Demenza e Alzheimer, dormire troppo il pomeriggio potrebbe essere una spia

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121848765 0ce71c40 4e7d 462d a9e8 57ab3a00be77AGI – Le persone anziane che dormono eccessivamente nel pomeriggio potrebbero essere associate a un maggiore rischio di sviluppare disturbi neurodegenerativi. Questo è quanto emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista Alzheimer’s and Dementia, il Journal of the Alzheimer’s Association, condotto dagli scienziati dell’Università della California a San Francisco, della Harvard Medical School e del Brigham and Women’s Hospital, che hanno identificato un’associazione tra dormite diurne più frequenti e durature e un maggiore rischio di demenza.

Il team, guidato da Yue Leng, ha ribaltato la visione secondo cui il sonnellino pomeridiano sarebbe un modo per compensare il sonno notturno scarso. “Abbiamo scoperto – riporta Leng – che il sonnellino diurno è importante ma è indipendente dal riposo notturno“.

Il gruppo di ricerca ha utilizzato dei dispositivi simili a orologi per misurare le sessioni di sonno di 1.401 anziani, che erano stati seguiti per un massimo di 14 anni dal Rush Memory and Aging Project presso il Rush Alzheimer’s Disease Center di Chicago.

I partecipanti, la cui età media era di 81 anni, hanno indossato dei sensori da polso per diversi giorni, e sono stati sottoposti annualmente a dei test neuropsicologici per valutare la cognizione.

All’inizio dello studio, riportano gli autori, il 75,7 per cento dei soggetti sembrava cognitivamente sano, il 19,5 per cento mostrava lieve deterioramento cognitivo e al 4,1 per cento era stato diagnosticato il morbo di Alzheimer.

Dopo aver confrontato i dati a distanza, gli scienziati hanno scoperto che le persone rimaste cognitivamente sane erano associate a un aumento dei sonnellini giornalieri di circa 11 minuti in media. Tra chi ha mostrato segni di lieve deterioramento cognitivo, invece, i riposini sono aumentati di 24 minuti, mentre a seguito della diagnosi da malattia di Alzheimer i pazienti tendevano a dormire fino a 68 minuti in più.

Stando a quanto emerge dall’indagine, i partecipanti che dormivano più di un’ora durante la giornata avevano il 40 per cento in più di rischio di sviluppare una malattia neurodegenerativa rispetto a chi si riposava di meno.

“È plausibile ritenere che la correlazione tra sonnellini diurni eccessivi e aumento del rischio di Alzheimer – aggiunge Kun Hu, della Harvard Medical School – possano riflettere l’effetto della patologia nelle fasi precliniche. Il nostro lavoro mostra che il riposo diurno e il rischio di sperimentare malattie neurodegenerative potrebbero guidare i reciproci cambiamenti in modo bidirezionale”.

“Non abbiamo ancora elementi sufficienti per stabilire una relazione causale – conclude Leng – ma sembra che il sonnellino diurno potrebbe essere un segnale di invecchiamento cognitivo precoce. Per gli studi futuri sarebbe interessante esplorare se alterare queste routine può influenzare il declino cognitivo legato all’età”.




Perché e quanto fa male dormire con la luce accesa

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unnamedAGI – Dormire al buio per proteggere la nostra salute. È quanto affermano gli scienziati della Northwestern University nell’Illinois negli Stati Uniti a seguito di uno studio pubblicato sulla rivista PNAS. In particolare, lo studio rileva che l’esposizione a un’illuminazione ambientale anche moderata durante il sonno notturno, rispetto al dormire in una stanza poco illuminata, danneggia la funzione cardiovascolare durante il sonno e aumenta la resistenza all’insulina la mattina seguente. L’esperimento condotto su 20 adulti ha rivelato che è bastata una notte di “moderata esposizione alla luce” affinché il corpo sperimentasse gli effetti dannosi.

La coautrice dello studio, la dottoressa Daniela Grimald, ha affermato di aver scoperto che le persone esposte a soli 100 lux mentre dormivano avevano una frequenza cardiaca aumentata rispetto a quelle del gruppo in condizioni di scarsa illuminazione. Di solito, la frequenza cardiaca insieme ad altri parametri cardiovascolari è più bassa di notte e più alta durante il giorno. L’interruzione del normale schema cardiovascolare, che normalmente vede la frequenza cardiaca rallentare di notte mentre il corpo dorme, danneggia la salute del cuore poiché l’organo non ottiene la pausa riparativa che normalmente farebbe.

