Costa Rica: concluso il Progetto IILA-ISS “Scientia Est Sanitas Officinarum”

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13iilasanjoseDal 5 all’8 novembre 2024, si è svolto a San José (in Costa Rica) il Seminario di chiusura del Progetto “SCIENTIA EST SANITAS OFFICINARUM: Laboratorio di formazione sulla ricerca in sanità pubblica in America Latina”, che l’IILA ha realizzato con la collaborazione scientifica dell’Istituto Superiore di Sanità e il finanziamento del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Questo evento, organizzato in presenza e da remoto, ha fatto seguito a un ciclo di seminari online rivolti ai medici dei paesi partecipanti (Argentina, Colombia, Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Paraguay, Perù e Uruguay) in cui esperti dell’ISS hanno approfondito tematiche come arbovirosi, salute mentale, telemedicina e Epidemic Intelligence.
Sono intervenuti alla cerimonia di apertura dei lavori il Ministro della Salute del Costa Rica, Mariela Marín Mena, e l’Ambasciatore d’Italia a San José, Alberto Colella, Marco Simonelli dell’Istituto Superiore di Sanità e Marion Muehlen dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Nel suo indirizzo di saluti il Ministro Mariela Marín Mena ha evidenziato: “Il Ministero della Salute e la Caja Costarricense Seguro Social hanno tratto grandi benefici dalla partecipazione al ciclo di attività formative sviluppate a partire dal 2023. Questo lavoro congiunto ci ha permesso di formare quasi 200 professionisti”.
A sua volta l’Ambasciatore Colella ha sottolineato il contributo italiano nella promozione di sistemi sanitari più resilienti in tutto il mondo, e in particolare in America Latina, attraverso iniziative di cooperazione internazionale che contribuiscono a garantire l’accesso universale a servizi sanitari di qualità e a ridurre le disuguaglianze nell’assistenza sanitaria soprattutto nelle comunità più vulnerabili”.
Nel presentare le attività, Marco Simonelli dell’Istituto Superiore di Sanità ha descritto il progetto come “nato dalla consapevolezza che la cooperazione internazionale e lo scambio di buone pratiche in ambito sanitario sono fondamentali per affrontare le sfide globali, soprattutto dopo l’esperienza della pandemia da Covid-19”.
Marion Muehlen, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha aggiunto che l’occasione del seminario è propizia per “incontrare alcuni tra i più autorevoli esponenti latinoamericani e italiani in ambito sanitario, per condividere idee, riflettere sulla salute e rafforzare i legami che ci uniscono nei nostri ambiti professionali”.
Il Segretario Tecnico Scientifico, Tatiana Ribeiro Viana, ha ringraziato tutti gli attori che hanno contribuito al buon esito dell’iniziativa e ha offerto un panorama delle attività che l’IILA ha promosso nel corso degli anni in ambito sanitario. L’evento si è articolato in cinque sessioni tematiche rispettivamente dedicate a Epidemiologia di Campo e One Health, Arbovirosi, Salute Mentale, Epidemic Intelligence / EBS e Sorveglianza Collaborativa e risk assessment. È stato previsto uno spazio dedicato a sessioni di incontri bilaterali nonché tavoli tematici per favorire lo scambio di esperienze e buone pratiche tra i paesi partecipanti. Il seminario si è concluso con una sessione finale in cui sono stati riassunti i risultati conseguiti anche in relazione alle possibili attività future che da questa attività possono svilupparsi. Al seminario hanno preso parte i rappresentanti di Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Paraguay e Uruguay mentre i rappresentanti di Argentina e Perù hanno partecipato da remoto.
Per l’Istituto Superiore di Sanità, hanno realizzato le sessioni di scambio e formazione Flavia Riccardo (Dipartimento di Malattie Infettive), Gemma Calamandrei (Centro di riferimento per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale), Martina Del Manso (Dipartimento di Malattie Infettive), e Marco Simonelli (Centro Nazionale Salute Globale), mentre per l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha partecipato ai lavori la Dott.ssa Marion Muehlen responsabile dell’Unità di rafforzamento delle competenze di epidemiologia di campo. (aise) 




Dengue è la più grande epidemia di sempre: nel 2024 ha già superato i 12 milioni di casi

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Il mondo è alle prese con la sua più grande epidemia di sempre. I casi di Dengue hanno raggiunto il numero più alto mai registrato nel 2023: 6,5 milioni di casi segnalati a livello globale. E il 2024 sembra destinato a veder raddoppiata questa cifra, con 12,4 milioni di casi finora, scrive il Guardian.

Gli scienziati descrivono un ambiente perfetto per la diffusione della malattia: le zanzare che diffondono il virus stanno beneficiando dell’aumento dell’urbanizzazione e dei cambiamenti climatici; allo stesso tempo, gli alti tassi di obesità e altre condizioni di salute croniche stanno rendendo le persone più vulnerabili,

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che 4 miliardi di persone siano a rischio di dengue e virus correlati, cifra che salirà a 5 miliardi entro il 2050. La rapida diffusione degli ultimi anni è “una tendenza allarmante”, afferma il direttore generale dell’OMS, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus.

