L’abuso del cellulare crea problemi ai bambini, soprattutto al sonno

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bambini cellulare“C’è una strettissima correlazione” tra l’abuso e l’uso scorretto delle tecnologie digitali e la poca qualità del sonno, anche nei bambini. La cosa “è scientificamente provata, per via della cosiddetta luce blu. Una luce impercettibile all’occhio umano, emessa da tablet, pc e telefoni, che distrugge la melatonina. Stare la sera, ad esempio, tante ore esposti alla luce blu è un po’ come prendere tanti caffè”, perché “è un attivante”. Lo spiega Rosaria Sommariva, medico esperto in medicina del sonno, presidente dell’associazione ‘Riaccendi il sorriso‘ e promotrice del progetto “Se li ami, sconnettili” appoggiato e promosso dalla Regione Toscana.

La questione del sonno è centrale, aggiunge, perché “i bambini che dormono male hanno dei grossi disagi durante il giorno: sono iperattivi, non riescono a stare attenti e hanno quindi problemi neurologici, durante la notte sudano, si svegliano e hanno gli incubi. Noi visitiamo bimbi di sette, otto anni che ancora vanno nel letto dei genitori”. Oltre a questi la dottoressa cita “problemi alla vista, infatti sta peggiorando la miopia, al collo, alle spalle, alle mani. Insomma, il rischio che intendiamo prevenire è quello, nel caso dei dispositivi digitali, di passare dall’uso, all’abuso, a vere e proprie forme di dipendenza”.

I dati raccolti dall’associazione, in collaborazione con la Federazione italiana medici pediatri, evidenziano l’importanza di un uso accorto dei dispositivi digitali. Secondo le interviste fatte ai genitori, il 30% dei bambini di 10 anni trascorre da una a due ore al giorno davanti al cellulare. Una percentuale che sale di oltre 10 punti tra i quattordicenni.

Ancora più impressionante è il dato di coloro che davanti allo smartphone trascorrono tra le tre e le sei ore al giorno: il 12% tra ha dieci anni e ben il 43% sono quattordicenni. Oltre a questo, sottolinea Valdo Flori, segretario toscano della Federazione italiana medici pediatri, “sono emersi problemi di reazione al non uso del cellulare: nel momento in cui viene tolto, per punizioni o altro, i figli hanno reazioni di rabbia forti, che è un indice di una dipendenza forte del ragazzo allo strumento. Inoltre, la stragrande maggioranza degli adolescenti durante la notte sistema il cellulare sul comodino oppure sotto il cuscino: quindi spesso non dormono”. Sono tutti fattori che indicano non solo un abuso “ma anche il sospetto di una patologia vera e propria, la nomofobia oppure la ‘no mobile phone phobia‘, ovvero la paura dell’essere disconnessi”, che riguarda anche gli adulti.

La Regione, intervengono anche il presidente il governatore Eugenio Giani e gli assessori regionali alle Infrastrutture digitali e alla Salute, Stefano Ciuoffo e Simone Bezzini, “appoggia decisamente questo interessante e utile progetto che intende intervenire in una fase delicata come quella infantile e adolescenziale. Non è un caso che ‘Se li ami, sconnettili’ ha avuto un suo spazio anche all’interno del Festival della salute che abbiamo organizzato a Viareggio. L’uso della tecnologia è certamente utile, il suo abuso deve essere contrastato, soprattutto in età giovanile. E, per farlo efficacemente, serve la collaborazione di una pluralità di soggetti, così come il progetto che abbiamo presentato è riuscito a fare”.

Il progetto pilota ‘Se li ami, sconnettili’ è sostenuto dalla Regione Toscana e vede come protagoniste anche la Federazione italiana medici pediatri (Fimp) chiamata a inserire nei questionari di valutazione periodica della salute dei bambini e dei ragazzi, domande relative al tempo e alle modalità di utilizzo dei dispositivi digitali. L’associazione ha coinvolto anche l’Ufficio scolastico provinciale di Lucca e Massa-Carrara, i pediatri di famiglia del territorio e il Coni regionale, oltre a molte associazioni sportive e culturali. L’obiettivo è quello di condurre campagne di sensibilizzazione e formazione nelle scuole primarie e secondarie.
Sono quindi previsti incontri divulgativi su scala regionale rivolti agli stakeholder quali genitori, istruttori, insegnanti di educazione motoria, dirigenti sportivi ed atleti. Inoltre, si terranno seminari rivolti agli studenti della Facoltà di scienze motorie. Infine, l’associazione ha organizzato un convegno sul tema, venerdì prossimo nella Sala Pegaso di palazzo Strozzi Sacrati, a Firenze.

