Se l’orario del sonno è irregolare aumenta il rischio di depressione

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unnamedCambiare spesso l’orario di risveglio può influire sull’umore e aumentare il rischio di depressione. Questo, almeno, secondo uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Partner Journal Digital Medicine, condotto dagli scienziati della Michigan Medicine, il centro medico dell’Università del Michigan, che hanno monitorato gli schemi di sonno e le fluttuazioni dell’umore di 2.100 tirocinanti al primo anno di Medicina.

“Ritardare la sveglia nel fine settimana quando nei giorni lavorativi si è abituati ad alzarsi presto – afferma Yu Fang della Michigan Medicine – può aumentare il rischio di depressione. Dormire più del solito di domenica può influenzare persino l’umore del lunedì mattina”.

Il team ha valutato i dati su sonno e umore di 2.100 medici di età media 27 anni, iscritti al primo anno di tirocinio di Medicina, caratterizzato da giornate di lavoro lunghe e intense, orari irregolari e programmi di sonno estremamente variabili. I dati sono stati raccolti tramite dispositivi da polso e app per smartphone in grado di monitorare l’umore e lo stato d’animo.

“Un programma di sonno irregolare – aggiunge l’esperto – può influenzare l’umore e il rischio di depressione tanto quanto dormire troppo poco”. I ricercatori aggiungono che l’effetto potrebbe essere estendibile a chiunque abbia schemi irregolari di sonno, sebbene lo studio non abbia preso in considerazione una popolazione più ampia.

“Chi seguiva orari di sonno variabili – riporta lo studioso – aveva maggiori probabilità di ottenere punteggi più alti nei questionari sui sintomi della depressione. I nostri risultati mirano a guidare l’autogestione sulle abitudini del sonno e a informare le strutture di programmazione istituzionale”.

“I dispositivi indossabili – commenta Cathy Goldstein, dello Sleep Disorders Center presso la Michigan Medicine – ci consentono di registrare il sonno per lunghi periodi di tempo senza sforzi da parte dell’utente”. I ricercatori sottolineano che il sonno rappresenta un fattore spesso sottovalutato in materia di benessere e depressione.

“Il nostro campione non è rappresentativo della popolazione più ampia – conclude Fang – ma rappresenta sicuramente un’ottima coorte per i programmi che indagano i disturbi e le implicazioni del sonno.

Nelle prossime ricerche sarà opportuno considerare anche altri gruppi, come i genitori dei bambini piccoli, sottoposti a una considerevole dose di stress”.  AGI




Torino. Per la prima volta al mondo robot asporta tumore su paziente sveglia

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unnamedPer la prima volta al mondo un robot chirurgico ha asportato un tumore maligno al rene su una paziente sveglia, presso l’Urologia universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino.

Una donna 62enne, dopo aver sconfitto molti anni prima un tumore grazie all’asportazione di un polmone, ora si trovava a convivere con una massa al rene che continuava a crescere e che non poteva essere asportata. Il rischio operatorio era troppo elevato a causa dei suoi problemi respiratori. “Ero già stata visitata in diversi centri di eccellenza italiani, dove mi avevano detto che l’unica terapia era l’asportazione della massa – racconta la paziente – ma gli anestesisti mi prospettavano un rischio dell’80 per cento di non risvegliarmi dall’intervento”.

La paziente si rivolge, quindi, all’ospedale Molinette di Torino. Nel frattempo la massa renale era cresciuta in modo significativo negli ultimi mesi superando i 5 centimetri ed era molto profonda. L’intervento rivestiva ora un carattere di urgenza sia per il rischio di diffusione del tumore sia per l’impossibilità di asportare solo la massa salvando il rene se fosse cresciuto ancora.

