Muore la moglie? Chi resta vedovo ha un rischio di morte più alto

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anziani marito moglie coppia 1024x576Restare vedovi o vedove in anzianità aumenta il rischio di mortalità. Soprattutto tra gli uomini. È la conclusione a cui è giunto uno studio, il primo nel suo genere, realizzata sulla base dei dati Inps dagli statistici dell’Alma Mater di Bologna, nell’ambito del progetto ‘Age-It’ finanziato con risorse Pnrr. In buona sostanza, si è visto che per i pensionati italiani maschi che subiscono la perdita del coniuge il rischio di mortalità è del 35% maggiore rispetto ai loro coetanei sposati, mentre per le donne l’incremento è del 24%. Ma questi effetti negativi variano anche a seconda della regione di residenza e dello status socio-economico.
In alcune regioni del nord Italia, ad esempio, come Valle d’Aosta e Veneto, questo rischio di mortalità è più marcato, mentre è meno accentuata in altre aree del Paese come Molise e Sardegna. Rispetto al quadro socio-economico, invece, i pensionati maschi con redditi medio-alti sono più vulnerabili nel breve periodo, con un rischio maggiore di mortalità immediata dopo la perdita del coniuge. Le donne con redditi più bassi dimostrano invece una maggiore resilienza iniziale, che tende però a svanire nel lungo periodo, con un successivo peggioramento delle condizioni di salute.

LO CHOC EMOTIVO E PSICOLOGICO

“I risultati che abbiamo ottenuto evidenziano la complessità delle conseguenze del lutto coniugale, che non solo agisce come uno choc emotivo e psicologico– spiega Chiara Ludovica Comolli, docente del Dipartimento di Scienze statistiche ‘Paolo Fortunati’ dell’Università di Bologna- ma può anche interagire con disuguaglianze economiche e sociali pre-esistenti. In un contesto come quello italiano, caratterizzato da un rapido invecchiamento della popolazione e da un numero crescente di famiglie composte da anziani soli, questa ricerca offre spunti concreti per interventi mirati di supporto psicologico, sociale ed economico”. Nel 2023 sono state quasi 4,4 milioni le persone rimaste vedove in Italia.

I ricercatori dell’Alma Mater sottolineano come sia un “evento traumatizzante, che può avere forti conseguenze negative sulla salute e che diventa sempre più pericoloso con il progressivo invecchiamento della popolazione”. Lo studio evidenzia in particolare che “i primi mesi dopo la morte del coniuge sono quelli più critici, con un sensibile aumento del rischio di mortalità“. Le differenze tra i vari soggetti, continua poi Comolli, “suggeriscono che fattori socio-economici e istituzionali regionali influenzano in modo rilevante la capacità di far fronte a un evento critico come il lutto. La mappatura dettagliata che abbiamo realizzato permette di individuare le aree geografiche e i gruppi sociali più colpiti, fornendo alle istituzioni strumenti preziosi per implementare politiche di supporto psicologico, sociale ed economico”.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Honduras in allerta epidemiologica per infezioni respiratorie

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 128386317 bbcmp honduras.pngCon recente disposizione del 4 gennaio 2025, la “Secretaria de Salud” dell’Honduras – tramite la UVS ( Unita’ de Vigilancia de la Salud) – ha emesso un’allerta epidemiologica, per contrastare la diffusione di malattie respiratorie acute nel Paese, in coincidenza con l’arrivo della stagione calda e con l’aumento del flusso dei turisti. La disposizione, immediatamente operativa e senza indicazione di un termine di scadenza,  invita la popolazione locale e i turisti a rispettare le misure di prevenzione essenziali: utilizzo della mascherina, frequenti lavaggi delle mani, etc, nonché monitoraggio dei sintomi, con immediato ricorso all’assistenza sanitaria, in caso di complicazioni e di improvviso peggioramento della sintomatologia.
Non sono ancora stati rilevati, in Honduras, casi di infezione da virus HMPV, in arrivo dalla Cina, tuttavia, al fine di allertare le Autorita’ sanitarie locali, a fronte di una possibile emergenza epidemiologica, il Governo ha disposto sia controlli alle frontiere, per il monitoraggio degli ingressi in arrivo dalle regioni asiatiche, sia l’eventuale attivazione di un piano sanitario per la valutazione dei sintomi e del rischio di contagio per infezioni respiratorie acute,  qualora  i controlli dovessero rilevare sintomi diffusi di febbre, mal di testa, tosse, secrezione nasale, difficolta’ respiratoria, sibilo nelle vie respiratorie. Per ulteriori e piu’ dettagliate informazioni, si rinvia alla consultazione del sito web della Segreteria della Salute honduregna https://www.salud.gob.hn.