ag. DIRE – www.dire.it




GRIM 2022: Marco Battaglia all’IIC di Toronto per parlare di salute mentale

giornata ricerca italiana

giornata ricerca italiana“What is psychiatry and why does it matter: a short journey around mental health, development, risk and protection in COVID times”, ovvero “Cos’è la psichiatria e perché è importante: un breve viaggio intorno alla salute mentale, allo sviluppo, al rischio e alla protezione ai tempi del COVID”: è questo il tema della conferenza che Marco Battaglia (UofT / CAMH) terrà il 28 aprile alle 18:30 presso l’Istituto Italiano di Cultura di Toronto.
L’evento è organizzato in occasione della Giornata della Ricerca Italiana nel Mondo 2022 e sarà aperto dall’indirizzo di saluto del console generale d’Italia, Eugenio Sgrò.
Prenderà poi la parola Marco Battaglia, full professor of Psychiatry alla Faculty of Medicine della University of Toronto e associate chief presso la Division of Child and Youth Psychiatry – CAMH, che introdurrà il pubblico ai metodi e agli approcci della psichiatria come campo della medicina interna. Esaminerà brevemente come un’ampia gamma di fattori biologici e socioculturali influenzi la salute mentale durante lo sviluppo e applicherà alcuni di questi ragionamenti all’attuale pandemia di COVID, ragionando su come e quanto i vincoli legati al Covid possano influire sulla salute mentale.
La partecipazione all’evento sarà libera, previa registrazione a questo link. (aise)




Epatiti sospette in Europa, Sileri “Non rientra in quelle note, sappiamo ancora poco”

sileri cds

sileri cds“Il ministero della Salute si è immediatamente attivato, è già stata inviata una nota alle Regioni e sono state già fatte diverse riunioni con l’Ecdc. Per il resto, sappiamo per ora quello che sanno anche gli altri Paesi, purtroppo ancora poco, nel senso che c’è la descrizione di casi di epatite, molti descritti nel Regno Unito e alcuni in Spagna, Olanda, Belgio e Romania. Si tratta di una forma di epatite non riconosciuta nelle classiche epatiti virali, quindi A,B, C, D ed E, non si conosce la sua natura e se vi è un virus. In alcuni casi è stato trovato adenovirus, non c’è correlazione con il Covid e alcuni di questi piccoli pazienti hanno purtroppo necessitato, perché era una forma di epatite grave, di trapianto di fegato. Al momento si tratta per fortuna di numeri molto bassi e c’è una difficoltà nella diagnosi, perché se tu hai un qualcosa di nuovo non sai neppure come testarlo”. Ha risposto così il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, interpellato sui casi di epatiti acute pediatriche sospette in Europa nel corso di una intervista video rilasciata alla Dire.

“Esistono due scuole di pensiero sulla sua natura- ha proseguito Sileri– tra chi crede che sia un virus infettivo e chi crede che non lo sia. La diagnosi è molto difficile e va per esclusione. Ad oggi chiunque in un’età pediatrica o tardo adolescenziale presenti i sintomi riferibili ad un’epatite, prima di dire che è una nuova epatite di natura da determinarsi vanno escluse tutte quelle precedenti. Ecco la difficoltà”. Il ministero, intanto, e già “dietro al problema”, ha ribadito il sottosegretario, secondo cui ora serve un “coordinamento internazionale, in questo caso europeo, sperando che chi ha avuto più casi e chi avuto i casi per primo possa indicarci di cosa si tratta. Al momento il numero di casi è prevalentemente limitato alla Gran Bretagna, ce ne sono intorno ai 60 casi circa in tutto il Regno Unito”. Però si parla di qualche caso individuato già anche in italia.

“In questo momento non sono segnalati casi in Italia- ha risposto Sileri alla Dire- ma come dicevo precedentemente, laddove tu hai un’epatite che non è stata ancora inquadrata, da lì può nascere il sospetto. Noi adesso siamo di fronte ad una epatite che non rientra tra quelle note e prima di poter dire che è qualcosa di nuovo devi escludere quelle che ci sono. Accanto a queste ci sono le epatiti che possono essere da farmaci o da tossine, cioè si hanno altre forme di epatite di natura non infettiva. Quando studiavo Medicina, agli inizi degli anni Novanta- ha ricordato Sileri- sui libri c’era l’epatite ‘non A’ e l’epatite ‘non B’, perché la C non era ancora stata descritta. Quindi tutto ciò che non era A e non era B era diventata C, ma non era ancora C. Adesso, per spiegarlo in maniera semplice, ci troviamo davanti a qualcosa che va oltre la lettera E“.

