Massa: è salva dopo una lunga operazione la bimba moldava nata con il cuore a destra

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catturaIl suo cuore, da quando è nata, dieci anni fa, batteva a destra e presentava diverse malformazioni. Ora, uno straordinario intervento eseguito da una équipe dell’Ospedale del Cuore della Fondazione Monasterio di Massa ha praticamente fatto rinascere la piccola Nicoleta.

La bambina era arrivata a luglio dalla Moldavia con una diagnosi importante: trasposizione congenitamente corretta delle grandi arterie in destrocardia con atresia polmonare e ampio difetto del setto interventricolare. La piccola, già quando aveva solo nove mesi, era stata sottoposta in Moldavia a un percorso chirurgico; nel frattempo era partito un percorso di cooperazione sanitaria internazionale, svolto dall’Associazione “Un cuore un mondo” e dalla Fondazione Monasterio.

A luglio Nicoleta è arrivata in Italia per completare con un’altra operazione un percorso chirurgico palliativo iniziato in Moldavia. Ma dopo settimane di studio e confronto nel team multidisciplinare formato da cardiochirurghi, cardiologi e cardio-anestesisti, i medici, all’unanimità, decidono di sottoporre Nicoleta a un intervento completamente diverso, lungo, estremamente delicato, ma risolutivo per il suo cuore.

L’operazione ha impegnato l’équipe per circa 10 ore in sala operatoria ed è stato classificato, per complessità e rischio di mortalità, al livello più alto secondo la classificazione della “Society of Thoracic Surgeons – European Association for Cardio-Thoracic Surgery Congenital Heart Surgery Mortality Categories”.

Ora, la risonanza magnetica cardiaca post operatoria ha dimostrato che il suo cuore è stato corretto al 97 per cento: Nicoleta potrà condurre una vita normale.

L’intervento è stato eseguito da una équipe guidata da Vitali Pak, da oggi direttore della cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale del Cuore di Massa della Fondazione Monasterio. Cinquantenne, nato in Uzbekistan da genitori coreani, Pak ha completato i suoi studi universitari di medicina e di specializzazione in cardiochirurgia in Russia. Dal 2012 rientra in Italia dopo alcune esperienze negli ospedali di Bergamo, Parigi, Cincinnati nella cardiochirurgia neonatale, come quella relativa a un intervento su un bambino di un giorno, del peso di 400 grammi e il cuore delle dimensioni poco più grandi di una noce.

“È stata una scelta difficile, ma assolutamente condivisa con tutta la squadra: noi eravamo pronti – spiega Pak -. Tre erano le difficoltà dell’intervento: la rara cardiopatia congenita, la morfologia del cuore a destra, e il fatto di dover intervenire su un cuore che già aveva subito un’operazione, elemento che, quindi, aggravava il – già presente – rischio operatorio. Bisogna avere coraggio, e credere nell’équipe: e io ci credo, nei singoli, come medici e come persone, e nel gruppo. Per questo, ringrazio Gaia Viganò e Duccio Federici, i cardiochirurghi che erano al mio fianco, Alexandru Morosan, il cardio-anestesista che era in sala, Alba Buselli, tecnico perfusionista, Daniela Pardini, tecnico di anestesia, e Rossana Vinciguerra, strumentista di sala”.

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Houston: torna il “Caffè della scienza”

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13ricercatoriNuovo appuntamento con i “Caffè della scienza” promossi a Houston dall’Ufficio scientifico del Consolato generale. Domani, venerdì 26 agosto, si parlerà di neuroterapie, tra ricerca e business.
“Navigare nello spazio neuroterapeutico: un viaggio allo scoperta dei farmaci, dal mondo accademico alla piccola impresa” il tema dell’intervento di Fernanda Laezza (MD PhD, Graduate Program Director & Professor Department of Pharmacology & Toxicology University of Texas Medical Branch) speaker dell’incontro, che si terrà in lingua inglese.
Appuntamento domani dalle 17.00 al The Brochestein Pavilion – Rice University (6100 Main St., Houston, TX 77005).

Per partecipare occorre confermare la propria presenza inviando una email all’indirizzo houston.scienza@esteri.it.




Perché la sanità calabrese finirà in mano ai medici cubani

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130814019 13c85604 c005 42f8 8cf5 bd0b757be687Emergenze e polemiche: alla sanità calabrese non mancano né le une né le altre, e anche la cronaca di oggi lo conferma con la coda direazioni all‘accordo che il presidente della Regione e commissario Roberto Occhiuto ha siglato con una società statale del governo di Cuba per l’invio in Calabria di un contingente di medici caraibici per sostenere un servizio regionale fiaccato dalla carenza di personale.

Emergenze e polemiche, quelle che a cadenza praticamente quotidiana stanno accompagnando quasi 13 anni di piano di rientro e 12 anni di commissariamento del settore, un lungo lasso di tempo che finora non ha prodotto quello che doveva produrre: il risanamento e il rilancio della sanità calabrese.

