Il virus resiste sulle superfici sotto forma di pellicola.

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unnamed 5Il coronavirus può restare attivo sulle superfici trasformandosi in una sottile pellicola, a seguito dell’evaporazione dell’acqua nelle particelle, il che si traduce in un arco di tempo di contagiosità più duraturo di quanto ritenuto precedentemente, e che potrebbe protrarsi per diversi giorni.

L’allarmante ipotesi è il risultato di uno studio pubblicato sulla rivista Physics of Fluids, condotto dagli esperti dell’Indian Institute of Technology di Bombay (IIT Bombay), che hanno analizzato le reazioni dell’agente patogeno a distanza di diversi giorni una volta entrato in contatto con diverse superfici. “Le particelle contenenti coronavirus possono restare infettive per diversi giorni – commenta Rajneesh Bhardwaj dell’IIT Bombay – quando atterrano su una superficie l’acqua evapora nel giro di pochi minuti, ma il virus sopravvive sotto forma di una pellicola protettiva, che si deteriora in tempi diversi, a seconda del materiale su cui si posa”. AGI

Il team ha scoperto che l’acciaio inossidabile può mantenere inalterata la pellicola protettiva del virus per 24 ore, il rame per circa 16 ore, il vetro 80, mentre il polipropilene consente la sopravvivenza dell’agente patogeno per più di 150 ore.




I sardi si contagiano meno grazie al loro assetto genetico

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unnamed 4Una serie di caratteristiche genetiche dei sardi, preservate dall’insularità, potrebbe essere alla base della bassa mortalità e del basso indice di contagio da Coronavirus. È la tesi sostenuta in uno studio di un’equipe di ricercatori dell’università di Cagliar i pubblicato sulla rivista scientifica  ‘Frontiers in Immunology’.

Il bollettino Covid-19 del 22 novembre 2020 della Regione Sardegna comunica 18.089 persone infettate, 379 morti, 504 ricoverati e 70 pazienti in terapia intensiva. Quello che salta all’occhio  – secondo gli studiosi – è la bassa mortalità che si attesta sul 2%, ovvero la metà rispetto alla media nazionale e un indice Rt tra i più bassi di Italia. Anche la positività agli anticorpi anti-Sars-CoV-2 nella popolazione sarda, pari allo 0.3%, secondo i dati Istat del 3 agosto, pone la Sardegna agli ultimi posti in Italia come popolazione entrata in contatto con il virus. Questi dati potrebbero essere collegati alla chiusura repentina dei porti e degli aeroporti dal 9 aprile al 15 giugno, alle misure di distanziamento sociale, all’uso delle mascherine e a tutte le altre strategie messe in atto, ma forse non solo. Infatti, ci si può chiedere se esistano anche fattori biologici, che possano determinare una riduzione dei contagi e di conseguenza della trasmissione del virus, dato che è ormai dimostrato che la popolazione sarda, a seguito dell’insularità, presenta caratteristiche genetiche omogenee e peculiari.

Sulla base di queste considerazioni, è nato uno studio per ricercare i fattori clinici e immunogenetici che potrebbero spiegare la bassa incidenza di infezione di Sars-CoV-2 e di quadri clinici gravi e mortali del COVID-19 in Sardegna. Il progetto di ricerca, denominato Corimun, è stato coordinato da Roberto Littera, immunogenetista, da Marcello Campagna, docente di Medicina del Lavoro, da Andrea Perra, docente di Patologia Generale e da Luchino Chessa, docente di Medicina Interna, dell’Università degli Studi di Cagliari, con il contributo di Silvia Deidda e Goffredo Angioni, pneumologa e infettivologo dell’ospedale SS. Trinità.

Lo studio ha preso in considerazione persone infettate dal Sars-CoV-2, di cui oltre il 20% con malattia polmonare medio-severa ed il restante asintomatico o pauci-sintomatico. Il gruppo dei pazienti è stato confrontato con un gruppo di controllo di individui sani . Gli studi di immunogenetica si sono concentrati sull’analisi del Sistema HLA (Human Leukocite Antigen), alla base della produzione di molecole fondamentali nella regolazione del sistema immunitario verso le infezioni e i tumori.

Dal lavoro è emerso un dato che concorre a giustificare la scarsa circolazione del virus: nella popolazione degli individui infettati è assente un particolare assetto genetico caratteristico della popolazione sarda , una sequenza ancestrale di geni denominata aplotipo esteso HLA-A*02, B*58, C*07, DR*03, che risulta quindi protettivo nei confronti dell’infezione.