La maggior parte dei casi di Dengue di quest’anno e dell’anno scorso si verificano in America Latina, con numeri elevati segnalati anche in alcune parti dell’Africa e del sud-est asiatico. Ma le infezioni stanno spuntando in tutto il mondo, anche nell’Europa continentale

Non esiste una cura vera e propria. La sperimentazione di un promettente antivirale sviluppato da Johnson & Johnson è stata interrotta all’inizio di questo mese. Il gruppo di Yacoub sta conducendo delle sperimentazioni per scoprire se gli antivirali riutilizzati già in uso per altre infezioni possano essere efficaci, e altri per vedere se le terapie che si concentrano sull’alterazione delle risposte immunitarie dei pazienti potrebbero aiutare. Spera di ottenere risultati entro i prossimi anni.

Esistono però due vaccini, già sul mercato. Ma uno, il Dengvaxia, è utile solo per le persone che sono state precedentemente infettate, altrimenti può aumentare il rischio di infezione grave. Ciò ne limita l’utilità, in particolare per le campagne di immunizzazione di massa. Il secondo, Qdenga, è visto come più promettente e viene utilizzato in Brasile per tenere sotto controllo i focolai.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Houston: seminario su “Alzheimer: Sfide e Speranze per il Futuro”

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4houstonalzSi intitola “Alzheimer: Sfide e Speranze per il Futuro” il seminario promosso a Houston dal Comites con il West South Central Chapter di ISSNAF in programma il 17 ottobre, dalle 1800 alle 20.00, al Fellini Rice Village.
“Sarà un’occasione utile per conoscere gli ultimi progressi della ricerca medico-scientifica nella comprensione della malattia di Alzheimer, la forma più comune di demenza”, spiega il Comites.
Relatore dell’incontro sarà Giulio Taglialatela, Direttore del Brain Health Institute e del Mitchell Center for Neurodegenerative Diseases e Vice Chair del Department of Neurology presso la University of Texas Medical Branch (UTMB).
Durante l’incontro, Taglialatela condividerà i contributi scientifici del suo team nella comprensione dell’Alzheimer, offrendo spunti su come queste ricerche stiano aprendo la strada a nuovi approcci terapeutici innovativi ed efficaci.
L’evento sarà moderato da Salvatore Saieva, Presidente del Comites di Houston, e da Federica Giordano, componente del board di WSC-ISSNAF. (aise) 




Dopo il tumore al seno le donne si sentono più sole

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Tornano con un nuovo lavoro, un’analisi capillare, di raccolta dei dubbi e delle difficoltà più comuni riferiti dalle donne dopo la ricostruzione mammaria le specialiste del gruppo Donna X Donna, che riunisce in modo volontario e spontaneo oltre 100 chirurghe plastiche e senologhe, ginecologhe sessuologhe e psiconcologhe afferenti alle principali Breast Unit della penisola. Dopo la mastectomia, le terapie e la ricostruzione mammaria- emerge dall’analisi- le donne confidano ‘ho paura a muovere il braccio e il busto’; ‘ mi sento sempre stanca’; sto ingrassando’; ‘temo a tornare a fare sport’. Inoltre ‘Ho la pelle invecchiata di colpo’; ‘non ho più la sensibilità nella zona operata’; ‘non mi guardo più il seno e non tocco le cicatrici’. ‘Non sento il mio nuovo seno come parte di me e non riesco più a mostrami al partner’; ‘ho sbalzi di umore’; Oppure ‘sono passati tanti anni ma temo sempre la recidiva’ e così via. E questo anche a distanza di mesi o di anni dall’operazione. Non ci sono solo sorrisi e senso di vittoria, non ci sono solo donne eroiche e di nuovo ‘protagoniste’ della loro vita. Vale per la maggioranza: alla notizia più bella, la scomparsa della malattia, seguono difficoltà crescenti e incertezze durante la convalescenza, nei mesi e negli anni a venire. Sintomi comuni ma piuttosto trascurati negli ospedali spesso a corto di personale specializzato, dal fisioterapista al psiconcologo al ginecologo-sessuologo. Non basta dire alle pazienti ‘siate felici, ce l’avete fatta’. Il ‘dopo-tumore’ porta con sé numerosi ‘effetti collaterali’, lasciati senza risposte e assistenza.

A circa 1 donna su 8 viene diagnosticato il tumore mammario. Nel 25-30% delle diagnosi di carcinoma segue una mastectomia, dunque l’asportazione della mammella. Nella metà dei casi si esegue una ricostruzione mammaria contemporanea all’asportazione del tumore. L’altra metà delle pazienti invece rinuncia oppure tende a rimandare l’operazione di ricostruzione, sottoponendosi ad interventi più complessi e procrastinando nel tempo il recupero della propria immagine corporea e del proprio benessere fisico e psicologico. Alla ‘nuova me’ è dedicato è dedicata questa nuova indagine.