Ogni sigaretta accorcia l’aspettativa di vita di 20 minuti

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woman g6d3ddd5a4 1280 1024x682Ogni sigaretta vale 20 minuti di vita. Una recente analisi condotta dall’University College di Londra conferma i devastanti effetti del fumo sulla salute e sull’aspettativa di vita. Lo studio ha rilevato che una singola sigaretta riduce mediamente di circa 20 minuti la durata della vita di una persona. Questo significa che un pacchetto da 20 sigarette vale quasi sette ore in meno di vita.

Secondo i dati, un fumatore che consuma 10 sigarette al giorno potrebbe risparmiare un giorno intero di vita smettendo entro l’8 gennaio, una settimana interrompendo entro il 5 febbraio e un mese entro il 5 agosto. Alla fine dell’anno, con l’astinenza totale, avrebbe guadagnato 50 giorni di vita.

Il fumo rappresenta una delle principali cause prevenibili di malattia e mortalità a livello globale. Si stima che uccida fino a due terzi dei consumatori a lungo termine.

La dott.ssa Sarah Jackson, principale autrice dello studio, ha evidenziato che il fumo non accorcia solo gli anni di vecchiaia, ma compromette anche la salute durante la mezza età. “Un fumatore di 60 anni avrà in genere il profilo di salute di un non fumatore di 70 anni”, ha dichiarato. Anche se esistono variazioni individuali, legate a fattori genetici o alle abitudini specifiche di consumo, la ricerca sottolinea che non esiste un livello sicuro di esposizione al fumo.

Studi precedenti hanno dimostrato che il rischio di malattie cardiovascolari e ictus si riduce solo del 50% per coloro che fumano una sigaretta al giorno rispetto a chi ne consuma 20. Questo implica che smettere completamente è essenziale per massimizzare i benefici per la salute.

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Aviaria, primo caso umano grave negli Stati Uniti. La California dichiara lo stato di emergenza

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gallineGli Stati Uniti hanno registrato il primo caso umano grave di influenza aviaria H5N1: si tratta un residente in Louisiana, ricoverato in condizioni critiche dopo un sospetto contatto con pollame infetto. Questo episodio segna una nuova fase nella gestione dell’epidemia, che ha già devastato gli allevamenti di pollame e bovini da latte del Paese.

La California, il principale Stato produttore di latte, ha dichiarato lo stato di emergenza dopo che il virus ha colpito il 60% delle mandrie locali. Da fine agosto, 649 allevamenti sono risultati positivi al virus, con focolai particolarmente intensi nella Central Valley e, più recentemente, nella California meridionale. Il governatore Gavin Newsom ha spiegato che la dichiarazione di emergenza consentirà una risposta più rapida, semplificando le procedure.

Quest’anno sono stati confermati 61 casi umani, principalmente tra i lavoratori agricoli e lattiero-caseari. Secondo gli esperti, l’infezione da bovini presenta sintomi meno gravi rispetto a quella contratta dagli uccelli. Tuttavia, il caso della Louisiana dimostra come il virus possa ancora rappresentare un rischio significativo per la salute umana.

Il paziente in Louisiana ha comunque più di 65 anni e patologie pregresse, ha sviluppato una grave malattia respiratoria. Ma è il primo caso umano negli Stati Uniti legato a pollame domestico non commerciale, secondo quanto riferito da Demetre Daskalakis, direttore del Centro nazionale per l’immunizzazione e le malattie respiratorie del CDC.

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La nuova malattia che arriva dal Congo e spaventa Oms e virologi: cosa si sa?

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screenshot 2024 12 06 110111 1024x585“Una malattia sconosciuta di probabile origine infettiva ha ucciso 79 persone in Congo. Quadro clinico strano (anemia!), non mi piace. Per carità nessun panico, ma attenzione. Nel mondo moderno i virus – come abbiamo visto – si spostano molto velocemente”: a gettare un pre-allarme dai social è il virologo Roberto Burioni che, questa volta, mette in guardia su quello che sta avvenendo nel Paese africano. A rincarare la dose, il collega infettivologo Matteo Bassetti: “Speriamo bene perché l’ultima volta dal Congo è arrivata l’Ebola. Pare che i sintomi siano simili all’influenza. L’Oms si sta muovendo e dobbiamo ancora capire bene, magari non è nulla di preoccupante”.