Inoltre, la luce provoca anche la resistenza all’insulina che si verifica quando le cellule dei muscoli, del grasso e del fegato non rispondono bene all’ormone di regolazione dello zucchero e non possono utilizzare il glucosio nel sangue per produrre energia.

In risposta a questa resistenza, il pancreas produce più insulina, che può portare a un aumento dei livelli di zucchero nel sangue, un fattore di rischio per lo sviluppo del diabete.

I test sui partecipanti hanno mostrato che coloro che dormivano in condizioni di luce moderata hanno avuto un aumento del 15% della resistenza all’insulina la mattina successiva, rispetto a una diminuzione del 4% in coloro che dormivano in condizioni di scarsa illuminazione. “I risultati di questo studio dimostrano che una sola notte di esposizione a un’illuminazione moderata della stanza durante il sonno può compromettere il glucosio e la regolazione cardiovascolare, che sono fattori di rischio per malattie cardiache, diabete e sindrome metabolica”, ha affermato l’autrice senior dello studio, la dott.ssa Phyllis Zee, capo della medicina del sonno presso la Northwestern University Feinberg School of Medicine e un medico della Northwestern Medicine. “È importante che le persone evitino o riducano al minimo la quantità di esposizione alla luce durante il sonno”. L’autrice dello studio, Phyllis Zee, ha aggiunto: “Se riesci a vedere le cose molto bene, probabilmente è troppo chiaro”. Ed ha suggerito che le persone che hanno bisogno di un po’ di luce, ad esempio una persona anziana che deve assicurarsi di non inciampare, dovrebbero usare una luce fioca vicino al pavimento.




Cominciata la sperimentazione del ‘vaccino’ anti-infarto

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112948132 918bd67a bf3c 4f0f a526 5e53a6d9c2c4AGI – Il Centro Cardiologico Monzino ha ‘arruolato’ i primi tre pazienti che, nell’ambito dello studio multicentrico internazionale Victorion-2P, riceveranno Inclisiran, il farmaco che Eugene Brauwnwal, padre della cardiologia moderna, non ha esitato a definire il futuro “vaccino anti-infarto”.

Lo studio coinvolgerà oltre 10 mila pazienti nel mondo, con l’obiettivo di dimostrare che il nuovo farmaco di Novartis – che, come un vaccino, viene somministrato solo due volte l’anno – è in grado di ridurre il rischio eventi cardiovascolari gravi, come infarto e ictus, dimezzando i livelli di colesterolo ‘cattivo’ LDL-C.

“È noto come l’LDL-C giochi un ruolo chiave nello sviluppo e la progressione delle malattie cardiovascolari e aterosclerotiche ed è dimostrato che, abbassandone i livelli nel sangue, si ottiene una riduzione della loro incidenza e della mortalità. Un effetto che è ancora più importante nei soggetti più a rischio, come chi ha già sperimentato nella sua storia un evento cardiovascolare (infarto e ictus).

Sono proprio questi i pazienti su cui si focalizza questo studio. Ad oggi infatti, pur avendo a disposizione un’ampia gamma di farmaci anticolesterolo, tra cui le note statine, i target di LDL-C desiderabili per ridurre il rischio di recidive sono spesso difficili da ottenere.

Inclirisan è il primo farmaco di una nuova classe che, in studi clinici precedenti, ha già dimostrato di poter abbassare del 50% i livelli di LDL-C sia in pazienti con malattia cerebrovascolare (Cevd) che in pazienti con malattia polivascolare (Pvd).

In questi soggetti, anche la terapia con statine, pur alla massima dose tollerata, non aveva ottenuto del tutto l’obiettivo”, spiega il professor Piergiuseppe Agostoni, direttore del Dipartimento di Cardiologia Critica e Riabilitativa Monzino, professore ordinario di malattie cardiovascolari all’Università degli Studi di Milano e Principal Investigator al Monzino dello studio Victorion-2.