“Questo anno abbiamo analizzato moltissime domande delineando le nostre risposte basate sull’evidenza scientifica, mirate al recupero del proprio benessere psico-fisico dopo l’intervento chirurgico dal ritorno a casa, nella convalescenza, nei mesi e negli anni a venire- spiega Marzia Salgarello, coordinatrice del gruppo Donna x Donna, professore associato di chirurgia plastica alla Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRRCS di Roma e Presidente dell’associazione Beautiful After Breast Cancer Italia. – Si parla spesso di prevenzione del tumore al seno, nelle Breast Unit i percorsi di cura sono delineati e partecipati. Si dà purtroppo meno ascolto e indicazioni su come gestire le molteplici difficoltà quotidiane che le donne incontrano dopo il cancro. Dal momento della dimissione in poi, con questo lavoro collettivo vogliamo supportare le donne a riconquistare il proprio stile di vita e tutto ciò che si ama fare, per ritrovarsi e vivere a pieno questa nuova fase della vita”.

“Di molte cose non si parla dopo l’esperienza del tumore al seno- precisa Alessandra Graziottin direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia medica dell’ospedale San Raffaele Resnati, Milano- si tratta di esperienze che pesano tantissimo sul vissuto generale dopo il tumore al seno. Molte donne tendono a non guardarsi, a non toccarsi più dopo la mastectomia. Molte hanno difficoltà perfino nel lavarsi, nel prendere confidenza con sé stesse, hanno un atteggiamento di rifiuto per moltissime ragioni psicologiche, dal fatto che si sentono ‘tradite’ dal proprio corpo, dal nuovo seno che non è esteticamente quello che avrebbero voluto, al fatto che non comunica più quelle sensazioni di piacere che valevano per molte donne prima dell’esperienza del tumore. Sono urgenti interventi di recupero funzionale e psicologico da intraprendere subito dopo l’operazione e non a distanza di anni, quando ci sono. Mi riferisco ad esempio alla neuro-riabilitazione centrale che, se adottata fin da subito con esercizi di memoria, aiuta a recuperare le lesioni periferiche che hanno inciso sul calo della sensibilità dell’aera operata. Le tecniche e le terapie riabilitative sono numerose e aiutano le donne a vivere a pieno la vita dopo la brutta esperienza del tumore ma vanno divulgate e conosciute a medici e pazienti”.

BREASTS, IL SENO ‘OPERA D’ARTE’ AL CENTRO DEL PERCORSO DI CURA

Le immagini che illustrano questa edizione della brochure Donna X Donna sono tratte dalla mostra Breasts, una collettiva di opere eccezionali dedicate al seno e al decolleté femminile in corso a Palazzo Franchetti dal 18 aprile al 24 novembre 2024 in occasione della 60° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. “Breasts riflette l’interazione complessa tra funzioni biologiche e aspetti culturali legati al seno. Anche se il seno svolge una funzione principalmente nutrizionale, molte culture pongono l’accento su aspetti legati alla sessualità, – sottolinea Carolina Pasti, curatrice della mostra Breasts. – Comprendere e integrare questi diversi racconti è essenziale per promuovere un discorso più inclusivo e rispettoso sul corpo umano. Sostengo il potente messaggio di Donna X Donna associato all’importanza di aiutare la paziente a recuperare il proprio benessere psico-fisico dopo l’intervento chirurgico. Mi ha colpito la passione e la dedizione con cui le dottoresse del gruppo contribuiscono a rendere meno doloroso il processo successivo all’operazione, confortando la donna emotivamente, dando un forte supporto alla pazienti a recuperare il loro stile di vita e credere di nuovo in sé stesse”. Il lavoro delle specialiste è riassunto nel nuovo volume ‘Nato il tumore, riconquistato il mio seno. La nuova me. Come ritrovare il proprio benessere psico-fisico nei mesi e negli anni a venire’ , edizione Donna X Donna 2024, allegato al presente comunicato stampa. Le immagini del volume sono state donate a Donna X Donna da Carolina Pasti, che ringraziamo. Maggiori informazioni su www.donnaxdonna.it. Il progetto Donna X Donna è supportato in modo non condizionante da Polytech.

DONNA X DONNA: CHI SIAMO

Il progetto Donna x Donna, coordinato da Beautiful After Breast Cancer Italia Onlus (BABC), riunisce in modo spontaneo e volontario un gruppo di oltre 100 chirurghe plastiche, senologhe, psico-oncologhe, radioterapiste, fisiatre, fisioterapiste e medici estetici afferenti alle maggiori Breast Unit delle regioni italiane. Al comitato promotore si aggiungono, di anno in anno, nuove specialiste e professioniste che si sentono vicine ai nostri obiettivi e che contribuiscono ad apportare informazioni e a farsi portavoce delle nostre istanze.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Malattie cardio, cerebro e vascolari sono la prima causa di morte in Italia

