Al via il programma di ricerca per la lotta ai tumori con cellule car-t tra Lombardia e Philadelphia

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ricercatricePrende il via ufficialmente il “Lombardy-Philadelphia Fellowship Program”, programma di scambio tra i ricercatori degli Irccs lombardi e quelli dell’Università della Pennsylvania (con sede a Philadelphia). L’iniziativa rientra nell’ambito delle attività correlate al Premio Internazionale “Lombardia è Ricerca” 2023.
A prevederlo è stata una delibera approvata dalla Giunta di Regione Lombardia, su proposta dell’assessore all’Università, Ricerca, Innovazione, Alessandro Fermi. Le attività di ricerca saranno incentrate sul trattamento dei tumori con immunoterapie che sfruttano le cellule CAR-T.
“È motivo di orgoglio la creazione di questo filo diretto tra la Lombardia e gli Stati Uniti che – spiega Fermi – mira a far crescere la ricerca e i ricercatori sulle CAR-T, uno dei filoni più innovativi e promettenti oggi esistenti per il trattamento dei tumori. Il programma di scambio è infatti stato promosso dal Premio Internazionale ‘Lombardia è Ricerca’: un milione di euro che annualmente Regione Lombardia assegna a una scoperta di alto valore scientifico nell’ambito delle Scienze della Vita”.
Nell’edizione 2023 del riconoscimento, la giuria internazionale ha scelto come vincitore Carl June, insieme a Steve Rosenberg, per i suoi studi su queste innovative terapie, in cui le cellule del sistema immunitario del paziente vengono rese capaci di contrastare ed eliminare le cellule tumorali. Proprio June dirige il “Center for Cellular Immunotherapies” dell’Università della Pennsylvania e con il 70% del Premio (700.000 euro) ha proposto a Regione Lombardia, come previsto dal regolamento del premio, di realizzare una collaborazione con alcune eccellenze lombarde, pubbliche e private, che sono già impegnate in progetti di ricerca sulle terapie con cellule CAR-T, oltre che nella loro applicazione pratica sui pazienti.
“Con questa delibera – ricorda l’assessore regionale – la partnership diventa ufficiale. Protagonisti della collaborazione, lato Lombardia, sono il San Gerardo dei Tintori di Monza, l’Istituto Nazionale dei Tumori, il Policlinico San Matteo di Pavia, il San Raffaele, lo IEO (Istituto Europeo di Oncologia). Il progetto prevede l’attivazione di un programma di fellowship incentrato sulla ricerca in terapie cellulari e geniche e sulla formazione e lo sviluppo professionale dei ricercatori”.
Nei prossimi mesi, ogni ente coinvolto recluterà i ricercatori per svolgere attività di studio, ricerca, collaborazione e scambio scientifico negli Stati Uniti e in Lombardia. Inoltre, per favorire ulteriori scambi di competenze e conoscenze, è prevista l’organizzazione di workshop scientifici internazionali a Milano e a Philadelphia.
“I fondi messi a disposizione da Regione – conclude l’assessore regionale – saranno quindi utilizzati per attrarre e valorizzare i ricercatori che vogliano sviluppare competenze ed esperienze attraverso un progetto di fellowship all’estero, finanziandone la mobilità. Altro importante obiettivo dell’iniziativa è promuovere la condivisione di conoscenze e la collaborazione tra i centri di ricerca coinvolti. L’alleanza Lombardia-Philadelphia consentirà di accrescere la conoscenza sul tema della scoperta vincitrice del Premio 2023 e di promuovere la crescita professionale degli scienziati nell’ambito delle immunoterapie cellulari e geniche, anche attraverso la mentorship di illustri ricercatori”. (aise)




Afa notturna, l’allarme dei medici: “Dormire male crea problemi di salute”