“Inclirisan è stato definito come una delle innovazioni più importanti in ambito di prevenzione cardiovascolare nel nuovo millennio ed è capostipite di una nuova classe di farmaci anticolesterolo, che agiscono con un meccanismo di ‘silenziamento genico’. Si tratta di molecole che interferiscono in modo mirato su specifici target disattivandoli, e dunque, per così dire, mettendoli a tacere. Inclirisan è ancora più interessante perché silenziando una sequenza di RNA messaggero (mRNA) a livello dell’epatocita (cellula del fegato), attraverso una serie di meccanismi a cascata, produce una riduzione molto importante dei valori di colesterolo. Da qui il parallelismo con i vaccini anti Sars-CoV-2 che, seppure con meccanismo molto diverso, sfruttano mRNA, una sorta di dizionario in grado di tradurre in pratica quanto scritto nel nostro materiale genetico”, aggiunge Massimo Mapelli, membro dello staff dello studio al Monzino, insieme a Elisabetta Salvioni, Fabiana De Martino e Irene Mattavelli.

“Inclirisan è un farmaco di precisione: viene iniettato sottocute, come avviene ad esempio per l’eparina, e va direttamente a un bersaglio specifico senza altri target in diversi punti dell’organismo. Per questo è ben tollerato e provoca effetti collaterali meno gravi rispetto alle statine ad alte dosi. La bassa tossicità è un aspetto fondamentale perché i pazienti candidabili allo studio sono quelli in “prevenzione secondaria”, ovvero persone che in passato hanno già avuto un evento cardio-cerebro-vascolare. Per esempio, la paziente reclutata per prima qui al Monzino ha avuto un grave infarto due mesi fa e continua, nonostante una scrupolosa assunzione della terapia, ad avere valori di colesterolo troppo alti rispetto al valore soglia. Siamo particolarmente contenti di aver iniziato con un soggetto di sesso femminile perché, come è noto, negli studi clinici le pazienti sono spesso sotto-rappresentate, nonostante abbiano un rischio cardiovascolare sovrapponibile a quello degli uomini”, sottolineano le tre ricercatrici.

“Un altro punto chiave è rappresentato dalla compliance del paziente all’assunzione delle terapie. Molti studi dimostrano come nel post-infarto fino al 40% delle prescrizioni farmacologiche vengano disattese per vari motivi nell’arco dei 12 mesi successivi all’evento, annullandone il beneficio. Un farmaco che si somministra solo 2 volte l’anno, magari durante una visita ambulatoriale già programmata, permette di superare anche questo problema”, precisa Mapelli.

Lo studio Victorion-2P è randomizzato in doppio cieco (Inclisiran vs Placebo) e prevede la somministrazione due volte l’anno con un follow-up variabile tra 3-6 anni, in cui il paziente viene rivisto periodicamente in ambulatorio per controllare il suo stato di salute e registrare eventuali eventi (infarti, angioplastiche, interventi sul cuore…) per verificare le differenze nei due bracci.

Al momento in Italia, oltre al Monzino, sono attivi o in corso di attivazione altri 5 centri, ma il numero è in continua evoluzione. I centri totali che vorrebbero aprire il reclutamento a livello mondiale sono 806, di cui 531 extra-UE, 275 UE e 20 Italiani, con un obiettivo di reclutamento nel nostro Paese di 200 soggetti.

“Negli ultimi decenni è stato assodato il concetto che più il colesterolo è basso, maggiore è la riduzione del rischio di eventi. È importante notare, come dimostrato recentemente, che non e’ fondamentale il valore puntuale in un momento X della vita del paziente, ma i valori di colesterolo LDL ‘spalmati’ su molti anni. Anche per questo noi al Monzino crediamo moltissimo in questo farmaco d’avanguardia, che va a modificare i meccanismi molecolari alla base della iperproduzione di colesterolo a bassa densita’. Non ci stupiremmo che, come spesso avviene per questi studi avanzati, anche Victorion-2P venga interrotto in anticipo, prima di aver arruolato tutti i pazienti, perche’ il braccio di trattamento con farmaco risulta statisticamente piu’ favorevole rispetto a quello placebo”, conclude Agostoni.