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“Nonostante i progressi nella cura, le malattie cardio, cerebro e vascolari continuano a rappresentare la prima causa di mortalità nel nostro Paese, con più di 210mila decessi nel 2021 (31% del totale), con una leggera preponderanza fra le donne rispetto agli uomini (56% vs 44%); il tasso standardizzato di mortalità assume valori inclusi tra i 22,1 decessi per 10mila abitanti del Trentino-Alto Adige e i 35,6 della Campania, con un dato medio nazionale pari a 26,7“.
I dati sono emersi oggi a Roma in occasione dell’evento dal titolo ‘Verso la Giornata Mondiale del Cuore: prevenzione, diagnosi precoce e aderenza terapeutica’, organizzato su iniziativa dell’onorevole Francesco Maria Ciancitto, membro dell’Intergruppo Parlamentare per le Malattie Cardio, Cerebro e Vascolari, in collaborazione con Meridiano Cardio, la piattaforma di discussione e dialogo sulle patologie cardio, cerebro e vascolari di The European House – Ambrosetti (TEHA). L’incontro, che si è svolto presso la Camera dei Deputati, è stato sostenuto dal contributo non condizionante di Amgen, Sanofi, Abbott Medical, W.L. Gore & Associati e Sandoz.

Quella delle malattie cardio, cerebro e vascolari, secondo gli esperti, rappresenta non soltanto una priorità di sanità pubblica nazionale, ma si configura anche come una priorità a livello europeo, con il 32% dei decessi legati a queste patologie (prima causa di mortalità).
“È molto importante anche per il nostro Paese che il presidente della Commissione Europea von der Leyen abbia inserito le malattie cardiovascolari come priorità di intervento per il mandato 2024-2029, replicando il modello dello Europe’s Beating Cancer Plan- ha sottolineato Daniela Bianco, partner e responsabile dell’Area Healthcare di TEHA Group- Con Meridiano Cardio continuiamo a ribadire in Italia la necessità di implementare azioni efficaci per migliorare la gestione di questi pazienti in 6 ambiti specifici, con un elemento di attenzione anche al monitoraggio degli interventi implementati, anche attraverso l’aggiornamento degli indicatori LEA, e alla riduzione delle difformità territoriali”.

IL 98% DEGLI ITALIANI PRESENTA ALMENO UN FATTORE DI RISCHIO

Secondo gli ultimi dati del ‘Progetto Cuore’ dell’Istituto Superiore di Sanità, il 98% della popolazione italiana di età compresa tra i 18 e i 69 anni presenta almeno un fattore cardiovascolare tra ipertensione, ipercolesterolemia, diabete, sedentarietà, fumo, eccesso ponderale, scarso consumo di frutta e verdura. È quanto emerso oggi a Roma in occasione dell’evento.

“Se l’ipercolesterolemia è fattore causale della cardiopatia ischemica– hanno spiegato gli esperti- il diabete rappresenta il principale fattore di rischio per lo sviluppo delle malattie cardiovascolari e, allo stesso tempo, le malattie cardiovascolari si configurano come la principale causa di morte nel paziente diabetico“. Si stima infatti che più del 60% dei pazienti diabetici ultrasessantenni muoia per malattie cardiache e abbia un rischio fino a 5 volte maggiore di infarto rispetto alla popolazione non diabetica. “La prevenzione primaria- hanno sottolineato gli esperti- rappresenta un elemento chiave per queste patologie considerato che agendo sui fattori di rischio cardio-metabolici modificabili, l’80% dei decessi legati a queste malattie sarebbe evitabile”.
Anche uno studio del 2024 realizzato da Efpia e London School of Economics ha dimostrato che nell’Unione Europea nei prossimi 10 anni si potrebbero evitare 1,2 milioni di infarti e ictus fatali se il 70% delle persone affette da malattie cardiovascolari gestisse meglio i propri fattori di rischio.

Agenzia DIRE . www.dire.it




Tumore del colon, come si tratta il cancro che ha colpito Totò Schillaci

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schillaci 1024x568C’è tanta apprensione per le condizioni di salute dell’ex azzurro Totò Schillaci, ricoverato nel reparto di Pneumologia dell’ospedale Civico di Palermo. Il bomber di “Italia 90” è in miglioramento, come fa sapere la Direzione Sanitaria. A mettere a rischio la salute del campione delle notti magiche è stato un tumore al colon.

TUMORE DEL COLON: INCIDENZA, PREVENZIONE E NUOVE PROSPETTIVE DI CURA

Proprio la storia di Totò Schillaci ha acceso un riflettore sul tumore del colon che, è bene sottolinearlo, è una delle neoplasie più diffuse in Italia. Si stima che sia la terza neoplasia per incidenza dopo i tumori alla mammella e alla prostata. Non meraviglia che ogni anno in Italia si registrano circa 50mila nuove diagnosi, con una distribuzione di 27mila casi negli uomini e 23mila nelle donne.