Vero, ma se l’Oms ha inviato una squadra di esperti nell’area colpita dalla patologia – ancora non si sa cosa la causi, se un batterio, un virus o chissà quale altro agente patogeno- è proprio perché le autorità locali definiscono già la situazione come “preoccupante”. La zona interessata è quella di Panzi, nella provincia di Kwango, regione sud-ovest della Repubblica Democratica del Congo, dove una malattia sconosciuta ha provocato al momento almeno 79 morti registrati tra il 10 e il 25 novembre, tutti giovanissimi, nella fascia di età tra i 15 e i 18 anni, e un totale di 380 persone infettate, di cui la metà bambini piccoli, sotto i 5 anni. Per l’Associated Press le morti certificate potrebbero essere comprese tra le 67 e le 143.

L’Organizzazione mondiale della sanità sta inviando esperti per supportare le autorità sanitarie. Gli esperti dell’Oms si stanno unendo al National Rapid Response Team e sono in viaggio verso Panzi. Il team è composto da epidemiologi, clinici, tecnici di laboratorio ed esperti di prevenzione e controllo delle infezioni e comunicazione del rischio. Un team locale iniziale dell’Oms ha supportato le autorità sanitarie a Kwango dalla fine di novembre per rafforzare la sorveglianza delle malattie e identificare i casi.

I SINTOMI

“I sintomi sono simili all’influenza”, riferisce il ministero della Salute del Paese africano: febbre alta, mal di testa severo, tosse. Nei giorni scorsi, in conferenza stampale autorità locali di Kwango in particolare, tra i sintomi ci sarebbero anche difficoltà respiratorie e anemia, cioé una riduzione importante di globuli rossi ed emoglobina che porta a una ridotta ossigenazione nel sangue.  Sempre in conferenza stampa è stato spiegato che delle 27 vittime decedute in ospedale “10 sono morte per mancanza di trasfusioni di sangue e 17 per problemi respiratori”.

“A PANZI SISTEMA SANITARIO QUASI INESISTENTE, BAMBINI MALNUTRITI“

Il contesto in cui la malattia si è diffusa è critico sotto tutti i punti di vista sanitari: l’area rurale di Panzi è una regione remota, non facilmente raggiungibile, a circa 700 chilometri a Sud-Est della capitale Kinshasa. E non solo ospedali e ambulatori sono quasi inesistenti, ma le condizioni in cui vive la popolazione- hanno spiegato le autorità- sono molto precarie per il difficile accesso all’acqua potabile e ai medicinali. E ancora: oltre la metà dei bambini- il 61%- soffrono di malnutrizione.

COSA SI SA

È un’influenza stagionale, un nuovo virus? Per ora gli specialisti hanno escluso l’ipotesi che si tratti di Covid. Il punto di partenza è che in quella precisa area del Congo si sia diffusa una malattia che colpisce l’apparato respiratorio e che comporta uno stato di grave anemia. Il Congo è inoltre reduce da un’altra epidemia nefasta, quella del virus di Mpox, il vaiolo delle scimmie, che dall’inizio del 2024 ha registrato più di 30mila nuovi casi e un migliaio di decessi nel Paese.

 

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Milano. Scoperto ‘interruttore’ molecolare utile per curare il cancro alla vescica,

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provette sangue fgUn ‘interruttore’ molecolare nel cancro alla vescica, un meccanismo che costituisce un biomarcatore nell’evoluzione di questo tumore. E’ la scoperta che apre la strada a nuove strategie terapeutiche frutto dello studio, condotto dal team di ricercatori dell’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) e dell’Università degli Studi di Milano, pubblicato su Nature Communications. La ricerca dimostra inoltre che i tumori vescicali superficiali e quelli profondi rappresentano stadi differenti di un unico processo patologico che evolve nel tempo, contrariamente a quanto ritenuto fino ad ora. Lo studio sostenuto da Fondazione Airc per la ricerca sul cancro è stato coordinato da Salvatore Pece, docente di Patologia generale e vice-direttore del Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia dell’Università Statale di Milano, direttore del Laboratorio ‘Tumori ormono-dipendenti e patobiologia delle cellule staminali’ dello Ieo.

Lo studio

All’origine dell’intero processo sembra esserci la proteina Numb, che è normalmente espressa nella vescica, ma viene perduta in oltre il 40% di tutti i tumori vescicali umani. Questa perdita causa una cascata di eventi molecolari che rendono il tumore altamente proliferativo e invasivo, consentendogli di oltrepassare gli strati superficiali della mucosa vescicale per raggiungere gli strati più profondi. L’evento rappresenta il punto di svolta nella evoluzione clinica della malattia, determinando la progressione dei tumori vescicali superficiali, i cosiddetti non-muscolo-invasivi, verso tumori profondi, definiti muscolo-invasivi, che richiedono l’intervento di rimozione chirurgica totale della vescica. Nonostante l’operazione radicale, queste forme di malattia sono caratterizzate da un decorso clinico spesso sfavorevole.