Danni a udito, olfatto e memoria. I possibili effetti cerebrali del Covid

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103944694 15b63ac2 6c0a 4488 bf86 2f753d6010ddAGI – Danni alle zone del cervello che regolano l’udito, l’olfatto e la memoria sono tra le conseguenze negative del Covid-19 sui pazienti. A indagare sugli effetti cerebrali del SARS-CoV-2 sono i ricercatori dell’Universita’ di Oxford, nel Regno Unito in un articolo su Nature. I risultati, dicono gli esperti, possono migliorare la nostra comprensione di come la malattia si diffonde attraverso il sistema nervoso centrale.

Anche se le anomalie cerebrali causate dal Covid-19 sono già note, la maggior parte degli studi si è concentrata su pazienti ospedalizzati con malattia grave e si e’ limitata ai dati di imaging post-infezione.

Gli effetti di SARS-CoV-2 sul cervello nei casi più lievi (e più comuni) rimangono sconosciuti, ma l’indagine su questi casi potrebbe rivelare possibili meccanismi che contribuiscono a malattie o danni al cervello.

Per lo studio, i ricercatori di Oxford hanno studiato i cambiamenti nel cervello di 785 partecipanti alla biobanca britannica (di età compresa tra 51 e 81 anni) ai quali sono stati somministrati due scansioni cerebrali, in media a 38 mesi di distanza, e sono stati anche sottoposti a test cognitivi. Un totale di 401 partecipanti è risultato positivo all’infezione da SARS-CoV-2 tra le due scansioni, di cui 15 sono stati ricoverati in ospedale; i restanti 384 individui erano controlli abbinati per eta’ e sesso.

Gli autori hanno identificato vari effetti a lungo termine a seguito dell’infezione (con una media di 141 giorni tra i partecipanti che hanno ricevuto una diagnosi di Covid e la seconda scansione di imaging), inclusa una maggiore riduzione dello spessore della materia grigia nella corteccia orbitofrontale e nel giro paraippocampale (regioni associate all’olfatto e memoria di eventi).

Inoltre, i partecipanti che avevano Covid-19 hanno mostrato prove di danni ai tessuti nelle regioni associate alla corteccia olfattiva, un’area legata all’olfatto e una riduzione media delle dimensioni dell’intero cervello. In media, i partecipanti che sono stati infettati da SARS-CoV-2 hanno anche mostrato un maggiore declino cognitivo tra le loro due scansioni, associato all’atrofia di una regione del cervello nota come cervelletto, che e’ collegata alla cognizione.




Verso la 16ª conferenza dei ricercatori italiani nel mondo

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ricercatriceCITTÀ DEL MESSICO\ aise\ – L’Associazione dei Ricercatori Italiani in Messico – Arim – con la comunità scientifica italiana in Texas organizza la 16ª Conferenza dei ricercatori italiani nel mondo che, sotto gli auspici dell’Ambasciata italiana in Messico, si terrà il 9 aprile – in presenza e da remoto – nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura a Città del Messico.
La conferenza è aperta a tutti i ricercatori italiani che operano nel mondo nei diversi campi della scienza, della tecnologia, del diritto, della medicina e delle scienze umanistiche. Possono partecipare alla conferenza anche ricercatori di altri Paesi che lavorano su temi legati all’Italia.
I ricercatori dovranno inviare un abstract e una breve biografia all’indirizzo arimricercatori@gmail.com entro il 25 marzo.
I lavori si svolgeranno in inglese.
Tutte le informazioni su come partecipare sono sulla pagina dedicata sul sito dell’Arim  e su www.Texasic.org. (aise) 