Da alcuni mesi, dopo anni di fallimentari gestioni di matrice governativa, a guidare la sanità calabrese è il presidente della Regione Roberto Occhiuto, ora anche commissario, che ha affrontato di petto la questione spendendosi anzitutto per ovviare al gravissimo deficit di operatori sanitari, che sono oggettivamente pochi per un settore che rischia di crollare definitivamente sotto il peso di criticità vecchie e nuove, come la pressione del Covid 19 sulla rete ospedaliera e assistenziale.

Il quadro di estrema difficoltà lo evidenzia lo stesso commissario Occhiuto nel decreto che ha suggellato l’accordo con la società cubana, “Comercializadora de Servicios Medicos Cubanos S.A. (Csmc S.A.)”, questo il nome completo.

“In Calabria – si legge nel Dca di Occhiuto – la carenza di personale medico, determinatasi a causa del blocco del turn over conseguente al piano di rientro dal debito sanitario, i ritardi registratisi nelle procedure di reclutamento e la scarsa partecipazione di candidati alle anzidette procedure, impongono una nuova valutazione sull’assetto degli organici ed un intervento immediato di potenziamento delle strutture nelle aree più critiche”, e – prosegue il decreto – “da una ricognizione dei fabbisogni di personale delle Aziende del Ssr è emerso uno scostamento significativo tra il fabbisogno teorico di personale rilevato dalle Aziende e le unità in servizio”.

In concreto, sarebbero oltre 2.400 le unità che mancano all’appello nella sanità calabrese, un “vulnus” che non si riesce a sanare perché i concorsi vanno deserti visto che nessun operatore se la sente di scendere in Calabria e di lavorare in un settore pieno di disagi.

Un settore che peraltro sta manifestando segni di inversione di tendenza: l’ultimo tavolo di verifica interministeriale ha infatti registrato passi avanti nella gestione contabile con la guida Occhiuto, anche se l’avanzo riscontrato – oltre 26 milioni – sarebbe dovuto a un maggiore finanziamento per la Calabria nel 2021 e anche se il debito commerciale è ancora quantificato, a fine dicembre scorso, a oltre un miliardo.

Resta però drammatica la carenza di personale, da qui la decisione di Occhiuto di avviare una trattativa con la società Csmc S.A., società commerciale con capitale totalmente detenuto dallo Stato cubano che ha già affiancato anche altre regioni italiane nella fase più acuta del Covid 19.

Nell’accordo, che prevede – per come annunciato da Occhiuto – l’arrivo in Calabria di 497 medici cubani, ovviamente a scaglioni, “all’occorrenza”, si dispone che i medici cubani contrattualizzati opereranno “in termini funzionali alle direttive dei responsabili delle strutture degli enti sanitari ospitanti, impegnandosi a svolgere le loro attività sulla base degli standard, protocolli e regolamenti applicabili sul territorio della Repubblica Italiana”.

La Csmc si impegna a “garantire che gli operatori sanitari cubani abbiano le capacità professionali e l’esperienza adeguata e necessaria per l’esercizio delle attività sanitarie per le quali risultano titolari di apposita specializzazione”.

A sua volta la Regione si impegna a “informare gli operatori sanitari cubani dei protocolli degli standard terapeutici utilizzati presso la Regione Calabria e le aziende del servizio sanitario regionale di assegnazione e impartire loro un corso di perfezionamento linguistico, medicina legale e organizzazione”.

Il fatto è che l’intesa con Cuba non sarà a costo zero per la Regione Calabria. Per ogni medico – si legge nello schema di accordo – la Regione Calabria “corrisponderà a Csmc un corrispettivo mensile onnicomprensivo pari a 3.500 euro”, compenso che sarà corrisposto a cadenza trimestrale, e a ciascun operatore sanitario l’importo forfettario netto mensile di 1.200 euro, a copertura delle spese di mantenimento”.

Sarà sempre la Regione a farsi carico dei costi di viaggio Italia-Cuba (due andata/ritorno all’anno) e delle spese di alloggio, nonché dei costi per la formazione integrativa”. Per ciascun medico, dunque, la Regione prevede un budget di 4.700 euro al netto delle spese di alloggio.

Se si dovesse arrivare a utilizzare effettivamente tutti i 497 medici cubani l’esborso sarebbe di oltre 2,3 milioni di euro al mese e circa 28 milioni all’anno. Ovviamente, com’era prevedibile, l’accordo ha scatenato numerose reazioni, tra quanti difendono la scelta del governatore Occhiuto e quanti la contestano: Forza Italia, il partito di Occhiuto, e l’intera maggioranza di centrodestra alla Regione parlano di “strumento di successo” per sopperire alla necessità di reclutare nell’immediato addetti ai servizi sanitari, mentre il centrosinistra critica la sostanziale “delegittimazione” degli operatori calabresi e il costo eccessivo dell’operazione, la Cgil chiede un incontro a Occhiuto sostenendo che bisogna rispettare i contratti collettivi nazionali e la senatrice Bianca Laura Granato sostiene che “continua la sfacciata e impertinente propaganda, che a poche settimane dalle Politiche diventa anche elettorale, del presidente della Regione nonché commissario ad acta per la sanità, sulla pelle dei calabresi e il sacrosanto diritto alla cura”.

