Preservativi lavati e riutilizzati, è allarme per l’ultima abitudine dei giovani

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sesso condom preservativo preservativiPreservativi lavati e riutilizzati per evitare di spendere troppo a comprarne sempre di nuovi. sarebbe una tendenza, ahimè molto pericolosa, di cui sempre più spesso i giovani sono protagonisti. A parlarne, durante un’intervista con l’agenzia Dire, è stato professor Salvo Caruso, ginecologo e Presidente della Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica (FISS), che abbiamo incontrato per un’intervista a tutto campo sulle infezioni sessualmente trasmesse e i giovani.

Al professore abbiamo chiesto se i giovani sono informati sulle malattie sessualmente trasmissibili, dove si informano e è vereo che l’Hiv si può essere considerare oggi il ‘grande dimenticato’. E ancora: quanto viene usato il condom dai giovani e meno giovani? In caso di dubbio quali test fare e chi li prescrive?

“È opportuno fare una premessa- dichiara Caruso in apertura dell’intervista- non sempre le infezioni evolvono verso la malattia. Infatti il sistema immunitario dell’individuo può arginare da solo l’infezione. A voler fare un elenco delle più comuni infezioni possiamo ricordare: la gonorrea, la sifilide e la clamidia che oggi, sono facilmente curabili. L’emergenza da attenzionare riguarda piuttosto l’Hpv e l’Hiv”.

LE INFEZIONI SESSUALMENTE TRASMESSE PIÙ COMUNI, L’HPV

“Tra le giovani riscontriamo molti test positivi al prelievo vaginale, in donne solitamente asintomatiche. In parecchie di queste, il virus scompare con il passar del tempo, se questo non succede ad esami successivi, è necessario intraprendere terapie specifiche È importante sapere che l’Hpv più difficilmente viene diagnosticato nei ragazzi. Più spesso, nell’uomo, si risale all’infezione da Hpv quando emerge la malattia, cioè condilomi visibili specie a livello del glande, o se il virus è stato diagnosticato nella partner. Nelle donne, in particolare nelle meno giovani, alcune famiglie di Hpv possono innescare alterazioni cellulari gravi che conducono a forme tumorali, come il carcinoma del collo utero, un tumore maligno altamente aggressivo”.

“Ci sono altre vie di ingresso del virus- spiega- come l’anale o l’orale. Per questo in caso di positività lo specialista invia il ragazzo o la ragazza per un controllo anche dall’otorinolaringoiatra; un tampone tonsillare può consentire di evidenziare la presenza del virus in cavità orale. Da qui, si evince come sia fondamentale un intervento multidisciplinare”.

L’HIV: DA CONSIDERARE IL GRANDE DIMENTICATO O QUALCOSA DI ‘DISTANTE’?

“I giovani di oggi sembrano dare maggiore attenzione all’infezione da Hpv che all’Hiv. I media- ribadisce il presidente di Fiss- hanno facilitato e supportato una tale considerazione. Attraverso i social i giovani scambiano più facilmente notizie e chiedono informazioni sull’Hpv e meno sull’Hiv. È indispensabile non abbassare la guardia verso l’Hiv e informare correttamente i giovani su questa infezione, un pò dimenticata. Anche come FISS ci rendiamo conto che facciamo fatica a entrare nei loro canali social. A tal proposito la FISS ha potenziato recentemente l’informazione attraverso Instagram e Facebook. L’Hiv, nella sua storia, ha enfatizzato una sua maggiore diffusione tra gli omosessuali; purtroppo questo pregiudizio rimane attivo, ad oggi, forse trascurando la realtà, che le coppie eterosessuali non sono esenti dall’infezione. Questo per capire come non bisogna abbassare la guardia: nessuno può pensare di essere esente dal rischio Hiv, considerando le proprie ‘libertà’ sessuali in qualche modo protette dal proprio orientamento sessuale”.

LA CLAMIDIA: IL NEMICO SILENZIOSO CHE PUÒ PORTARE INFERTILITÀ FEMMINILE

“La clamidia è un’infezione batterica- spiega Caruso- subdola senza evidenti sintomi, che può ‘agire indisturbata’ e quindi colpire il soggetto in modo molto silente. Se non trattata, può danneggiare il sistema riproduttivo femminile, in particolare le tube di falloppio. Le lesioni sono anatomiche e funzionali e causano infertilità. Infatti, la sua presenza viene evidenziata durante esami che sono previsti tra quelli da eseguire nei casi d’infertilità”.

SE BEN UTILIZZATO, IL PROFILATTICO È UNA OTTIMA BARRIERA

“Il profilattico- prosegue l’esperto- difende molto dalle infezioni a trasmissione sessuale. Diversi sono stati gli studi condotti sulla sua efficacia, che risulta essere elevata quando vengono rispettate tutte le informazioni per un suo corretto utilizzo: non usare confezione conservata per lungo periodo, indossarlo prima di qualsiasi rapporto, rimuoverlo subito dopo il rapporto, e infine non lavarlo, conservarlo e/o riusarlo. Purtroppo non raramente i ragazzi riferiscono di riciclare i condom: ‘lo lavo e non lo butto, costa troppo‘”.