Alzheimer: progetto di diagnosi precoce con fondi 5×1000 dell’ENEA

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11eneamentalROMA\ aise\ – Individuare metodologie innovative per la diagnosi precoce della malattia di Alzheimer. È questo l’obiettivo del Progetto Mental che verrà realizzato grazie alle donazioni dei contribuenti attraverso il 5×1000 all’ENEA. Il progetto verrà sviluppato da un team composto da sei ricercatrici del Laboratorio Tecnologie Biomediche dell’Agenzia e punta a sviluppare metodologie non invasive di diagnosi precoce e a basso costo da validare in una platea più ampia di pazienti per contribuire al controllo di questa malattia.
Alla base del progetto c’è l’associazione, riconosciuta, tra le alterazioni del microbiota intestinale con conseguente alterazione delle caratteristiche molecolari del campione fecale e l’insorgenza di patologie neurodegenerative. Da qui l’obiettivo di identificare un panel di proteine e/o microRNA attraverso un esame multi-omico (proteoma e miRNoma) di campioni fecali di pazienti con diverso grado di severità di Alzheimer; quest’ultimo aspetto verrà sviluppato in collaborazione con la Fondazione Santa Lucia di Roma.
“Questo progetto ha ampie potenzialità per un rapido trasferimento tecnologico nella filiera biomedica e biotecnologica, a vantaggio dei cittadini e del SSN che potrà disporre di strumenti diagnostici innovativi. I risultati ottenuti avranno potenzialmente un forte impatto sulla pratica clinica per contribuire al controllo di una malattia a così alto impatto sociale”, sottolinea Barbara Tanno, responsabile scientifico di Mental. “Ad oggi, infatti, le aspettative di prevenzione, diagnosi precoce e cura di questa malattia, così come delle principali patologie neurologiche e neurodegenerative sono pressoché completamente disattese”.
“Mental si inserisce nel più ampio contesto del PNRR 2021-2027 e del cluster Health di Horizon Europe che identificano come prioritario “lo sviluppo di nuovi marcatori non invasivi prognostici/diagnostici di malattie neurodegenerative attraverso programmi di ricerca ed innovazione” e, nel complesso, lo sviluppo di bio-marcatori di patologie neurodegenerative, mediante utilizzo delle scienze omiche, delle nanotecnologie e delle nuove tecnologie di imaging avanzato sono ritenute tra le tematiche prioritarie su cui concentrare le risorse economiche destinate alla ricerca”, aggiunge la Responsabile del Laboratorio Tecnologie Biomediche, Mariateresa Mancuso. (aise)




La tragedia delle morti improvvise, il Friuli Venezia Giulia crea un registro

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funerale lutto morteTRIESTE – “Da un momento tragico, come l’improvvisa morte di una persona giovane, nasce uno strumento di prevenzione che può offrire alla stessa famiglia che ha sofferto il lutto, un nuovo progetto di vita”. È il ‘sottotitolo’ nascosto nel nome del Registro regionale delle morti cardiache improvvise (Rmci), evidenziato dal direttore della Cardiologia e dell’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina, Gianfranco Sinagra, durante la presentazione del registro all’ospedale Cattinara di Trieste.

SI PUNTA A IDENTIFICARE MALATTIE GENETICHE ‘NASCOSTE’

Il registro, istituito dalla Regione, spiega il dirigente di Medicina legale Asugi, Stefano D’Errico, si avvale del lavoro dei dipartimenti di Anatomia patologica e Cardiologia dell’Asugi e dall’Azienda sanitaria Friuli occidentale, e delle Procure della Repubblica, che spesso dispongono di autopsie giudiziarie anche in caso di morti improvvise. L’aspetto scientifico è oramai consolidato, spiega, cui si aggiungono come novità la risonanza magnetica cardiaca post-mortem, e lo screening genetico e familiare. Proprio questo rende lo strumento utile nella prevenzione, aggiunge Sinagra, perché può identificare patologie genetiche o ereditarie che la stessa famiglia della vittima non sapeva di avere, permettendo di intervenire precocemente con terapia.

IN UN ANNO 26 CASI DI MORTI IMPROVVISE

Il registro ha raccolto già un anno di dati in Friuli Venezia Giulia, analizzando 26 casi di morte cardiaca improvvisa di persone sotto i 50 anni. Emerge la netta prevalenza del genere maschile (22 casi), con otto deceduti positivi a sostanze d’abuso, 16 casi che hanno interessato la fascia d’età 41-50 anni (cinque per ciascuna delle due fasce, 21-30 e 31-40), 13 decessi avvenuti a Trieste, sei a Udine, quattro a Gorizia-Monfalcone e tre a Pordenone.

“SONO DECESSI CHE È FONDAMENTALE STUDIARE”

“È estremamente importante esaminare e approfondire gli aspetti di questo tipo di decessi, affinché attraverso la prevenzione in futuro si riesca a evitare che tali fenomeni si ripresentino”, aggiunge il vicegovernatore con delega alla Salute, Riccardo Riccardi, sottolineando l’importanza della raccolta e del trattamento dei dati. Punto su cui il Friuli Venezia Giulia vanta già una grande esperienza, sebbene bisogna ancora lavorare, conclude, per rendere i dati gestibili con maggiore facilità e un patrimonio aperto.