In altre parole, le persone che presentano ‘l’aplotipo esteso’ caratteristico della popolazione sarda sembrerebbero non ammalarsi di Covid-19. Tra le altre caratteristiche studiate, è risultato avere un effetto protettivo il fatto di essere portatori di beta-talassemia (gene mutato che determina la talassemia o anemia mediterranea) e aver effettuato la vaccinazione influenzale nella passata stagione.

Ma la ricerca ha anche evidenziato una serie di fattori importanti nel caratterizzare una malattia più severa nei pazienti infettati da SARS-CoV-2, quali: la presenza di un allele HLA, denominato HLA-DRB1*08, la carenza dell’enzima G6PDH, che determina il favismo, e come conseguenza di quanto detto sopra, non essere portatori di beta-talassemia e non aver effettuato la vaccinazione influenzale nella passata stagione. Il lavoro, svolto in collaborazione con l’Associazione per l’Avanzamento della Ricerca sui Trapianti AART-ODV e con il contributo della Fondazione di Sardegna, è solo all’inizio, ma mette in luce alcuni aspetti importantissimi per le scelte future di politica sanitaria, quali l’importanza della vaccinazione anti-influenzale, che si dimostra essere un’arma nella lotta contro il nuovo coronavirus e di conseguenza – affermano i ricercatori dell’ateneo sardo – deve essere fortemente raccomandata.  AGI




Covid, perchè alcuni casi diventano gravi e altri no: la scoperta

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Doctor in protective gloves & workwear filling injection syringe with COVID-19 vaccine.

Perché alcune persone positive al Covid-19 si ammalano gravemente e altre meno? Di fronte a quadri clinici complessi e instabili, è possibile prevedere il livello di gravità della malattia? A queste e ad altre domande ha provato a rispondere un team di medici e ricercatori dell’IRCCS Humanitas di Milano e dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Il nuovo studio, appena pubblicato sulla rivista scientifica Nature, si basa su due casistiche indipendenti, portate avanti rispettivamente da una task force guidata dal prof. Alberto Mantovani (Humanitas) e dal gruppo del prof. Alessandro Rambaldi (Papa Giovanni XXIII). La ricerca ha permesso di identificare un importante indicatore di gravità di malattia nei pazienti affetti da coronavirus: la molecola PTX3.

Nel lavoro (Macrophage expression and prognostic significance of the long pentraxin PTX3 in COVID-19) sono stati coinvolti 96 pazienti in Humanitas e 54 al Papa Giovanni XXIII. E grazie all’accesso ai dati e all’analisi bioinformatica supportata da Intelligenza Artificiale, sono stati analizzati anche i dati di pazienti residenti in Israele e negli Stati Uniti. Gli esperti italiani hanno così indagato i meccanismi dell’immunità innata a livello del sangue circolante e del polmone.

“L’analisi ha portato alla luce il ruolo di un gene scoperto dal mio gruppo anni fa, la PTX3: una molecola coinvolta nell’immunità e nell’infiammazione – spiega il prof. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas – Nei pazienti malati di Covid -19, questa molecola è presente a livelli alti nel sangue circolante, nei polmoni, nelle cellule della prima linea di difesa (i macrofagi) e nelle cellule che rivestono la superficie interna dei vasi sanguigni (l’endotelio vascolare). Informazioni importanti, dal momento che i pazienti malati di Covid-19 presentano una fortissima infiammazione (la sindrome di attivazione macrofagica) che porta a trombosi del microcircolo polmonare a livello delle cellule endoteliali. A seguire, abbiamo verificato che la PTX3 potesse essere un marcatore di gravità, grazie a reagenti e a un test messo a punto dai ricercatori di Humanitas”.

“Questi dati – aggiunge il prof. Rambaldi, direttore dell’Unità di Ematologia e del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell’ospedale Papa Giovanni – confermano la centralità del danno endoteliale nella patogenesi delle manifestazioni più gravi osservate nei pazienti Covid. I livelli circolanti di PTX3, misurati nel sangue, serviranno a guidare la valutazione della risposta ai trattamenti di questi pazienti”.

