Somministrata per la prima volta insulina al colon di ratti utilizzando una compressa per via orale alimentata da ‘micromotori’ chimici. A farlo, un team di ricercatori che lo riferisce all’American Chemical Society. L’insulina in compresse sarebbe un passo avanti importante per migliorare la qualità della vita dei pazienti. Per i milioni di persone che vivono con il diabete, l’insulina è un farmaco salvavita. A differenza di molti altri medicinali, tuttavia, l’insulina non può essere facilmente erogata ingerendo una pillola: deve essere iniettata sotto la pelle con una siringa o una pompa. I pazienti con diabete hanno difficoltà a regolare i loro livelli di glucosio nel sangue perché producono poca o nessuna insulina.
L’insulina sintetica esiste da più di cento anni, ma spesso viene somministrata con un’iniezione o con una pompa impiantata. Le persone affette da diabete spesso assumono insulina più volte al giorno; quindi, le iniezioni frequenti possono essere dolorose e, di conseguenza, alcuni pazienti non assumono la dose raccomandata nei tempi corretti. Per realizzare queste compresse, i ricercatori hanno coperto le microparticelle di magnesio con uno strato di una soluzione contenente insulina e uno strato di liposomi. Hanno quindi mescolato queste particelle con bicarbonato di sodio, le hanno pressate in mini-compresse lunghe circa 3 mme poi le hanno ricoperte con una soluzione di amido esterificato.
L’amido proteggeva le compresse dall’acido dello stomaco, permettendo loro di raggiungere intatte il colon. Quando si scomponevano, le microparticelle di magnesio reagivano con l’acqua per generare un flusso di bolle di idrogeno gassoso, che fungevano da micromotori che spingevano l’insulina verso il rivestimento del colon per essere assorbita. Il team ha anche testato le loro mini-compresse sui ratti e ha scoperto che potevano ridurre significativamente i livelli di glucosio nel sangue degli animali per oltre cinque ore. Anche se ulteriori studi sono necessari, lo studio dimostra che la pillola può mantenere un livello di glucosio basso quasi quanto l’insulina somministrata per iniezione.
agi.it
USA. In Alabama potrebbero essere incriminate le donne che fanno uso della pillola abortiva
scritto da Fatti Nostri | 13 Gennaio 2023
Le donne che fanno ricorso alla pillola abortiva in Alabama potranno essere perseguite penalmente. Lo ha affermato il procuratore generale che ha approvato, dopo l’abolizione del diritto costituzionale all’aborto da parte della Corte Suprema, una legge che mette praticamente al bando l’interruzione di gravidanza. Questa legge prevede azioni penali solo nei confronti di chi pratica l’aborto e non delle donne che ne fanno ricorso.
Però ora l’attorney generale Steve Marshall sostiene che, nel caso di utilizzo di pillole abortive, le donne possono essere incriminate sulla base di un’altra legge tesa a proteggere i minori da intossicazioni chimiche, inserita nel novero delle leggi “confermate dalla Corte Suprema dell’Alabama per proteggere i bambini ancora non nati”. Approvata nel 2006 per proteggere i bambini dai rischi dei laboratori casalinghi di metanfetamina, la legge è stata usata in questi anni contro le donne che hanno assunto droga durante la gravidanza.
In questo modo lo Stato conservatore intende rispondere all’azione del dipartimento di Giustizia democratico che ha stabilito che è legale inviare attraverso il servizio postale pillole abortive in Stati dove l’aborto è stato vietato.
Nel parere legale si afferma infatti che questi farmaci – a base di mifepristone e misoprostolo – possono essere usati per diverse patologie, e quindi la legge federale autorizza il loro invio dal momento che non si può determinare l’utilizzo che verrà fatto.
La mossa del dipartimento di Giustizia è arrivata dopo che nei giorni scorsi la Food and Drug Administration ha autorizzato le farmacie ad inviare la pillola abortiva direttamente alle donne negli stati dove la procedura è legale. Ma secondo Marshall questo non dovrebbe avere nessun impatto in Alabama dove “l’aborto volontario, anche con le pillole, è illegale”.