E ancora sottolinea il Presidente di Fiss: “Attenzione a dove si conserva il profilattico: in tasca, o nel cruscotto della macchina, sono luoghi dove il condom può subire danni da temperatura; il caldo torrido di questi mesi può causare lesioni al condom e abbassare la sua efficacia, può rompersi durante il rapporto, quindi non solo il rischio di infettarsi ma anche di promuovere una gravidanza indesiderata. Pertanto, se mal conservato, il profilattico diventa davvero il ‘peggior nemico’”.

ESITI DELLE INFEZIONI SESSUALI E CAUSA ROTTURA RAPPORTI INTERPERSONALI

“Le infezioni a trasmissione sessuale possono evolvere in malattie gravi. Vale la pena ricordare l’epatite B e C, infezioni che impattano sulla salute della persona. In particolare entrambi i virus danneggiano la funzione epatica con danni in termini di morbilità elevata. Anche per queste infezioni virali c’è stata una etichettatura di persone a rischio, come gli ‘omosessuali’ e i ‘tossicodipendenti’, ma attenzione a etichettare. Queste epatiti si possono contrarre anche a causa delle attività professionali o con rapporti sessuali occasionali, e senza ‘confini’ rispetto all’orientamento sessuale. È necessario capire che tutti siamo persone a rischio”.

IN CASO DI DUBBIO CHE TEST FARE? E CHI CONSULTARE, MEDICO DI BASE O SPECIALISTA?

“Il medico di base ha un ruolo centrale, sta a lui indirizzare il giovane dallo specialista- precisa Caruso- quando lo considera opportuno. Per quanto riguarda le infezioni, abbiamo detto che la clamidia si scopre casualmente, alcune volte effettuando un tampone vaginale, utilizzando test specifici per infertilità. Per la gonorrea vale lo stesso discorso. Per l’Hpv si procede con dei prelievi vaginali per la ricerca del dna del virus, o quando viene sospettata la sua presenza attraverso un pap test. Nel maschio è necessario procedere eseguendo tamponi uretrali o tonsillari. Anche la sifilide oggi viaggia in silenzio. Quindi, è necessario far proprio che chi ha il sospetto di aver avuto rapporti a rischio si dovrebbe sottoporre a test completi e specifici“.

“Purtroppo si assiste a comportamenti ambigui da parte della persona che sa di essere infetta o malata. Il partner, stabile o occasionale, può decidere di nascondere all’altro/a il suo stato infettivo. Può anche rifiutare l’uso del condom. Basta poco, anche un ‘solo’ rapporto per ritrovarsi in una spirale problematica di morbilità, mettendo a rischio la propria e l’altrui salute. I giovani sanno e navigano, c’è tanto di buono nei social e su internet non è tutto da demonizzare, ma è bene essere capaci di fare una cernita dell’informazione. Non è solo un suggerimento, ma un indirizzo preciso quello di usare canali di informazioni accreditati, quali quelli del ministero della Salute, o le associazioni riconosciute. Noi di Fiss abbiamo dei canali social che mirano, attraverso ginecologi, psicologi, sessuologi, educatori, sociologi e infettivologi a raggiungere i giovani, ma anche i meno giovani, per offrire loro risposte a quesiti e dubbi”, conclude il presidente di Fiss.

ag. DIRE – www.dire.it




Un nuovo protocollo per recuperare memoria, gusto e olfatto persi con il virus

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universitaUn nuovo trattamento contro il long Covid, per recuperare memoria, gusto e olfatto, persi da donne e uomini di tutto il mondo che in questi ultimi due anni hanno contratto il virus. E’ il protocollo ‘Di Stadio’, dal nome della scienziata italiana che lo ha inventato, una terapia che combina la riabilitazione olfattiva con una molecola anti-neuroinfiammazione, PEA-LUT, in grado di agire sul controllo delle alterazioni del sistema nervoso centrale. Il trattamento, sperimentato, è ormai diffuso negli ospedali italiani e anche all’estero, tra Stati Uniti, Spagna e Germania. Consente di tornare a sentire odori e sapori, con un recupero delle funzioni olfattive nel 92% dei casi (miglioramento) e un ritorno al normale olfatto in oltre il 50% dei casi, come spiegato nella pubblicazione su “Current Neuropharmacology”.
In un altro studio in corso di revisione su Cells, è stato dimostrato che l’utilizzo del PEA-LUT associato con la riabilitazione olfattiva è in grado di migliorare la così detta “brain fog” in più del 50% dei pazienti; inoltre anche il solo utilizzo della molecola era in grado di far migliorare la brain fog, cosa assolutamente non osservata con la sola riabilitazione olfattiva.

“La prevalenza complessiva della disfunzione olfattiva nei pazienti con Covid-19 è stata del 47,85%. Nel 54,4% dei pazienti europei, nel 51,11% dei nordamericani, nel 31,39% degli asiatici, nel 10,71% degli australiani- spiega la professoressa Arianna Di Stadio, Docente di Otorinolaringoiatria all’Università di Catania e ricercatore onorario per il Dipartimento Neuroscienze Queen Square Neurology UCL di Londra- In sintesi ben il 65% degli individui guariti dal Covid 19 sperimenta una disfunzione olfattiva di qualche forma 18 mesi dopo. Data la quantità di tempo trascorso dall’iniziale insulto al sistema olfattivo, il rischio è che questi problemi olfattivi, se non adeguatamente trattati, siano permanenti”.