Ma in questo momento, ha fatto sapere Sileri, “non sarei preoccupato. È chiaro che viviamo con la sensibilità di un SARS-CoV-2 che ha fatto oltre 160.000 morti in Italia e quasi 5 milioni di morti in tutto il mondo. Ora ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso, quindi attenzione anche a non paragonare qualcosa di nuovo che accade routinariamente nella scienza medica con quello che invece abbiamo vissuto che è una pandemia. Questo è qualcos’altro di molto più limitato, seppur drammatico perché può colpire la popolazione pediatrica, ma assolutamente non sovrapponibile neppure lontanamente a ciò che abbiamo vissuto con il SARS-CoV-2″, ha concluso.

ag DIRE – www.dire.it




La psicoterapeuta: “Lo stress condiziona la fertilità”

sonno

sonnoResilienza, positive thinking, ottimismo, efficienza e perfezione costanti: per avere successo nella vita, la società ci invita a un approccio positivo e a una immagine di sé sempre perfetta e infallibile. Ma costringersi a pensare sempre positivo è una cosa sana o genera stress? Ne parla la dottoressa Francesca Zucchetta, Psicologa-Psicoterapeuta del Centro di Medicina della Riproduzione Biogenesi degli Istituti Clinici Zucchi di Monza, del Gruppo San Donato, esperta in tematiche di infertilità di coppia e Procreazione Medicalmente Assistita. Così in una nota il Centro. “La società attuale è sempre più connotata da un ideale di efficienza e perfezione,- si legge ancora- nella quale si fa strada la convinzione che mostrare sé stessi al massimo della forma e sempre sotto una luce di positività e ottimismo possa giocare a nostro favore. Ma questa spinta alla ricerca spasmodica di perfezione genera, molto spesso, una sensazione di stress, inadeguatezza e fallimento. Diversi studi stanno rilevando un significativo aumento dei disturbi d’ansia e di depressione, proprio a causa del confronto con immagini ‘perfette’ di altre persone, conoscenti e no, in particolare sui social network. Luoghi meravigliosi, divertimento, corpi statuari, pance da gravidanze esposte in corpi perfetti, che generano tensione e frustrazione. Come se si ignorasse il fatto che le immagini sono delle istantanee di un breve frangente di vita o, peggio, sono immagini ritoccate. Come se i limiti fossero delle sconfitte personali e non dei confini che ci caratterizzano, che ci rendono unici e profondamente umani. I limiti infatti sono molto importanti: ci danno la consapevolezza di chi siamo e un po’ più di capacità di capire e accettare che non possiamo avere potere su tutto”.

“In questo scenario di continua tensione alla perfezione e alla positività in ogni ambito: lavorativo, personale, relazionale e la difficoltà nel concretizzare un desiderio importante per il singolo, ma anche per la famiglia e la società che ci osserva, come quello della genitorialità, può creare situazioni di disagio e di stress sia all’interno della coppia sia a livello personale, in ciascuno dei partner”, spiega la dottoressa Francesca Zucchetta, Psicologa-Psicoterapeuta del Centro di Medicina della Riproduzione Biogenesi degli Istituti Clinici Zucchi di Monza, del Gruppo San Donato, esperta in tematiche di infertilità di coppia e Procreazione Medicalmente Assistita.

“Non riuscire a conseguire il concepimento può generare nella coppia una sensazione di inadeguatezza rispetto a ciò che il mondo esterno si attende. Oltre alla gestione del desiderio personale, infatti, la coppia si confronta con tutti gli aspetti culturali e sociali. Innanzitutto legati alla scarsa informazione in merito alle reali probabilità che si realizzi una gravidanza. La maggior parte delle persone tende a vivere la ricerca di un figlio con aspettative certe e tempi brevi. Soffre quindi il confronto con le persone che annunciano le loro gravidanze e che omettono, quasi sempre, come si sono realizzate: spesso con fatica e talvolta con aiuti medicalizzati oppure no. La coppia deve inoltre rispondere alle frequenti domande inopportune sull’assenza di figli, che aumentano enormemente il senso di frustrazione e di colpa e le riflessioni esistenziali sul senso di tale fallimento. Ricordiamo infatti che chiedere a una coppia come mai non ha figli, come fosse legittimo, è come dare per scontato che è solo perché non li cerca o non li vuole”.