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La mosca ‘lanterna maculata’, l’insetto che preoccupa New York

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downloadL’ultima emergenza di New York è un insetto invasivo. Una mosca, per la precisione. Meglio, una “lanterna maculata” che i newyorkesi hanno chiesto agli scienziati di debellare al più presto e senza pietà alcuna perché può devastare colture come uva e mele, danneggiare gli alberi rendendo sgradevole la possibilità di stare e vivere all’aria aperta, specie in questa stagione caratterizzata da un caldo oltre misura.

Le mosche, dette anche “lanterne volanti” hanno cominciato la loro più robusta invasione dell’area metropolitana quando sono apparse per la prima volta nel 2020. Riporta il New York Times: “Da quando le ‘mosche lanterne’, originarie di parti dell’Asia, sono arrivate negli Stati Uniti nel 2011 – dentro un cumulo di detriti, come affermano gli scienziati – sono state documentate infestazioni in dodici stati, tra cui Pennsylvania e New Jersey, a Long Island, nella valle dell’Hudson e New York occidentale”. Per altro questi insetti “sono facili da identificare, volano goffamente e si fanno vedere dalle persone, non sono solo nei boschi, e il loro contrasto da parte dei cittadini favorisce molto la partecipazione della popolazione, che si organizza per abbatterle in proprio, schiacciandole, calpestandole come può.

Non sono pochi, però, coloro che pensano che la massiccia presenza di questi fastidiosi insetti sia dovuta all’effetto del riscaldamento del pianeta. Tuttavia, sono anche molte le agenzie ambientali cittadine e statali che diffondono istruzioni su come identificare gli insetti (le larve sembrano zecche, mentre gli adulti assomigliano a falene maculate grigie, con colorazione rossa spesso nascosta dietro le ali), su come evitare che si diffondano (controllare le auto prima di mettersi in viaggio), su come documentarle e segnalarle e su come acquistare o costruire delle trappole che siano al tempo stesso efficaci ma anche ecocompatibili. Joseph Borelli, un repubblicano membro del consiglio comunale di Staten Island, ha recentemente esortato i dipartimenti dei parchi e della salute della città ad agire contro le mosche che imperano. E in una lettera riportata per la prima volta dallo Staten Island Advance, ha definito questi insetti una “nuova minaccia per la nostra ecologia” che si sta “riproducendo a un ritmo allarmante” e spaventando alcuni residenti, sebbene le mosche non danneggino direttamente gli esseri umani o gli animali.

La battaglia dei cittadini contro le mosche invasive è davvero la strada da percorrere? Marielle Anzelone, ecologista urbana di New York, afferma in una dichiarazione al quotidiano di New York che la domanda è di per sé anche un enigma più ampio che investe il ruolo degli individui e dei governi nell’affrontare problemi ambientali tentacolari e al tempo stesso difficili da risolvere. Borelli non ha invece aspettato che fosse un’agenzia cittadina ad agire. Tant’è che lo scorso sabato, in un parco nel quartiere di Tottenville a Staten Island, ha personalmente sponsorizzato un seminario gratuito per costruire trappole contro le “mosche lanterna”.

Intanto il dibattito ferve, perché alcuni sostenitori delle piante autoctone vedono un aspetto positivo per l’invasione in corso: le “mosche delle lanterne” si nutrono infatti dell’albero del paradiso, o ailanthus, un’altra specie asiatica anch’essa invasiva e in rapida crescita importata nel 1700 per drenare le paludi e ombreggiare le strade. E New York ha una relazione di vero amore-odio con l’ailanthus, tanto da giustificare e accettare – di conseguenza –la presenza delle stesse fastidiosissime “mosche lanterna”. Tuttavia, documenta il New York Times, interrogativi e titubanze a parte, “la signora Anzelone ha deciso da che parte stare ieri direttemente con i propri piedi. Ha avvistato una lanterna su un marciapiede di Brooklyn. L’ha fotografata. Poi l’ha calpestata. E con una certa soddisfazione. “Ho fatto la mia piccola parte”, ha detto.

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Proteina può predire rischio diabete e morte per cancro: lo studio

laboratorio ricerca 123rf

laboratorio ricerca 123rfUna proteina potrebbe predire il rischio che una persona ha di ammalarsi di diabete o di morire per un cancro. Si chiama prostasina e secondo uno studio pubblicato su ‘Diabetologia’, la rivista dell’Associazione europea per lo studio del diabete (Eadv), quando è presente nel sangue in grandi quantità può aumentare del 76% le probabilità di sviluppare la ‘malattia del sangue dolce’ e del 43% quelle di decesso da tumore, con un’associazione particolarmente marcata nel caso in cui alla prostasina alta si associ anche iperglicemia.

