchi perché erano troppo pochi nello studio o perché avevano molte meno probabilità di mangiare cereali integrali rispetto ai loro coetanei. I cereali integrali sono ricchi di fibre, che rallentano l’assorbimento degli zuccheri nel sangue; in questo modo si evitano picchi di zucchero che possono causare placche nelle arterie e infiammazioni che aumentano il rischio di demenza. La notizia arriva dopo che i ricercatori hanno anche scoperto che mangiare una sola ciotola di fiocchi glassati al giorno potrebbe aumentare il rischio di ammalarsi di cancro alla bocca e alla gola fino al 25%.

Più di sei milioni di americani sono affetti da demenza, ma si prevede che questa cifra sia più che raddoppiata nei prossimi due decenni. Gli adulti anziani di colore hanno una probabilità più che doppia di ricevere una diagnosi di questa patologia, che secondo gli esperti potrebbe essere legata al fatto che il gruppo presenta tassi più elevati di malattie cardiache. Per lo studio gli scienziati hanno analizzato i dati di 3.300 adulti che avevano in media 75 anni e non soffrivano di demenza. Tutti avevano partecipato al Chicago Health and Aging Project, che ha seguito 10.000 persone dal 1993 al 2012. Sono stati intervistati ogni tre anni sulla frequenza del consumo di cereali integrali ed è stato chiesto loro di completare test cognitivi e di memoria. Questi comprendevano compiti come richiamare un elenco di parole, ricordare numeri e rimetterli nell’ordine corretto. I partecipanti sono stati poi divisi in cinque gruppi in base alla quantità di cereali integrali consumati e i loro punteggi cognitivi sono stati confrontati.

I gruppi erano suddivisi partendo da coloro che consumavano meno di mezza porzione o mezzo grammo di cereali integrali al giorno sino ad arrivare a chi ne consumavano tre porzioni o più. Le linee guida dietetiche per gli americani raccomandano almeno tre porzioni di cereali integrali al giorno, con una razione equivalente a un grammo, come una fetta di pane o mezza tazza di pasta o riso cotti.

Dopo aver tenuto conto di fattori quali l’età, il sesso, l’istruzione e il fumo, i ricercatori hanno scoperto che coloro che mangiavano tre o più cereali integrali al giorno avevano un tasso di declino cognitivo, segno distintivo precoce della demenza, più lento rispetto a coloro che ne mangiavano di meno. Inoltre, i partecipanti di colore avevano maggiori probabilità di mangiare più cereali integrali rispetto ai partecipanti bianchi. Il 68% dei partecipanti di colore ha dichiarato di mangiare più di una porzione di cereali integrali al giorno.

Mentre, tra i partecipanti bianchi questa percentuale è scesa al 38%. I ricercatori non sono certi del motivo per cui il consumo di cereali integrali riduca il rischio di demenza, ma ritengono che ciò potrebbe essere legato al fatto che aiuta a regolare lo zucchero nel sangue o a promuovere un intestino sano. Ciò contribuirebbe a ridurre il rischio di infiammazione e di danni ai vasi sanguigni, che potrebbero aumentare il rischio di sviluppare la demenza.

Le persone che mangiano cereali integrali hanno anche maggiori probabilità di osservare uno stile di vita sano, come dormire o fare più esercizio fisico, il che contribuisce a ridurre il rischio di demenza. Lo studio è stato di tipo osservazionale e non ha potuto dimostrare che il consumo di popcorn da solo riduca il rischio di demenza. Inoltre, non ha preso in considerazione i condimenti dei popcorn, come il burro e lo zucchero, che possono incrementare il rischio di demenza e obesità. Tra i limiti dello studio, inoltre, c’è il fatto che le diete sono state autoriferite dai partecipanti. che non sono stati obbligati a fornire prove sul consumo di cereali integrali.

“Con l’Alzheimer e la demenza che colpiscono milioni di americani, trovare il modo di prevenire la malattia è una grande priorità per la salute pubblica”, ha dichiarato Xiaoran Liu, epidemiologa che ha guidato la ricerca. “È entusiasmante vedere che le persone potrebbero potenzialmente ridurre il loro rischio di demenza aumentando la loro dieta di cereali integrali di un paio di porzioni al giorno”, ha concluso Liu.