“Sono inoltre sempre più frequenti i casi di donne del mondo dello spettacolo che accusano la stessa stampa di osservarle, cercando in modo ossessivo nel loro fisico i segnali di una gravidanza, come se il diventare madre fosse l’unico modo di realizzarsi per una donna. Lo stesso tipo di stress, legato a una mancata maternità, viene vissuto anche dalle donne ‘comuni’ e lo stress, purtroppo, condiziona in modo importante la fertilità. Il rischio è che la coppia vada incontro a un grande disagio psicologico che mette a dura prova l’equilibrio individuale e relazionale, nonché la fertilità”, conclude l’esperta.

agenzia DIRE – www.dire.it




Il segreto della longevità è nelle mutazioni genetiche

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unnamedAGI – Vivere cinque, dieci od ottanta anni dipende dal numero di mutazioni genetiche che si verificano nelle cellule. A rivoluzionare la vecchia teoria per cui sarebbero le ‘dimensioni’ a essere associate alla longevità, sono i ricercatori del Wellcome Sanger Institute di Cambridge in uno studio appena pubblicato su Nature. Secondo gli studiosi, la durata della vita è inversamente proporzionale al tasso di mutazione somatica delle cellule dell’organismo, sia di un essere umano o di animale. Fino ad oggi, gli scienziati erano convinti che fossero le ‘dimensioni’ la chiave della longevità, con animali più piccoli che bruciando energia più rapidamente, richiedono un ricambio cellulare più rapido, provando un declino più rapido. Questo spiega perché gli elefanti sono notoriamente longevi, mentre le farfalle muoiono dopo 24 ore. Ma questa teoria aveva delle questioni irrisolte che lo studio di Cambridge aiuta a spiegare. Ad esempio, spiega come la talpa nuda lunga quasi 20 cm può vivere per 25 anni, più o meno come una giraffa molto più grande, che in genere vive per 24. Quando gli scienziati hanno controllato i loro tassi di mutazione, erano sorprendentemente simili. Le talpe nude subiscono 93 mutazioni all’anno e le giraffe 99. I ricercatori hanno scoperto che gli esseri umani e gli animali muoiono dopo aver accumulato un numero simile di mutazioni genetiche, suggerendo che la velocità degli errori del Dna è fondamentale nel determinare la durata della vita di una specie. I cambiamenti genetici, noti come mutazioni somatiche, si verificano in tutte le cellule e sono in gran parte innocui, ma alcuni possono avviare una cellula sulla via del cancro o compromettere il normale funzionamento. Ci sono enormi variazioni nella durata della vita dei mammiferi nel regno animale, dai ratti dell’Asia meridionale, che vivono solo sei mesi, alle balene, che possono sopravvivere per 200 anni. Al contrario, i topi subiscono 796 mutazioni all’anno e vivono solo 3,7 anni. La durata media della vita umana nello studio era di 83,6 anni, ma il tasso di mutazione era di gran lunga inferiore a circa 47.  Il team ha analizzato gli errori genetici nelle cellule staminali dell’intestino di 16 specie di mammiferi e ha scoperto che più lunga è la durata della vita di una specie, più lenta è la velocità con cui si verificano le mutazioni. Il numero medio di mutazioni alla fine della durata della vita tra le specie era di circa 3200, suggerendo che esiste una massa critica di errori dopo la quale un corpo non è in grado di funzionare correttamente. Sebbene la cifra differisse di circa tre volte tra le specie, la variazione era molto inferiore alla variazione delle dimensioni corporee, che variava fino a 40.000 volte. Questo studio, sostengono i ricercatori, apre le porte alla comprensione del processo d’invecchiamento e al concetto d’inevitabilità della morte.




Domani a Vancouver la quinta “Giornata della Ricerca Italiana nel mondo”

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12arpicoPer celebrare la quinta Giornata della Ricerca Italiana nel mondo si terrà domani, 13 aprile, a Vancouver la conferenza “Understanding Vascular Diseases and Development Using Stem Cells” organizzata dalla locale associazione dei ricercatori italiani in Canada Occidentale (ARPICO), con il patrocinio del Consolato Generale.
Relatrice sarà Valentina Marchetti, docente presso la Facoltà di biologia molecolare e biochimica della Simon Fraser University (Vancouver), direttrice del gruppo che si occupa dell’ideazione e lo sviluppo di materiali usati nella ricerca con cellule staminali.
La Professoressa Marchetti esporrà l’importanza delle cellule endoteliali, che si trovano nello strato interno di tutti i vasi sanguigni e sono responsabili della regolazione del tono dei vasi, della coagulazione e di altre importanti funzioni.
In particolare, illustrerà modelli sperimentali che partendo dalle cellule staminali consentono di simulare in vitro l’ambiente fisiologico umano e attraverso apparecchiature specializzate contribuire in modo significativo nello studio di varie malattie, come diabete, arteriosclerosi e cancro nonché nello sviluppo di appositi farmaci.
La presenza di ricercatori italiani in Canada Occidentale è molto apprezzata in numerosi settori della scienza pura e applicata. In particolare si distinguono per i loro studi e ricerche presso le migliori Università e i più prestigiosi laboratori, tra i quali il centro di eccellenza di fisica nucleare “TRIUMF”, che ha sede in Vancouver. (aise) 




Covid e mascherine, eliminarle o no? Cosa dicono gli esperti

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covid mascherine aperto 6 fgCovid oggi in Italia e mascherine, si possono togliere anche al chiuso o è meglio tenerle ancora? E se sì, ovunque o solo in alcune situazioni? Da Galli a Clementi passando per Lopalco, ecco cosa ne pensano gli esperti.