I ricercatori hanno analizzato campioni ematici di 4.658 adulti (età media 58 anni, 40% uomini), prelevati nell’ambito del Malmö Diet and Cancer Study, maxi ricerca prospettica in corso dai primi anni Novanta nella città di Malmo nel sud della Svezia. L’analisi pubblicata è “la più completa del genere mai condotta finora e getta nuova luce sul legame biologico tra diabete e cancro”, afferma Gunnar Engström della Lund University di Malmö, co-autore principale del lavoro che indica la prostasina – presente principalmente nelle cellule epiteliali che rivestono le superfici interne ed esterne del corpo – come “un nuovo potenziale marker di rischio per lo sviluppo del diabete e la mortalità per cancro, specialmente nelle persone con livelli elevati di zucchero nel sangue”, sottolinea il primo autore della ricerca Xue Bao, dell’ospedale affiliato alla University Medical School di Nanchino, in Cina. Un indicatore ‘spia’ “facilmente accessibile”, precisa, perché misurabile attraverso un semplice prelievo.

I risultati che correlavano i livelli di prostasina al rischio di diabete e di morte per cancro sono rimasti validi anche dopo averli corretti tenendo conto di svariati fattori confondenti tra cui età, sesso, girovita, livelli di colesterolo cattivo, pressione, assunzione di farmaci, abitudine al fumo e all’alcol. Gli autori evidenziano tuttavia che lo studio è osservazionale e ne descrivono diversi limiti: per esempio i campioni di sangue utilizzati erano rimasti conservati per almeno un decennio, e i dati ottenuti su partecipanti di una città svedese potrebbero non essere generalizzabili su ampia scala ad altre popolazioni.

Benché sia noto che le persone con diabete di tipo 2 hanno circa il doppio delle probabilità di ammalarsi di cancro al pancreas, all’endometrio e al fegato, e un rischio maggiore del 30% di tumore all’intestino e del 20% superiore di cancro al seno, i meccanismi alla base di questo link restano poco conosciuti.

I ricercatori si sono concentrati sulla prostasina per i suoi effetti nella regolazione dei livelli di sodio, del volume ematico e della pressione sanguigna, e perché è stato osservato che la sostanza incide sulla crescita tumorale indotta dall’iperglicemia ed è associata al metabolismo del glucosio. Hanno così scoperto che concentrazioni elevate di prostasina sono correlate alla presenza di diabete (le persone con livelli di proteina nel quartile più alto avevano quasi il doppio delle probabilità di soffrirne rispetto a quelle con concentrazioni di prostasina nel quartile più basso) e che la proteina era significativamente associata alla mortalità sia per cancro sia per tutte le cause. Per ogni raddoppio della concentrazione di prostasina, il rischio di mortalità per tumore aumentava rispettivamente del 139% e del 24% tra i partecipanti con e senza livelli elevati di glucosio nel sangue. Nessuna correlazione è stata invece riscontrata con la mortalità cardiovascolare.

“Poiché la prostasina ha un ruolo nel controllo di diverse vie biologiche associate al diabete, che sono coinvolte anche nell’insorgenza di alcuni tumori, potenzialmente – ipotizza Xue Bao – potrebbe mediare il processo” che collega un “elevato livello di zucchero nel sangue al cancro, o almeno potrebbe agire come un marker di suscettibilità ai tumori nelle persone con glicemia alta. Per analizzare più in dettaglio questo aspetto, in studi futuri sarà utile tracciare le origini esatte della prostasina” che circola “nel sangue e determinare se l’associazione tra prostasina e diabete sia causale”.

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Covid, allo studio vaccino nasale: promettente anche contro contagi

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laboratorio covid afpNon si ferma il cammino degli scienziati verso la meta di un vaccino anti-Covid nasale. In molti lo stanno studiando. E il tema torna d’attualità con una nuova ricerca pubblicata su ‘mBio’, rivista open access dell’American Society for Microbiology. Nel nuovo lavoro un team di ricercatori Usa mostra le potenzialità di un vaccino mucosale a base di batteriofagi (o fagi), cioè virus che infettano esclusivamente batteri e che vengono utilizzati, facendo loro esprimere un pezzetto di Sars-CoV-2, per indurre una risposta immunitaria a livello della mucosa nasale. La dote principale? Gli scienziati parlano di efficacia anche contro il contagio.