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A causa del cambiamento climatico, negli ultimi anni, circa 2,4 miliardi di persone al mondo hanno sofferto, per almeno 2 settimane in più all’anno, di eccessivo caldo notturno, con temperature superiori ai 25 gradi centigradi. Oltre 1 miliardo di persone, invece, ha affrontato nottate con temperature superiori a 20 e 18 gradi centigradi. Condizioni che possono essere dannose per la salute umana. A metterlo in evidenza è il report ‘Il cambiamento climatico sta aumentando le temperature notturne pericolose in tutto il mondo’, realizzato dall’organizzazione non profit Climate Central. “Queste temperature- si legge nell’analisi- impediscono al corpo di riprendersi dal calore diurno, aumentano il rischio di malattia e mortalità e interrompono il sonno. Un sonno breve e di scarsa qualità ha una serie di impatti negativi sulla salute fisica e mentale, sulle funzioni cognitive e sull’aspettativa di vita”.

Una situazione che riguarda molto da vicino l’Italia. Secondo il report, infatti, la nostra Penisola è tra i Paesi europei più colpiti dall’afa notturna con almeno due settimane in più, rispetto al passato, di notti sopra i 18 gradi, due settimane in più sopra i 20 e tre notti aggiuntive sopra i 25 gradi. “Non mi stupisce- dice Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei Medici di Roma- perché l’Italia, per la sua conformazione geografica, è un paese abbastanza umido. Soprattutto in alcune grandi città, poco ventilate, il caldo può essere un serio problema sanitario, in particolare per le persone più fragili, anziane, quelle che hanno malattie croniche importanti, scompensi cardiaci, diabetici ecc. Queste persone soffrono molto di più le alte temperature e possono avere delle complicanze legate alla loro condizione”.




Medicine in valigia: siete sicuri di avere tutto? Ecco il vademecum per non avere problemi

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foto a 2 sito 8 1024x576Prima di partire per il mare o la montagna, per una destinazione in Italia o all’estero, è bene pensare anche a quali farmaci mettere in valigia o se nel Paese in cui si trascorreranno le vacanze è necessaria un’assicurazione sanitaria.

Proprio per rispondere a queste domande l’Ausl di Modena ha predisposto un vademecum, da consultare prima di chiudere i bagagli, gestendo così al meglio eventuali problematiche sanitarie quando si è lontani da casa.

– Farmaci personali e salvavita: Preparare una scorta sufficiente dei farmaci che si usano abitualmente, soprattutto se salvavita, legati a terapie giornaliere o per patologie croniche (cuore, pressione arteriosa, diabete, anticoncezionali, liquidi per lenti a contatto, ecc…).

Si consiglia di riporre i farmaci nel bagaglio a mano e non in quello da imbarcare, sia per non interrompere il trattamento in caso di mancata consegna delle valigie e sia perché nella stiva dell’aereo possono subire bruschi sbalzi di temperatura e di pressione che ne possono inficiare l’efficacia, soprattutto se si tratta di insuline o farmaci contenuti in device (come penne, siringhe, puff).

Opportuno chiedere un certificato o lettera di accompagnamento del medico prescrittore (per eventuali contestazioni doganali o smarrimento).

– Kit di automedicazione: Per le piccole problematiche di tipo sanitario si consiglia di portare farmaci contro il mal di viaggio (mal d’aria, d’auto e di mare), il dolore (analgesici) e la febbre (antipiretici), il vomito (antiemetici), le coliche (antispastici); un antidiarroico e un disinfettante intestinale (contro la diarrea del viaggiatore), materiali e piccoli dispositivi (termometro, cerotti, garza sterile, disinfettante, ghiaccio sintetico), pomate per punture d’insetto, scottature.

Può essere importante (per i viaggi in zone tropicali/equatoriali, viaggi d’avventura, o al di fuori dei circuiti turistici) avere creme solari con elevato potere protettivo, antimalarici (se si viaggia in zone a rischio, ma per questo è necessario consultarsi con il proprio medico), repellenti efficaci contro gli insetti, integratori minerali (in caso di diarrea, soprattutto per bambini e anziani). Conservare tutti i foglietti illustrativi ed utilizzare farmaci noti e già utilizzati.