Galli

“La pandemia non è finita. Se si può stare lontani da Sars-Cov-2 è un’ottima cosa, sia per gli anziani e i fragili, che rischiano ancora, ma anche per i giovani che possono andare incontro al long Covid. Uno strumento per stare alla larga – imperfetto, ma importante – è la mascherina”. E in particolare la Ffp2. Lo ha detto all’Adnkronos Salute Massimo Galli, ex direttore di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, in particolare “mi guarderei bene dall’abolirla sui mezzi pubblici in questo momento. Con la cancellazione di questa misura, infatti, metteremo molte persone fragili nella condizione di esporsi al rischio usando il trasporto pubblico”.

“La mascherina chirurgica – ricorda Galli – protegge dalle nostre emissioni di virus le persone che incontriamo. Ma per una protezione che riduce significativamente anche il rischio di infettarsi dobbiamo usare la Ffp2”, continua Galli, facendo un esempio: “il casco per i motociclisti è uno strumento di protezione nel caso di caduta. La Ffp2 è, allo stesso modo, uno strumento di protezione individuale che limita la possibilità di infettarsi seppure, purtroppo, sappiamo che non funziona al 100%, come non c’è casco che tenga di fronte ad un incidente gravissimo. Ma non lo buttiamo via per questo. Allo stesso modo non si può appendere al chiodo la mascherina ammonisce – soprattutto se parliamo di persone che possono avere condizioni di fragilità, nonostante le vaccinazioni, e di persone mai vaccinate”.

Clementi

“In questo momento non mi sentirei di dire assolutamente no alle mascherine e decretare lo stop al loro utilizzo ovunque. A mio avviso dipende dall’ambito in cui ci troviamo. In contesti più a rischio, come ad esempio i trasporti, andrebbero ancora utilizzate e questo potrebbe fare la differenza anche in una situazione intermedia come quella attuale”. A sottolinearlo all’Adnkronos Salute è Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

“Se in uno spazio all’aperto la mascherina è totalmente inutile, e lo era anche prima quando era obbligatoria, in un ambiente chiuso vanno considerati alcuni fattori. Per esempio, la possibilità di ventilare l’ambiente in questione, o quanto questo luogo chiuso sia frequentato, da quante persone. Penso principalmente ai trasporti, sia le metropolitane che i mezzi di superficie, che sono spesso molto affollati, in particolare quelli frequentati dagli studenti. Ecco, l’uso obbligatorio della mascherina “lo terrei più sui mezzi pubblici che a scuola, che è un ambiente più controllato e dove magari c’è il distanziamento e un’adeguata ventilazione dei locali. In definitiva, penso che in questo momento serva ancora un po’ di prudenza per alcuni ambiti specifici”.

A guidare l’uso della protezione devono essere “le situazioni di affollamento generale. E in questo caso può esserlo anche una via dello shopping. Oppure in alcuni negozi dove si possono creare assembramenti di tante persone. Qui sarebbe molto utile che le persone avessero un’autoregolazione”, che si instaurasse una sorta di ‘bon ton’ della mascherina. “Sarebbe utile – conclude Clementi – che le persone la tenessero sempre a portata di mano e la utilizzassero a seconda del bisogno”, al di là degli obblighi o meno. “Perché può succedere all’improvviso di ritrovarsi in un contesto affollato e più a rischio, specie in una grande città”.

Lopalco

“Potremo abbandonare l’uso di mascherine al chiuso quando la circolazione virale di Sars-Cov-2 sarà più bassa, ora sarebbe sbagliato. Su certi argomenti le opinioni non contano. Le mascherine servono ed esistono prove scientifiche a proposito. La scienza è chiara”. Lo spiega all’Adnkronos Salute l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, docente di Igiene all’Università del Salento ricordando, in particolare, i vantaggi delle Ffp2, che proteggono sia chi la indossa sia le persone intorno a noi.

Per Lopalco si può essere d’accordo sul fatto che un patogeno molto contagioso, come può essere la ‘famiglia Omicron’, “non lo si blocca solo con le mascherine, ma l’eventuale messaggio che queste non servono non solo è sbagliato scientificamente ma anche pericoloso per la salute pubblica”.

Queste protezioni sono valide per i diversi patogeni, Omicron compresa: “il principio è sempre lo stesso: le mascherine chirurgiche servono principalmente a limitare la probabilità di contagiare gli altri, mentre le Ffp2 offrono una buona protezione anche a chi le indossa”.