“La direttiva del dipartimento di Giustizia non cambia nulla – ha aggiunto il procuratore repubblicano – chiunque si azzardi a prescrivere pillole abortive in Alabama lo fa a suo rischio e pericolo: io applicherò con forza la legge dell’Alabama per proteggere la vita dei non nati”.
adnkronos
L’oncologo sulla morte di Vialli: “Abbiamo poche cure contro il tumore del pancreas”
scritto da Fatti Nostri | 13 Gennaio 2023
“In effetti, abbiamo poche cure per contrastare efficacemente il tumore del pancreas. Molti pongono tante aspettative nella chirurgia, che invece ha un ruolo del tutto marginale in questa malattia. Oggi come oggi la cura è sostanzialmente chemioterapica. Purtroppo le terapie a bersaglio non hanno dato particolari soddisfazioni, i chemioterapici sono molto pochi, l’immunoterapia non funziona. È una patologia orfana di molti farmaci“. Lo afferma all’agenzia Dire Michele Reni, professore associato di Oncologia dell’Università Vita e Salute e coordinatore dell’area oncologica Irccs San Raffaele di Milano, nel giorno della morte di Gianluca Vialli, dopo 5 anni di lotta proprio contro questa patologia.
“L’unica terapia a bersaglio che era stato dimostrato avesse un certo vantaggio nel controllare la malattia più a lungo- continua- era il farmaco Olaparib, indicato per i pazienti Brca mutati. Farmaco, però, per il quale l’Aifa non ha concesso la rimorsabilità e quindi ci impedisce di usarlo”.
IL TUMORE DEL PANCREAS NON FA DISTINZIONI
“Il tumore del pancreas, purtroppo, non fa distinzioni– afferma l’oncologo- colpisce un po’ tutti ed è una neoplasia in crescita dal punto di vista numerico. Di fatto noi abbiamo in cura pazienti di ogni età, dai 20 ai 100 anni. È vero che l’incidenza è maggiore nelle persone al di sopra dei 65 anni ma, in effetti, il cancro del pancreas colpisce tanti. Non c’è una categoria particolare di persone a rischio e questo rappresenta una delle difficoltà che incontriamo di fronte a questa malattia, perchè non potendo identificare con precisione la popolazione a rischio, di fatto non possiamo fare screening“.
“L’unica popolazione a rischio- precisa Reni- sarebbe quella dei mutati del Brca e, purtroppo, la decisione dell’Aifa intralcia la possibilità di fare cultura su questo argomento”.
DIFFICILE INDIVIDUARE ANCHE I FATTORI DI RISCHIO
Se è difficile comprendere chi possa essere il bersaglio del tumore del pancreas, non risulta facile nemmeno individuare i fattori di rischio di questo tipo di cancro. “Sono certamente il fumo, l’obesità, la vita sedentaria– rende noto Michele Reni- ma in realtà sono fattori di rischio tipici di vari tumori, non sono specifici del tumore del pancreas“.
I SINTOMI
Per quanto riguarda i sintomi, Reni dichiara che “sono davvero molto insidiosi, perché sono simili a moltissime altre problematiche: mi riferisco a dolori di stomaco, dolori dorsali, ma anche lo scompenso o la comparsa di un diabete in età adulta. Rientrano fra i sintomi sospetti anche un calo di peso ingiustificato e le feci chiare che galleggiano, legate a un cattivo assorbimento a livello intestinale, dato che il pancreas è una ghiandola che produce enzimi per assorbire il cibo che mangiamo. Lo può essere anche la comparsa di trombosi nelle gambe, dunque di coaguli di sangue all’interno delle vene delle gambe. Si tratta, comunque, di cose tutte abbastanza poco specifiche”.
LE ASPETTATIVE DI VITA
Se siamo dunque ancora lontani per arginare definitivamente questo ‘big killer’, quali sono le aspettative di vita per un paziente con tumore del pancreas? “Purtroppo- continua- la prognosi di questa malattia è prevalentemente brutta, ma ovviamente noi abbiamo tanti dati statistici, possiamo parlare di mediane. La prognosi è comunque peggiore rispetto a tutte le altre malattie. Tuttavia abbiamo persone che guariscono, qualche volte guariscono partendo da una situazione di malattia metastatica. Oggi come oggi rappresenta un po’ più l’eccezione che non la regola ma, di fatto, esistono persone che possono guarire pur partendo da una situazione di presenza di metastasi”.
“D’altra parte- precisa- il fatto di avere a disposizione terapie che permettono di prolungare la vita e ritardare le sofferenze legate alla malattia ci consente anche di alimentare la speranza che arrivino nuove cure che aggiungano nuove possibilità di controllare la malattia laddove oggi le risorse sono abbastanza limitate”.