LA PROGNOSI: L’IMPORTANZA DI UNA DIAGNOSI PRECOCE

Ma è possibile guarire da un tumore del colon? Gli esperti ci dicono di sì, ma “è fondamentale arrivare ad una diagnosi prima che la situazione sia compromessa”, spiega il professor Francesco Selvaggi, ordinario di Chirurgia e primario del reparto di Chirurgia colorettale presso l’Università Vanvitelli di Napoli, un punto di riferimento in Italia per la gestione di queste neoplasie.

CHIRURGIA SPECIALIZZATA

Uno dei principali cambiamenti nel trattamento dei tumori colorettali è rappresentato dall’utilizzo della terapia neoadiuvante, una combinazione di chemio e radioterapia che permette di ridurre il volume del tumore prima dell’intervento chirurgico. Questo approccio, noto come Total Neoadjuvant Therapy (TNT), ha rivoluzionato la pratica chirurgica consentendo interventi sempre meno invasivi e più conservativi.

“Grazie alla terapia neoadiuvante – spiega Selvaggi – possiamo intervenire in modo mirato, con operazioni meno demolitrici e più rispettose della conservazione dell’organo”. Questo consente ai chirurghi di ridurre drasticamente le complicazioni post-operatorie e preservare la qualità della vita dei pazienti. Il risultato è una chirurgia sempre più tarata sulle caratteristiche del paziente, cucita su misura per le specifiche condizioni di ciascun paziente.

Tuttavia, l’efficacia della chirurgia e delle terapie oncologiche dipende in gran parte dalla diagnosi precoce. Selvaggi sottolinea l’importanza della prevenzione, che può fare la differenza tra un intervento complesso e uno più semplice e risolutivo. La visita specialistica è oggi considerata la prima linea di difesa, seguita da esami più approfonditi in caso di sospetti.

Lo screening di massa, che include la ricerca di sangue occulto nelle feci e, in caso di positività, una colonscopia, è fondamentale per identificare la presenza di polipi, spesso asintomatici, che possono evolvere in tumori maligni. I polipi, infatti, non causano sintomi evidenti, e questo rappresenta uno dei principali ostacoli a una diagnosi tempestiva. Solo in presenza di sanguinamento o di sintomi specifici come anemia, perdita di peso, stanchezza, stitichezza ostinata o diarrea alternata, si può sospettare la presenza di un tumore. Sullo screening di massa, Selvaggi ricorda che in Italia è consigliato dai 50 anni, ma andrebbe anticipato a 45 anni vista l’insorgenza sempre più precoce della malattia.

IMMUNOTERAPIA NEOADIUVANTE E APPROCCI MININVASIVI

Una delle innovazioni più promettenti riguarda l’immunoterapia neoadiuvante, che ha mostrato risultati straordinari per pazienti con specifiche predisposizioni genetiche, come la dMMR (deficit del mismatch repair). Recenti studi presentati all’European Society Medical Oncology (ESMO) di Parigi hanno evidenziato i benefici di questo trattamento per migliorare le probabilità di successo chirurgico e ridurre la necessità di interventi altamente invasivi.

Per alcuni pazienti, inoltre, l’accesso chirurgico avviene per via transrettale, una procedura mininvasiva che riduce il trauma operatorio e accelera il recupero post- intervento. Questa tecnica permette di intervenire sul tumore senza compromettere la funzione dell’organo e limita significativamente le complicazioni post-operatorie, favorendo una ripresa più rapida e una migliore qualità della vita.

UN APPROCCIO MULTIDISCIPLINARE

La complessità del trattamento del tumore colorettale richiede un approccio integrato e multidisciplinare, come quello adottato presso il reparto di Selvaggi alla Vanvitelli di Napoli. Qui, i pazienti sono seguiti dai Gruppi Oncologici Multidisciplinari (GOM), che includono non solo chirurghi, ma anche oncologi, radiologi, radioterapisti, anatomopatologi, gastroenterologi e psicologi. Questo approccio coordinato garantisce una gestione ottimale della malattia in tutte le sue fasi, dal momento della diagnosi fino alla completa guarigione o al controllo delle recidive.

IL FUTURO DELLA CHIRURGIA COLORETTALE

La chirurgia per il tumore del colon e del retto è un campo in continua evoluzione, con tecniche sempre più avanzate che offrono prospettive di cura sempre migliori. “Grazie al supporto della direzione generale guidata dal dottor Ferdinando Russo – conclude Selvaggi – abbiamo realizzato un’offerta assistenziale di altissimo livello, rendendo il nostro reparto un polo di attrazione anche per pazienti provenienti da altre regioni”.

ag. Dire – www.dire.it




Colite ulcerosa, un nuovo farmaco migliora la qualità della vita

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Un nuovo passo verso il miglioramento della qualità della vita dei pazienti affetti da colite ulcerosa. L’Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato la rimborsabilità di mirikizumab, un farmaco che colpisce una delle vie di infiammazione cruciali nello sviluppo della malattia, offrendo sollievo dai principali sintomi.