“Dunque la proteina Numb – spiega Pece – funziona come un interruttore molecolare che, se è spento, accelera la progressione tumorale e influenza il decorso clinico della malattia. E’ un biomarcatore molecolare che consente di identificare i tumori superficiali a elevato rischio di progressione verso tumori muscolo-invasivi. La nostra scoperta ha un forte e immediato potenziale di applicazione nella pratica clinica. I criteri clinico-patologici utilizzati nella routine per predire il rischio di progressione dei tumori vescicali superficiali a tumori muscolo-invasivi sono infatti del tutto insufficienti e inadeguati a individuare i pazienti a basso rischio, che potrebbero beneficiare di trattamenti più mirati, di tipo conservativo, in protocolli di sorveglianza attiva. I pazienti ad alto rischio necessitano invece di trattamenti più aggressivi, quali la chemioterapia e l’asportazione chirurgica della vescica, che hanno purtroppo considerevoli effetti collaterali e un elevato impatto sulla qualità della vita”.

“Abbiamo analizzato il profilo molecolare sia in cellule in coltura e animali di laboratorio, sia in campioni di tumori umani privi dell’espressione di Numb”, spiega Francesco Tucci, dottorando di ricerca presso la Scuola Europea di Medicina Molecolare e primo autore dello studio. “Abbiamo così osservato che la perdita di Numb attiva un complesso circuito molecolare che conduce all’attivazione di un potente oncogene, il fattore di trascrizione Yap. Quest’ultimo è alla base del potere proliferativo e invasivo delle cellule tumorali“.

Successivamente “siamo andati oltre”, aggiunge Daniela Tosoni, ricercatrice presso il Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia dell’Università di Milano e dello Ieo, che ha contribuito alla supervisione dello studio. “In esperimenti di laboratorio abbiamo dimostrato che è possibile inibire la capacità proliferativa e invasiva delle cellule tumorali prive di Numb, utilizzando farmaci in grado di colpire questo complesso circuito molecolare a diversi livelli“.

“I tumori della vescica privi di Numb – continua Tosoni – sono quindi molto aggressivi ma anche altamente vulnerabili”. Sono infatti già disponibili alcuni farmaci molecolari impiegati in clinica per patologie differenti dal tumore vescicale, che potrebbero rapidamente essere sperimentati e adottati come trattamenti innovativi per prevenire la progressione clinica dei tumori vescicali superficiali ad alto rischio, privi della proteina Numb. “Al momento della diagnosi iniziale – spiega ancora Pece – i tumori della vescica si presentano in larga maggioranza come tumori superficiali non muscolo-invasivi, che sono generalmente caratterizzati da una buona prognosi. Solo in una percentuale ridotta si presentano invece sin dal principio come tumori profondi muscolo-invasivi, molto aggressivi e con decorso clinico meno favorevole”. Circa “il 20-30% dei tumori superficiali possono evolvere in tumori muscolo-invasivi. L’esperienza clinica ci ha insegnato che i tumori muscolo-invasivi che derivano dalla progressione di tumori inizialmente superficiali rappresentano le forme più aggressive e potenzialmente letali di tumore vescicale”.

“I nostri studi – continua Pece – dimostrano ora che i tumori vescicali superficiali e quelli profondi rappresentano stadi differenti di un unico processo patologico che evolve nel tempo, guidato già dal principio da specifici meccanismi molecolari che possono essere ostacolati con farmaci precisi e mirati. Diventa quindi fondamentale identificare i meccanismi biologici alla base di questa evoluzione e sviluppare nuovi marcatori molecolari per identificare i pazienti con caratteristiche specifiche di aggressività.

In questo contesto, la nostra scoperta apre la strada a nuove strategie terapeutiche per combattere il cancro vescicale in una elevata percentuale di pazienti che presentano tumori privi di espressione della proteina Numb. Abbiamo anche identificato – conclude Pece – una nuova firma molecolare che consentirà di identificare con accurata precisione i pazienti che potranno beneficiare di trattamenti mirati con nuovi farmaci che colpiscono in maniera specifica i meccanismi molecolari che sono attivati a seguito della perdita di Numb”.