Il ‘santo graal’ per chi studia vaccini contro Covid-19 è uno scudo in grado di prevenire in maniera efficiente anche la trasmissione virale, oltre a proteggere da malattia grave. L’immunità mucosale è ritenuta la chiave per raggiungere questo obiettivo. Nel nuovo studio, gli autori senior Venigalla B. Rao, del Bacteriophage Medical Research Center della Catholic University of America a Washington Dc, e Ashok K. Chopra, del Dipartimento di microbiologia e immunologia dell’University of Texas Medical Branch di Galveston, descrivono insieme ai colleghi i risultati ottenuti sui topi con la somministrazione intranasale di due dosi – a 21 giorni di distanza l’una dall’altra – di un vaccino mucosale non infettivo a base di batteriofagi T4, multicomponente, senza ago e senza adiuvanti.

Negli esperimenti gli studiosi hanno osservato che il vaccino ha indotto una robusta immunità della muscosa, oltre a forti risposte immunitarie sistemiche umorali e cellulari. Il vaccino intranasale ha indotto ampi titoli anticorpali neutralizzanti contro più varianti del virus e ha innescato una risposta citochinica, una forte immunità delle cellule T (CD4+ e CD8+) e anticorpi IgA (che caratterizzano l’immunità mucosale) in quantità elevata nei sieri e nel lavaggio broncoalveolare dei topi vaccinati. Tutte queste risposte erano molto più forti nei topi vaccinati per via nasale rispetto a quelle indotte dal vaccino iniettato. Inoltre, continuano gli autori dello studio, il vaccino nasale ha fornito una protezione completa e un’immunità sterilizzante contro il ceppo Sars-CoV-2 MA10 adattato al topo, il ceppo ancestrale WA-1/2020 e la variante Delta più letale nei modelli murini. Il vaccino T4-Covid-19 non ha influenzato il microbiota intestinale, ed è stabile a temperatura ambiente, aggiungono i ricercatori.

“Questo vaccino somministrato per via intranasale – confermano Rao e Chopra – genera nei topi un’immunità della mucosa superiore, oltre a indurre robuste risposte immunitarie umorali e cellulo-mediate e fornisce una protezione completa e un’immunità sterilizzante contro le varianti Sars-CoV-2. Il vaccino è stabile, privo di adiuvanti e prodotto e distribuito a costi contenuti, il che lo rende un vaccino anti-Covid di prossima generazione strategicamente importante per porre fine a questa pandemia”. Questa piattaforma, per un vaccino che non richiede ago, è a detta dei due scienziati anche “un candidato eccellente per progettare efficaci vaccini mucosali contro altre infezioni respiratorie e per la preparazione a eventuali emergenze” future, legate a epidemie o pandemie da patogeni emergenti.

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Diabete: basta insulina, una proteina la sostituirà

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downloadL’insulina è sempre stata il trattamento più diffuso contro il diabete, ma a breve potrebbe non essere più così. La terapia insulinica ha salvato la vita a milioni di persone affette da diabete di tipo 1 o da forme gravi di diabete di tipo 2, ma questa non è priva di effetti collaterali importanti. Infatti è difficile da dosare e, a lungo termine, può portare anche a gravi problemi metabolici e cardiovascolari. Gli scienziati dell’Università di Ginevra (UNIGE) stanno lavorando da diversi anni su una terapia alternativa basata sulla proteina S100A9. Ora hanno fornito la prova di principio che questa proteina può migliorare significativamente il metabolismo in caso di carenza di insulina. Questi risultati sono pubblicati sulla rivista Nature Communications.

Già nel 2019, il team gestito da Roberto Coppari, professore nel Dipartimento di Fisiologia e Metabolismo Cellulare e Coordinatore del Centro Diabete della Facoltà di Medicina dell’UNIGE, ha identificato una proteina chiamata S100A9 che regola la glicemia, i lipidi e i chetoni, senza gli effetti collaterali dell’insulina.  “Per sviluppare un farmaco, tuttavia, dovevamo capire come funziona esattamente questa proteina e dimostrarne l’efficacia in modelli animali”, sottolinea Girorgio Ramadori, ricercatore associato nel laboratorio del professor Coppari e autore principale di questo studio. Inizialmente, i ricercatori hanno indagato sulla modalità d’azione di S100A9 nei topi diabetici. “Abbiamo scoperto che questa proteina agisce nel fegato”, afferma Gloria Ursino, prima autrice dello studio. Inoltre, questa proteina attiva il recettore TLR4, che si trova sulla membrana di alcune cellule, ma non sugli epatociti, che sono le principali cellule funzionali del fegato. “Si tratta di un’ottima notizia dal punto di vista farmacologico: significa che S100A9 non ha bisogno di entrare nelle cellule epatiche per agire e consente una modalità di somministrazione per iniezione semplice”, prosegue.