“Questo studio è interessante non tanto per la connotazione sensazionalistica del popcorn ma perché rivela cosa fare per prevenire fino a un terzo delle demenze attraverso l’apporto di modifiche allo stile di vita e stando attenti ai fattori di rischio vascolare”, ha commentato Matteo Pardini, ricercatore in Neurologia dell’Università di Genova, esperto di malattie neurologiche che svolge attività clinica proprio in quest’ambito presso il Policlinico San Martino di Genova. “Questo studio – ha aggiunto Pardini – in particolare pone l’accento sull’importanza dell’alimentazione come modalità di riduzione dei fattori di rischio vascolari che sono poi a loro volta causa di un rischio aumentato di demenza. È importante – ha continuato – ribadire che, in media, un terzo delle demenze sono prevenibili attraverso un corretto stile di vita, il controllo del diabete e del colesterolo, che ha un ruolo chiave nella nostra salute metabolica”.

“Alla fine – ha sottolineato Pardini – si invecchia come si è vissuti. In sintesi il messaggio che questo studio secerne è quello di fare prevenzione per la demenza in modo costante, già dai quaranta anni di età, sino ad arrivare ai cinquanta e sessanta. È vero che ora ci sono nuovi farmaci e ce ne saranno sempre di più ma, il ruolo della prevenzione è fondamentale e permette di voler bene al nostro cervello”.

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Vini e mal di testa secondo gli scienziati

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logo onav canadaIl vino è per me una grande passione, e come tale mi porta sempre a cercare cose nuove in questo settore e leggendo qua e là, mi sono imbattuto in alcune novità davvero interessanti.

Gli scienziati ritengono di aver finalmente identificato la sostanza chimica responsabile del mal di testa e delle vampate di vino rosso.

Si chiama quercetina, che fa parte di un gruppo chiamato flavonoidi che si trovano in elevate quantità nell’uva. Sono responsabili di molti dei benefici per la salute pubblicizzati del vino, ma ora è stato dimostrato che la quercetina inibisce un enzima chiamato ALDH2, che il corpo utilizza per scomporre l’alcol. Di conseguenza, consente l’accumulo di sostanze chimiche tossiche.

In altre bevande, come la birra o il sidro, non è presente la quercetina, quindi il corpo può scomporre naturalmente l’etanolo senza ostacoli. Tuttavia, quando il vino rosso viene elaborato dall’organismo, la quercetina impedisce a questo enzima di funzionare correttamente.

Di conseguenza, i livelli di acetaldeide, una sostanza chimica tossica prodotta dalla lavorazione dell’alcol che normalmente viene rapidamente eliminata dal sistema, vengono lasciati ad accumularsi. I sintomi di alti livelli di acetaldeide comprendono vampate, mal di testa e nausea.

“Quando la quercetina entra nel flusso sanguigno, il tuo corpo la converte in una forma diversa chiamata glucuronide di quercetina”, ha affermato Andrew Waterhouse, professore emerito presso l’Università della California Davis. “In quella forma, blocca il metabolismo dell’alcol.”

Studi di laboratorio sulla sostanza chimica e sull’enzima rivelano che un bicchiere standard di vino, circa 150 ml, è sufficiente per inibire circa il 37% dell’attività dell’ALDH2.

Altri alimenti, comprese le cipolle, hanno concentrazioni più elevate di quercetina e anche il funzionamento dell’enzima ne sarà influenzato. Tuttavia, in questi casi non è coinvolto l’alcol e quindi nessuna acetaldeide a causare disagio.

“Abbiamo postulato che quando le persone sensibili consumano vino con quantità anche modeste di quercetina, sviluppano mal di testa, in particolare se hanno un’emicrania preesistente o un’altra condizione primaria di mal di testa”, ha detto il coautore dello studio, il professor Morris Levin.

“Pensiamo di essere finalmente sulla strada giusta per spiegare questo mistero millenario.

“Il prossimo passo è testarlo scientificamente sulle persone che sviluppano questi mal di testa, quindi rimanete sintonizzati.”

Gli accademici stanno ora pianificando uno studio clinico di Fase 3 per testare la teoria su volontari.