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Bove, l’esperto: “Può tornare a giocare in un caso, molte aritmie non sono pericolose”

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edoardo bove 1299475photogallery 1024x576Massimo Grimaldi, presidente designato dell‘Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri (Anmco) e direttore Cardiologia dell’Ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti (Bari), spiega alla Dire cosa sono le aritmie e cosa può essere successo al calciatore Edoardo Bove, ricoverato in terapia intensiva all’ospedale Careggi di Firenze dopo aver accusato un malore in campo, ieri, durante la partita Fiorentina-Inter.

COSA È UN’ARITMIA?

“L’aritmia- spiega Grimaldi- è un disturbo che coinvolge il sistema elettrico del cuore causando battiti cardiaci troppo veloci, troppo lenti o irregolari. A seconda della sede cardiaca coinvolta e del tipo di anomalia elettrica si distinguono diversi tipi di aritmia. Tra queste le più diffuse sono sicuramente le extrasistoli e la fibrillazione atriale, che rappresenta una delle maggiori cause di ricovero ospedaliero e colpisce circa un milione di italiani. Quest’aritmia non è immediatamente pericolosa per la vita, ma aumenta notevolmente il rischio di scompenso cardiaco e di ischemie cerebrali se non opportunamente e precocemente trattata. E’ un’aritmia spesso asintomatica che provoca un ritmo del cuore irregolare, spesso accelerato, che può causare agitazione, stanchezza o affanno ma anche passare inosservato. Questa aritmia può, tuttavia, favorire l’insorgenza di ischemia cerebrale poiché favorisce la formazione di coaguli nell’atrio sinistro”.

COSA È SUCCESSO A EDOARDO BOVE?

“Sicuramente ce lo diranno i colleghi dell’ospedale Careggi che individueranno con precisione le cause di questo arresto cardiaco- continua il medico- Si è parlato di torsione di punta che è un evento fugace, nel senso che quando insorge è un’aritmia talmente veloce che o esita in un arresto cardiaco oppure esita in una risoluzione spontanea, in genere dopo pochi secondi dalla sua insorgenza”.

QUALI SONO LE CAUSE? BOVE È ARRIVATO IN OSPEDALE CON LIVELLI DI POTASSIO BASSI

“Le cause- spiega Grimaldi- possono essere diverse, anche dovute ad alterazioni elettrolitiche. Questa aritmia può infatti essere causata da un basso livello di alcuni elettroliti, in particolare calcio, potassio e magnesio, ma soprattutto potassio. Tale rischio aumenta se c’è una predisposizione genetica che si chiama QT lungo, ma immagino che lui non l’avesse perché quando ha fatto la visita di idoneità sportiva l’elettrocardiogramma l’avrebbe evidenziata”.

QUALE SARÀ IL DECORSO?

“Il trattamento più appropriato sarà valutato in base alle cause che hanno provocato questa aritmia. Se le indagini rileveranno una causa completamente rimovibile, per esempio se si arriva alla conclusione che l’arresto cardiaco sia stato dovuto solo a livelli di potassio molto bassi e quindi questa è una causa removibile, il calciatore potrebbe tornare alla sua attività. Al contrario, se si individuano delle alterazioni strutturali del miocardio, delle cause genetiche o altre problematiche, il calciatore non potrebbe continuare la sua pratica sportiva”.

QUANDO DOBBIAMO PREOCCUPARCI PER UN’ARITMIA?

“Molte aritmie non sono pericolose, ma se si avverte un improvviso e brusco cambiamento del battito, un ritmo cardiaco anomalo, soprattutto se associato a senso di malessere o addirittura svenimento, il consiglio è una visita da uno specialista per controllare la salute del proprio cuore ed impostare eventualmente il trattamento necessario. Le aritmie cardiache sono un insieme di disturbi del ritmo molto variegato pertanto i trattamenti sono altrettanto vari e dipendono dal tipo di aritmia presente”.

PERCHÉ È IMPORTANTE UNA DIAGNOSI PRECOCE?

“Una diagnosi precoce è importantissima e in alcuni casi può salvare una vita o prevenire un ictus– conclude Grimaldi- Questi pazienti faranno i dovuti controlli e, laddove richiesto, assumeranno una terapia anticoagulante orale o si sottoporranno all’intervento più indicato”.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Panama: la scienza sta perdendo la guerra contro l’insetto “divoratore di uomini”

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moscheSolo una mosca geneticamente può battere una mosca “divoratrice di uomini”. E così ogni settimana, puntualmente, si alzano in volo sulla giungla di Panama degli aerei ultraleggeri con un carico speciale: milioni e milioni di maschi di mosche, allevati, cresciuti e sterilizzate con radiazioni. Sono gli inconsapevoli soldati della guerra dichiarata dall’uomo ad un insetto loro simile: “il moscone divoratore di uomini”.