Partito da un approccio ad alta tecnologia, lo studio arriva a definire un test semplice (basta infatti un esame del sangue per valutare il livello della PTX3), a basso costo e potenzialmente condivisibile con tutti. “Lo studio dimostra che l’avanzamento delle conoscenze si fa grazie alla raccolta di campioni biologici e dati personali e sanitari della popolazione – spiega Rambaldi – indispensabili per una efficace ricerca su Covid-19”.

Il prossimo step, dunque, sarà il trasferimento della scoperta dal bancone della ricerca al letto del paziente. “Lo studio, che necessita di ulteriori verifiche e conferme, potrebbe costituire uno strumento importante per guidare i medici nella definizione delle terapie per ogni paziente”, conclude Mantovani.




Fermare il declino della memoria negli anziani. La ricerca di UNITRENTO

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17trentoCon l’aumento dell’età, la memoria spesso subisce un declino marcato. Esiste la possibilità di migliorarla? Una risposta affermativa arriva dall’Università di Trento. L’Ateneo, infatti, ha coordinato una ricerca che descrive l’efficacia di alcuni semplici esercizi nel potenziare le performance mentali delle persone anziane. Compiti, insomma, che aiuterebbero chi ha oltre 65 anni a migliorare la capacità di concentrazione e di memorizzazione degli oggetti. I risultati sono stati pubblicati oggi sulla rivista scientifica Scientific Reports e rivelano potenziali misure di contrasto al decadimento cognitivo.
Lo studio è stato condotto da Chiara Tagliabue e colleghe del Centro interdipartimentale mente/cervello (CIMeC) dell’Ateneo di Trento in collaborazione con l’Università di Birmingham e con il supporto di un finanziamento della Fondazione Caritro (Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto). L’obiettivo era indagare la possibilità di potenziare la memoria negli anziani e nelle anziane. Il lavoro si inserisce inoltre in Rare-Net (“Reversing Age and Resilience in the Elderly”), progetto strategico per l’invecchiamento attivo promosso dall’Università di Trento e coordinato da Veronica Mazza, professoressa associata del CIMeC.
Ci si è concentrati, in particolare, sulla memoria di lavoro visuo-spaziale, quella che aiuta a ricordarsi “cosa” e “dove” sono gli oggetti, uno degli scomparti del magazzino della memoria che per primo rischia di deteriorarsi con l’età.
La ricerca descrive l’efficacia della ripetizione di un compito di memoria nel ringiovanire le performance mentali. Un gruppo di 24 anziani (età compresa tra i 65 e gli 80 anni) e un gruppo di controllo di giovani adulti si sono recati per quattro giorni consecutivi nei laboratori di Psicologia sperimentale (Experimental Psychology Labs) del CIMeC. Durante ogni giornata, è stato proposto loro il compito di memorizzazione un numero variabile di figure geometriche colorate. Nel corso della prima e dell’ultima giornata, mentre i partecipanti svolgevano tale compito di memoria, è stato registrato il loro elettroencefalogramma per valutare l’attività cerebrale.
“Anziani e anziane – riferisce Veronica Mazza, senior author dell’articolo – hanno migliorato la loro capacità di memorizzazione di oggetti dopo solo quattro sessioni di ripetizione del compito. L’utilizzo combinato di misure dell’accuratezza delle risposte e dell’attività cerebrale dei partecipanti all’esperimento ha messo in luce i meccanismi che portano a tale miglioramento. In particolare, le persone anziane migliorerebbero la loro abilità di prestare attenzione agli oggetti importanti (per esempio, quelli contenuti nella lista con cui si sta facendo la spesa), e questo permetterebbe successivamente loro di ricordarli anche meglio. Dunque, lo studio suggerirebbe che migliorare i meccanismi dell’attenzione (per esempio, riducendo le fonti di distrazione) porta a una serie di vantaggi per diverse funzioni mentali”.
Per indagare il miglioramento delle performance e i principali meccanismi cerebrali coinvolti nel processo il gruppo di ricerca ha combinato misurazioni di accuratezza (comportamentali) e cerebrali (elettrofisiologiche).
Concludono: “I risultati suggeriscono l’importanza di approfondire le ricerche sull’efficacia delle diverse azioni messe in campo per migliorare le varie competenze cognitive nell’anzianità”.
L’articolo, dal titolo “Learning by task repetition enhances object individuation and memorization in the elderly”, è stato scritto per la rivista scientifica “Scientific Reports” da: Chiara Tagliabue, Giulia Cristoforetti e Veronica Mazza (Università di Trento, Centro interdipartimentale mente/cervello CIMeC) con Sara Assecondi (University of Birmingham, School of Psychology and Centre for Human Brain Health CHBH, ora ricercatrice di CIMeC grazie alle risorse del fondo Caritro).