Da qui la messa a punto del protocollo, una sorta di fisioterapia ‘nasale’, la riabilitazione olfattiva, associata alla somministrazione di un alimento a fini medici speciali a base di PEALut. “Abbiamo combinato la riabilitazione olfattiva, unico trattamento scientificamente validato per i disturbi olfattivi prima del nostro studio, con la molecola anti-neuro-infiammazione PEALut– spiega l’esperta- l’utilizzo di questa molecola era basato sul concetto che la perdita dell’olfatto fosse causata da una neuroinfiammazione centrale causata appunto dall’infezione da Covid-19. Poiché la neuroinfiammazione non permette la normale trasmissione del segnale nel cervello, i pazienti affetti da anosmia post Covid non sono in grado di percepire gli odori a livello centrale, ma la porzione periferica dell’apparato olfattivo- il neuroepitelio che si trova nel naso- va generalmente incontro a un’infiammazione transitoria che sparisce in poco tempo, restituendo a questa struttura il suo normale funzionamento. I recettori degli odori a livello del naso però si saturano dopo pochi secondi di esposizione agli odori, impedendo così di sentire l’odore”.

“La riabilitazione olfattiva tradizionale esponeva il paziente per un tempo troppo lungo a odori troppo intensi, tanto più considerando che il naso funzionava mentre era il cervello a non sentire. Tale modalità poteva aumentare il rischio di incappare in danni del neuroepitelio con conseguenti problematiche olfattive (ad esempio la parosmia). Nel protocollo, invece- sottolinea la neuroscienziata- i pazienti sono stati esposti agli odori per pochi secondi, con pause più lunghe tra lo sniffing dei vari elementi usati per la riabilitazione. Inoltre, abbiamo usato oli essenziali 100% organici che non venivano odorati direttamente dalla boccetta ma preparati in modo tale da non danneggiare i recettori nel naso”.

ag. DIRE – www.dire.it




Per la diagnosi di Alzheimer ora basterà una risonanza

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100904130 a2c9a4aa 6c59 4f78 9dc4 8d13326cc1adE’ stato sviluppato un nuovo metodo per diagnosticare il morbo di Alzheimer tramite una semplice scansione cerebrale. A riuscirci gli scienziati dell’Imperial College di Londra, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista Nature Communications Medicine per descrivere i risultati del loro lavoro. Il team, guidato da Eric Aboagye, ha elaborato una tecnica in grado di utilizzare la tecnologia dell’apprendimento automatico per esaminare le caratteristiche strutturali del cervello, analizzando anche delle regioni che precedentemente non erano associate alla forma di demenza.

Sebbene non esista una cura per il morbo di Alzheimer, precisano gli studiosi, la diagnosi in una fase precoce costituisce un vantaggio significativo per i pazienti, che possono essere così avviati verso un percorso di trattamento mirato. Le persone affette da questo disturbo generalmente sperimentano perdita di memoria, difficoltà a ragionare e problemi con il linguaggio. Il nuovo approccio permette di diagnosticare la malattia tramite una risonanza magnetica cerebrale (MRI) eseguita su una macchina standard.

I ricercatori hanno adattato un algoritmo sviluppato per l’uso nella classificazione dei tumori. Dopo aver immaginato una suddivisione del cervello in 115 regioni e 660 caratteristiche diverse, gli autori hanno addestrato l’algoritmo per identificare il modo in cui le modifiche alle peculiarità di ogni regione potessero prevedere la comparsa di sintomi associati all’Alzheimer.

Utilizzando i dati dell’Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative, il team ha testato il proprio approccio sulle scansioni cerebrali di oltre 400 pazienti. Stando a quanto emerge dall’indagine, l’esame era in grado di prevedere il rischio di Alzheimer con un tasso di precisione del 98 per cento.

L’algoritmo, precisano gli esperti, era in grado di distinguere tra la malattia in stadio iniziale e la condizione avanzata, nel 79 del campione. “La nostra ricerca rappresenta un significativo passo in avanti – commenta Aboagye – che potrebbe semplificare il processo di diagnosi. Se riuscissimo a ridurre le tempistiche di attesa, potremmo aiutare moltissime persone a individuare il percorso di trattamento piu’ efficace. Continueremo a valutare questo metodo, che sembra molto promettente”.

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In equilibrio su una gamba per 10 secondi: il test che predice il rischio di morte

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10L’impossibilità di stare in piedi su una gamba per 10 secondi a metà o in tarda età è legata a un rischio quasi raddoppiato di morte per qualsiasi causa entro i prossimi 10 anni. A dirlo, una ricerca pubblicata sul British Journal of Sports Medicine condotta dai ricercatori della Clinimex Medicina do Exercicio, Rio de Janeiro, in Brasile.

Questo test di equilibrio semplice e sicuro potrebbe essere incluso nei controlli sanitari di routine per gli anziani, affermano i ricercatori. I ricercatori hanno attinto ai partecipanti allo studio di coorte CLINIMEX Exercise. Questo è stato istituito nel 1994 per valutare le associazioni tra varie misure di forma fisica, variabili correlate all’esercizio e fattori di rischio cardiovascolare convenzionali, con malattia e morte.

L’analisi ha incluso 1702 partecipanti di età compresa tra 51 e 75 anni (media di 61) al primo controllo, tra febbraio 2009 e dicembre 2020. Circa due terzi (68%) erano uomini. Sono stati presi il peso e diverse misure dello spessore della plica cutanea più il girovita. Sono stati forniti anche dettagli sull’anamnesi. Sono stati inclusi solo quelli con andatura stabile. Come parte del check-up, ai partecipanti è stato chiesto di stare in piedi su una gamba per 10 secondi senza alcun supporto aggiuntivo.