I ricercatori affermano che ci sono ancora molte incognite sulle cause del mal di testa da vino rosso e aggiungono che non si sa perché alcune persone siano più inclini a soffrirne rispetto ad altre. È possibile che la funzione enzimatica di alcune persone venga inibita più facilmente di altre o che alcuni abbiano una tolleranza maggiore all’acetaldeide.

“Se la nostra ipotesi si avvererà, allora avremo gli strumenti per iniziare ad affrontare queste importanti domande”, ha affermato il professor Waterhouse.

Un potenziale esperimento pubblicizzato sulla rivista Scientific Reports è quello di dare alle persone vini con diverse composizioni chimiche per vedere se esiste uno schema in chi soffre di mal di testa.

Esposizione alla luce solare

“Un altro esperimento, più semplice, sarebbe quello di fornire ai soggetti che soffrono di mal di testa da vino rosso un integratore di quercetina o un placebo e una bevanda standard di vodka, per vedere se il mal di testa si manifesta”, hanno detto gli scienziati.

Sam Linter, direttore del settore vino al Plumpton College, ha dichiarato  che questo studio potrebbe portare allo “sviluppo di varietà di vite che possono produrre naturalmente bassi volumi di quercetina”.

La Linter ha aggiunto che la Gran Bretagna, in quanto produttore di vino dal clima fresco, potrebbe essere il luogo ideale per coltivare questi vini a basso contenuto di quercetina che potrebbero non causare mal di testa.

Uno studio ha scoperto che i vini di fascia alta contengono quattro volte più flavonoidi rispetto ai vini economici prodotti in serie, probabilmente a causa dei tralicci delle viti, del diradamento delle colture e della rimozione delle foglie, che aumentano la luce solare che raggiunge le uve e portano la produzione di quercetina ad aumentare vertiginosamente.

“Ma le variazioni dei livelli derivano non solo dalle differenze nella composizione dell’uva indotte dall’esposizione al sole, ma anche dalle tecniche di vinificazione, compreso il contatto con le bucce durante la fermentazione, le procedure di stabilizzazione/affinamento e i metodi di invecchiamento”, hanno affermato gli autori.

Il dottor Tom Collins, un importante viticoltore della Washington State University che non è stato coinvolto nello studio, ha dichiarato al The Telegraph: “Le viti producono quercetina in risposta all’esposizione al sole, come una sorta di protezione solare.

“La quercetina è presente anche in altri alimenti a base vegetale, tra cui tè, cavoli, broccoli, cipolle e molti frutti, dove presumibilmente anche il glucuronide della quercetina inibirebbe l’enzima, ma in assenza di etanolo, senza un impatto significativo.

“Qualsiasi futuro studio clinico dovrebbe controllare la dieta in aggiunta alla quercetina nei vini consumati.”




“Assurdità alimentari – Dalle fake news alla scienza della nutrizione”, una interessante pubblicazione di Marco Capocasa e Davide Venier

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Dimagrire, avere corpi muscolosi, sconfiggere gli inestetismi sembrano essere gli imperativi odierni per obbedire ai quali ci affidiamo a “verità” alimentari che ci raggiungono tramite canali di informazione inaffidabili, avvicinandosi spesso più alla fantascienza che alla scienza. Tutto il clamore che si genera attorno alle tendenze alimentari ci fa dimenticare che la nutrizione è innanzitutto una questione di salute che riguarda l’interno del nostro corpo tanto quanto l’esterno. Come difendersi, allora? Assurdità alimentari, grazie alla trattazione seria e documentata ma al tempo stesso divulgativa, è un agile vademecum per contrastare la “mitologia alimentare”, ossia tutte quelle credenze, mode dell’ultima ora e fake news scientificamente infondate che, acquistando sempre più credito, rischiano di promuovere uno stile di vita dannoso.