Si tratta di una specie di mosca che depone le sue uova nelle ferite aperte degli animali a sangue caldo, causando ferite dolorose, infezioni e morte. Le larve mangiano i loro ospiti dall’interno. Nei casi più gravi, l’unica soluzione possibile è somministrare morfina e iniziare a estrarle con un bisturi. Una ad una.

L’insetto si chiama Cochliomyia hominivorax, battezzato così dopo una serie di orribili epidemie in una colonia penale francese nel 1800. Un tempo era ovunque nel continente americano. Nel 1957 cominciò un programma di eradicamento, che gradualmente ha funzionato. Fino ad ora.

L’uomo ha costruito un vero e proprio muro invisibile, una barriera non fisica attraversa l’America centrale, dove il valico di Darién crea una frattura naturale tra Panama e Colombia. È qui che gli aerei bombardano a tappeto la giungla con milioni di mosche sterili che si accoppiano con le femmine dei nemici. Poiché le mosche si accoppiano solo una volta nel loro ciclo di vita, la distribuzione di massa di maschi sterili uccide pian piano le colonie. Il “muro”, costato più di un miliardo di dollari, ora è sul punto di sgretolarsi

All’inizio di quest’anno la Costa Rica ha dichiarato un’emergenza nazionale dopo che le mosche hanno misteriosamente ripreso ad invadere il Paese per la prima volta dagli anni ’90. E questa settimana gli Stati Uniti hanno sospeso le importazioni di bestiame dal Messico dopo che è stato segnalato un caso a Catazaja, una piccola città nello stato meridionale del Chiapas.

Ovviamente è un pericolo per gli esseri umani, ma anche per centinaia di miliardi di dollari di bestiame. Gli stessi scienziati che hanno dedicato la loro vita a sradicare la mosca ora si stanno affrettando a studiare le cause della recrudescenza.

Si teme anche che la vera portata del problema in Costa Rica sia più grande di quanto suggeriscano le cifre. Gli agricoltori denunciano alle autorità per i primi casi, ma poi spesso smettono. Si segnalano anche molti casi di infezioni sull’uomo.

Dopo che le uova vengono deposte in una ferita, che potrebbe essere un graffio causato dal filo spinato, un cordone ombelicale reciso di recente o persino il morso di una zecca, possono volerci uno o due giorni prima che le larve emergano e siano facili da individuare. Ciò rende il monitoraggio delle mandrie molto complicato. E poi c’è la fauna selvatica, che è incontrollabile.

Ora il COPEG, la commissione che si occupa del problema, sta cercando per invertire l’avanzata dell’insetto ristabilendo una barriera di mosche sterili in tutto l’Honduras, respingendole nuovamente verso il valico di Darien. Gli attivisti per i diritti degli animali hanno attribuito la causa della rapida diffusione delle mosche in America Centrale a fattore umano: il traffico illegale di bovini.

Un’altra ipotesi che è che in qualche modo le mosche abbiano sviluppato una resistenza comportamentale: le femmine avrebbero in qualche modo imparato a riconoscere i maschi sterilizzati.

Fatto sta che la “produzione di mosche sterili” è aumentata drasticamente: ora Panama ne sforna circa 90 milioni alla settimana. Ma non bastano.

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Il freddo ‘spacca’ il cuore: il gelo e i rischi per la salute

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imagesIl freddo improvviso può far male al cuore. Il repentino abbassamento delle temperature, come quello che si è verificato in Italia negli ultimi giorni con il ribaltone meteo, può avere effetti anche imprevisti sulla salute del cuore, “perché si innesca la vasocostrizione per cercare di mantenere il corpo a determinate temperature e questo comporta l’aumento delle restrizioni vascolari e quindi la fatica del cuore perché lavora di più”.

Angina pectoris e infarto, i rischi

In casi “rari il freddo può causare anche un infarto, quando ci sono situazioni di base già compromesse e c’è una vasocostrizione arteriolare”, ma c’è anche “il rischio dell’angina pectoris nei soggetti già sensibili, soprattutto quando si passa da un ambiente caldo a uno più freddo”. A fare il punto con l’Adnkronos Salute sui danni per il cuore dell’avvicinarsi allo zero termico è Domenico Gabrielli, presidente Fondazione per il Tuo cuore dell’Anmco (Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri).