La Commissione europea compra 200 milioni di dosi del vaccino Pfizer

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covid ueOggi la Commissione europea ha firmato un quarto contratto con le società farmaceutiche BioNTech e Pfizer per l’acquisto iniziale di 200 milioni di dosi di vaccino per conto di tutti gli Stati membri dell’UE, più un’opzione di acquisto di fino ad altri 100 milioni di dosi, da fornire non appena saranno dimostrate la sicurezza e l’efficacia del vaccino contro la COVID-19.
Il contratto firmato oggi con l’alleanza BioNTech-Pfizer si aggiunge all’ampio portafoglio di vaccini che saranno prodotti in Europa, compresi i contratti già firmati con AstraZeneca, Sanofi-GSK e Janssen Pharmaceutica NV e i colloqui esplorativi conclusi con successo con CureVac e Moderna. Questo portafoglio diversificato di vaccini garantirà che l’Europa sia ben preparata per la vaccinazione, una volta comprovata la sicurezza e l’efficacia dei vaccini.
“A seguito del promettente annuncio di lunedì di BioNTech e Pfizer sulle prospettive del loro vaccino”, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, si è detta “molto lieta di annunciare l’accordo di oggi con l’azienda europea BioNTech e Pfizer per l’acquisto di 300 milioni di dosi. Con questo quarto contratto consolidiamo un portafoglio estremamente solido di vaccini sperimentali, molti dei quali già in fase di sperimentazione avanzata”, ha detto von der Leyen. “Una volta autorizzati, verranno tempestivamente resi disponibili e ci consentiranno di compiere un passo avanti verso una soluzione sostenibile della pandemia”.




Il vaccino anti Covid della Pfizer-Biontech è efficace al 90%, le Borse volano

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121123078 d5b9d378 e798 40af bb37 589e25a8e59bUn vaccino contro il Covid-19 è “efficace al 90%” secondo i primi risultati della fase precedente alla possibile richiesta di un’omologazione, e c’e’ la concreta possibilità di avere decine di milioni di dosi disponibili anche prima della fine dell’anno e oltre un miliardo nel 2021.

L’annuncio, giunto in mattinata dalla casa farmaceutica Usa Pfizer e della società tedesca di biotecnologie Biontech, ha ridato speranza al mondo, colpito da una seconda durissima ondata di contagi (nel complesso, quelli certificati hanno superato i 50 milioni con 1,256 milioni di decessi), e messo le ali ai mercati.

Il vaccino, uno di quelli in più avanzata fase di sperimentazione, si è rivelato efficace su 94 volontari 28 giorni dopo la prima somministrazione: l’amministratore delegato di Biontech Ugur Sahin lo ha definito “il miglior risultato possibile” mentre per il suo omologo a Pfizer, Albert Bourla, questo è “un grande giorno per la scienza e l’umanità”.

La Fda chiede per l’approvazione di un vaccino anti Covid un’efficacia di almeno il 50%; nessun vaccino ha un’efficacia del 100%, secondo i dati Oms.

Già quest’anno 50 milioni di dosi

Nel giro di poche settimane, hanno assicurato Pfizer e Biontech, verrà richiesta un’approvazione urgente alle autorità sanitarie per procedere rapidamente con la produzione delle dosi necessarie: fino a 50 milioni già quest’anno e 1,3 miliardi nel 2021, secondo l’annuncio delle due società.

I vertici delle case farmaceutiche hanno sempre detto che le dosi del vaccino contro il Covid-19 saranno sufficienti a immunizzare dalle 15 alle 20 milioni di persone.

Pfizer e Biontech hanno messo le ali ai listini mondiali, Piazza Affari compresa

In preapertura di Wall Street, la quotazione dei titoli di Pfizer ha registrato un balzo di quasi 10%, mentre un analogo rialzo ha caratterizzato il prezzo del petrolio e anche le Borse europee hanno immediatamente riflesso l’ottimismo degli investitori con progressi diffusi.  Francoforte ha guadagnato il 4,98%, Londra il 4,66%, Parigi il 7,57% e Milano il 5,43%. L’Eurostoxx 50 avanza del 6,35%. Euforica anche la Borsa Usa: il Dow Jones e lo S&P 500 hanno toccato livelli record e ora salgono rispettivamente del 3,91% e del 2,71%. Più cauto il Nasdaq che avanza dello 0,91%.