VIALLI E LA DIAGNOSI DI CANCRO NEL 2017
A Gianluca Vialli fu diagnosticato un tumore del pancreas nel 2017. “Vialli-ricorda Reni- aveva un tumore che è stato asportato inizialmente. A livello statistico le probabilità di superare i cinque anni o di arrivare ai cinque anni sono circa il 40% nelle persone che hanno la malattia asportabile chirurgicamente. È poco, c’è sicuramente margine per migliorare ma questo ci dice quanto sia aggressiva la malattia”.
IL MESSAGGIO DI SPERANZA
Michele Reni lancia però un messaggio all’insegna della positività. “Dobbiamo cercare di lasciare viva la speranza per le persone che hanno questa malattia. Certamente la notizia della morte di Vialli corre sulle bocche di tutti, è una notizia funesta e può gettare nella disperazione in tanti. È vero, non ci nascondiamo: il tumore del pancreas è una brutta malattia ma nel corso della mia lunga attività posso dire che ci sono stati netti miglioramenti”.
“Ho iniziato a occuparmene circa 25 anni fa e oggi le persone che superano un anno dalla diagnosi di una malattia del pancreas mentre hanno un adenocarcinoma del pancreas metastatico sono il triplo di quelle del 1997. Quelle che superano i due anni sono 12 volte tante rispetto a quelle del 1997. È vero che è il fanalino di coda di tutti i tumori solidi ma, di fatto, stiamo facendo alcuni progressi e su qualche strumento possiamo fare affidamento. Ecco perché- conclude- bisogna continuare a lottare, a investire sulla ricerca e a non lasciarci andare”.
ag DIRE – www.dire.it
Un po’ di stress fa bene, specie in età avanzata
scritto da Fatti Nostri | 13 Gennaio 2023
Bassi livelli di stress derivanti da esercizi, attività fisica o impegni mentali potrebbero migliorare le capacità cognitive e fisiche in età avanzata. A sostenere fermamente questa tesi Firdaus Dhabhar, uno psichiatra americano e docente presso la Rockefeller University di New York e l’Università di Miami. Durante un Ted Talk, l’esperto ha sostenuto che lo stress a livelli bassi può svolgere un ruolo chiave nel rafforzare il sistema immunitario, promuovendo la formazione di connessioni nel cervello che migliorano le prestazioni mentali.
“Da una prospettiva darwiniana – osserva Dhabhar – non ha senso pensare allo stress come a un fattore sempre e necessariamente negativo e dannoso. La risposta allo stress è essenziale per la sopravvivenza”. Il gruppo di ricerca ha dimostrato che l’agitazione può essere utile nel mondo moderno. La tensione associata a una gara imminente, ad esempio, aiuta a preparare i sistemi cardiovascolare e muscoloscheletrico degli atleti, permettendo loro di raggiungere prestazioni ottimali. Sia lo stress fisico che quello mentale, spiegano gli studiosi, possono stimolare la produzione di interleuchine, sostanze chimiche che attivano il sistema immunitario rendendolo più efficace nel contrastare le infezioni.
I bambini nati da madri che hanno sperimentato un lieve stress quotidiano durante la gravidanza, secondo gli autori, avevano capacità di sviluppo più avanzate all’età di due anni, rispetto ai figli di madri che avevano sperimentato una gestazione completamente rilassata. Gli scienziati aggiungono che l’inattività che spesso accompagna la terza età può aggravare i cambiamenti corporei che si verificano naturalmente. Quando i muscoli non vengono sollecitati, le fibre si atrofizzano e il corpo diventa progressivamente più debole.
“I muscoli che non vengono attivati – afferma Casper Sndenbroe, uno scienziato dell’Università di Copenaghen che studia il sistema neuromuscolare umano – si deteriorano rapidamente. Per questo è importante svolgere esercizio fisico anche in età avanzata. In gioventù, poi, il muscolo si rigenera molto più velocemente, per cui è necessario un tempo molto più lungo per atrofizzare le fibre muscolari”. Molti studi dimostrano che le persone che rimangono attive attraverso lo sport sono significativamente meno vulnerabili al declino muscolare. “L’esercizio fisico è un allenamento per il sistema nervoso centrale ma anche per la mente – aggiunge Sndenbroe – esiste un’interazione bidirezionale tra i muscoli e i nervi che si estendono fuori dal midollo spinale. Il declino cognitivo legato all’età non è quindi sempre inevitabile”.