cover assurdita' alimentari capocasa venierLa prima parte del libro, Passato, presente e futuro, è un breve excursus storico-evolutivo riguardo al ruolo dell’alimentazione e della nutrizione nell’evoluzione umana e sulle strategie di sussistenza che la nostra specie ha sperimentato nel corso della sua storia. In questo capitolo raccontiamo dei cacciatori-raccoglitori del paleolitico, della transizione neolitica legata alla coltivazione dei campi e all’addomesticamento del bestiame e dei conseguenti cambiamenti nelle abitudini alimentari che questo passaggio ha rappresentato. Discutendo del rapporto di Homo sapiens con il cibo, dei problemi legati alla sua disponibilità e delle capacità di approvvigionamento nei differenti luoghi in cui è stato in grado di stanziarsi, arriveremo a spiegare come questi aspetti hanno influenzato scelte, abitudini e interazioni sociali. Per poi inoltrarci nella storia più recente della nutrizione umana, guardandola con gli occhi degli scienziati che negli ultimi due secoli si sono dedicati ad essa: dagli studi sul metabolismo a quelli sulle vitamine, giungendo infine ai recenti sviluppi della nutrigenetica e della nutrigenomica.

Nella seconda parte, Nutrizione, evoluzione, disinformazione, torniamo sulla questione del rapporto tra evoluzione umana e nutrizione, mostrando come essa conduca inevitabilmente a riflessioni che portano a sovrapporre i piani della natura biologica e culturale degli esseri umani. Dagli albori della nostra storia evolutiva, contrassegnati dai numerosi cambiamenti nella cosiddetta “nicchia alimentare” che il genere Homo ha dovuto affrontare già a partire dai suoi primi passi in Africa, allo sviluppo delle pratiche agricole e dell’allevamento del bestiame, arriveremo a raccontare poi altre dinamiche storiche. In particolare, quelle più recenti che riguardano i cambiamenti economici e sociali legati al passaggio delle società umane da preminentemente agricole a industriali, avvenuto a partire dal XVIII secolo e noto come industrializzazione. Per poi giungere ai mutamenti culturali legati alla globalizzazione a partire dalla seconda metà del secolo scorso e, ancora di più, in questo primo scorcio di Ventunesimo secolo. Queste trasformazioni hanno inciso sugli stili di vita e, di conseguenza, anche sulle scelte alimentari delle persone, affiancandosi all’incremento della produttività dell’industria alimentare su scala globale che ha finito per mettere a disposizione dei consumatori anche una varietà di cibi caratterizzati da uno scarso valore nutrizionale e da un elevato contenuto di zuccheri e di grassi. Nel capitolo discutiamo come i mezzi di comunicazione di massa, su tutti la televisione e il web, siano veicolo pubblicitario e, al tempo stesso, strumento di diffusione di presunte “verità”, seppur prive di qualsiasi fondamento scientifico, che hanno prodotto abitudini alimentari consolidate. Una vera e propria selva di informazioni prive di fondamenti scientifici riguardanti, per esempio, i valori nutrizionali di determinati cibi e i loro effetti sulla salute umana.

La terza parte del libro, Assurdità alimentari, è dedicata proprio a queste notizie errate e alle false credenze che possono fuorviare le persone, allontanandole da uno stile di vita realmente sano.

Con questo capitolo proponiamo un’esplorazione della “mitologia alimentare” (e la loro decostruzione sulla base della letteratura scientifica recente), seguendo un percorso fatto di tante piccole tappe che abbiamo ritenuto essere rappresentative e maggiormente significative.

Scorrendo le pagine il lettore si imbatterà in varie microstorie, come quella che “i carboidrati la sera fanno ingrassare”, o l’altra sul vantato effetto depurativo dell’acqua e limone. Per non parlare di quelle sull’ananas brucia-grassi o sul latte scremato povero di calcio. Abbiamo inoltre pensato di allargare la discussione anche ad altri aspetti mitizzati, non direttamente legati a specifici alimenti, ma che riguardano particolari regimi alimentari, come le diete detossificanti e dei gruppi sanguigni.

Il volume si conclude con una sezione dedicata all’approfondimento. Con Per saperne di più abbiamo costruito un percorso bibliografico esplicativo, mirato a suggerire pubblicazioni scientifiche e ulteriori letture a chi desidera esplorare con maggiore ricchezza di dettagli i vari argomenti che abbiamo trattato nel libro. Per ciascuno di essi abbiamo riportato quelle che riteniamo essere le principali fonti specialistiche e divulgative di base, nella speranza di soddisfare ulteriormente la curiosità dei lettori e di mettere a loro disposizione i riferimenti per continuare a muoversi nel mondo della nutrizione.