Per migliorare la standardizzazione del test, ai partecipanti è stato chiesto di posizionare la parte anteriore del piede libero sul retro della parte inferiore della gamba opposta, tenendo le braccia lungo i fianchi e lo sguardo fisso in avanti. Erano consentiti fino a tre tentativi su entrambi i piedi. In tutto, circa 1 partecipante su 5 (20,5%; 348) non ha superato il test. L’impossibilità di farlo è aumentata di pari passo con l’età, più o meno raddoppiando a intervalli di 5 anni successivi dall’età di 51-55 anni in poi.

Le percentuali di coloro che non erano in grado di stare in piedi su una gamba per 10 secondi erano: quasi il 5% tra i 51 ei 55 anni; 8% tra i 56 ei 60 anni; poco meno del 18% tra i 61–65 anni; e poco meno del 37% tra i 66 ei 70 anni. Più della metà (circa il 54%) delle persone di età compresa tra 71 e 75 anni non è stata in grado di completare il test. In altre parole, le persone in questa fascia di età avevano più di 11 volte più probabilità di fallire il test rispetto a quelle di appena 20 anni più giovani.

Durante un periodo medio di monitoraggio di 7 anni, 123 (7%) persone sono morte: cancro (32%); malattie cardiovascolari (30%); malattie respiratorie (9%); e complicazioni Covid-19 (7%).  In generale, coloro che hanno fallito il test avevano una salute peggiore: una percentuale maggiore era obesa e/o aveva malattie cardiache, ipertensione e profili di grasso nel sangue malsani. E il diabete di tipo 2 era 3 volte più comune in questo gruppo: 38% contro circa il 13%. Dopo aver tenuto conto dell’età, del sesso e delle condizioni sottostanti, l’incapacità di stare in piedi senza supporto su una gamba per 10 secondi è stata associata a un aumento dell’84% del rischio di morte per qualsiasi causa entro il decennio successivo.

A differenza del fitness aerobico, della forza e flessibilità muscolare, l’equilibrio tende a essere ragionevolmente ben preservato fino ai sessanta anni d’età, quando inizia a diminuire in modo relativamente rapido, osservano i ricercatori. Tuttavia, la valutazione dell’equilibrio non è inclusa di routine nei controlli sanitari di uomini e donne di mezza età e anziani, probabilmente perché non esiste alcun test standardizzato e ci sono pochi dati concreti che la colleghino a risultati clinici diversi dalle cadute, aggiungono. I ricercatori volevano quindi scoprire se un test di equilibrio potesse essere un indicatore affidabile del rischio di morte di una persona per qualsiasi causa entro il prossimo decennio e, come tale, potrebbe quindi meritare l’inclusione nei controlli sanitari di routine in età avanzata.

Questo è uno studio osservazionale e, in quanto tale, non può stabilire la causa. Poiché i partecipanti erano tutti brasiliani bianchi, i risultati potrebbero non essere più ampiamente applicabili ad altre etnie e nazioni, avvertono i ricercatori. E non erano disponibili informazioni su fattori potenzialmente influenti, inclusa la storia recente di cadute, i livelli di attività fisica, la dieta, il fumo e l’uso di droghe che potrebbero interferire con l’equilibrio. Tuttavia, i ricercatori concludono che il test dell’equilibrio di 10 secondi “fornisce un feedback rapido e obiettivo per il paziente e gli operatori sanitari sull’equilibrio statico” e che il test “aggiunge informazioni utili sul rischio di mortalità negli uomini e nelle donne di mezza età e anziani”, aggiungono.

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La molecola che combatte l’obesità senza il bisogno di esercizio fisico

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unnamed (1)Si chiama Lac-Phe, è una molecola che potrebbe combattere l’obesità riducendo l’assunzione di cibo e la sensazione di fame. A delineare questa interessante prospettiva gli scienziati del Baylor College of Medicine e della Stanford School of Medicine, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista Nature per rendere noti i risultati del loro lavoro.

Il team, guidato da Yong Xu, ha utilizzato un modello murino per valutare gli effetti della molecola. “È stato dimostrato che l’esercizio fisico può coadiuvare la perdita di peso – afferma Xu – comprendendo il meccanismo attraverso cui l’attività fisica innesca questi benefici potremmo aiutare molte persone a ritrovare la linea in fretta e senza sforzi eccessivi”.

Queste informazioni, commentano gli esperti, migliorano la conoscenza relativa ai processi fisiologici alla base dell’interazione tra esercizio fisico e sensazione di fame. “Ci sono soggetti che non hanno modo di compiere abbastanza esercizi o fisico – aggiunge Jonathan Long, collega e coautore di Xu – ad esempio, le persone anziane o fragili potrebbero trarre beneficio dall’assunzione di un farmaco che contribuisce a contrastare l’osteoporosi, le malattie cardiache e una serie di condizioni problematiche”.