“Studi precedenti – sottolinea Joyce Shaffer, psichiatra e scienziata comportamentale presso l’Università di Washington – hanno dimostrato che le persone che hanno iniziato a prendere lezioni di pianoforte a 80 anni hanno sperimentato un miglioramento della funzione cerebrale. Restare impegnati in un’attività di qualunque genere ha un impatto molto positivo sul mantenimento delle capacità cognitive“. Team di scienziati di tutto il mondo hanno in programma di cercare di sfruttare le proprietà benefiche dello stress moderato nel campo della medicina, ad esempio per migliorare la guarigione e il recupero dopo l’intervento chirurgico. “Lo stress moderato – conclude Andy Philp, che dirige il programma di biologia dell’invecchiamento presso il Centenary Institute di Sydney – può essere considerato come un impulso in cui vengono stimolati percorsi molecolari e tessuti nel corpo, prima di tornare alla normalità. Ci siamo evoluti per essere attivi e rispondere a stimoli diversi, per cui se non riusciamo a esercitare questa possibilità, l’organismo puo’ accelerare i processi negativi. La comprensione dei benefici di vari tipi di stress sta diventando sempre piu’ importante nel contesto di un invecchiamento sano”.
agi.it
Tre milioni e mezzo di italiani sono a letto con l’influenza
scritto da Fatti Nostri | 13 Gennaio 2023
L’influenza continua la sua corsa record, con una forte crescita di contagi anche nell’ultima settimana e un livello di incidenza, pari a 16,0 casi per mille assistiti (13,1 nella settimana precedente) che ha superato la soglia di intensità alta. Sono oltre 3,5 milioni gli italiani già colpiti, 942mila solo nell’ultima settimana (770mila nei sette giorni precedenti).
Lo segnala il bollettino settimanale Influnet dell’Istituto Superiore di Sanità, relativo al periodo 28 novembre-4 dicembre. Superato il picco di tutte le stagioni passate fino al 2009, primo anno di monitoraggio, per di più in netto anticipo rispetto ai picchi precedenti giunti tra gennaio e febbraio. Aumenta l’incidenza in tutte le fasce di età, ma risultano maggiormente colpite le fasce di età pediatriche e in particolare i bambini al di sotto dei cinque anni di età in cui l’incidenza è pari a 50,2 casi per mille assistiti. (41,2 nella settimana precedente). Nella fascia di età 5-14 anni l’incidenza è pari a 29,29, nella fascia 15-64 anni a 13,16 e tra gli individui di età pari o superiore a 65 anni a 6,44 casi per mille assistiti.
In sette Regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Umbria, Marche, Abruzzo) l’incidenza ha superato la soglia di massima intensità.
agi.it
Alzheimer, è stato individuato il vero colpevole della malattia
scritto da Fatti Nostri | 13 Gennaio 2023
La formazione di placche amiloidi nel cervello è un segno distintivo della malattia di Alzheimer. Ma i farmaci progettati per ridurre gli accumuli di queste placche hanno finora prodotto, nella migliore delle ipotesi, risultati contrastanti negli studi clinici. I ricercatori di Yale hanno scoperto, tuttavia, che il gonfiore causato da un sottoprodotto di queste placche può essere la vera causa dei sintomi debilitanti della malattia. E hanno identificato un biomarcatore che potrebbe aiutare i medici a diagnosticare meglio l’Alzheimer e fornire un bersaglio per terapie future.
La notizia è riportata oggi sulla rivista Nature. Secondo i loro risultati, ogni formazione di placca può causa un accumulo di rigonfiamenti a forma di sferoide lungo centinaia di assoni – i sottili fili cellulari che collegano i neuroni del cervello – vicino ai depositi di placca amiloide. I rigonfiamenti sono causati dal graduale accumulo di organelli all’interno delle cellule note come lisosomi, che sono noti per digerire i rifiuti cellulari, hanno scoperto i ricercatori. Man mano che i rigonfiamenti si ingrandiscono, dicono i ricercatori, possono attenuare la trasmissione dei normali segnali elettrici da una regione del cervello a un’altra. Questo accumulo di sferoidi, dicono i ricercatori, provoca gonfiore lungo gli assoni, che a sua volta innesca gli effetti devastanti della demenza.