“Il cuore affaticato porta all’attivazione del sistema nervoso autonomo che determina una ulteriore attivazione del carico delle frequenze nelle persone che hanno problematiche cardiovascolari”, prosegue Gabrielli che segnala alcuni campanelli d’allarme “nella cardiopatia ischemica: il sintomo principale è la sensazione di avere un macigno sul petto e costrizione del torace, anche da fermi”. Se con il grande caldo è consigliato rivedere la terapia farmacologica, sottolinea inoltre lo specialista, “anche con il freddo un passaggio con il proprio specialista o medico di famiglia è auspicabile”.

Come proteggere il cuore

Rispetto al ‘fai da te’ per difendersi dall’abbassamento delle temperature, “non beviamo i superalcolici illudendoci di ricevere un qualche giovamento: hanno l’effetto opposto perché c’è la vasodilatazione che fa disperdere il caldo dell’organismo”, chiarisce Gabrielli.

“A tavola evitare i cibi troppi grassi perché non ci proteggono dal freddo, anzi fanno male al cuore“, mentre se si sta bene in salute “proteggiamoci dal gelo tenendo l’organismo attivo e – compatibilmente con le proprie condizioni fisiche – anche allenandoci”. Infine, i bambini e il freddo. “Se non hanno patologie cardiovascolari congenite – conclude l’esperto – possono stare all’aperto anche con temperature rigide. Il rischio, purtroppo, è quello di facilitare i virus respiratori che possono agire anche sull’apparato cardiovascolare quando si vanno a localizzare a livello del cuore come nella miocardite”.

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Italiani divisi sui vaccini, tra fiducia e scetticismo: per il 40% sono rischiosi

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imagoeconomica 1578450 1024x683Vaccini, tra gli italiani vince la fiducia: infatti per 7 italiani su 10 sono efficaci nel prevenire le malattie; però poco più di 4 italiani su 10 (42%) ha una bassa fiducia nella loro sicurezza. Tra quanti sono più scettici rispetto alla loro efficacia, 3 italiani su 10, troviamo le persone con un basso titolo di studio (50%), o senza un orientamento politico (42%) o che si collocano a destra (40%) e manifestano una mentalità complottista (56%). Sempre per 7 italiani su 10 i vaccini sono efficaci per curare le malattie per le quali sono stati realizzati, una percentuale in lieve crescita rispetto alla scorsa rilevazione (68% gen_24 vs 70% nov_24). Cala invece di 4 punti la percentuale degli italiani che pensano che le autorità pubbliche agiscano nell’interesse della comunità (59% gen_24 vs 55% nov_24). Al tempo stesso crescono in modo significativo le percentuali di quanti considerano la vaccinazione un’azione collettiva (72% gen_24 vs 80% nov_24), che ritengono importante essere informati prima di effettuarla (74% gen_2024 vs 79% nov_2024), che valutano la sua utilità (67% gen_24 vs 76% nov_2024) nonché rischi e benefici (57% gen_24 vs 73% nov_24). Sono questi i principali dati evidenziati dall’ultimo rilevamento del Monitor continuativo di EngageMinds Hub, Consumer, Food & Health Engagement Research Center, Centro di ricerca in psicologia dei consumi e della salute dell’Università Cattolica, campus di Cremona che fotografa i comportamenti degli italiani verso i vaccini, tra i quali quello per il Covid, e anche la loro percezione rispetto alle nuove infezioni virali come il vaiolo delle scimmie e la Dengue.

Ogni anno l’arrivo della stagione autunnale solleva l’interrogativo sull’utilità del fare o no la vaccinazione contro l’influenza stagionale e anche contro il Covid-19. In molti infatti si chiedono se sia opportuno sottoporsi alle vaccinazioni e ai richiami per prevenire eventuali infezioni o ridurre il rischio di complicanze. Le istituzioni sanitarie, dal canto loro, continuano a sottolineare l’importanza della vaccinazione come mezzo di protezione, soprattutto per le fasce più vulnerabili della popolazione, come anziani e persone con patologie croniche. Secondo i dati dell’indagine, a quasi 5 anni dall’emergenza sanitaria da Covid 19, ancora circa 2 italiani su 10 (18%) esprimono preoccupazione per la possibile insorgenza di una nuova pandemia, mentre secondo quasi 7 italiani su 10 (68%) la fase peggiore è alle spalle. Solo il 16% degli intervistati, infatti, si sente a rischio di contagio. In quest’ultimo caso, i dati segnalano come ci sia stato un aumento degli italiani che, in caso di febbre, si somministrerebbe un tampone rapido fai da te (gen_24 30% vs nov_24 34%) e che si metterebbe in quarantena spontanea (gen_24 9% vs nov_24 22%). Rispetto alle intenzioni di vaccinazione contro il Covid-19, solo il 10% vorrebbe vaccinarsi anche quest’anno. Il 69% degli italiani non ritiene necessaria un’ulteriore dose di richiamo, mentre gli indecisi si attestano sul 21%.