Lac-Phe, riportano gli studiosi, è un amminoacido sintetizzato dal lattato, un sottoprodotto associato all’esercizio fisico intenso, e dalla fenilalanina, un amminoacido alla base delle proteine. Il gruppo di ricerca ha considerato una coorte di topi obesi, a cui è stato assegnato un dosaggio elevato di Lac-Phe. Questi esemplari, riportano gli scienziati, hanno mostrato una riduzione del 50 per cento nell’assunzione di cibo rispetto agli animali di controllo, e non sono stati osservati effetti collaterali sulla capacità di movimento o sul dispendio energetico. Somministrato per dieci giorni, Lac-Phe ha ridotto l’assunzione cumulativa di cibo e il peso corporeo, favorendo la perdita di grasso corporeo, e migliorando la tolleranza al glucosio. Gli esperti hanno anche identificato CNDP2, un enzima coinvolto nella produzione di Lac-Phe.

I topolini con livelli esigui di questo enzima, infatti, non perdevano tanto peso nonostante un rigido schema di esercizio. “Questi primi risultati – conclude Xu – sono davvero interessanti. Il nostro obiettivo è imparare a modulare questi composti in modo da fornire all’organismo gli stessi benefici associati all’attività fisica”.

da agi.it




Ricerca, molecola restituisce l’udito grazie alla luce

foto di archivio con data errata chiamare lo staff di fotogramma per informazioni piu precise

foto di archivio con data errata chiamare lo staff di fotogramma per informazioni piu preciseRestituire l’udito con la luce. La prima molecola al mondo che promette di attivare i neuroni uditivi attraverso una strategia fotofarmacologica è stata sviluppata grazie a uno studio internazionale pubblicato sul ‘Journal of the American Chemical Society’, con protagonista fra gli altri un chimico farmaceutico oggi in forze all’università Statale di Milano. La ricerca, con test in vitro e in vivo, segna un passo avanti verso una nuova generazione d’impianti cocleari attivabili con la luce: un orecchio bionico’ che potrebbe superare i limiti dei dispositivi elettrici più comunemente in uso.

Attualmente – ricordano da UniMi – circa un milione di persone nel mondo utilizzano un impianto cocleare, cioè un dispositivo impiantato chirurgicamente per ripristinare la percezione del suono in persone affette da perdita dell’udito profonda o da sordità. I microfoni all’esterno del dispositivo convertono il suono in segnali elettrici che poi stimolano direttamente il nervo uditivo nella coclea, la struttura dell’orecchio interno che trasforma i suoni in messaggi nervosi e li invia al cervello il quale, a sua volta, ne codifica la percezione. Sebbene gli impianti cocleari abbiano avuto grande successo nel permettere un recupero della comprensione del parlato in situazioni di silenzio, la loro risoluzione spettrale, ovvero la loro capacità di distinguere onde sonore con frequenze diverse, è limitata e non consente di apprezzare la musica o di seguire conversazioni in presenza di rumore.

Da qui la portata della scoperta della molecola TCPfast, attivata dalla luce blu e “in grado di legarsi a un recettore neuronale e di funzionare come una protesi molecolare che trasforma i normali neuroni uditivi in neuroni in grado di attivarsi con la luce“, sintetizza Carlo Matera, chimico farmaceutico dell’Institute for Bioengineering of Catalonia (Ibec), in Spagna, che ha sintetizzato TCPfast e che dal 2020 è ricercatore al Dipartimento di Scienze farmaceutiche della Statale meneghina.

Al centro dello studio coordinato da Pau Gorostiza, capo del gruppo di ricerca Nanoprobes & Nanoswitches dell’Ibec, e da Tobias Moser, direttore dell’Institute for Auditory Neuroscience dello University Medical Center di Göttingen, in Germania, c’è dunque “un agente farmacologico controllabile con la luce e in grado fotoattivare i neuroni uditivi di mammifero”, lo definiscono gli autori. Il TCPfast è stato messo a punto e utilizzato per la prima volta dagli scienziati dell’Ibec in collaborazione con lo University Medical Center di Göttingen, il Consorcio Centro de Investigación Biomédica en Red de Bioingeniería Biomateriales y Nanomedicina (Ciber-Bbn) spagnolo e, sempre in Spagna, l’Institute for Advanced Chemistry of Catalonia del Consejo Superior de Investigaciones Científicas (Csic).

I nuovi impianti cocleari – spiega ancora da UniMi – sono in grado di convertire i suoni in stimoli luminosi che a loro volta vengono trasmessi all’orecchio interno. “Il gruppo di Moser, con cui abbiamo collaborato per questo progetto – riferisce Gorostiza – ha fatto da apripista alla ricerca in questo campo mediante una tecnica nota come optogenetica, che ha permesso di ripristinare l’udito in animali di laboratorio attraverso una modificazione genetica dei neuroni cocleari, rendendoli capaci di trasformare gli stimoli luminosi ricevuti dall’impianto cocleare in un potenziale d’azione che viene trasmesso al cervello e percepito come suono”. Ma “al fine di evitare la manipolazione genetica, in questo nuovo progetto – rimarca Matera – abbiamo invece sviluppato un metodo alternativo per accoppiare la luce all’attività elettrica dei neuroni Abbiamo così ideato TCPfast”.

“Dopo aver testato gli effetti della nostra molecola in vitro su neuroni ippocampali – racconta Aida Garrido-Charles, ricercatrice Ibec – abbiamo condotto esperimenti in vivo su gerbilli, dei piccoli roditori. Questi esperimenti ci hanno permesso di verificare che, quando TCPfast viene colpito da luce blu, è in grado d’indurre un segnale nei neuroni della coclea. Si tratta della prima volta in cui un risultato del genere viene ottenuto adottando una strategia farmacologica e non genetica”.