La ricercatrice italiana Francesca Di Nunzio alla guida del nuovo gruppo di Virologia Avanzata all’Institut Pasteur di Parigi

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dinunzio pasteurPARIGI\ aise\ – Lo studio su come i virus manipolino meccanismi cellulari per stabilire una co-esistenza con l’ospite è una delle tematiche del nuovo gruppo di ricerca di Virologia Molecolare Avanzata all’Institut Pasteur di Parigi guidato dalla ricercatrice italiana Francesca Di Nunzio.
L’HIV-1 è il virus più studiato al mondo e, nonostante innumerevoli ricerche, i meccanismi usati dal virus che gli permettono di persistere nelle cellule infette sono tutt’altro che chiari. Le ricerche della dottoressa Di Nunzio hanno rivelato alcuni aspetti importanti delle fasi precoci dell’infezione, che sono poi anche quelle che determinano la formazione dei cosiddetti “reservoirs virali”, che persistono durante i trattamenti anti-retrovirali.
Dunque il nuovo gruppo punta sullo sviluppo e utilizzo di tecnologie all’avanguardia per poter elucidare i meccanismi molecolari sottostanti la replicazione dell’HIV e la formazione dei reservoirs. Il DNA retrotrascritto dell’HIV-1 non è mai stato visualizzato in cellule viventi fino ad ora, limitando gli studi sulle dinamiche spazio-temporali legate al silenziamento o all’attivazione virale. Di recente il gruppo della dottoressa Di Nunzio ha messo a punto un nuovo e versatile sistema di fluorescenza, chiamato HIV-1 ANCHOR, che permette di seguire in tempo reale il genoma del virus ed analizzare gli intorni cromatinici e/o gli organelli nucleari.
Grazie a tecnologie di imaging, infatti, la dottoressa Di Nunzio e il suo gruppo hanno evidenziato che importanti fasi del ciclo virale dell’HIV avvengono nel nucleo. In particolare il genoma virale sembra entrare nel nucleo protetto da un capside rimodellato per poi terminare la sua retrotrascrizione nel nucleo, rivisitando il “dogma“ della trascrizione inversa. Gli studi del gruppo hanno messo in evidenza che l’HIV-1 crea microambienti nucleari dove potersi replicare. Si tratta degli organelli privi di membrana indotti dall’HIV-1 attraverso un fenomeno biologico recentemente rivelato: la separazione di fase.
Gli studi futuri faranno luce su questo intrigante fenomeno per svelare i meccanismi molecolari sottostanti (in vitro) e per valutare il loro ruolo nei reservoir di HIV (in vivo).
Il gruppo ha attualmente una “open position” per post-doc della durata di tre anni, finanziata dall’ANRS, per decifrare gli organelli senza membrana indotti dall’HIV durante l’infezione virale. (aise)




Pillola anti covid Pfizer domani in Italia

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pfizer sede fgArriva domani in Italia la pillola anti covid Pfizer Paxlovid*. L’antivirale, capace di abbattere il rischio di ricovero in ospedale, sarà disponibile nei prossimi giorni “con un anticipo di quasi un mese rispetto a quelle che erano state le previsioni iniziali”, fa sapere Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Comitato tecnico scientifico, ospite di Buongiorno su Sky TG24. “E’ un inibitore della proteasi – ricorda che ha un’efficacia dell’89% se somministrato entro i primi tre, massimo cinque giorni nella progressione della malattia grave”.

Dal canto suo la struttura commissariale per l’emergenza Covid guidata dal Generale Francesco Paolo Figliuolo informa che domani, venerdì 4 febbraio, inizierà la distribuzione alle Regioni/Province autonome dei primi 11.200 trattamenti completi di Paxlovid*, nell’ambito del contratto finalizzato lo scorso 27 gennaio dalla Struttura commissariale con la casa farmaceutica Pfizer, d’intesa con il ministero della Salute. Il contratto – si spiega – prevede la fornitura di complessivi 600mila trattamenti completi nel corso del 2022, i quali verranno progressivamente distribuiti alle Regioni – non appena disponibili – secondo le indicazioni del ministero della Salute e dell’Aifa.