– Assistenza sanitaria: controllare se nel paese di destinazione è necessario possedere un’assicurazione personale sanitaria (questa solitamente è inclusa nei “pacchetti” dei viaggi organizzati); verificare sempre l’entità e la qualità dell’assistenza assicurata e le eventuali incompatibilità.

Infine ricordare sempre la tessera sanitaria personale, in corso di validità, infatti nei paesi dell’UE, la tessera sanitaria personale garantisce l’assistenza sanitaria; alcuni Paesi hanno stipulato convenzioni con l’Italia per la garanzia delle sole cure urgenti.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Cosa rischiano gli atleti che nuotano nella Senna?

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parigi senna 1024x576In scena alle Olimpiadi di Parigi questa mattina le gare femminili e maschili di Triathlon nella Senna, mentre per il nuoto di fondo bisognerà aspettare. Il timore di tanti è che la salute delle atlete che si sono tuffate sia a rischio. “Sono stati compiuti notevoli progressi per migliorare la qualità dell’acqua della Senna, ma i rischi sanitari non possono essere completamente eliminati. Un monitoraggio continuo e rigorose misure di sicurezza saranno essenziali per garantire la protezione degli atleti durante le competizioni”, risponde alla Dire Alessandro Miani, presidente della Società italiana di medicina ambientale (Sima), che aggiunge: “Rischiare anche solo di prendersi una linea di febbre o di avere una gastroenterite una sera vuol dire rovinarsi le Olimpiadi. È comprensibile la preoccupazione degli atleti e delle atlete. Ci saranno controlli e diluizioni importanti di eventuali sostanze patogene di origine microbiologica e chimicofisica, ma con il caso Sinner abbiamo visto come basti una linea di febbre o un raffreddore per far ritirare un atleta dopo anni di preparazione. Per alcuni sport le Olimpiadi sono il centro della possibilità carrieristica di un atleta”, avverte Miani.

La qualità dell’acqua e i rischi sanitari associati sono, quindi, “questioni cruciali per la sicurezza degli atleti”. Ecco un’analisi dettagliata della situazione realizzata dalla Sima:

Miglioramenti della Qualità dell’Acqua:

  1. Progetti di Depurazione: Sono stati lanciati progetti significativi per migliorare la qualità dell’acqua della Senna. Questi includono l’installazione di nuovi impianti di trattamento delle acque reflue e la modernizzazione di quelli esistenti per ridurre gli scarichi inquinanti.
  2. Rimozione di Scarichi Illegali: Le autorità hanno intrapreso azioni per identificare e rimuovere scarichi illegali di acque reflue nella Senna, un passo fondamentale per migliorare la qualità dell’acqua.
  3. Monitoraggio Continuo: È previsto un monitoraggio continuo della qualità dell’acqua per garantire che rispetti gli standard stabiliti per le competizioni in acque libere. I test riguarderanno la presenza di batteri, virus, e inquinanti chimici.

La Sima dichiara però che “nonostante gli sforzi per migliorare la qualità dell’acqua, esistono ancora potenziali rischi sanitari”:

  1. Infezioni Gastrointestinali: La presenza di batteri fecali come E. coli può causare infezioni gastrointestinali, con sintomi come diarrea e vomito.
  2. Infezioni della Pelle e degli Occhi: Il contatto con l’acqua contaminata può portare a infezioni della pelle, eruzioni cutanee e infezioni agli occhi.
  3. Leptospirosi: Questa malattia, causata da batteri presenti nell’urina degli animali (ratti e topi in primis), può essere un rischio in acque contaminate. I sintomi includono febbre alta, mal di testa e dolori muscolari.
  4. Esposizione a Inquinanti Chimici: La presenza di metalli pesanti, pesticidi e altri inquinanti chimici può avere effetti a lungo termine sulla salute, anche se meno immediati rispetto ai rischi microbiologici.