“Abbiamo identificato una potenziale firma dell’Alzheimer che ha ripercussioni funzionali sui circuiti cerebrali, ha normalizzato la conduzione elettrica degli assoni e migliorato la funzione dei neuroni nelle regioni cerebrali collegate da questi assoni. I ricercatori affermano che il PLD3 può essere utilizzato come marcatore nella diagnosi del rischio di malattia di Alzheimer e fornire un bersaglio per terapie future.
agi.it
Ospedali USA in allerta: l’inverno potrebbe portare molti casi di influenza
scritto da Fatti Nostri | 13 Gennaio 2023
“I casi d’influenza sono più alti del solito in questo periodo dell’anno e si prevede che aumenteranno nelle prossime settimane” ma un terzo virus, Rsv, “sta mettendo a dura prova gli ospedali pediatrici in alcuni stati”. A scriverlo è il New York Times secondo cui per più d due anni “scuole e uffici chiusi, distanziamento sociale e maschere hanno concesso agli americani una tregua dall’influenza e dalla maggior parte delle altre infezioni respiratorie” ma “è probabile che questo inverno sia diverso”. Il motivo?
“Con poche o nessuna restrizione in atto e viaggi e socializzazione in pieno svolgimento, un previsto aumento invernale dei casi di Covid sembra pronto per una stagione influenzale in netta ripresa, causando un ‘twindemic’ – o addirittura un ‘tripledemic’”, una tripledemia, un ‘triplete del contagio, con un terzo patogeno virus respiratorio sinciziale, detto anche Rsv.
Negli Stati Uniti, ad esempio, i casi d’influenza hanno già iniziato a crescere prima del solito e si prevede che aumenteranno nelle prossime settimane e infatti i bambini infettati da Rsv, che ha sintomi simili a influenza e Covid), rinovirus ed enterovirus stanno già mettendo a dura prova gli ospedali pediatrici in numerosi stati. a.
Fare le faccende domestiche insieme fa bene anche al sesso?
scritto da Fatti Nostri | 13 Gennaio 2023
In casa fa tutto lei, fa tutto lui o i compiti sono suddivisi? E questo ha qualcosa a che vedere con il sesso e il desiderio sessuale in una coppia? A investigare sul tema in Italia è stato Incontri-ExtraConiugali.com, che ha preso spunto da una analoga ricerca realizzata qualche tempo fa del Dipartimento di Scienze Psicologiche della Swinburne University of Technology in Australia. Il risultato? Dove il lavoro è ripartito tra i due membri di una coppia, il desiderio sessuale è maggiore.
Lo studio australiano (a cui lavorarono le ricercatrici Eva Johansen, Astrid Harkin, Fionna Keating, Amelia Sanchez e Simone Buzwell) aveva analizzato le risposte di 299 donne di età compresa tra i 18 e i 39 anni attraverso un questionario online che ha misurato la correlazione tra ripartizione del lavoro domestico (fattori di relazione) e le dimensioni del desiderio sessuale.
UN CAMPIONE DI 2.000 DONNE
Nell’indagine di Incontri-ExtraConiugali.com sull’Italia, invece, realizzata tra il 10 ed il 14 ottobre attraverso un questionario online applicato ad un campione di 2 mila donne di età compresa tra i 18 ed i 50 anni, rappresentativo delle diverse regioni d’Italia (100 donne per regione), le partecipanti – proprio come nello studio australiano – sono state divise in 3 gruppi: il primo caratterizzato da un’equa divisione uomo-donna delle faccende di casa (lavoro domestico paritario), il secondo caratterizzato da faccende svolte esclusivamente o in maggior misura dalle donne (lavoro domestico prevalentemente femminile) ed infine il terzo gruppo dove il lavoro è svolto principalmente dall’uomo, caso che risulta ancora oggi abbastanza raro in Italia, soprattutto nelle regioni del Sud.
SE IN CASA FA TUTTO LEI (O RARAMENTE LUI), IL DESIDERIO SESSUALE SCEMA
Seppure le proporzioni di ciascuna delle 3 categorie sono molto diverse rispetto alla realtà australiana, il risultato però è del tutto analogo in quanto alle conclusioni: “Anche da noi in Italia le donne in relazioni paritarie (in termini di lavoro domestico e carico mentale) provano un maggiore desiderio sessuale rispetto alle donne che invece sono impegnate in relazioni disuguali” sottolinea Alex Fantini.