Viola

La mascherina Ffp2? “Nessuno dovrebbe metterla da parte e quando dico nessuno mi riferisco anche a chi ha avuto la malattia pochi mesi fa e ritiene di poterla togliere sentendosi immune. Niente di più sbagliato. Al chiuso bisogna proteggersi, la Ffp2 è efficace anche contro Omicron. Vediamo comparire varianti sempre più contagiose e anche i vaccinati rischiano di infettarsi. La circolazione è sostenuta ed è dimostrato pure dalla comparsa dei ceppi ricombinanti che hanno origine nelle persone contagiate da due virus differenti”. A dirlo Antonella Viola, immunologa, direttore scientifico dell’Istituto di ricerca pediatrica Città della Speranza a Padova, in un’intervista sul ‘Corriere della Sera’.

“Credo che in questa fase – continua l’immunologa – ci si senta troppo tranquilli. Vale la pena fare un piccolo sacrificio, coprendo naso e bocca quando si entra in luoghi chiusi. Ammalarsi di Covid, anche per i vaccinati con tre dosi, non è una esperienza indolore. Se ne può uscire con conseguenze spiacevoli. Una lenta ripresa, stanchezza, fatica a riprendere gusto e olfatto, effetti su cuore, sistema nervoso e metabolismo. Oltretutto c’è la possibilità di reinfettarsi con Omicron dopo aver contratto la variante che l’ha preceduta, Delta”.

Per quanto riguarda la comparsa di ricombinazioni del virus, frutto della mescolanza di frammenti di geni di due sotto-varianti di Omicron, “non vedo grossi pericoli. In pochi mesi Omicron ha preso il sopravvento. Ora è diverso. I primi virus ricombinanti sono stati sequenziati a gennaio e i casi non sono aumentati. Non dovrebbe trattarsi di un pericolo emergente”, conclude.

da adnkronos




Uno studio collega l’uso di farmaci per l’impotenza con l’insorgenza di problemi della vista

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085038896 d04c21b7 b31a 462f 8e82 372dc6ce8f85AGI – Se utilizzato regolarmente, il Viagra potrebbe provocare problemi alla vista. Si tratterebbe di un effetto collaterale riscontrato anche in altre tre farmaci per l’impotenza, Cialis, Levitra e Spedra, tutti indicato come potenziali fattori scatenanti di problemi agli occhi. A documentarlo è stato uno studio della British Columbia University, pubblicato sulla rivista Jama Ophthalmology.

In dettaglio i ricercatori hanno scoperto che questi farmaci ampiamenti utilizzato come trattamento per a disfunzione erettile possono causare improvvise perdite della vista o la comparso di lampi di luce e macchie scure o “fluttuanti” in coloro che li assumono. Secondo i ricercatori la causa potrebbe essere dovuta al fatto che questi farmaci, aumentando il flusso sanguigno ai genitali, potrebbe ostacolarne l’apporto agli occhi.

Lo scienziato che ha coordinato lo studio Mahyar Etminan, un oculista dell’Università della British Columbia, raccomanda alle persone che usano questi farmaci e che sviluppano problemi di vista di “ricercare cure mediche”. Spiega: “Queste sono condizioni rare e il rischio di svilupparne una rimane molto basso per ogni singolo consumatore. Tuttavia, l’enorme numero di prescrizioni dispensate ogni mese negli Stati Uniti – circa 20 milioni – significa che un numero significativo di persone potrebbe essere colpito. I consumatori abituali che riscontrano cambiamenti nella loro vista dovrebbero prenderli sul serio e rivolgersi a un medico”.

Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno esaminato le registrazioni dei reclami assicurativi di 213.033 uomini che usavano pillole per la disfunzione erettile. Non è specificato per quale motivo gli uomini del campione, che erano tutti per lo più sulla sessantina, stavano assumendo i farmaci. Il sildenafil, l’ingrediente principale del Viagra di Pfizer, può essere infatto usato anche per trattare l’ipertensione polmonare. Ebbene, di tutto il campione, circa 123.347 uomini hanno assunto il sildenafil; 78.609 assumevano il tadalafil (Cialis), 6.604 assumevano il vardenafil (Levitra) e 4.473 assumevano l’avanfil (Spedra). Nessuno degli uomini aveva sofferto di problemi agli occhi nell’anno prima che diventassero consumatori regolari del farmaco.

Prendendo in considerazione condizioni come diabete e malattie cardiache, i ricercatori hanno osservato che tra il 2006 e il 2020 gli uomini che assumevano uno dei farmaci sotto esame avevano il 158 per cento di probabilità in più di sviluppare un grave distacco della retina, cosa che avviene quando si accumula liquido nella parte posteriore dell’occhio.