esperti spiegano il meccanismo di funzionamento della proteina contro il diabete. Nelle persone diabetiche, la carenza di insulina può causare un improvviso aumento dei chetoni e l’acidificazione del sangue, un meccanismo chiamato chetoacidosi diabetica. Si tratta di un’emergenza pericolosa per la vita che colpisce ogni anno il 2-4% delle persone con diabete di tipo 1. “L’attivazione di TLR4 nel fegato controlla la produzione di chetoni”, spiega Gloria Ursino. “Ma questo processo di attivazione non innesca l’infiammazione, mentre TLR4 è solitamente pro-infiammatorio. Il dialogo S100A9-TLR4 sembra quindi agire come un farmaco antinfiammatorio del tutto inaspettato”, sottolineano i ricercatori. In un secondo momento, gli scienziati hanno completato i loro risultati esaminando il sangue di persone diabetiche che arrivavano al pronto soccorso con una grave carenza di insulina. “Qui proponiamo una strategia radicalmente diversa con un farmaco che funziona indipendentemente dall’insulina e che non può né innescare l’ipoglicemia né interrompere il metabolismo dei grassi”.

Il prossimo passo sarà testare inizialmente il farmaco insieme a basse dosi di insulina, ma i ricercatori non escludono la possibilità di somministrare la sola proteina S100A9 in futuro, in condizioni specifiche. Per sviluppare ulteriormente questa terapia altamente innovativa, Roberto Coppari e Giorgio Ramadori hanno creato una start-up, Diatheris, supportata da UNITEC, l’ufficio per il trasferimento tecnologico dell’UNIGE, e FONGIT, la principale fondazione a sostegno dell’imprenditoria tecnologica di Ginevra.




Vaccino covid e mestruazioni, maxi studio: 40% riporta alterazioni

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covid vaccino ipa fgUn sanguinamento mestruale inaspettato dopo la vaccinazione anti-Covid. “All’inizio del 2021 i casi sono stati molti”, in età fertile e non, a seguito dell’iniezione contro il coronavirus, “ma a siccome in generale gli studi sui vaccini non indagano gli aspetti legati al ciclo, le segnalazioni sono state in gran parte ignorate”. E’ partendo da questa osservazione che un gruppo di ricercatori americani ha lanciato uno studio su oltre 35mila partecipanti, che offre “la valutazione più completa condotta finora sui cambiamenti mestruali sperimentati nelle prime 2 settimane post-immunizzazione”, spiegano gli autori su ‘Science Advances’. “Un’indagine statistica – riportano – ha rilevato che il 42,1% degli interpellati ha riferito un flusso mestruale più intenso dopo la vaccinazione”.

“Alcuni hanno sperimentato questo effetto nei primi 7 giorni” successivi all’iniezione, “ma molti altri hanno osservato alterazioni 8-14 giorni dopo”. Va anche detto che “circa la stessa proporzione, il 43,6%, non ha riportato cambiamenti del flusso mestruale dopo il vaccino, e il 14,3% ha riferito nessun cambiamento o un flusso più leggero”. Kathryn Clancy, docente di antropologia dell’Università dell’Illinois Urbana-Champaign, che ha guidato lo studio insieme a Katharine Lee, docente di antropologia dell’Università di Tulane, sottolinea come “i medici che si sono occupati dell’argomento, dopo avere raccolto le prime segnalazioni sulle alterazioni mestruali post-vaccinazione”, si siano mostrati “spesso sprezzanti nei confronti delle preoccupazioni dei pazienti”. Un atteggiamento al quale l’équipe di ricerca ha voluto porre rimedio con un sondaggio ad hoc, avviato nell’aprile 2021 con l’obiettivo di vederci più chiaro.

Poiché l’indagine si è basata su esperienze auto-riferite, “lo studio non può stabilire un nesso di causalità” tra vaccinazione anti-Covid e alterazioni del ciclo mestruale, tengono a precisare i ricercatori, “né essere considerato predittivo” di possibili effetti collaterali “nella popolazione generale. Però può indicare potenziali associazioni tra la storia riproduttiva di una persona, lo stato ormonale, i dati demografici e cambiamenti mestruali a seguito di vaccinazione Covid-19”.

Le risposte sono state raccolte il 29 giugno 2021 e l’analisi ha incluso solo persone senza una precedente diagnosi di Covid-19, considerando che a volte la stessa infezione da Sars-CoV-2 si associa a mutamenti del ciclo mestruale. Non sono stati presi in considerazione nemmeno i dati di persone 45-55enni, per evitare fattori confondenti legati alla perimenopausa, tipicamente caratterizzata da alterazioni mestruali. “Ci siamo concentrati su chi aveva regolarmente le mestruazioni o non le aveva più, o perché in postmenopausa o perché in terapia ormonale che sopprime il ciclo”, illustra Clancy.