“Quando esaminai la documentazione, dissi subito alla paziente che il caso era oltremodo complesso poiché la chirurgia robotica, l’unica tecnologia che ci avrebbe permesso di asportare un tumore di quelle dimensioni in modo mini-invasivo salvando il rene, non era mai stata utilizzata in un paziente sveglio e pertanto non ero in grado di garantire la fattibilità dell’intervento”, spiega Paolo Gontero, direttore della Urologia universitaria dell’ospedale Molinette. “La scelta del sistema robotico Da Vinci era obbligata poiché non ritenevo sicuro dal punto di vista oncologico adottare la tecnica laparoscopica pura per il rischio di ‘diffondere’ il tumore, trattandosi di una ‘massa a contenuto liquido’ in una paziente che rischiava di muoversi durante l’intervento. Per contro, la chirurgia ‘tradizionale’ a cielo aperto esponeva a un rischio troppo alto di complicanze”, aggiunge.

L’intervento è stato pianificato grazie all’attività di coordinamento effettuata di Roberto Balagna, direttore dell’Anestesia Rianimazione ospedaliera dell’ospedale Molinette, e di Luca Brazzi, direttore dell’Anestesia Rianimazione universitaria Molinette.

Il problema cruciale dell’intervento era riuscire a ottenere un livello di anestesia periferica ottimale in modo che il paziente non solo non avverta dolore ma resti sveglio e immobile durante tutto l’intervento. In caso contrario, i bracci di lavoro rigidi del sistema Da Vinci non avrebbero potuto operare in sicurezza. Il mancato raggiungimento di questi obiettivi avrebbe implicato pertanto la necessità di ricorrere a un’anestesia generale dalla quale la paziente avrebbe potuto non più risvegliarsi.

Quando la paziente è entrata in sala operatoria ad attenderla c’erano gli anestesisti Fabio Gobbi dell’equipe di Balagna e Paola Rampa dell’equipe di Brazzi. Gobbi, con una tecnica innovativa, ha praticato un “blocco anestetico spinale toracico continuo”, rendendo così la paziente “insensibile” nella zona del rene. L’intervento chirurgico è stato condotto da Paolo Gontero, mediante l’utilizzo di una tecnica retroperitoneoscopica con il robot Da Vinci Xi e l’utilizzo di 4 bracci operativi. La paziente, vigile, ha potuto seguire le varie fasi dell’intervento che si è svolto in 2 ore di tempo robotico.

Nonostante le dimensioni (che superavano i 5 cm) e la crescita in profondità della massa, grazie alla combinazione della tecnica robotica assistita con il sistema Da Vinci e di tecnologie innovative di ricostruzioni tridimensionali delle immagini che hanno guidato l’intervento, il tumore maligno è stato asportato completamente salvando il rene.

“E’ stata una grande emozione per tutti in sala operatoria quando, alla mia notifica della riuscita dell’intervento, la paziente (ancora attaccata ai bracci robotici) è scoppiata in un pianto di gioia dicendo ‘Grazie per avermi ridato una seconda vita’, afferma Gontero, che conclude: “Grazie alla forza e al coraggio di questa paziente e alla collaborazione di un team di alta professionalità, abbiamo dimostrato per la prima volta al mondo la fattibilità  dell’utilizzo della tecnologia robotica a paziente sveglio”.  AGI




Il farmaco israeliano efficace al 90 per cento contro il Covid

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170851366 bca2111a ffff 4980 a313 e117c6c53f2eAGI – Israele sta sperimentando un farmaco contro il Covid che, alle prime risultanze si dichiara efficace oltre il 90%. Lo scrive la stampa israeliana. L’Ichilov Medical Center di Tel Aviv ha completato con successo gli studi della fase uno del progetto di ricerca su questo nuovo medicinale, che sta dando risposte molto incoraggianti.

Il medicinale ha aiutato numerosi pazienti di Covid, da moderati a gravi, a riprendersi rapidamente dalla malattia. L’ospedale ha annunciato che la sostanza, EXO-CD24 del Prof. Nadir Arber, è stata somministrata a 30 pazienti le cui condizioni erano moderate o gravi, e tutti e 30 si sono ripresi, 29 dei quali entro 3-5 giorni.