“L’opinione pubblica è divisa sul tema vaccinazione- dichiara Guendalina Graffigna, direttrice di EngageMinds Hub della Cattolica- Da un lato c’è chi la considera un gesto di responsabilità verso sé stessi e la comunità. Dall’altro si manifesta una certa diffidenza, spesso alimentata da informazioni contrastanti e forse non chiare che possono minare la fiducia nelle istituzioni, portando alcune persone a percepire le misure preventive come non indispensabili. Dal nostro report, per esempio, si evidenzia che coloro che hanno bassi livelli di attivazione e coinvolgimento nella gestione della loro salute si mostrano meno fiduciosi verso l’utilità dei vaccini. Il 29% degli italiani percepisce la vaccinazione come un’azione preventiva non necessaria, poiché ritiene che il proprio sistema immunitario sia abbastanza forte o la malattia non viene percepita come grave.” Continuando, infatti, nell’osservazione degli atteggiamenti degli italiani verso i vaccini, dalla survey viene evidenziato che poco più di 4 italiani su 10 (42%) ha una bassa fiducia nella loro sicurezza: tra questi il 54% ha un basso titolo di studio, il 48% è schierato politicamente a destra e il 58% non lo è affatto. Inoltre, chi ha una bassa fiducia nella sicurezza dei vaccini, ha anche bassi livelli di fiducia nella scienza (78%), nel Servizio Sanitario Nazionale (59%) e nelle istituzioni (52%).

LE PERCEZIONI SU DENGUE E VAIOLO DELLE SCIMMIE

“Nonostante vi siano esitazione e resistenza – continua Guendalina Graffigna – i vaccini rappresentano uno strumento essenziale per contenere la diffusione dei virus e prevenire picchi di contagi che potrebbero mettere anche sotto pressione il sistema sanitario. In questo contesto, comunicare in modo chiaro e trasparente i benefici della vaccinazione rimane una sfida fondamentale per ristabilire la fiducia e garantire un’ampia adesione alle campagne vaccinali”. Il report sugli italiani e i vaccini si chiude con alcuni dati sulla conoscenza e percezione degli italiani sul vaiolo delle scimmie (o Mpox) e la Dengue, forme virali che stanno destando preoccupazione da parte delle autorità sanitarie internazionali. Scendendo nel dettaglio dei dati rispetto al vaiolo delle scimmie quasi 9 italiani su 10 (87%) ne hanno sentito parlare. Il 44% pensa che la malattia sia grave e potenzialmente pericolosa per la salute, il 19% si sente preoccupato per una sua possibile diffusione nei prossimi anni e il 47% per il rischio di contrarla. Inoltre il 47% degli italiani è intenzionato a vaccinarsi contro il vaiolo delle scimmie: di questi il 50% sono uomini, il 59% ha tra i 18 e 34 anni, il 52% è laureato, il 52% si orienta politicamente a sinistra e il 53% al centro. Tra gli intenzionati a vaccinarsi troviamo anche coloro che considerano utili i vaccini (49%), che li percepiscono come un atto di responsabilità sociale (58%) e che sono preoccupati di contrarre la malattia (70%) o si sentono a rischio di contagio (86%).

Per quanto riguarda invece la Dengue poco più di 6 italiani su 10 (66%) ne ha sentito parlare. In particolare, il 53% degli italiani ritiene che la febbre Dengue possa essere pericolosa per la propria salute; il 18% pensa di essere a rischio di contrarre la malattia e il 32% si sente preoccupato di una sua possibile diffusione nei prossimi anni soprattutto a causa dei cambiamenti climatici. Tra coloro che sono più propensi a vaccinarsi contro la Dengue troviamo gli uomini (56%), tra i 18 e 34 anni (65%), laureati (61%) e che si orientano politicamente a sinistra (66%) o al centro (63%). Tra gli intenzionati a vaccinarsi troviamo anche coloro che ritengono che i vaccini siano utili (57%), che li percepiscono come un atto di responsabilità sociale (68%) e che sono preoccupati di contrarre la malattia (78%) o si sentono a rischio di contagio (81%).

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