Indipendentemente dall’età delle intervistate, gli analisti di Incontri-ExtraConiugali.com hanno potuto rilevare un calo di libido nel caso (più frequente) in cui è soprattutto la donna a sbrigare le faccende domestiche ed in quello in cui (più raramente) è l’uomo a farsene carico. “Certo a causare un calo di libido a mesi di distanza dal relax delle vacanze estive è un po’ per tutti la noia, che peraltro si risolve facilmente con una scappatella. Ma questo studio australiano ci ha permesso di approfondire altri fattori che sono di gran rilievo nelle dinamiche del tradimento” commenta Alex Fantini.
LE DONNE SENZA AIUTI CERCANO SCAPPATELLE
“Ora sappiamo per certo – prosegue il fondatore di Incontri-ExtraConiugali.com- che le coppie che si aiutano nelle faccende domestiche hanno un maggiore desiderio sessuale“. Le donne che a casa fanno troppe faccende trovano poi una via di fuga anch’esse nel tradimento e riescono così perfino a salvare la coppia. “Insomma sono schiave nella loro relazione, ma regine nella relazione extraconiugale” dice Fantini.
Ma che succede nelle coppie che si aiutano? Qui la risposta non è poi così scontata, perché la propensione al tradimento è elevatissima anche in questo gruppo. “In definitiva, aumenta il desiderio sessuale ma lo si appaga poi anche al di fuori della coppia” concludono gli analisti di Incontri-ExtraConiugali.com.
ag. dire – www.dire.it
Neuroscienze: ricerca italiana scopre la relazione tra emicrania e sensibilità alla luce
scritto da Fatti Nostri | 13 Gennaio 2023
Tra i numerosi sintomi del mal di testa c’è l’ipersensibilità alla luce, che induce chi ne soffre a cercare di passare più tempo possibile al buio durante le fasi acute. A livello scientifico questa esperienza comune è stata considerata a lungo in contraddizione con il fatto che il mal di testa porta a una diminuzione dell’attività dei neuroni nella corteccia visiva. Come fanno infatti i neuroni meno attivi a portare a una trasmissione maggiore, addirittura eccessiva, degli stimoli visivi? Lo svela uno studio nato dalla collaborazione tra l’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna, l’Istituto di Neuroscienze del CNR di Pisa e il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Padova, e pubblicato sulla prestigiosa rivista “Journal of Headache and Pain”, dedicata alle ricerche sul mal di testa. Durante l’emicrania, i neuroni sono effettivamente meno attivi ma allo stesso tempo riescono a sincronizzarsi in modo più veloce così che la risposta collettiva della corteccia visiva è in grado di propagarsi con un’efficacia addirittura eccessiva che porta all’ipersensibilità.
Un modello matematico per comprendere i comportamenti dei neuroni durante l’emicrania
“Il nostro studio mostra che i neuroni nella corteccia sono meno attivi in risposta a uno stimolo visivo – spiega Nicolò Meneghetti, primo autore del lavoro e studente PhD dell’Istituto di BioRobotica -. Questo succede a causa di un potenziamento, nelle persone con mal di testa, dei neuroni “inibitori” il cui ruolo è quello di diminuire l’attività cerebrale. Meno attività però non significa per forza che le informazioni non continuino a viaggiare: non solo i neuroni continuano a parlare tra di loro, ma proprio i neuroni inibitori sincronizzano le comunicazioni impacchettandole più velocemente di quanto non succeda senza emicrania, portando quindi a una trasmissione troppo efficace dell’informazione visiva”.
“Per capire i comportamenti patologici dei neuroni partiamo sempre da un modello matematico del comportamento sano e poi studiamo come le modifiche che la malattia induce nei singoli neuroni portino a cambiamenti nella dinamica della rete e quindi a malfunzionamenti – spiega Alberto Mazzoni, responsabile del Laboratorio di Neuroingegneria Computazionale della Scuola Superiore Sant’Anna e co-coordinatore del progetto – Questo è possibile solo con una collaborazione molto stretta tra chi acquisisce i dati e chi li analizza e modella, ovvero i neurofisiologi e i neuroingegneri. I risultati di oggi in particolare non sarebbero stati possibili senza Matteo Caleo, professore al CNR di Pisa e all’Università di Padova, che ha ideato il lavoro e ne ha guidato gli aspetti sperimentali fino alla tragica e prematura scomparsa di questa primavera. Il lavoro è dedicato a lui”.