Il medicinale combatte la tempesta di citochine, una reazione immunitaria potenzialmente letale all’infezione da coronavirus che si ritiene sia responsabile di gran parte dei decessi associati alla malattia. Usa gli esosomi, minuscole particelle a forma di sacche che trasportano i materiali tra le cellule, per fornire una proteina chiamata CD24 ai polmoni.

“Questa proteina – ha spiegato alla stampa Shiran Shapira del laboratorio di Arber – si trova sulla superficie delle cellule e ha un ruolo ben noto e importante nella regolazione del sistema immunitario, aiutando a calmare il sistema e frenare la tempesta”.

Arber ha spiegato che il preparato viene inalato una volta al giorno per pochi minuti, per cinque giorni, e raggiunge direttamente ai polmoni. In questo modo, a differenza di altri preparati, il cocktail israeliano viene somministrato localmente e non comporta effetti collaterali, anche perché non opera ad ampio spettro. Il farmaco passerà ora a ulteriori fasi di sperimentazione, ma i medici parlano di un possibile punto di svolta nella lotta contro il Covid-19.

Per il direttore del centro di ricerca Ichilov, Roni Gamzu che è stato anche a capo del team governativo sul coronavirus, la ricerca “è avanzata e sofisticata e potrebbe salvare i pazienti con coronavirus. I risultati della sperimentazione di fase 1 sono eccellenti e ci danno fiducia nel metodo che i ricercatori stanno studiando nel nostro laboratorio da molti anni”.




La Luna influenza la quantità e la qualità del sonno

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unnamed 2AGI – Un team di ricercatori di tre Università ha analizzato il ciclo lunare, di 29,5 giorni, confrontando l’orario medio dell’inizio la durata del sonno in contesti urbani e rurali, considerando 98 abitanti di tre comunità indigene Toba-Qom, nella provincia argentina di Formosa

Nelle notti che precedono la luna piena, si tende a dormire di meno e ad andare a letto più tardi. Questo è quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances, condotto dagli esperti dell’Università di Washington, dell’Università Nazionale di Quilmes in Argentina e dell’Università di Yale, che hanno analizzato i cicli di sonno di diversi partecipanti in relazione alle fasi del ciclo lunare.

“Per secoli, gli esseri umani hanno correlato gli stati d’animo, gli incidenti e persino i disastri naturali alle fasi della luna – afferma Horacio de la Iglesia, docente di Biologia presso l’Università di Washington – il nostro lavoro dimostra che il nostro satellite naturale influenza il sonno”.

Il team ha analizzato il ciclo lunare, di 29,5 giorni, confrontando l’orario medio dell’inizio la durata del sonno in contesti urbani e rurali, considerando 98 abitanti di tre comunità indigene Toba-Qom, nella provincia argentina di Formosa, nel nord dell’Argentina, 464 studenti universitari di Seattle.

Per valutare i modelli di sonno dei partecipanti, gli esperti hanno utilizzato dei monitor da polso. “Abbiamo notato che le oscillazioni nel sonno degli individui erano indipendenti dall’accesso all’elettricità – riporta l’autore – anche se negli ambienti urbani il legame era meno pronunciato”.

Secondo il gruppo di ricerca il modello indica che i ritmi circadiani naturali sono in qualche modo sincronizzati o legati alle fasi del ciclo lunare. “Nei giorni che precedono la luna piena – osserva lo scienziato – abbiamo notato una tendenza generale a coricarsi più tardi e a dormire meno, mentre con la luna calante la modulazione del sonno aumenta. Si tratta di un effetto più evidente nelle comunità rurali, ma osservabile anche tra gli studenti universitari”.

Stando ai risultati del team, la quantità totale di sonno variava durante il ciclo lunare in media da 46 a 58 minuti, mentre il cambiamento per l’orario di coricamento oscillava di circa 30 minuti. “Ipotizziamo che i modelli che abbiamo osservato – sostiene Leandro Casiraghi dell’Università di Washington, coautore dell’articolo – siano un adattamento innato che ha permesso ai nostri antenati di sfruttare questa fonte naturale di luce serale. Questi effetti potrebbero contribuire a spiegare perché l’accesso all’elettricità provoca cambiamenti così pronunciati nei nostri schemi di sonno: la luce artificiale interrompe i nostri orologi circadiani innati in modi specifici, allungando le ore di veglia durante la sera”.