Le ultime pagine le abbiamo infine riservate a un breve Glossario, per fornire qualche elemento aggiuntivo “a portata di mano”, utile a facilitare ulteriormente la comprensione del testo.

Gli autori

foto marco capocasaMarco Capocasa, biologo e antropologo. Svolge attività di ricerca scientifica in qualità di vice- segretario dell’Istituto Italiano di Antropologia e la libera professione di biologo nutrizionista. Si occupa dello studio delle relazioni fra strutture sociali e diversità genetica delle popolazioni umane e della condivisione del sapere scientifico in ambito antropologico e biomedico. È autore di decine di             articoli            pubblicati            su             riviste            scientifiche internazionali (https://scholar.google.com/citations?user=NUcLwEYAAAAJ&hl=it). Insieme a Giovanni Destro Bisol ha pubblicato due libri di divulgazione scientifica: Italiani. Come il DNA ci aiuta a capire chi siamo (Carocci, 2016) e Intervista impossibile al DNA. Storie di scienza e umanità (il Mulino, 2018). È inoltre autore, insieme a Giuseppe Di Clemente, del romanzo di fantascienza Elbrus, edito nel 2020  per Armando Curcio Editore.

foto davide venier

 

Davide Venier, dottore in Dietistica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, svolge la libera professione di dietista, collaborando inoltre con il Policlinico Casilino di Roma nell’ambito del servizio Ospedale Amico. Si occupa della condivisione della corretta informazione scientifica riguardante i temi dell’alimentazione e della nutrizione umana.




Quando “grasso” non è bello. Metà degli italiani in sovrappeso

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downloadSolo il 31% dei bambini consuma verdura tutti i giorni. Quasi un italiano maggiorenne su due (46%) per un totale di circa 25 milioni di persone è in sovrappeso o obeso ma il problema riguarda anche il 26% dei minori tra i 3 e i 17 anni, ovvero 2,2 milioni di bambini che presentano problemi di peso. È quanto emerge da una analisi di Coldiretti su dati Istat, diffusa in occasione della Giornata mondiale dell’obesità per promuovere soluzioni pratiche in una situazione preoccupante in cui più di un italiano su dieci (12%) è addirittura obeso con rischi gravi per la salute. “A incidere è stata anche la pandemia che ha imposto un cambiamento radicale delle abitudini di vita e di consumo – sottolinea Coldiretti – che ha avuto effetto anche sulla bilancia, dove la tendenza a mangiare di più, spinta dal maggior tempo trascorso fra le mura di casa, non è stata compensata da una adeguata attivita’ fisica”.

Seguire un’alimentazione equilibrata e fare attività fisica in modo costante sono infatti le semplici regole per mantenere uno stile di vita sano e non aumentare di peso che rappresenta un importante fattore di rischio per molte malattie come i problemi cardiocircolatori, il diabete, l’ipertensione, l’infarto e certi tipi di cancro. Un pericolo che va contrastato a partire dalle nuove generazioni per frenare la tendenza ad alimentarsi con cibi ricchi di grassi, sale, zuccheri abbinati spesso a bevande gassate a scapito di alimenti sani come la frutta e la verdura.

In Italia consuma verdura tutti i giorni solo un bambino su tre (31,3%) mentre ben il 7,8% dichiara di portarla a tavola meno di una volta alla settimana e il 6% di non mangiarla mai, secondo l’analisi della Coldiretti sull’ultimo rapporto dedicato all’obesità infantile dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. “A preoccupare – sottolinea la Coldiretti – è anche il fatto che meno della metà dei bambini italiani (45,2%) consuma frutta tutti i giorni mentre ben il 4,6% dichiara di portarla a tavola meno di una volta alla settimana e il 3,6% di non mangiarla mai. Una situazione preoccupante per un Paese come l’Italia che è leader mondiale nella qualità dell’alimentazione con i prodotti base della dieta mediterranea che sono diventati un modello di consumo in tutto il mondo”.