Emicrania e non solo…
Questa scoperta apre la strada non solo a possibili cure mirate per gli effetti visivi del mal di testa, ma anche alla comprensione dei meccanismi di altre patologie che ci rendono ipersensibili alla luce. “L’emicrania – conclude Meneghetti – condivide alcune caratteristiche comuni con altre malattie, come ad esempio l’epilessia. Il nostro modello potrebbe quindi aiutare a spiegare alcune caratteristiche di queste patologie e a trovare nuove soluzioni per combatterle”. (aise)
Colesterolo, killer silenzioso: il 40% degli italiani lo sottovaluta
scritto da Fatti Nostri | 13 Gennaio 2023
Silenzioso, invisibile e sottovalutato. Il colesterolo è oggi tra i principali responsabili delle oltre 18,6 milioni di vittime per patologie cardiovascolari nel mondo, che in Italia rappresentano il 34,8% dei decessi totali. Ma queste malattie sono ancora sottovalutate, con meno di un italiano su due che riesce a distinguere il colesterolo ‘buono’ da quello ‘cattivo’.
A scattare l’allarmante fotografia è l’indagine SWG per Sanofi presentata oggi a Milano in occasione dell’incontro “La prevenzione che sta a cuore. Malattie cardiovascolari e colesterolo nei pazienti ad alto rischio: agire prima, in modo intensivo e efficace, per ridurre la mortalità”. Oltre il 40% degli intervistati sottovaluta i rischi legati ad alti livelli di colesterolo, mentre circa 1 su 3 ritiene che il rischio di mortalità legato all’ipercolesterolemia debba preoccupare solo chi ha problemi cardiaci pregressi. E ancora, meno di 1 su 2 (il 43% del campione) sa che è il colesterolo LDL ad essere dannoso per la nostra salute.
L’obiettivo della ricerca, condotta su un campione di oltre 1.200 soggetti di età compresa tra i 45 e i 74 anni, è stato quello di analizzare la conoscenza delle malattie cardiovascolari e la percezione circa le conseguenze dell’ipercolesterolemia, per offrire spunti di riflessione e stimoli concreti a pochi giorni dalla Giornata Mondiale del Cuore prevista per il 29 settembre.
“Siamo nel 2022, ma la conoscenza delle malattie cardiovascolari in Italia non è brillante, anzi”, commenta Emanuela Folco, presidente della Fondazione Italiana per il Cuore (FIPC). “Nel nostro Paese, oltre 1 decesso su 3 è imputabile alle patologie cardiovascolari. Sono la prima causa di morte sia per gli uomini, con 98mila decessi l’anno (31,7% del totale), che per le donne, con 127mila decessi l’anno (37,7% del totale)”.
Secondo Folco, i numeri sulla mortalità delle donne rappresentano “un dato molto importante, perché la donna spesso non è consapevole di essere a rischio di malattie cardiovascolari perché, per una definizione che ci portiamo dietro da anni, queste malattie sono malattie maschili. Ma questo non è vero. Le donne muoiono con una differenza di circa 10 anni rispetto agli uomini, ma muoiono per malattie cardiovascolari e non per tumore al seno. Questo ce lo dicono i numeri dell’Iss”. Ma la difficoltà nel combattere le malattie cardiovascolari, prosegue ancora Folco, sta anche nella loro “particolarità” di essere “malattie silenti”, ovvero che “si sviluppano e noi non ce ne accorgiamo, a meno che non si facciano gli esami periodici. Non ci fanno paura, ma questo è drammatico perché i numeri sono drammatici”.
L’IMPORTANZA DELLA PREVENZIONE
La chiave per combattere queste patologie ‘silenziose’ è quindi la prevenzione. Ma se il 92% degli intervistati si dice convinto che i problemi cardiocircolatori possano essere evitati, a questa convinzione non corrispondono azioni concrete. Solo per il 17% del campione, infatti, è opportuno eseguire periodicamente visite di controllo, mentre solamente il 31% si è sottoposto ad una valutazione del rischio cardiovascolare negli ultimi 12 mesi. A non poter però sottrarsi a controlli regolari sono, più degli altri, i pazienti ad alto rischio cardiovascolare che rappresentano, in base alle linee guida internazionali, la vera e urgente priorità nell’ambito degli interventi preventivi.