“Gli stessi schemi potrebbero essere evidenti con la luna, che in alcuni periodi del mese rappresenta una fonte di luce – aggiunge il docente – il che potrebbe aver influito sull’adattamento dei nostri antenati migliaia di anni fa”.

I ricercatori sottolineano che sarà necessario approfondire gli studi sull’argomento. “Ci sono sempre state delle teorie sull’idea che le fasi lunari potessero influenzare i comportamenti umani – conclude Casiraghi – anche se negli ambienti urbani con elevate quantità di inquinamento luminoso, il momento preciso del ciclo lunare non è immediato. Dobbiamo continuare a indagare per comprendere il modo in cui agisce questo effetto, se agisce o meno sui cicli circadiani innati o se esistono altri fattori che influenzano il sonno”.




Il M.I.R.E. offre un “Seguro Salud” anche per i Senior

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couple 4364577 1920Il M.I.R.E. (Movimento Italiani Residenti all’Estero), come recita il suo slogan “Costruiamo un futuro per gli Italiani all’estero”, continua la sua attività rivolta agli sviluppi, ai progetti, al sostegno ed ai servizi, ed è orgoglioso di quanto sta facendo nel campo assicurativo per l’assistenza medica agli anziani.

Nonostante nel 2001 sia stato creato un nuovo quadro giuridico per il sistema sanitario, sappiamo che in RD il sistema sanitario distingue la propria assistenza in pubblica e privata; entrambe esprimono il proprio servizio con modalità alquanto articolate e complesse.

Le condizioni dell’assistenza, sia per la salute generale che per la sicurezza sociale dominicana, non sono soddisfacenti. Il 54% della popolazione totale non ha, ancora oggi, copertura sanitaria, ragion per cui rimane con il vecchio sistema, assistito dalla rete di fornitura pubblica, integrata ed amministrata dal Ministero della Salute Pubblica, o sostenuta dal pagamento a fornitori del settore privato.

La maggior parte della sanità in RD è gestita a livello privato, settore che è cresciuto, a cui si può accedere o pagando in toto il servizio di cui si usufruisce o appoggiandosi ai finanziamenti di assicurazioni sanitarie con rimborso volontario e piani prepagati volontari, rispetto alle spese vive che sono state sempre la principale fonte di finanziamento.

Italians stampato 216Ovviamente i costi sono diversi e, normalmente, più si paga mensilmente più alte sono le percentuali di copertura, anche a seconda del “rischio”. I giovani pagano mediamente meno, così come le persone sane pagano meno di chi parte già con qualche patologia riconosciuta.

Prima i meno giovani, dopo una certa età, erano, comunque, sprovvisti di una copertura assicurativa, per cui tanti erano gli italiani che correvano il rischio di ritrovarsi, dopo il sessantacinquesimo anno di età, senza assicurazione sanitaria che era impossibile stipulare.

Tutta la situazione di disagio che si è generata, oltre alla necessità di migliorare il diritto di poter usufruire di un degno servizio di assistenza sanitaria ha fatto sì che, grazie alla sensibilità, alla  capacità relazionale e diplomatica e dell’infaticabile impegno a favore della popolazione italiana in Repubblica Dominicana di chi opera per il M.I.R.E. sul territorio, si sia giunti ad un accordo stipulato con una delle migliori assicurazioni della Repubblica Dominicana, “Humano”, consentendo una buona copertura sanitaria che garantisce di essere assistiti fino ai 90 anni (ben oltre la barriera dei 65 anni, che era il limite preesistente).

Per di più l’assicurazione medica è anche più conveniente rispetto al passato, oltre ad essere estesa a tutti i componenti familiari (dai più piccoli agli adulti). Quest’assicurazione privata potrà essere goduta anche da chi non è residente in RD, ma vive da “pendolare” tra RD ed altre parti del mondo.