Non a caso la dieta mediterranea si è classificata come migliore dieta al mondo del 2023 davanti alla dash e alla flexariana, sulla base del best diets ranking elaborato dal media statunitense U.S. News & World’s Report’s, noto a livello globale per la redazione di classifiche e consigli per i consumatori. “Una vittoria ottenuta – rileva la Coldiretti – grazie agli effetti positivi sulla longevità e ai benefici per la salute, tra cui proprio la perdita e il controllo del peso, oltre a salute del cuore e del sistema nervoso, prevenzione del cancro e delle malattie croniche, prevenzione e controllo del diabete”.

La Coldiretti è per questo impegnata nel progetto “Educazione alla Campagna Amica” che coinvolge alunni delle scuole elementari e medie in tutta Italia che partecipano a lezioni in programma nelle fattorie didattiche, nei mercati contadini e nei laboratori del gusto organizzati nelle aziende agricole e in classe. “L’obiettivo – conclude la Coldiretti – è quello di formare dei consumatori consapevoli sui principi della sana alimentazione e della stagionalità dei prodotti per valorizzare i fondamenti della dieta mediterranea e ricostruire il legame che unisce i prodotti dell’agricoltura con i cibi consumati ogni giorno e fermare il consumo del cibo spazzatura”.




Dove si vive più a lungo? In Sardegna

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152442695 8e0a35e2 99e7 4453 8909 282dfd8dc7ffL’elisir di lunga vita? “Vivere come i centenari seguendo le loro abitudini alimentari”. Non tutti i centenari, però, ma in particolare quelli che abitano i cinque luoghi nel mondo in cui c’è un’aspettativa di vita eccezionalmente lunga e che si trovano in quelle aree, chiamate “zone blu“, che per i ricercatori “comprendono la penisola di Nicoyan in Costa Rica, la città di Loma Linda in California e le isole di Okinawa in Giappone, la Sardegna in Italia e Ikaria in Grecia”, come si legge sul Washington Post.

Si tratta di zone in cui “a prima vista, le diete, gli stili di vita e le abitudini possono sembrare molto diverse l’una dall’altra”, tant’è che “molte delle persone longeve della Sardegna vivono in terreni montuosi, dove cacciano, pescano e raccolgono i propri alimenti, come il latte di capra, il pecorino, l’orzo e le verdure dell’orto” mentre “le persone longeve di Loma Linda fanno parte d’una comunità avventista del Settimo Giorno, molto unita, che rifugge la caffeina e l’alcool e segue una dieta prevalentemente vegetariana” invece “a Ikaria il vino rosso è un alimento base e le persone seguono una tipica dieta mediterranea con molta frutta e verdura e modeste quantità di carne e pesce”.

Quanto agli abitanti di Okinawa, essi “hanno storicamente una dieta in gran parte a base vegetale, con calorie da patate dolci, tofu e verdure fresche che spesso raccolgono dai loro orti, ma apprezzano però anche la carne di maiale nelle occasioni speciali”. Nel frattempo, i centenari di Nicoyan “tendono a seguire una dieta tradizionale mesoamericana ricca di alimenti vegetali ricchi di amido come mais, fagioli e zucca”. Tuttavia, la dieta da sola non è l’unico fattore associato a un’elevata aspettativa di vita. Conta molto anche lo stile di vita stessa.

La ricerca dimostra che le persone che risiedono in comunità in cui la vita dura più a lungo, “di solito hanno forti legami con amici e familiari, uno scopo e una visione positiva della vita. Si impegnano in alti livelli d’attività fisica e trascorrono molto tempo fuori facendo giardinaggio, coltivando o socializzando con altre persone nelle loro comunità”.

Dan Buettner, l’autore del nuovo libro “The Blue Zones American Kitchen”, sostiene che mentre le abitudini alimentari di questi cinque luoghi sono diverse in molti modi, essi hanno almeno quattro denominatori che sono comuni: fruire in abbondanza di legumi ogni giorno (fagioli, piselli o lenticchie); nutrirsi con una manciata di noci, pistacchi o mandorle quotidiana; il consiglio e anche di fare una colazione “da re, un pranzo da principe e una cena da povero”, consumando “almeno un pasto quotidiano  in famiglia”.