Usa hanno già ordinato 100 milioni di dosi

Gli Stati Uniti si sono già assicurati ordini per 100 milioni di dosi di vaccino, con un’opzione di acquisto di altri 500 milioni, mentre il Regno Unito ha un accordo per l’acquisto di 30 milioni di dosi. Anche l’Ue ha in corso di negoziato la fornitura di 200 milioni di dosi; i responsabili delle società hanno garantito che la distribuzione delle prime dosi disponibili sarà equa.

Fauci, efficacia vaccino “straordinaria”

I risultati che suggeriscono un’efficacia del 90% sono del vaccino Pfizer sono “semplicemente straordinari”. Lo ha detto Anthony Fauci, il massimo esperto di malattie infettive del governo, citato dall’Associated Press. “Non molte persone si aspettavano che sarebbe stato cosi’ alto”, ha aggiunto, assicurando che ci sarà “un impatto importante sulla risposta al Covid”.

Biden, vaccino Pfizer “eccellente ma ci vorranno mesi”

Il presidente Usa eletto, Joe Biden, ha espresso le sue congratulazioni per i progressi del vaccino Pfizer: “E’ un notizia eccellente”, ma per “la fine della battaglia contro il Covid-19 ci vogliono ancora mesi”. “Anche se arriverà e alcuni americani verranno vaccinati nei prossimi mesi, ci vorranno altri mesi prima che il vaccino venga diffuso nel Paese”. Da qui l’appello di Biden a usare la mascherina, “che resta un’arma piu’ potente contro il virus”.

Von der Leyen, presto 300 milioni di dosi da Pfizer e BionTech

“Ottime notizie da Pfizer e Biontech Group sui risultati positivi della loro ultima sperimentazione clinica per il vaccino del COVID19. La scienza europea funziona. La Commissione firmerà presto un contratto con loro per un massimo di 300 milioni di dosi. Continuiamo a proteggerci a vicenda nel frattempo” ha scritto  su Twitter la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.

Speranza: bene notizie su vaccino ma ci vuole prudenza

“Le notizie di oggi sul vaccino anti-covid sono incoraggianti. Ma serve ancora tanta prudenza. La ricerca scientifica e’ la vera chiave per superare l’emergenza. Nel frattempo non dobbiamo mai dimenticare che i comportamenti di ciascuno di noi sono indispensabili per piegare la curva”. Ha scritto  su Facebook il ministro della Salute Roberto Speranza.

Ricciardi, meglio meno annunci e più dati

“Sarebbe meglio se facessero meno annunci e ci dessero più dati per valutare la sicurezza e la immunogenicità di questi vaccini”. Lo ha detto Walter Ricciardi, consulente scientifico del ministro della Salute, nel corso della trasmissione radiofonica di Rai Radio 1 ‘In Vivavoce’. “Sono fiducioso che un vaccino, dei tantissimi che sono oggetto di studio in questo momento, sarà  disponibile nel 2021 – ha detto Ricciardi – però sarebbe il caso che queste aziende non facessero questi annunci, che peraltro hanno delle implicazioni importanti sui loro bilanci”. AGI




Covid e vaccini. Se ne parla a Boston e Philadelphia

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6pib2“Covid-19 Vaccine: What to Expect”: questo il tema del prossimo webinar promosso dalle associazioni dei professionisti italiani a Boston (Pib) e Philadelphia (PIPhilli) con il Comites il prossimo 10 novembre, dalle 18.00, sulla piattaforma zoom.
Relatori saranno Andrea Carfi (VP, capo del dipartimento ricerca delle malattie infettive a Moderna) e Alessandro Vespignani (epidemiologo e docente alla Northeastern University) che si interrogheranno sulle implicazioni dello sviluppo di un vaccino al coronavirus. Al dibattito seguirà una sessione di domande e risposte. Qui il collegamento alla piattaforma.




Il Covid mutato nei visoni è la nuova minaccia

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unnamedNell’Europa alle prese con la seconda ondata di Covid-19 a far paura sono anche i visoni, portatori di mutazioni del virus trasmesso all’uomo, rappresentando un pericolo per la sua immunità in vista di un futuro vaccino.