Queste, invece, secondo la società scientifica sono le misure di sicurezza intraprese. Per mitigare i rischi, fa sapere Miani, il comitato organizzatore delle Olimpiadi e le autorità locali stanno implementando diverse misure:

1. Protocolli Sanitari: Misure di prevenzione e risposta rapida per eventuali casi di infezione tra gli atleti.

2. Verifiche Regolari: Controlli frequenti della qualità dell’acqua per assicurare il rispetto degli standard di sicurezza.

3. Trasparenza dei Dati: Pubblicazione regolare dei dati sulla qualità dell’acqua per garantire trasparenza e fiducia tra gli atleti e il pubblico.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Brasile. Primi decessi per la febbre di Oropouche

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Primi due decessi al mondo per febbre di Oropouche. In Brasile, il ministero della Salute ha confermato la morte di due persone nello stato di Bahia dovuta a questa malattia. La febbre di Oropouche è un’infezione virale tropicale trasmessa da moscerini e zanzare e prende il nome dalla regione in cui è stata scoperta e isolata per la prima volta nel 1955 in un laboratorio regionale di Trinidad, vicino al fiume Oropouche, a Trinidad e Tobago.

VIRUS DELLA FAMIGLIA DI DENGUE E WEST NILE

Un virus d’importazione, “parente” della Dengue e del West Nile, della famiglia delle arbovirosi che è già stato diagnosticato in Italia, intorno alla metà di luglio, nel laboratorio dedicato alle Bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano in due pazienti arrivati dal Brasile e da Cuba, e anche in Veneto, al Dipartimento di Malattie Infettive, Tropicali e Microbiologia dell‘Irccs Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona), sempre in una paziente con una storia recente di viaggi nella regione tropicale caraibica. In tutto, i casi diagnosticati finora in Italia sono stati quattro. L’infezione provoca febbre molto alta, dolori articolari e muscolari e rash cutaneo e si trasmette all’uomo attraverso le punture di moscerini o di zanzare, principale vettore (la zanzara Culicoides paraensis) è attualmente presente solo in Sud e Centro Americhe e non è presente in Europa e ad oggi non esistono prove di trasmissione interumana del virus Oropouche.

CHI SONO LE VITTIME E QUALI SINTOMI HANNO AVUTO

Secondo la Segreteria della salute dello Stato di Bahia, il primo decesso è stato registrato il 17 giugno. Il paziente aveva 24 anni e viveva a Valença. Lunedì scorso è stato registrato il secondo decesso, quello di una donna. Il ministero della Salute sta inoltre ancora indagando su un’altra morte sospetta per febbre Oropouche o virus Orov (arbovirus) nello stato di Santa Catarina.

Il segretariato di Bahia riferisce che i pazienti deceduti a causa della febbre Oropuche avevano sintomi come febbre, mal di testa, dolore retro-orbitale (nella parte più profonda dell’occhio), mialgia (dolore muscolare), nausea, vomito, diarrea, dolore agli arti inferiori e debolezza. In entrambi i casi, poi, i sintomi si sono evoluti con segni più gravi come macchie rosse e viola sul corpo, sanguinamento, sonnolenza e vomito con ipotensione, gravi emorragie e un brusco calo dell’emoglobina e delle piastrine nel sangue.

LA DIFFUSIONE NEL MONDO

Nel 2023 sono stati confermati 832 casi della malattia e nel 2024 sono stati registrati 7.236 casi di febbre Oropouche in 16 Stati brasiliani, il che rappresenta un aumento del 770,19% nel numero di casi segnalati. I contagi si sono concentrati inizialmente nel Nord del Brasile, ma successivamente sono stati identificati anche in altre regioni del Paese. La Paho (Organizzazione panamericana della sanità) ha evidenziato l’aumento dei casi della malattia, soprattutto nei territori di Amazonas, Acre e Roraima. Questi tre Stati confinano con altri Paesi del bacino amazzonico: Bolivia, Colombia, Perù e Venezuela.