Un notevole passo in avanti che aumenta la concretezza che esprime il M.I.R.E. per la nostra comunità.

Per informazioni e iscrizione telefonare al 809 905 7174

Martina Fabris

 

 




Parkinson: team di ricercatori italiani individua nuovo potenziale biomarcatore

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20parkinsonUn team di ricercatori ha potuto dimostrare per la prima volta un significativo aumento della chemochina Prochineticina 2 (PK2), un peptide chemochino-simile, nel siero di pazienti affetti da malattia di Parkinson. I risultati di questo studio pilota condotto da Cinzia Severini dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibbc), da Nicola Biagio Mercuri e Tommaso Schirinzi della Clinica neurologica dell’Università di Roma Tor Vergata e da Roberta Lattanzi e Daniela Maftei del Dipartimento di fisiologia e farmacologia della Sapienza Università di Roma sono stati pubblicati su Movement Disorders.
Lo studio ha analizzato il sangue di 31 pazienti con malattia di Parkinson e per la prima volta è stato dimostrato che i livelli serici di PK2 risultano significativamente aumentati rispetto a soggetti sani di controllo.
“La PK2 è abbondantemente espressa nel sistema nervoso centrale ed è coinvolta in diverse funzioni sia fisiologiche che patologiche tra cui la neuroinfiammazione. Evidenze sperimentali hanno precedentemente dimostrato che la PK2 è un fattore che si attiva precocemente nella degenerazione nigrostriatale associata alla malattia di Parkinson, suggerendo un suo ruolo neuroprotettivo attraverso un’azione di ripristino del danno mitocondriale – spiega Cinzia Severini ricercatrice del Cnr-Ibbc -. Particolarmente interessante è risultata la correlazione tra l’aumento di PK2 nel siero e due marcatori di neurodegenerazione nel fluido cerebrospinale (CSF o liquor) degli stessi pazienti, quali la proteina beta amiloide1-42 e il lattato. In particolare, l’aumento nel siero di PK2, associato ai più alti livelli di beta amiloide1-42 che si ritrovano nel liquor, può indicare un effetto protettivo di tale chemochina nei confronti della patologia a livello delle sinapsi neuronali e della deposizione di placche di amiloide, eventi comuni sia alla malattia di Parkinson che alla malattia di Alzheimer. Inoltre, tale aumento di PK2 si correla con la diminuzione dei livelli di lattato nel liquor, indice di stress ossidativo e danno mitocondriale, confermando l’ipotesi di un’azione antiossidante e di ripristino del danno mitocondriale”.
Tali risultati suggeriscono che la PK2 possa rappresentare non soltanto un potenziale biomarcatore precoce della patologia, ma anche un target farmacologico per la creazione di terapie potenzialmente utili nella malattia di Parkinson.
“Questi incoraggianti dati preliminari richiedono ora di essere confermati nell’ambito di uno studio più esteso, che comprenda un campione più ampio ed eterogeneo di pazienti, e valuti ulteriori tessuti biologici. L’obiettivo finale è quello di comprendere appieno il ruolo di PK2 nella malattia di Parkinson, aprendo quindi la strada a possibili sviluppi clinici centrati su tale peptide”, conclude Severini.




Covid. Davvero indossare due mascherine è meglio di una?

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ef886ceca1b771e9963c5c0a16cf36a3Si comincia a vedere frequentemente anche tra figure pubbliche, personaggi sportivi e politici: la doppia mascherina è un’abitudine sempre più concreta e sempre più supportata da dati scientifici. Nel momento in cui la pandemia non dà idea di fermarsi cominciano a essere necessarie nuove precauzioni più nette.

Molti esperti si sono già esposti sul tema, Linsey Marr esperta di trasmissione di virus presso Virginia Tech ha affermato che: “Se si combinano più strati, si inizia a ottenere un’efficienza piuttosto elevata. Ma esistono dei compromessi, altrimenti corriamo il rischio di rendere troppo difficile la respirazione”. Ma questo limite è molto lontano e prima di non far passare l’aria ce ne vuole.