Ad annunciare la novità è Lilly, casa farmaceutica che esordisce così nel campo della lotta alle malattie croniche intestinali.

Mirikizumab al momento è l’unico farmaco rimborsato che colpisce l’interleuchina-23, proteina responsabile dell’infiammazione che può innescare la colite ulcerosa. A sviluppare questa patologia, che interessa lo strato più interno del colon provocando forte frequenza evacuativa, sanguinamento rettale e urgenza intestinale, sono soprattutto pazienti d’età compresa tra i 15 e i 30 anni. Il 25% di chi viene colpito dalla malattia ha addirittura meno di 18 anni.

LE STIME

Si stima che in Italia questa forma di colite riguardi circa 160mila persone, con 4mila nuove diagnosi ogni anno. Data la frequenza e la gravità dei sintomi, l’impatto sulla vita sociale e lavorativa è notevole. Proprio da qui nasce l’esigenza di sviluppare e adottare un farmaco che allevii i disagi connessi alla malattia. “I sintomi sono molto difficili da raccontare”, ha affermato Salvo Leone, segretario generale di AMICI Italia e Chairman di European Federation of Chron’s & Ulcerative Colitis Association (EFCC) tra i relatori della conferenza stampa indetta da Lilly a Milano.

“È come fare un viaggio con un amico molto antipatico sperando che dorma sempre. Chi è affetto da colite ulcerosa sperimenta isolamento sociale e lavorativo: secondo un’indagine condotta nel 2023 su un campione di 1350 pazienti, sei lavoratori su dieci sono stati costretti a chiedere un congedo dal lavoro. Il 20% di loro è stato perfino oggetto di discriminazione. I bisogni dei malati cambiano a seconda dell’età e della gravità della patologia, che alterna fasi acute a fasi di remissione. Per questo controllare i sintomi rappresenta un importante obiettivo nella gestione della malattia”.

DIAGNOSI TARDIVA

Poiché spesso si sottovalutano i primi segni della malattia – dolori addominali e lieve sanguinamento – è frequente che la diagnosi sia tardiva. “Per arrivare a decretare se si tratta o meno di colite ulcerosa, si passa prima per l’esame del sangue e delle feci. A quel punto il medico prescrive una colonscopia con biopsia”, ha spiegato Alessandro Armuzzi, professore ordinario di Gastroentorologia alla Humanitas di Rozzano.

MIRIKIZUMAB

Mirikizumab rappresenta una novità nel percorso terapeutico che devono intraprendere i pazienti affetti da forme particolarmente gravi di colite ulcerosa. “Si tratta di anticorpo monoclonale adottato negli adulti, anche lì dove ci sono comorbidità”, ha aggiunto il professor Armuzzi. “Può essere utilizzato come terapia avanzata sia di prima sia di seconda linea. La somministrazione avviene per via endovenosa una volta al mese; allo scoccare della dodicesima settimana dopo la prima assunzione, basta un’iniezione sottocutanea”.

Tra i fattori che hanno determinato l’efficacia di mirikizumab c’è l’impatto che il farmaco ha sull’urgenza intestinale, uno dei sintomi più invalidanti per i pazienti perché li induce a non allontanarsi di casa a causa del timore di dover utilizzare frequentemente la toilette. “Gli studi che hanno portato alla registrazione del farmaco sono stati i primi e gli unici a utilizzare una scala di valutazione dell’urgenza intestinale e hanno registrato un netto miglioramento del sintomo soprattutto in coloro che rispondono meglio alla terapia di induzione”, ha detto nel suo intervento in conferenza stampa Massimo Claudio Fantini, Segretario generale di IG-IBD – Italian Group for the study of Inflammatory Bowel Disease e professore ordinario di Gastroenterologia all’università di Cagliari.

“A prescrivere il trattamento a base di mirikizumab deve essere necessariamente un gastroenterologo. Di solito ci si rivolge a centri specializzati, perché grazie al numero di pazienti seguiti si riesce ad avere un’idea chiara di quello che deve essere il programma terapeutico nel lungo termine, dato che, essendo la colite ulcerosa una malattia cronica, una cura ancora non c’è”.

Proprio la mancanza di rimedi definitivi ha portato Lilly a occuparsi per la prima volta anche di patologie croniche intestinali. “Questo dimostra il nostro impegno costante a innovare e a rispondere ai bisogni di salute dei pazienti”, ha chiosato Veronica Rogai, Associate VP-Medical Italy Hub di Lilly.

“Siamo felici e orgogliosi di poter collaborare con tutta la comunità scientifica che si occupa di queste patologie e di poter mettere a disposizione delle persone con colite ulcerosa una nuova opportunità terapeutica capace di tradursi in un miglioramento tangibile della loro qualità di vita”.

La conferenza stampa indetta da Lilly è stata accompagnata dalle illustrazioni realizzate in tempo reale da Beatrice Sacchi, giovane artista autrice anche dei disegni sulla locandina dell’evento e sugli opuscoli informativi distribuiti dalla casa farmaceutica. Diplomata allo IED di Milano, dove oggi insegna, ha conosciuto la patologia attraverso l’esperienza di suo cugino.