Dopo che sia scattata l’allerta rossa in Danimarca per il contagio di 12 persone, spingendo le autorità a procedere ad un abbattimento di massa del piccolo mammifero, anche la Gran Bretagna in lockdown ha deciso di tutelarsi, decretando l’obbligo di quarantena per chi arriva dal Paese scandinavo.

Numeri alla mano, in Danimarca lo State Serum Institute, che si occupa di malattie infettive, ha riscontrato dallo scorso giugno almeno 214 persone infette da versioni del coronavirus legate proprio ai visoni. A riferirlo è stato il quotidiano britannico Guardian, anche se finora solo 12 persone sono state infette dal ceppo mutato, riscontrato in cinque allevamenti.

La mutazione del virus trasmessa dal visone non ha, però, effetti gravi sugli uomini ma diminuisce l’efficacia degli anticorpi umani, minacciando la realizzazione di un vaccino contro il Covid-19.   Il pericolo visone è stato subito recepito dal Regno Unito che, con un provvedimento d’urgenza varato dal governo di Boris Johnson, impone la quarantena per chi arriva o rientra dalla Danimarca da stanotte. La misura restrittiva che riguarda il Paese del Nord Europa, uno dei pochissimi ancora esentato da questa cautela, è stata firmata dal ministro dei Trasporti britannico, Grant Shapps, e prevede l’auto-isolamento precauzionale di 14 giorni per chi proviene dal territorio danese.

Massima attenzione anche dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) secondo cui “nel ceppo riscontrato nei visoni in Danimarca, gli scienziati non hanno ancora notato modifiche che rendono il virus più grave, maggiormente trasmissibile o influenzano la reinfezione umana”. Tuttavia per avere certezze in merito servono ulteriori studi. È in questa direzione che l’Oms sta lavorando con le autorità danesi, portando avanti ricerche congiunte oltre a sforzi per controllare il fenomeno.

Dopo la preoccupante scoperta le autorità della Danimarca hanno deciso di far abbattere l’intera popolazione di visoni, tra 15 e 17 milioni di esemplari. Un abbattimento di massa definito “necessario” dalla premier danse Mette Frederiksen, in un Paese che è il primo esportatore mondiale della sua pregiata pellicia. Per Frederiksen continuare ad allevare visoni implicherebbe un rischio molto più alto per la salute pubblica, sia in Danimarca che all’estero. In conferenza stampa per annunciare il provvedimento, ha detto che “gli occhi del mondo sono puntati su di noi”, sottolineando il “senso di responsabilità”.

Nel Nord del Paese, secondo alcuni dati statistici locali il 50% dei 783 pazienti contagiati dal Covid-19 è stato correlato in qualche modo al visone, quale possibile causa di trasmissione del virus.   L’epicentro della ‘crisi dei visoni’ è la regione del Jutland del Nord, dove le autorità hanno decretato un lockdown in vigore da ieri, impedendo ai residenti di uscire dalla zona in cui si sono verificati i casi di contagi dal visone all’uomo.

La decisione dell’abbattimento di massa è stata accolta da proteste degli allevatori che hanno bloccato le strade con trattori e veicoli agricoli.   Su 5,8 milioni di danesi, 50.530 si sono finora contagiati con il Covid-19, e i morti sono stati 729. AGI




Psicoterapia on line per gli italiani residenti in Norvegia

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11psicoterapiaSi chiama “Gruppo di Psicoterapia online” l’offerta lanciata dalla dottoressa Leandra Perrotta rivolta agli italiani residenti in Norvegia, che vuole essere “uno spazio sicuro in cui dare voce alle insicurezze e rafforzare gli aspetti di resilienza che fanno emergere la creatività, consapevolezza e forza interiore”. Il gruppo inizierà mercoledì prossimo, 14 ottobre, dalle 19.30 alle 21.30 e si terrà online due volte al mese, sulla piattaforma Zoom. Il gruppo avrà una durata pilota fino a dicembre 2020.
Le date dei 6 incontri saranno: 14 ottobre / 28 ottobre / 4 novembre / 18 novembre / 2 dicembre / 16 dicembre 2020.
Il progetto, organizzato da “Intercultural center for mental health and psychological wellbeing”, è in parte finanziato dai fondi del Comites di Oslo e pertanto il prezzo per ogni seduta sarà solo di 302 corone a volta (corrispettivo del ticket norvegese per l’accesso ai servizi pubblici), per un totale di 1812 corone.
“In questo complicato momento storico, ci sentiamo più vulnerabili e a disagio, soprattutto per chi vive aspetti di precarietà legati agli effetti della pandemia e si trova ad essere testimone da lontano degli eventi traumatici in Italia”, spiegano gli organizzatori. “Questo gruppo verrà tenuto online, per poter raggiungere tutti i connazionali residenti in Norvegia. Affronteremo momenti della vita quotidiana, relazioni, sogni e ricordi di vita passata, in un clima di sostegno reciproco e di dialogo privo di giudizio. La confidenzialità sarà il principio base del gruppo, quindi tutti i componenti del gruppo saranno tenuti al segreto professionale. Per iscrizioni, inviate una mail a Leandra: leandra.perrotta@gmail.com. Varrà il principio “første mann til mølla», con spazio fino a 12 partecipanti”