Questo problema provoca la comparsa improvvisa di macchie nel campo visivo e di lampi di luce. Gli stessi uomini avevano anche il 102 per cento in più di probabilità di soffrire di neuropatia ottica ischemica, in cui il nervo ottico viene compromesso dall’ostruzione della relativa irrorazione sanguigna. La condizione provoca una perdita della vista centrale. Inoltre, gli uomini che assumevano regolarmente farmaci contro la disfunzione erettile avevano il 44 per cento di probabilità in più di sviluppare un’occlusione vascolare retinica, un tipo di coagulo di sangue nella retina.

Le persone con questo disturbo subiscono un’improvvisa perdita della vista e la comparsa macchie scure o “fluttuanti” nella loro vista. “Questi farmaci affrontano la disfunzione erettile migliorando il flusso sanguigno, ma sappiamo che possono anche ostacolare il flusso sanguigno in altre parti del corpo – dice Etminan – quindi, sebbene il nostro studio non dimostri causa ed effetto, esiste un meccanismo – continua – attraverso il quale questi farmaci potrebbero plausibilmente portare a questi problemi. La totalità delle prove punta verso un legame forte”.

Lo scienziato ha detto che spera che ulteriori ricerche dimostreranno il collegamento e porteranno i produttori a mettere etichette di avvertenza sulle pillole. Pfizer avverte già che circa una persona su 100 che usa il Viagra sperimenta “irritazione agli occhi, occhi iniettati di sangue/occhi arrossati, dolore oculare, lampi di luce, luminosità visiva, sensibilità alla luce, lacrimazione”.




I due ospedali italiani che hanno la sala cinema con poltrone e mega schermo

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145814257 f858611c 87ff 4cfb b1c9 95f4cb40c7c8AGI – Il cinema come terapia, ‘riposa la mente’, diminuisce gli stati d’ansia, lo stress e anche la percezione del dolore. E per ogni patologia c’è un film ‘più adatto’ di un altro. Questa non è l’opinione di cinefili appassionati, ma il risultato di studi scientifici effettuati per la prima volta da MediCinema Uk, al Saint Thomas Hospital di Londra.

Dal modello inglese, nel 2013 è nata poi MediCinema Italia, l’associazione che utilizza il cinema come terapia e per percorsi riabilitativi. La sua fondatrice, la dottoressa Fulvia Salvi, ha raccontato all‘AGI come si è sviluppata negli anni l’attività che ha basi sempre più solide e ha portato alla creazione di due grandi sale cinema, una nell’ospedale Niguarda di Milano e una al Policlinico Gemelli di Roma.

“Realizziamo delle vere e proprie sale cinematografiche che proiettano i film in programmazione in questo momento. Quindi non un cineforum, ma film attuali proprio per indicare il fatto che la vita continua anche per chi è ricoverato”. Il contenuto della pellicola è oggetto di una ricerca rigorosa, e la reazione dei pazienti viene misurata, attraverso delle schede che loro stessi compilano prima e dopo la proiezione, con le quali possono manifestare lo stato d’animo.

Per il 55% dei pazienti c’è un miglioramento psico fisico

Da questo monitoraggio è emerso che, dopo la visione, “per il 30% dei pazienti c’era stata una riduzione dell’ansia e dello stress; per il 55% un miglioramento psico fisico; e per il 25% una riduzione della percezione del dolore“. I numeri mostrano chiaramente la valenza terapeutica della cinematerapia, cioè come la visione di un film crei sotto il profilo psicologico un “effetto pausa”, producendo uno stato di benessere riscontrabile a livello neurologico.

“Facciamo ricerche cliniche – ha spiegato Salvi -, come qualsiasi attività di ricerca, e andiamo a misurare gli indicatori tipici di questo lavoro, che in ospedale sono la riduzione dell’ansia dello stress da ricovero, il miglioramento dello stato psicofisico e la riduzione della percezione del dolore”. Sia su adulti che su bambini. Certo la programmazione, benché attuale, deve essere di un certo tipo. “C’è bisogno di film di contenuto e stimolo allo stesso tempo. No a dialoghi troppo lunghi e serrati. Il tema in ospedale è la ripresa, la resilienza. Dunque si fa una scelta accurata in questo senso”.

Per le donne malate oncologiche, per esempio, le aree su cui agire sono la riconquista di se stesse, la paura, la sofferenza. In questo caso alcuni dei film utilizzati, da tenere a mente per quando ci si sente giù, sono stati “Love is all you need, Inside Out, Quasi amici, Sette anime“.