L’obiettivo futuro degli scienziati è “migliorare le caratteristiche di TCPfast e studiare più a fondo l’effettiva capacità di molecole di questo tipo di ripristinare l’udito”. “Le nostre simulazioni al computer ci dicono che ‘ascoltare la luce’ dovrebbe permettere di recuperare un udito molto più simile a quello fisiologico: il prossimo passo sarà verificarlo sperimentalmente”, conclude Antoine Huet, ricercatore dello University Medical Center di Göttingen.

adnkronos




La dottoressa Milito ci parla di prevenzione e diagnosi prenatale

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Segnaliamo la interessantissima puntata di ‘’Un caffè sul 12’’ su TEN Teleuropa Network sulla Prevenzione e Diagnosi Prenatale. Presenti in studio, con Gianluca Pasqua, la Dott.ssa Mariagabriella Milito di Rovito, Cosenza, specialista in ginecologia e ostetricia e la giornalista ANSA Elvira Madrigrano.
La dottoressa Mariagabriella Milito ha spiegato che “nel corso della gestazione, la futura mamma può monitorare lo sviluppo del feto attraverso esami specifici. Gli esami di diagnosi prenatale (invasivi e non invasivi) sono utili nella rilevazione di eventuali anomalie cromosomiche a carico del feto. Vediamo insieme quali sono gli esami che si possono svolgere e quando vanno effettuati. La più importante anomalia cromosomica è la sindrome di Down (o mongolismo), che ha una frequenza che aumenta con l’età materna, essendo di circa 1:800 nella popolazione generale, 1:300 a 35 anni e 1:100 a 40 anni. Per diagnosticarla, può essere valutato il cariotipo fetale tramite l’amniocentesi o la villocentesi.

L’amniocentesi viene effettuata a 16 settimane circa, sotto guida ecografica, e consiste in una puntura trans addominale dell’utero con prelievo di liquido amniotico: il fastidio è quello di una puntura intramuscolare. Il rischio d’interruzione della gravidanza legato alla procedura è dell’1 %, mentre il risultato dell’esame perviene entro tre settimane.

La villocentesi viene effettuata tra l’11esima e la 12esima settimana di gestazione, sotto guida ecografica, e consiste in una puntura trans addominale dell’utero con prelievo di trofoblasto placentare: il fastidio è un poco superiore rispetto all’amniocentesi. Il rischio d’interruzione della gravidanza legato alla procedura è dell’1%. Il risultato dell’esame diretto perviene in pochi giorni, quello colturale (definitivo) entro tre settimane. Gli esami non invasivi sono la translucenza nucale e il DNA fetale nel sangue materno. La translucenza nucale è una misura effettuata a livello della nuca del feto tramite un’ecografia tra l’11esima e la 14esima settimana: se tale spessore risulta aumentato rispetto ai valori normali di riferimento, pure aumentato risulta essere il rischio di anomalia cromosomica e di cardiopatia fetale. Pertanto non si tratta di un test diagnostico, ma statistico, di stima del rischio. Se questo risulterà elevato, si proporrà alla gestante l’esecuzione di un esame invasivo per la diagnosi del cariotipo (villocentesi o amniocentesi) e un’ecocardiografia fetale per la ricerca di malformazioni cardiache. Così facendo si riescono a individuare tra il 75 e l’80 % dei feti down e molti casi di altre alterazioni cromosomiche o cardiache. Per aumentare l’efficacia del test si può associare la valutazione di: osso nasale, dotto venoso e rigurgito della tricuspide, ed effettuare il prelievo per la determinazione di PAPP-A e free-beta-HCG. In questo modo si riescono a individuare circa il 90% dei feti affetti da sindrome di Down. Questo esame genetico ricerca nel sangue materno il DNA fetale, che è il costituente dei cromosomi. Richiede un semplice prelievo ematico (10 ml) effettuabile a partire dalla decima settimana compiuta di gravidanza. In laboratorio si procede all’estrazione del DNA fetale libero (non cellulare) e al suo “sequenziamento selettivo”.

Oggi l’esame può essere processato in Italia. Solitamente non vengono studiate tutte le 23 coppie dei cromosomi, ma le 4 più importanti: la 21, la 18, la 13 e quella del sesso. In una settimana il test indica se il feto è affetto dalla trisomia 21 (sindrome di Down) o 18 (sindrome di Edwards) o 13 (sindrome di Patau), o dalla monosomia X (sindrome di Turner). Questi difetti complessivamente coprono la quasi totalità delle patologie cromosomiche clinicamente rilevanti che superano il primo trimestre di gravidanza. Chi lo desidera può comunque effettuare l’esame di tutte le 23 coppie di cromosomi. Assai meno richieste la ricerca delle microdelezioni e delle mutazioni di singoli geni, situazioni decisamente più rare. L’attendibilità non risulta influenzata dall’età materna, e per la sindrome di Down è del 99,9%.

Comunque in caso di test che indica una cromosomopatia, il risultato andrà confermato tramite villocentesi o amniocentesi. Raramente viene segnalata la necessità di ripetere il prelievo, ovvero quando la quantità di DNA fetale è troppo piccola. Il test si può effettuare anche nelle gravidanze gemellari e nelle fecondazioni da procreazione assistita, sia omologhe che eterologhe.