Depressione: l’intelligenza artificiale riconosce la solitudine percepita dagli anziani

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unnamed 3Gli ultimi due decenni sono stati caratterizzati da un aumento di depressione e solitudine, con da tassi crescenti di suicidi e consumo di oppioidi, perdita di produttività, aumento dei costi sanitari e della mortalità, con percezione della solitudine significativa tra gli anziani. Questo è quanto emerge da uno studio pubblicato sull’American Journal of Geriatric Psychiatry e condotto dagli esperti dell’Università della California a San Diego, che hanno utilizzato strumentazioni di intelligenza artificiale (AI) per valutare gli episodi di depressione e solitudine.

“Conoscere nel dettaglio l’ampiezza e la pervasività dei fenomeni di solitudine sociale è piuttosto complesso – sostiene Ellen Lee, docente e ricercatore di psichiatria presso l’Università della California a San Diego – per via dei limiti degli strumenti di indagine disponibili, basati principalmente sul self-report, il che può portare a risposte distorte”. Il team ha utilizzato tecnologie di intelligenza artificiale per analizzare i modelli di linguaggio naturale (PNL) e discernere i gradi di solitudine negli anziani, valutando in modo imparziale emozioni e sentimenti complessi.

“Negli ultimi anni – continua Ellen Lee – diversi studi hanno documentato tassi crescenti di solitudine in varie popolazioni di persone, in particolare tra quelle più vulnerabili, come gli anziani”. La ricercatrice cita un lavoro dell’Università della California a San Diego secondo cui l’85 percento degli anziani che occupano strutture di riposo ha riportato livelli di solitudine da moderati a gravi.

Il gruppo di Lee ha preso invece in considerazione 80 partecipanti indipendenti, di età compresa tra 66 e 94 anni, che sono stati intervistati dagli sperimentatori, e le conversazioni sono state analizzate dal software di comprensione della PNL e da strumenti di apprendimento automatico.

“La programmazione neurolinguistica, o PNL – spiega Varsha Badal, seconda firma dell’articolo – e l’apprendimento automatico ci consentono di esaminare sistematicamente più interviste, considerando elementi che possono indicare solitudine, e l’uso di strumentazione elettronica elimina i fattori di pregiudizio e soggettività a cui le valutazioni umane sarebbero esposte”.

Dai dati è emerso che gli individui con alti tassi di solitudine erano associati a risposte più lunghe nei colloqui qualitativi, esprimendo tristezza durante le domande dirette sulla solitudine. “Le donne – osserva Lee – erano più propense a riconoscere il proprio disagio, mentre gli uomini tendevano a utilizzare parole associate alla paura e alla gioia durante i colloqui. Questo studio evidenzia le discrepanze tra le valutazioni della ricerca sulla solitudine e l’esperienza soggettiva di solitudine di un individuo”. Secondo gli scienziati, i modelli di apprendimento automatico possono prevedere la percezione della solitudine con un tasso di precisione del 94 per cento.

“La nostra comprensione di questi fenomeni complessi – conclude Dilip Jeste, collega e coautore di Lee, nonché co-direttore del Center for Artificial Intelligence for Healthy Living presso il college univeristario– potrebbe migliorare notevolmente grazie all’intelligenza artificiale. Potremo prendere in considerazione fattori indiretti come cognizione, mobilità, sonno, attività fisica e salute mentale, e affinare le nostre conoscenze sull’invecchiamento, così da sviluppare metodologie di approccio specifiche per le varie fasce d’età”. AGI