“Ha vissuto dei momenti molto brutti”, ha raccontato, “facevo fatica a capire che cosa avesse. Oggi fortunatamente sta meglio. Quando Lilly mi ha chiesto di disegnare le illustrazioni dedicate proprio alla colite ulcerosa, mi sono sentita ancora più spronata a dare il meglio di me”.

Ad oggi non si conosce la causa della colite ulcerosa, quindi non è possibile agire in maniera mirata per evitarne l’esordio. Quel che è certo è che chi ha un familiare che ha sviluppato la patologia avrà a sua volta una maggiore possibilità di doverla affrontare.

COME PREVENIRE LA PROGRESSIONE DEL DANNO INTESTINALE

I pazienti a cui viene diagnosticata la colite ulcerosa possono prevenire la progressione del danno intestinale e lo sviluppo di complicanze grazie alla terapia medica e a una dieta povera di prodotti caseari, di alimenti ricchi di grassi, di cibi piccanti e bevande alcoliche o con caffeina, che peggiorano i sintomi della malattia.

Accortezze, queste, da rispettare rigorosamente nelle fasi acute della malattia. “Nei periodi di remissione, invece, non ci sono restrizioni alimentari”, ha rassicurato il professor Armuzzi. “Attenzione al falso mito che riguarda il consumo delle verdure: i pazienti devono assumere fibre, perché contengono nutrienti che permettono il corretto trofismo dell’epitelio del colon. Bisogna mangiarne di meno solo quando la malattia si sta riacutizzando: le ulcerazioni, infatti, impediscono l’assorbimento di questi alimenti”.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Fare l’amore fa bene alla salute, ma qual è la frequenza ideale? Risponde la sessuologa

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benessere sessuale 1024x576Tra tabù e cliché il benessere sessuale esiste, ma raggiungerlo o capire bene cosa sia non è affatto scontato. La vita sessuale può condizionare lo stato emotivo e c’è chi, per viverla al meglio o capire cosa non va, deve ricorrere allo specialista. Oggi è la Giornata mondiale della salute sessuale che l’OMS ha definito come “stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale legato alla sessualità. Non è semplicemente l’assenza di malattia, disfunzione o infermità. La salute sessuale richiede un approccio positivo e rispettoso alla sessualità e alle relazioni sessuali, nonché la possibilità di avere esperienze sessuali piacevoli e sicure, libere da coercizione, discriminazione e violenza. Affinché la salute sessuale possa essere raggiunta e mantenuta, i diritti sessuali di tutte le persone devono essere rispettati, protetti e realizzati”.

Sull’orgasmo e il pieno soddisfacimento nella vita sessuale “i dati attuali a nostra disposizione- dichiara alla Dire la sessuologa Rosamaria Spina- mostrano un quadro piuttosto impietoso, dal momento che i numeri sono, anno per anno, in aumento, sia per quanto riguarda le disfunzioni sessuali maschili che quelle femminili, sia per quanto concerne un abbassamento dell’età media. Ovviamente è importante sottolineare che tali problematiche sono sempre esistite, ma era diversa l’attenzione che si poneva al benessere sessuale. Oggi sappiamo bene che una vita sana e soddisfacente passa anche attraverso una sessualità, individuale e di coppia, appagante e questo porta sempre più persone a rivolgersi a professionisti del settore. Il dato positivo è che il trattamento si sta arricchendo sempre più di tecniche di intervento efficaci e le percentuali di miglioramento/risoluzione sono decisamente favorevoli, soprattutto se affrontate in modo tempestivo”.

DA SFATARE IL MITO CHE FARLO POCO MA BENE SIA LA RICETTA

Va sfatato il mito che farlo poco ma bene sia la ricetta, ma d’altro canto farlo con l’orologio corrompe il piacere. “Una volta a settimana o tutte le settimane, ma come fosse l’appuntamento ‘col medico’ fa perdere di complicità, interesse e gratificazione. Una volta al mese, soprattutto entro una certa fascia di età- precisa la sessuolga- è decisamente poco, ma se fatta bene può di sicuro portare molti benefici. È importante specificare che una vera e propria frequenza ideale non c’è (a differenza di quanto spesso si legge in rete), perché tanti sono i fattori che la influenzano (presenza di figli, convivenza, rapporti a distanza, stato di salute generale, orari lavorativi ecc.), ma riuscire a mettere insieme una sessualità regolare e fatta di gioco, fantasie, complicità, sperimentazione aiuterebbe senza dubbio a mantenere vivo ogni rapporto nel corso del tempo”.

GIOVANI E EIACULAZIONE PRECOCE

Se l’attenzione è sempre puntata sul piacere femminile, Spina parla anche dei maschi e dei giovani. “Nella popolazione maschile, a differenza di un tempo soprattutto tra i più giovani è molto comune l’eiaculazione precoce. Nella popolazione femminile, se un tempo la prevalenza era legata alle difficoltà di raggiungere l’orgasmo, oggi molto comuni sono i disturbi da dolore genito-pelvico. Ecco perché, molto spesso in terapia diventa fondamentale affrontare anche questa componente a un livello più generale e non solo la componente specificatamente sessuologica”.