Nelle donne con gruppo Rh negativo e partner Rh positivo è possibile determinare il gruppo ematico del feto con un prelievo di sangue materno e pertanto nei casi con feto Rh negativo si eviterebbe di effettuare ante-partum la profilassi con immunoglobuline quando altrimenti sarebbe raccomandata (post villocentesi o amniocentesi, minacce di aborto-parto pretermine, di routine a 28 settimane)”.




Diabete, con le nuove terapie si punta alla remissione della patologia

paolo fiorina

paolo fiorinaÈ una vera e propria rivoluzione terapeutica quella a cui stanno partecipando i diabetologi e gli altri specialisti impegnati nella cura del paziente diabetico. Le nuove terapie favoriscono una medicina di precisione che permette di guardare anche alla remissione della patologia, garantendo un aumento della sopravvivenza e aprendo all’opportunità di una migliore qualità di vita. Si modifica così la percezione della responsabilità terapeutica del diabetologo nella normale attività di assistenza ambulatoriale ed ospedaliera. L’avvento di queste nuove opzioni terapeutiche, nuovi devices e avanzamenti tecnologici, nonché i progressi nella ricerca e le attuali evidenze scientifiche, hanno permesso al diabetologo di conoscere più approfonditamente i meccanismi patologici che correlano la variabilità glicemica con lo sviluppo di complicanze macro- e micro- vascolari, il continuum cardio-renale, il metabolismo miocardico, gli ormoni coinvolti nel metabolismo post-prandiale, gli effetti extraglicemici e centrali delle nuove terapie.

“I farmaci innovativi per il diabete mellito di tipo 2, i GLP-1 receptor agonisti e le glifozine, consentono di modificare radicalmente l’atteggiamento del clinico di fronte alla patologia e di ragionare in termini di reversibilità della stessa – sottolinea il Prof. Paolo Fiorina, Presidente SID Lombardia e Professore Ordinario di Endocrinologia, Università degli Studi di Milano – Grazie a questi nuovi approcci terapeutici, possiamo ragionare non solo nell’ottica di curare la glicemia, ma l’idea è quella di prolungare la vita del paziente diabetico. Diventa possibile infatti diminuire gli eventi cardiovascolari come ictus, scompenso cardiaco, infarto miocardico, o interventi nefrologici come la dialisi. L’obiettivo, oltre all’allungamento della vita del paziente, è quello di occuparci del suo benessere, della qualità di vita che oggi può essere nettamente migliorata”.

“LA CURA”, IL CONGRESSO SID-AMD LOMBARDIA

Le nuove opportunità terapeutiche disponibili nella lotta al diabete rappresentano un progresso straordinario della ricerca scientifica, visto che questa patologia colpisce quasi 4 milioni di italiani, senza contare coloro ai quali non è stata diagnosticata o sono in procinto di svilupparlo. Proprio in virtù di questa rivoluzione terapeutica, il 28° Congresso Interassociativo AMD-SID della Regione Lombardia, che si terrà il 14-15 ottobre presso l’Auditorium Giorgio Gaber – Palazzo Lombardia, si intitolerà “La cura”. Oltre a numerosi specialisti, porteranno il proprio contributo con delle lecture figure di primo piano della mondo scientifico, delle istituzioni, della comunicazione: tra questi, Alberto Angela; il Prof. Massimo Galli; il Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana; il Prof. Agostino Consoli, Presidente SID; il Prof. Andrzej Krolewski, Professore di Medicina alla Harvard Medical School. Il Congresso è stato presentato nella conferenza stampa di lunedì 16 maggio, prima occasione per analizzare i dati sugli effetti del diabete alla luce delle nuove terapie.

ag.DIRE – www.dire.it




Green Pass, obbligo vaccinale e mascherine, dal 1° giugno cambierà davvero tutto?

green pass obbligatorio

green pass obbligatorioLa data che molti italiani stanno aspettando è quella del 1° giugno, cioè l’ultimo giorno dopo il quale l’Italia dovrebbe tornare a vedere la luce e quindi una parvenza di normalità dopo il biennio tragico caratterizzato dalle restrizioni dovute anche alla minaccia della pandemia da Covid-19.

Da quella data, per esempio, gli over 50 non dovranno più vaccinarsi per forza, mentre le mascherine dovrebbero essere abolite anche nei locali al chiuso.

E il Green Pass? Vediamo.

Dal primo giugno, addio al Green Pass

Il certificato verde è pronto, si spera, a salutarci per sempre. Dal 1° giugno, infatti, non sarà più necessario utilizzare il Green Pass base, ovverosia quello che si ottiene con un tampone negativo oltre che con la guarigione o con il vaccino, nemmeno per entrare in Italia. E questo vale sia per i turisti che per gli italiani che rientrano delle vacanze. Attenzione, però, a dove decidete di trascorrere queste ultime, perché ci sono Paesi come Germania, Francia, Spagna e Portogallo che lo richiedono a coloro che vogliono entrare nel loro territorio. Per il resto, da giovedì 16 giugno stop all’obbligo vaccinale per over 50, personale scuola e forze dell’ordine

 

Le mascherine NON sono più obbligatorie dal 30 aprile

E visto che in giro si continuano a vedere persone indossarle anche quando si trovano da sole al volante della loro auto, ricordiamo che le mascherine non sono più obbligatorie all’aperto dallo scorso 10 febbraio se non in caso di rischi di assembramento. Restano obbligatorie al chiuso anche su aerei, navi e traghetti, treni, autobus, scuolabus, funivie e cabinovie, teatri, cinema e luoghi dove si svolgono eventi sportivi per quanto riguarda le FFP2.