“Il tema della prevenzione è di grande importanza per tutti noi, ma diventa cruciale quando si parla di paziente ad alto rischio cardiovascolare”, commenta Ciro Indolfi, presidente della Società Italiana di Cardiologia. Chi è stato colpito da un evento cardiovascolare, infatti, corre un rischio elevato di andare incontro ad un nuovo infarto o Ictus negli anni successivi. Eventi che potrebbero essere sensibilmente ridotti se venissero sempre più implementate le strategie di prevenzione secondaria”.
Indolfi spiega quindi che “proprio nella direzione di un trattamento precoce e rapido va l’abbassamento delle soglie di colesterolo LDL per l’accesso ai nuovi farmaci anti-colesterolo PCSK9, recentemente pubblicate in Gazzetta Ufficiale da AIFA. Evidenze scientifiche dimostrano come il colesterolo LDL sia causa delle patologie cardiovascolari, non un fattore di rischio, e come la sua riduzione rappresenti uno degli obiettivi principali per limitare eventi cardiovascolari quali l’infarto miocardico e contrastare la mortalità”.
Il presidente della Società Italiana di Cardiologia aggiunge quindi che “le linee guida della Società Europea di Cardiologia suggeriscono in prevenzione secondaria livelli di colesterolo LDL inferiori a 55 mg/dl e, in alcuni pazienti particolarmente a rischio, livelli di LDL-C ancora più bassi e inferiori a 40 mg/dl. Questi obiettivi così ambiziosi possono essere oggi raggiunti grazie a nuovi farmaci come gli anticorpi monoclonali, che sono inibitori della proteina PCSK9, capaci di ridurre del 60% il livello di colesterolo cosiddetto cattivo, dimostrando un chiaro beneficio clinico nei pazienti con elevato rischio cardiovascolare”.
Il paziente ad alto rischio cardiovascolare ha subìto uno o più eventi cardiovascolari ed è un paziente cronico che come tale va trattato. Sebbene sia spesso in terapia con farmaci orali come le statine e ezetimibe, continua a registrare alti livelli di colesterolo LDL. Per questo la sua gestione rappresenta oggi una delle principali complessità per i Sistemi Sanitari Nazionali.
“La cosa più importante è trattare dal punto di vista terapeutico e farmacologico il profilo lipidico”, spiega Giuseppe Di Tano, presidente Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO) Lombardia. “La misura dell’adeguatezza del trattamento ce le danno le LDL, un parametro silente dal punto di vista sintomatico ma facilmente riproducibile e oggettivo, che permette al medico di famiglia o al cardiologo di essere molto incisivi”.
“Se le statine, che sono i farmaci più correntemente utilizzati, non riescono a garantire un livello di Ldl adeguato, bisogna aggiungere un altro farmaco. La ricerca- aggiunge ancora Di Tano- sta aiutando perché rispetto alla cura dell’ipercolesterolemia adesso abbiamo farmaci molto aggressivi e molto efficaci, perché agiscono su dei parametri molto fini e quindi permettono di raggiungere dei livelli più bassi di Ldl, a fronte di effetti collaterali più bassi”.
Ma se la ricerca va avanti, sulla percezione dell’ipercolesterolemia che c’è ancora tanto da fare. Secondo la ricerca, infatti, il 20% degli italiani non conosce neppure i rischi derivanti da alti livelli di colesterolo, mentre per il 42% il controllo del livello del colesterolo dipende solamente dalla dieta alimentare e dall’attività fisica, trascurando quindi l’efficacia terapeutica. Ma questa condizione cronica ha un impatto anche sulla vita del paziente: sale fino all’80%, infatti, la percentuale di persone con colesterolo alto che dichiara di aver cambiato le proprie abitudini, con maggior riguardo alla vita familiare (24%) e perfino lavorativa (11%).
“In Sanofi siamo quotidianamente impegnati nello studio di soluzioni terapeutiche innovative e programmi per il miglioramento della qualità di vita e della sopravvivenza dei pazienti con malattie cardiovascolari”, dichiara Andrea Rizzi, Medical Head General Medicines di Sanofi Italia. “È un impegno concreto che si esplicita anche in un contributo in termini di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, pazienti e caregiver, su come vada alzato il livello di attenzione relativo all’impatto che questo tipo di malattie hanno sulla nostra società e sul sistema sanitario nazionale”.