“IMPORTANTE NON CONCENTRARSI SUL DOVER RAGGIUNGERE L’ORGASMO”

L’orgasmo cambia, anche questo rende difficile individuare uno standard e a tanto a che vedere con la cultura. “Col passare del tempo le modalità per raggiungere l’orgasmo possono subire delle variazioni e questo per tutta una serie di motivazioni. Alcune sono prettamente di natura organica e sono legate ai cambiamenti di salute dai cambiamenti ormonali a quelli strettamente fisici. Altre cause sono di natura più psicosessuologica, tipo: la routine di certi schemi comportamentali, l’assuefazione a certi stimoli, il poco tempo a disposizione, preoccupazioni per altre questioni di vita ecc. Ecco perché, soprattutto col passare del tempo, è importante non concentrarsi sul dover raggiungere l’orgasmo in quanto tale, ma, piuttosto, sul raggiungimento del piacere, da intendersi come concetto più lato. L’orgasmo è solo una forma di piacere ed è un mito molto radicato nella nostra concezione occidentale di sesso. Il concetto di piacere può essere molto più ampio e molto più legato a ciò che ciascuno di noi considera tale. Ecco perché, a conti fatti, può essere anche più soddisfacente”, ha concluso Rosamaria Spina.

Agenzia DIRE – www.dire.it




A Washington l’evento di networking di Comites e Issnaf

28wash

28washUn incontro dedicato ai professionisti italiani residenti nell’area di Washington. Ad organizzarlo, il prossimo 5 settembre, sono il Comites e l’ISSNAF DMV Chapter. La serata inizierà alle 18.00 presso l’Hush Rooftop Bar.
Relatori saranno Vincenzo Bartoli (Astrazeneca), Giuliana Canè (avvocato), Emanuela Del Gado (Georgetown University), Denise Falcetti (George Washington University), Alessandro Stabile (Magma Space) e Giuliana Zanoni (Washington National Opera).
Per partecipare occorre iscriversi entro il 30 agosto inviando una mail a comites.washingtondc@gmail.com. (aise)




Emergenza globale: il “Vaiolo delle Scimmie” si diffonde dall’Africa all’Europa e agli USA

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vaiolo scimmie da min salute 7fzc2psnlqth7ss4tyxvg6cmwqw818wbar7tbmdqediIn questi giorni si fa un gran parlare del Vaiolo delle scimmie che sta continuando a diffondersi principalmente in alcune regioni dell’Africa centrale e orientale, con un significativo focolaio in corso nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). In queste aree, il virus è particolarmente virulento e ha un tasso di mortalità più alto rispetto ad altre varianti.

Oltre all’Africa, sono stati segnalati nuovi casi in Europa, con la Svezia che ha recentemente confermato il primo caso di clade I fuori dal continente africano. Negli Stati Uniti, in particolare nella contea di King, Washington, continuano a essere diagnosticati casi di clade II, che è associato a una malattia meno grave ma è comunque motivo di preoccupazione per la salute pubblica.

Questa diffusione in più regioni ha portato l’OMS a dichiarare lo stato di emergenza sanitaria globale, sottolineando l’importanza di una cooperazione internazionale per contenere il virus e prevenire ulteriori focolai.

Ma di cosa si tratta esattamente?

Il vaiolo delle scimmie, noto anche come “monkeypox,” è una malattia virale rara causata dal virus del vaiolo delle scimmie, appartenente alla stessa famiglia del virus del vaiolo umano. Originariamente identificato nelle scimmie da laboratorio, può colpire sia gli animali che gli esseri umani.

Trasmissione
La trasmissione avviene principalmente attraverso il contatto diretto con fluidi corporei infetti, lesioni cutanee, o materiali contaminati, come la biancheria o gli abiti. Può anche diffondersi attraverso goccioline respiratorie durante contatti prolungati faccia a faccia.

Sintomi
I sintomi includono febbre, mal di testa, dolori muscolari, affaticamento, e linfonodi ingrossati. Dopo alcuni giorni, compaiono eruzioni cutanee che si trasformano in vescicole e poi in croste. L’eruzione cutanea spesso inizia sul viso prima di diffondersi ad altre parti del corpo.

Cura
Attualmente non esiste una cura specifica per il vaiolo delle scimmie, ma la malattia generalmente si risolve da sola in poche settimane. Nei casi più gravi, possono essere utilizzati antivirali e vaccini, come quello contro il vaiolo umano, che può fornire una certa protezione.

Presenza in America.

Negli ultimi anni, sono stati segnalati casi di vaiolo delle scimmie in America, soprattutto negli Stati Uniti. Questi casi sono spesso legati a viaggi in zone endemiche o al contatto con animali o persone infette.