Photo credit: Kilito Chan - Getty Images
Photo credit: Kilito Chan – Getty Images

La nuova variante del virus è un fattore cruciale per quando riguarda questo tema, la sua mutazione genetica sta aumentando la sua capacità di diffondersi da persona a persona. E mentre i vaccini sono ancora troppo lenti, le mascherine rimangono un’arma preziosa, con argomenti a loro favore che vanno da test epidemiologici e fisici. L’uso di mascherine può frenare infezioni e decessi su scala impressionante.

La dottoressa Linsey Marr ha spiegato quello che succede con la doppia mascherina: “I virus respiratori come il coronavirus, che si muovono tra le persone con la saliva con aria e liquido, hanno bisogno di un condotto lineare per entrare nelle vie aeree. Le maschere che nascondono il naso e la bocca inibiscono quell’invasione. Il punto non è rendere ermetica una maschera ma creare un percorso a ostacoli grazie alle fibre che si sovrappongono rendendo molto ostico il viaggio del carico infettivo.

La sovrapposizione di due maschere meno specializzate arriva a garantire una protezione paragonabile a una specifica per medici. La dottoressa Marr consiglia di indossare una mascherina chirurgica, con sopra una di stoffa che abbracci meglio una parte maggiore del viso. L’alternativa è indossare una maschera di stoffa con una tasca da riempire a piacimento con altro materiale filtrante come ad esempio i sacchetti sottovuoto per il cibo.

da Esquire




Vienna. La Fondazione Weiss premia il medico italiano Alberto Benazzo

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14viennaAlberto Benazzo, giovane ricercatore italiano nel campo della clinica chirurgica toracica presso l’Università Medica di Vienna (AKH) – principale struttura ospedaliera della capitale austriaca -, si è aggiudicato l’ambito premio della Fondazione Weiss, del valore di circa 400.000 euro.
Il riconoscimento arriva a seguito del suo progetto proteso a testare il protocollo di immuno-soppressione dopo il trapianto di polmoni. La Fondazione lo ha eletto miglior progetto clinico elaborato nel 2019. Partner della Fondazione Weiss è l’Austrian Science Fund (FWF), ente pubblico dedito al finanziamento della ricerca di base.




Covid, sei vaccini al fotofinish

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CapturaSono “6 i candidati vaccini anti-Covid al fotofinish per l’approvazione”. A fare il punto è il sito anti-bufale ‘Dottoremaeveroche’, della Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo). “Ad ad oggi non sono ancora disponibili vaccini per Covid-19 ma molti studi sono in corso, alcuni in fase avanzata. Per il vaccino sviluppato dalla società Moderna è stata depositata negli Stati Uniti la domanda per la autorizzazione d’emergenza – precisano gli esperti – Poi c’è il siero sviluppato dall’università di Oxford e della casa farmaceutica AstraZeneca. Il vaccino è in corso di valutazione in diversi paesi del mondo, dal Regno Unito al Brasile, Sud Africa e Stati Uniti”.

A questi si aggiunge il vaccino Pfizer-BionTech, il primo vaccino presentato alla Food and Drug Administration (Fda) statunitense per l’autorizzazione all’uso di emergenza che oggi ha avuto il via libera anche dall’agenzia britannica Mhra. Infine ci sono gli altri tre sviluppati da Johnson&Johnson, da Sanofi e da CureVac.

L’Italia ha già acquistato milioni di dosi di tutti e sei i vaccini (202 mln in totale) come ha spiegato oggi il ministro della Salute Roberto Speranza nella comunicazione al Senato sul piano vaccinale (AstraZeneca 40,38 milioni; Johnson&Johnson 53,84; Sanofi 40,38 ; Pfizer/Bnt 26,92; CureVac 30,285 e Moderna 10,768).