Contro il Covid conta molto l’immunità innata. Uno studio

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161841354 983c11b0 60ef 4b5a adf5 0301d57d3e2aAGI – Anche l’immunità innata, la prima linea di difesa che ha un ruolo chiave nella resistenza ai patogeni, fa la sua parte contro Sars-CoV-2 e le varianti, compresa Omicron. È la scoperta pubblicata su Nature Immunology da Matteo Stravalaci, ricercatore di Humanitas, e Isabel Pagani, ricercatrice dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e da un team di scienziati coordinati da Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas e professore emerito Humanitas University, Cecilia Garlanda ricercatrice e docente di Humanitas University ed Elisa Vicenzi, responsabile dell’Unità di Ricerca in Patogenesi virale e Biosicurezza dell’IRCCS Ospedale San Raffaele.

Lo studio ha coinvolto anche Fondazione Toscana Life Science con Rino Rappuoli, l’Istituto di Ricerca in Biomedicina di Bellinzona e la Queen Mary University di Londra in uno sforzo internazionale volto a indagare le molecole presenti nel sangue e nei liquidi biologici e che funzionano come “antenati degli anticorpi” (i cosiddetti Ante-antibody).

L’immunità innata, la prima linea di difesa del nostro organismo, risolve il 90% dei problemi causati dal contatto con batteri e virus.

Precede e si accompagna all’immunità adattativa, la linea di difesa più specifica, degli anticorpi e delle cellule T, che può essere potenziata con i vaccini. A partire da marzo 2020, grazie al sostegno di Dolce&Gabbana, il team di ricercatori di Humanitas si è focalizzato sullo studio dell’interazione tra Covid e immunità innata, area di forte competenza del gruppo di lavoro del professor Mantovani e della professoressa Garlanda.

“Anni fa abbiamo individuato alcuni geni che fanno parte di una famiglia di antenati degli anticorpi. Concentrandoci sull’interazione tra questi e Sars-CoV-2, abbiamo scoperto che una di tali molecole dell’immunità innata, chiamata Mannose Binding Lectin (MBL), si lega alla proteina Spike del virus e lo blocca – spiega Mantovani – Alla comparsa di Omicron, Sarah Mapelli, ricercatrice bio-informatica di Humanitas, ha esteso subito l’analisi sulla struttura della proteina in collaborazione con il gruppo di Bellinzona, scoprendo che MBL è in grado di vedere e riconoscere anche Omicron, oltre alle varianti classiche del virus come Delta”.

Lo studio è proseguito poi con l’analisi genetica dei dati provenienti dai pazienti dell’ospedale, incrociati con quelli delle banche dati di tutto il mondo, condotta dalla Professoressa Rosanna Asselta di Humanitas University. “È risultato che variazioni genetiche di MBL sono associate a gravità di malattia da Covid-19 – approfondisce Cecilia Garlanda – Ora si tratterà di valutare se questa molecola può fungere da biomarcatore per orientare le scelte dei medici di fronte a manifestazioni così diverse e mutevoli della malattia”.

I ricercatori, inoltre, stanno valutando se MBL può essere un candidato agente preventivo/terapeutico dal momento che è una molecola funzionalmente simile a un anticorpo, cui le varianti del virus, almeno quelle note, non possono sfuggire. “Nella nostra valutazione di potenziali farmaci anti-SARS- CoV-2 – spiega la dottoressa Elisa Vicenzi dell’IRCCS Ospedale San Raffaele – MBL dimostra un’importante attività antivirale che potrebbe essere un’arma in più contro le varianti in circolazione, inclusa Omicron”.

Al momento non ci sono dati sull’interazione tra questo meccanismo protettivo della prima linea di difesa e la risposta immunitaria indotta dai vaccini.

“Ad oggi sappiamo che questo meccanismo di resistenza innata ‘vede’ anche Omicron – continua Alberto Mantovani – e quindi probabilmente contribuisce al fatto che, per quanto questa variante sia riconosciuta in forma minore dagli anticorpi, la prima linea di difesa regge. Ciò non toglie quanto invece già sappiamo grazie ai dati: i vaccini danno una protezione significativa e fondamentale e restano la nostra cintura di sicurezza”.