Per i malati di Alzheimer, invece, che fanno fatica a rimanere concentrati, “abbiamo costruito delle pillole filmiche, aiutati dalla fondazione cineteca italiana. Sono degli ‘spezzoni’ veloci, con un grandissimo contenuto di stimolo alla memoria che in questa patologia gradualmente si perde”. E’ il progetto “Ciack, curarsi insieme con il cinema kreativo”, realizzato ad hoc per pazienti con demenza cognitiva e i loro caregiver, coordinato dal Centro di neuropsicologia cognitiva dell’ospedale Niguarda, in collaborazione con la Fondazione Don Gnocchi (centro Girola).

Gli ambiti sono tanti, e con l’ospedale si fanno di continuo degli studi specifici su alcune patologie, adesso ce n’è “in corso uno sulla radiologia oncologica” e “un progetto di ricerca su bambini in cura palliativa, che sono bambini con malattie incurabili”. Un lavoro, quello di MediCinema, in linea con quello portato avanti dall’associazione Qualia di Gabriella Bottini. Insieme, daranno presto vita a un centro per la ‘cura con l’arte’ intitolato a Milva, per volere della figlia, Martina Corgnati, che a questa causa ha contribuito con 30 meravigliosi abiti di scena ricevuti in eredità.




Covid può rimpicciolire il cervello: lo studio

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cervello 123rfPerdita di gusto e olfatto, mal di testa, problemi di memoria, ‘nebbia mentale’, ma non solo. Sono t anti e diversi i sintomi neurologici attribuiti all’infezione da Covid-19, tra i quali una possibile ‘riduzione’ del cervello. Lo ha scoperto un team di scienziati ha deciso di indagare su come cambia il cervello dopo Covid per trovare una spiegazione a queste conseguenze debilitanti della malattia. Per farlo ha utilizzato una maxi biobanca realizzata in Gb, database su larga scala che raccoglie e condivide informazioni sanitarie e genetiche per circa mezzo milione di persone. Il team ha usato l’imaging cerebrale per studiare i cambiamenti cerebrali e ha rilasciato i dati su 785 persone di età fra 51 e 81 anni. Dati che mostrano forti evidenze di anomalie cerebrali post infezione. Covid sembra rimpicciolire il cervello, e si osserva una maggiore riduzione dello spessore della materia grigia e del contrasto tissutale in due aree, nella corteccia orbitofrontale e nel giro paraippocampale. Inoltre i maggiori cambiamenti nei marcatori di danno tissutale sono nelle regioni funzionalmente collegate alla corteccia olfattiva primaria.

Questi i risultati emersi, pubblicati sulla rivista ‘Nature’. Gli autori dello studio – scienziati dell’università di Oxford con la collaborazione di colleghi dell’University College London, dello statunitense National Institutes of Mental Health (della rete Nih) di Bethesda e dell’Imperial College di Londra – precisano che “resta da indagare con un ulteriore follow-up se questo impatto possa essere parzialmente invertito o se questi effetti persisteranno a lungo termine”. Le persone arruolate nello studio sono state sottoposte a imaging cerebrale prima e dopo l’infezione. In 401 sono risultati positivi tra le due scansioni, 141 giorni in media sono trascorsi dalla diagnosi alla seconda scansione cerebrale. La variante che ha colpito ognuno di loro non è nota, ma le scansioni sono state condotte prima dell’emergere di Omicron. Sono invece 384 le persone inserite nel gruppo di controllo.

La disponibilità di dati di imaging pre-infezione, sottolineano gli autori, “riduce la probabilità che i fattori di rischio preesistenti vengano erroneamente interpretati come effetti della malattia”. Effetti, quelli osservati, “significativi confrontando i due gruppi”. I partecipanti che si sono contagiati “hanno anche mostrato in media un declino cognitivo maggiore tra i due riferimenti temporali analizzati”.

È importante sottolineare che questi effetti longitudinali di imaging e cognitivi sono stati osservati ancora dopo aver escluso i 15 casi che erano stati ricoverati in ospedale. Questi risultati potrebbero essere, suggeriscono gli autori dello studio, “i segni distintivi in ​​vivo di una diffusione degenerativa della malattia attraverso le vie olfattive, di eventi neuroinfiammatori o della perdita di input sensoriali a causa dell’anosmia”.

C’è ancora molto lavoro da fare per estrarre tutte le informazioni utili dal maxi database, viene fatto notare in un approfondimento online su ‘Nature’. Lo studio di imaging ripetuto per Covid è in corso, e dovrebbero essere diffusi i risultati di duemila scansioni cerebrali in tutto. Questo, in abbinamento alle informazioni sanitarie dei partecipanti, potrebbe aiutare i ricercatori a iniziare a esplorare come i cambiamenti cerebrali si collegano a sintomi specifici di Covid. E come tutto questo si può prevenire e recuperare.

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