Ma quando un vaccino viene dichiarato ‘efficace’? Quando protegge la persona che lo riceve dalla malattia? “Non esattamente – rispondo gli esperti – L’obiettivo principale di un vaccino dovrebbe essere quello di impedire alle persone di contrarre la malattia, ammalarsi gravemente e morire. A questo riguardo, un sito molto popolare negli Stati Uniti ha ripreso una dichiarazione di Peter Hotez, un docente di particolare esperienza della National School of Tropical Medicine del Baylor College of Medicine di Houston: ‘Idealmente, si vuole che un vaccino antivirale faccia due cose: in primo luogo, ridurre la probabilità di ammalarsi gravemente e andare in ospedale e, seconda cosa, prevenire l’infezione e quindi interrompere la trasmissione della malattia’”.

“Gli studi di fase 3 attualmente in corso non sono stati disegnati per dimostrare che i vaccini valutati siano efficaci per prevenire esplicitamente gli esiti gravi della Covid-19, come ricoveri ospedalieri, ricovero in terapia intensiva o decesso – precisano gli specialisti – Inoltre, l’efficacia del vaccino non coinciderà con la sua capacità di interrompere la trasmissione della malattia”.

“Ogni studio clinico, in particolare la fase 3, è sempre un atto di equilibrio tra esigenze diverse. Desiderando avere una risposta su un esito – come il ricovero in terapia intensiva – che si verifica con una frequenza di un decimo o un quinto della frequenza dell’esito primario – come un’alterazione febbrile o la tosse – sarebbe necessario uno studio 5 o 10 volte più ampio o 5 o 10 volte più lungo (di maggiore durata) per raccogliere quegli eventi. Condizioni improponibili in un momento come questo, in cui è necessario sapere rapidamente se un vaccino funziona”, conclude il sito anti-bufale ‘Dottoremaeveroche’.  ADNKRONOS




Moderna chiede l’autorizzazione per il proprio vaccino, il titolo vola in Borsa

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122310941 caac3c0d 780d 4228 b9b2 ec92250fa67bL’azienda americana Moderna depositerà oggi la domanda di autorizzazione per il suo vaccino contro il Covid19 negli Stati Uniti e in Europa, dopo che i risultati dei test hanno dato una efficacia stimata al 94,1% (100% nella prevenzione dei casi più gravi).

“Moderna prevede oggi di richiedere un’autorizzazione all’uso di emergenza EUA (Emergency Use Authorization) alla Fda americana (Food and Drug Administration)”, ha dichiarato l’azienda in una nota. Richiederà inoltre “un’autorizzazione condizionale all’immissione in commercio con l’Agenzia europea per i farmaci (Ema)”.

L’efficacia del vaccino di Moderna sale invece al 100% per quanto riguarda le forme gravi, quelle che portano al decesso del paziente. Il vaccino “mRNA-1273 continua ad essere generalmente ben tollerato; finora non sono stati identificati gravi problemi di sicurezza”. Moderna annuncia che “La FDA ha comunicato alla Società di aspettarsi un incontro VRBPAC (la commissione che dà il via libera) per mRNA-1273 probabilmente il 17 dicembre 2020“.

Il titolo di Moderna vola del 16,35% nel pre-market a Wall Street, dopo l’annuncio del deposito della domanda di autorizzazione.

“Crediamo che il nostro vaccino fornirà un nuovo e potente strumento in grado di cambiare il corso di questa pandemia e di aiutare a prevenire malattie gravi, ospedalizzazioni e morti” ha detto Stephane Bancel, Amministratore Delegato di Moderna. L’analisi primaria di efficacia dello studio di Fase 3 COVE, “conferma la capacità del nostro vaccino” sottolinea ancora Bancel “di prevenire la malattia COVID-19 con un’efficacia del 94,1% e, soprattutto, la capacità di prevenire la malattia COVID-19 grave”. Il prossimo passo sarà una riunione del Vaccines and Related Biological Products Advisory Committee (VRBPAC) per esaminare i dati sulla sicurezza e l’efficacia dell’mRNA-1273, che Fda ha detto a Moderna di prevedere per il 17 dicembre. La società sottoporrà i dati dello studio COVE a una pubblicazione sottoposta a peer-review. AGI