L’analisi ha indicato ad esempio che chi aveva avuto una gravidanza mostrava maggiori probabilità di riportare sanguinamenti più pesanti post-vaccino, con un leggero aumento tra chi non aveva partorito. Ancora, la maggior parte degli intervistati senza mestruazioni perché in trattamento ormonale ha manifestato emorragie dopo la vaccinazione. L’effetto è stato inoltre segnalato da più del 70% di chi utilizzava una contraccezione reversibile a lunga durata d’azione, e dal 38,5% di chi assumeva trattamenti ormonali per l’affermazione di genere. I partecipanti all’indagine che si sono classificati come non bianchi, ispanici/latini o che erano più anziani, e quelli che hanno avuto febbre o senso di affaticamento come effetto collaterale della vaccinazione anti-Covid, avevano maggiori probabilità rispetto ad altri gruppi di riportare un flusso mestruale più intenso dopo l’iniezione. Come anche chi aveva sofferto di endometriosi, menorragia, fibromi o altri problemi riproduttivi.

Gli studiosi rimarcano che “altri vaccini, compresi quelli contro tifo, epatite B e Papillomavirus Hpv, sono talvolta associati a mutamenti nelle mestruazioni. Si ritiene che questi effetti collaterali siano legati a un aumento delle vie infiammatorie immuno-correlate – puntualizza Clancy – e che abbiano meno probabilità di essere determinati da cambiamenti ormonali”. “L’ipotesi è che per la maggior parte delle persone le alterazioni mestruali post-vaccinazione anti-Covid siano di breve durata e incoraggiamo chiunque sia preoccupato a contattare il proprio medico”, invita Lee. “Vogliamo ribadire – aggiunge – che vaccinarsi è uno dei modi migliori per evitare di ammalarsi gravemente di Covid-19 e sappiamo che contrarre Covid può portare non solo a cambiamenti nel ciclo, ma anche a ricoveri, Long Covid e morte”.

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Parlare più lingue e non fumare fa bene al nostro cervello

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imagesÈ il tesoretto del cervello, quel surplus di neuroni, sinapsi e connessioni che permette di resistere meglio agli effetti del tempo. L’hanno chiamata “riserva cognitiva” e indica una potente forma di protezione dalle malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson ma permette anche un migliore recupero in caso di traumi cerebrali o ictus. Il suo ruolo, nonché le strategie per il suo mantenimento e aumento, è stata dedicata una sessione del convegno “Cervello sotto attacco: dalle conseguenze del Covid-19 alla riduzione del danno”, in corso presso l’Istituto Nuromed di Pozzilli, organizzato da MOHRE, l’Osservatorio per la Riduzione del Danno in Medicina. “Presso il nostro Istituto – dice Giovanni de Gaetano, presidente dell’IRCCS Neuromed – si svolgono da anni studi epidemiologici, clinici e sperimentali sui fattori di rischio o di prevenzione della salute e delle malattie croniche degenerative. Siamo anche interessati alle condizioni che determinano l’età biologica dell’organismo in toto e di alcuni organi in particolare, come il cervello. L’età cronologica conta, ma l’età biologica appare ancor più cruciale per un invecchiamento di successo”.  Ambiente e stili di vita sono stati riconosciuti come fondamentali: quoziente intellettivo, livello di scolarità, tipo di lavoro, relazioni sociali, attività del tempo libero agiscono sinergicamente per “mettere da parte” neuroni e connessioni di qualità, da utilizzare in caso di bisogno, fenomeno confermato anche da Yacov Stern che ha approfondito le ricerche a metà degli anni 90. “Gli stili di vita sono la chiave di una longevità vissuta in salute”, sottolinea Fabio Beatrice, direttore del Board di MOHRE. “Siamo responsabili di come invecchierà non solo il nostro corpo ma anche il nostro cervello. Dovremmo pensare ai nostri comportamenti positivi e negativi come capaci di determinare un punteggio sommatorio. Ma abbiamo scoperto anche che i vari comportamenti dannosi – continua – agiscono in maniera differente sull’organo della cognizione”. “Il consumo di alcol determina alterazioni strutturali mentre il fumo danneggia il funzionamento delle strutture – spiega ancora Beatrice – I loro effetti combinati, quindi, sono molto maggiori della loro somma, specialmente nel cervello delle persone anziane. Una delle scoperte più interessanti delle neuroscienze è proprio che il cervello non è rigido, ma flessibile e sensibile all’esperienza. Gli stimoli ambientali influenzano il cervello modificandone la struttura fisica e l’organizzazione funzionale nel corso della vita”. La riserva cognitiva influenza l’età di esordio, la velocità di progressione e le manifestazioni evidenti di demenza e di Alzheimer in particolare. Tra i fattori che contribuiscono alla costruzione della riserva di neuroni e connessioni c’è sicuramente l’istruzione e la sua durata: maggiore è il numero di anni è dedicato alla formazione, maggiore è la protezione a cui si può ambire. La riserva protegge anche nelle forme più blande di deficit come il MCI: dei 273 anziani reclutati nello studio, affetti da disturbi della memoria auto riferiti, mild cognitive impairment o demenza, quelli con MCI che avevano un titolo di studio universitario erano significativamente più anziani, a testimoniare che la riserva esercita un effetto tampone per alcuni anni. Non solo il deterioramento insorge più tardi, ma le prestazioni come fluidità verbale erano migliori. Allo stesso modo contribuisce ad esempio il bilinguismo: lo sforzo di apprendere due o più lingue in età infantile, permette di ritirare degli interessi in età avanzata con segni di demenza che rimangono nascosti per molti anni prima di manifestarsi.  È stato stimato che più della metà della popolazione mondiale parla regolarmente due o più lingue. Negli Stati Uniti, circa il 20 per cento della popolazione a casa parla una lingua diversa dall’inglese. “Dobbiamo intercettare – dice Beatrice – i fumatori storici, con una storia lunga alle spalle, che pensano di non poter smettere, che hanno effettuato diversi tentativi e altrettante ricadute: un interessante studio apparso su Hippocampus ha mostrato che questa zona del cervello, correlata alla memoria emotiva, ad un certo punto inizia ad invecchiare velocemente. Si ritiene che il suo volume diminuisca di circa lo 0,52 per cento l’anno, ma in un gruppo di donne con una storia di forte tabagismo, sottoposte ad imaging cerebrale mostrava un volume dell’ippocampo del 7,4 per cento più piccolo rispetto alle fumatrici lievi o alle non fumatrici. E nel campione di donne di mezza età esaminate con una storia di fumo da moderato a forte, fumare determinava una atrofia equivalente a 12 anni di età in più”. Non basta l’avanzare dell’età a determinare un rallentamento delle facoltà cognitive, il tabagismo rappresenta un vero e proprio “carico da 12”: tutte le evidenze hanno suggerito che i fumatori hanno, in media, un funzionamento cognitivo globale più scarso in età avanzata con punteggi medi più bassi in diversi domini come flessibilità cognitiva e memoria. Inoltre il fumo è associato a un aumentato rischio di demenza: quasi il 14 per cento dei casi di malattia di Alzheimer nel mondo può essere attribuito al fumo. Già nel 2015 una ricerca di Nature aveva sottolineato che la corteccia cerebrale dei soggetti che smettono di fumare ha bisogno di almeno 25 anni per il completo recupero della funzionalità delle aree corticali. La cessazione favorirebbe quindi una reversibilità dei danni, ma in un lasso di tempo estremamente lungo.