Due dettagli: i ricercatori hanno anche scoperto che le coppie sposate che danno la priorità ai pasti in famiglia “riportano livelli più elevati di soddisfazione coniugale” mentre i genitori che “condividono abitualmente cene fatte in casa con i propri figli a base di frutta e verdura, gli stessi figli hanno meno probabilità di essere obesi”. Quindi secondo Kamada Nakazato, centenario doc di Okinawa, per l’elisir di lunga il segreto è: “Mangiare verdure, avere una visione positiva, essere gentile con le persone e sorridere”.

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Il “cibo spazzatura” provoca dipendenza?

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imagesPiù della metà di tutte le calorie che l’americano medio consuma proviene da alimenti ultra-elaborati, sulla base di “formulazioni industriali” che combinano grandi quantità di zucchero, sale, oli, grassi e altri additivi. Sono le conclusioni a cui 5 anni fa è giunto un gruppo di nutrizionisti dopo aver analizzato la dieta americana, nonostante che gli alimenti altamente trasformati “siano collegati a obesità, malattie cardiache, diabete di tipo 2 e altri problemi di salute”.

Scrive il New York Times che in genere questi prodotti “sono economici e convenienti e progettati per avere un buon sapore.Sono commercializzati in modo aggressivo dall’industria alimentare” mentre un numero crescente di scienziati afferma che “un altro motivo per cui questi alimenti sono consumati così intensamente è che per molti non sono solo allettanti ma creano dipendenza”, tesi quest’ultima che ha suscitato polemiche e accese discussioni tra i ricercatori.

Tuttavia, recentemente, racconta il Times, l’American Journal of Clinical Nutrition ha esplorato le tecniche alla base delle quali si innesta la dipendenza da cibo: se gli alimenti ultra-elaborati potrebbero contribuire all’eccesso di cibo e all’obesità, uno studio su più di 500 persone ha rilevato che “alcuni cibi sono particolarmente propensi a suscitare comportamenti alimentari ‘simili a dipendenza’, come desideri irrefrenabili, perdita di controllo e incapacità di ridurre il cibo nonostante le conseguenze dannose”. Ma anche un “forte desiderio di smettere di mangiarli”, difficile da vincere però. In cima alla lista degli alimenti più desiderati si trovano pizza, cioccolato, patatine, biscotti, gelati, patatine fritte e cheeseburger.

La professoressa Gearhardt, docente di psicologia dell’Università del Michigan, ha così scoperto attraverso la sua ricerca che questi alimenti altamente trasformatihanno molto in comune con “le sigarette e la cocaina”, in quanto i loro ingredienti “derivano da piante e alimenti presenti in natura privati ​​dei componenti che ne rallentano l’assorbimento, come fibre, acqua e proteine”. Quindi gli ingredienti più piacevoli “vengono raffinati e trasformati in prodotti che sono rapidamente assorbiti nel flusso sanguigno”, migliorando la loro capacità di condizionare le parti del cervello che regolano istinti come “la gratificazione, l’emozione e la motivazione”.

E poi “sale, addensanti, aromi artificiali e altri additivi” negli alimenti altamente trasformati “rafforzano la loro attrazione migliorando proprietà come la consistenza e la sensazione in bocca”, in un modo simile a quello in cui le sigarette contengono una serie di additivi progettati per aumentare il loro potere di dipendenza. Un denominatore comune tra i più irresistibili cibi ultra-elaborati, poi, è che essi contengono grandi quantità di grassi e carboidrati raffinati, una potente combinazione che si vede raramente negli alimenti naturali.

Latesi contraria alla cibo-dipendenza sostiene invece che mentre le patatine e la pizza possono sembrare irresistibili per taluni, non causano però “uno stato mentale di alterazione, che è il segno distintivo delle sostanze che creano invece dipendenza”.

agi.it




Mangeremo pane e biscotti alla farina di grillo?

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182214794 a2ac47d1 916b 4288 af14 d02151fac3adPane e biscotti alla farina di grillo in tavola. La Commissione europea ha infatti autorizzato l’immissione sul mercato Ue della polvere parzialmente sgrassata di grillo domestico come nuovo alimento. Ma esplode la ‘rabbia’ del Made in Italy con la Lega che grida:  “Mangiateli voi”.