Per tutti gli altri luoghi al chiuso basterà la mascherina chirurgica, anche in discoteca, tranne quando si scende in pista a ballare. Almeno fino al prossimo 15 giugno, quando scadrà l’obbligo d’indossarla anche in questi ambiti.

Tuttavia, per cautela, potrebbero essere ancora necessarie per i trasporti, specie quelli a lunga percorrenza come aerei e treni, e per l’accesso in ospedali e in generale, edifici sanitari dove sono presenti soggetti deboli e anziani. Dopo la conclusione di questo anno scolastico, esami compresi, non ci dovrebbe essere più alcun obbligo nemmeno a scuola. Per i luoghi di lavoro privati, infine, sono obbligatorie fino al 30 giugno negli ambienti condivisi, e dopo si vedrà.

da webnews.it




Le emozioni nascono dal cuore: lo dimostra lo studio dell’Università di Pisa

cuore emozioni

cuore emozioni“Le emozioni nascono nel cuore, e non nel cervello, dicevano i poeti. Ora la ricerca scientifica conferma le fondamenta di questo topos letterario. Uno studio dei bioingegneri dell‘Università di Pisa in collaborazione con l‘Università di Padova e l’University of California Irvine e pubblicato sulla rivista ‘Proceedings of the National Academy of Science of the USA’ analizza il meccanismo che ci porta a provare una specifica emozione a fronte di determinati stimoli e trova nel cuore la radice delle emozioni“. Così in una nota l’Università di Pisa (Unipi).

DOVE NASCONO LE EMOZIONI

“Che il corpo giochi un ruolo fondamentale nel definire gli stati emotivi è ormai ampiamente riconosciuto dalla comunità scientifica- spiega Gaetano Valenza, docente di bioingegneria al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa e ricercatore al Centro ‘E. Piaggio- Tuttavia, se escludiamo alcune teorie proposte agli inizi del secolo scorso, fino ad ora l’attività cardiovascolare è stata vista come un semplice supporto metabolico a sostegno del cervello. E solo il cervello sarebbe la sede dei processi biologici responsabili dell’esperienza emotiva cosciente. Noi abbiamo invece evidenze del fatto che l’attività cardiovascolare gioca un ruolo causale nell’iniziare e nel sentire una specifica emozione, e precede temporalmente l’attivazione dei neuroni della corteccia cerebrale. In sostanza, per dirla parafrasando William James, che fu il padre, insieme a John Lange, della cosiddetta teoria periferica delle emozioni, non abbiamo la tachicardia perché abbiamo paura, ma la sensazione di paura è l’esperienza emotiva cosciente innescata dalla tachicardia”.

LA RICERCA

“Per dimostrare questa teoria- si legge ancora- sono stati utilizzati modelli matematici complessi applicati ai segnali elettrocardiografici ed elettroencefalografici in soggetti sani durante la visione di filmati con contenuto emotivo altamente spiacevole o piacevole. I ricercatori hanno così scoperto che nei primi secondi lo stimolo modifica l’attività cardiaca, che a sua volta induce e modula una specifica risposta della corteccia. Un continuo e bidirezionale scambio di informazioni tra cuore e cervello sottende quindi l’intera esperienza cosciente dell’emozione e, soprattutto, della sua intensità”.

UNO SCAMBIO COMPLESSO

“Ovviamente- prosegue Valenza- la complessità delle emozioni che proviamo deriva da uno scambio molto complesso tra il nostro sistema nervoso e i vari sistemi periferici, ma è l’attività cardiaca, e non quella cerebrale, a dare il via all’esperienza emotiva.” “Per potere estrarre da una semplice analisi dell’ECG- precisa l’università- la valutazione di uno stato emotivo, i ricercatori hanno sviluppato delle equazioni matematiche in grado di decodificare continuamente la comunicazione cuore-cervello nei diversi stati emozionali. In pratica, data una certa dinamica cardiaca, in un futuro prossimo, potrebbe essere possibile comprendere quale emozione è stata provata dal soggetto sotto osservazione, per esempio utilizzando uno smartwatch”.

IL LEGAME CON I DISTURBI PSICHICI

“La scoperta può avere delle ricadute molto rilevanti sulla comprensione dei disturbi psichici e sulla loro relazione con la salute fisica- afferma Claudio Gentili, del Dipartimento di Psicologia Generale e Centro per i Servizi Clinici Psicologici dell’Università di Padova- e può spiegare perché soggetti con disturbi affettivi, come la depressione, sono associati ad una maggior probabilità di sviluppare patologie cardiache, o, viceversa, tra soggetti con problemi cardiaci quali patologie coronariche o aritmie si riscontra un incremento di ansia e depressione. Il nostro lavoro, oltre a riportare in auge la teoria della genesi periferica delle emozioni, conferma le più recenti posizioni neuroscientifiche che propongono di superare il dualismo tra il cervello inteso come organo esclusivo della mente e il corpo, suggerendo come noi non siamo (solo) il nostro cervello“.

ag DIRE – www.dire.it