agi.it




È arrivata la prima pillola ‘anti sbornia’

cattura

catturaArriva la prima pillola che promette di annullare gli effetti negativi dell’eccesso di alcol. A un giorno dal lancio nel Regno Unito, le scorte sono già tutte esaurite.

Il supplemento, originariamente sviluppato negli anni ’90 e perfezionato negli ultimi tre decenni dall’azienda produttrice svedese De Faire Medical con il nome di Myrkl. È commercializzata in capsule in confezioni da 30 e acquistabile online a una sterlina.

Myrkl non è un farmaco ma un integratore alimentare e funziona interferendo con il modo in cui l’alcol viene scomposto all’interno del corpo. La pillola contiene i batteri Bacillus Coagulans e Bacillus Subtilis e l’amminoacido L-cisteina che scompongono l’alcol prima che raggiunga il fegato, convertendolo in acqua e anidride carbonica. Gli effetti della ‘sbornia’ sono provocati dall’etanolo e dall’acido acetico una volta che viene scomposto dal fegato in acetaldeide.

Fermando il processo a monte, la pillola fa in modo che a malapena acetaldeide e acido acetico vengono prodotti dal fegato. Le pillole contengono anche vitamina B12, che secondo la società lascia gli utenti freschi e tonici. Tutti gli ingredienti sono autorizzati e riconosciuti sicuri dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare e dalla Food Drug Administration statunitense.

Due compresse di Myrkl devono essere assunte almeno due ore prima di bere. Le prove hanno mostrato che coloro che hanno preso due pillole e bevuto due bicchieri di vino avevano il 70% in meno di alcol nel sangue un’ora dopo. Tuttavia, dicono gli esperti la compressa potrebbe non lasciare i bevitori completamente liberi dai postumi di una sbornia poiché anche altri meccanismi sono coinvolti nel causare i postumi di una sbornia. Ad esempio, contribuiscono alla sensazione di malessere, dopo aver bevuto troppo, anche la disidratazione e il basso livello di zucchero nel sangue dovuto all’alcol che causa la perdita di zucchero nelle urine.

Tra i limiti della pillola anti sbornia, gli esperti dicono che i consumatori riescono ad ottenere solo parte dell’effetto “allegria” dall’alcol e che se hanno intenzione di ubriacarsi, ci vorrà più tempo, costringendoli spendere di più per le bevande. In conclusione, i medici che finora si sono espressi sull’uso della pillola rivoluzionaria, continuano a ritenere che il miglior modo per evitare gli effetti dell’eccesso di alcol sia moderarne il consumo.