Il prodotto ottenuto dalla specie Acheta domesticus potrà essere commercializzato, si legge sulla Gazzetta ufficiale dell’Ue, “per un periodo di cinque anni a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente regolamento, 24 gennaio 2023, solo la società Cricket One Co. Ltd” a meno che “un richiedente successivo ottenga un’autorizzazione” dopo l’iter previsto dalle norme Ue. L’ok della Commissione è arrivato dopo il parere positivo dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) nel quale si conclude “che la polvere parzialmente sgrassata di Acheta domesticus (grillo domestico) è sicura alle condizioni e ai livelli d’uso proposti”.

L’ingrediente potrà essere utilizzato “nel pane e nei panini multicereali, nei cracker e nei grissini, nelle barrette ai cereali, nelle premiscele secche per prodotti da forno, nei biscotti, nei prodotti secchi a base di pasta farcita e non farcita, nelle salse, nei prodotti trasformati a base di patate, nei piatti a base di leguminose e di verdure, nella pizza, nei prodotti a base di pasta, nel siero di latte in polvere”.

Li produce l’azienda vicentina Fucibo. Ingredienti: farina di mais, zucchero, burro, uova, larve di Tenebrio Molitor, una sorta di scarafaggio nero lungo un paio di centimetri, essiccate e poi ridotte in polvere

Via libera alla ‘farina di grillo’ anche “nei prodotti sostitutivi della carne, nelle minestre e nelle minestre concentrate o in polvere, negli snack a base di farina di granturco, nelle bevande tipo birra, nei prodotti a base di cioccolato, nella frutta a guscio e nei semi oleosi, negli snack diversi dalle patatine e nei preparati a base di carne, destinati alla popolazione generale”, viene precisato nel regolamento.

Ira della Lega: “Non tutela il Made in Italy

L’apertura dell’Ue alla farina di grillo solleva un polverone tra gli europarlamentari leghisti:  un affronto, questo il loro ragionamento, alle eccellenze del Belpaese.

“Altro che tutela delle eccellenze, del Made in Italy e della dieta mediterranea: per Bruxelles la priorità sono gli insetti nel piatto, il cibo sintetico e il Nutriscore. Ma vi sembra normale?”: è netto il  tweet della delegazione della Lega al Parlamento europeo.  “Mangiateveli voi!”, si legge nell’immagine allegata al cinguettio che mostra un piatto di grilli.

Filiera Italia: non è una scelta sostenibile e possono far male

“Mangi pure gli insetti chi ha voglia di esotico, ma è un gioco in malafede promuoverli per una dieta sostenibile in alternativa alla nostra” dice Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia. “Nessuna riserva, ci mancherebbe altro, per chi voglia assaggiare “cibi” esotici, lontani dalla nostra cultura, sbagliato e diseducativo, però, presentarli come alimenti sostenibili da scegliere in alternativa alla nostra dieta perché meno impattanti sull’ambiente” precisa il consigliere. “Si tratta di affermazioni false – continua Scordamaglia – perché la nostra dieta non è solo di qualità, ma a basso impatto ambientale”.

L’agroalimentare italiano a fronte del più alto valore aggiunto in Europa pari a 65 miliardi di euro, espressione della qualità prodotta, ha una emissione di CO2 ad essa correlata pari a un terzo delle emissioni francesi e a metà di quelle tedesche, per non parlare del confronto con altri continenti.

“Inoltre va considerato che molti insetti contengono numerosi elementi antinutritivi che ostacolano il normale assorbimento dei nutrienti, riducendone l’efficienza nutrizionale – dice ancora Scordamaglia – per non parlare delle sostanze chimiche contaminanti e causa d’intossicazione, come quella avvenuta nel 2007 in California per consumo di cavallette importate dal Messico, sostanze spesso presenti in questi insetti, dato che molto spesso essi sono importati da Paesi con standard di sicurezza nettamente inferiori ai nostri”.

E, conclude il consigliere delegato, “Basta proporre cibi sintetici o esotici lontani dalla nostra cultura come panacea green per l’alimentazione del futuro, la nostra dieta fatta di qualità, sicurezza, cultura, territori e sostenibilità è il modello ideale da valorizzare e proteggere”.