Per i medici e tecnici del laboratorio del Sacco di Milano, in Italia non ci rischi di epidemie nel nostro Paese, ma resta essenziale monitorare la diffusione del virus. Dello stesso avviso gli esperti dell’Ircss Sacro Cuore Don Calabria di Negrar: “Le arbovirosi come la febbre Oropouche, o come dengue, Zika, chikungunya– precisano- costituiscono una delle emergenze di salute pubblica con le quali dobbiamo abituarci a convivere. I cambiamenti climatici e l’aumento degli spostamenti delle popolazioni umane rischiano di rendere endemici anche alle nostre latitudini virus un tempo confinati nella fascia tropicale”. E ancora: “La diagnosi tempestiva e la sorveglianza costante, unite a interventi di salute pubblica come le disinfestazioni- concludono- rimangono lo strumento principale per contenere questi rischi” .

Agenzia DIRE – www.dire.it




Contro la Dengue il vaccino funziona: lo prova uno studio su 20.000 persone

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zanzara tigre 1024x678Il vaccino contro la Dengue ha un’efficacia superiore al 50% nel ridurre i casi di malattia, “con un effetto duraturo e un profilo di sicurezza molto buono”. A confermarlo è la prima meta-analisi al mondo sull’efficacia di TAK-003, meglio noto come Qdenga: l’unico vaccino ad oggi approvato in Italia e in molti paesi europei per la lotta alla Dengue.
Pubblicata sulla rivista Vaccines, l’indagine è stata realizzata da studiosi delle Università di Bologna e di Ferrara. “Questa è la prima analisi complessiva a livello mondiale e siamo molto contenti dei dati emersi”, dice Lamberto Manzoli, direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell’Alma Mater, che ha coordinato lo studio. “Non era un esito scontato: sono stati necessari molti anni prima di arrivare a sviluppare un vaccino con risultati così buoni”.

CON IL CAMBIAMENTO CLIMATICO ANCHE IN ITALIA È ALLERTA SANITARIA

Il virus della Dengue, ricorda in una nota l’Ateneo di Bologna, è trasmesso da alcune specie di zanzare, infetta ogni anno circa 400 milioni di persone nelle aree più calde del pianeta, causando più di tre milioni di morti. Il cambiamento climatico sta inoltre ampliando l’habitat delle zanzare portatrici del virus e questo sta provocando nuove epidemie di Dengue in un numero sempre maggiore di paesi. Anche in Italia, in seguito al continuo aumento di casi, la malattia è al centro di un’allerta sanitaria.

NON C’È CURA: SI PUNTA SULLA PREVENZIONE

Ad oggi non esiste una terapia efficace contro la malattia e le azioni di bonifica ambientale contro le zanzare non sono in grado di eliminare completamente il rischio di epidemie. L’unica strategia per la prevenzione è quindi quella legata al vaccino: approvato in Europa nel dicembre del 2022, TAK-003, meglio noto come Qdenga, “ha mostrato risultati molto promettenti. Finora però non era disponibile una stima complessiva sulla sua efficacia e sicurezza”, dice l’Alma mater. Gli studiosi hanno esaminato e incrociato i dati dei 19 studi scientifici realizzati fino ad oggi sul vaccino, per trovare solide evidenze della sua capacità di combattere la malattia: sono stati presi in considerazione i casi di oltre 20.000 individui coinvolti nei diversi test, anche a distanza di più di un anno dall’ultima somministrazione, sia con una sola dose che con entrambe quelle previste per la vaccinazione completa.

I RISULTATI

I risultati mostrano che il vaccino riduce di oltre il 50% il rischio di contrarre la malattia, con un elevato profilo di sicurezza. Tra chi ha ricevuto entrambe le dosi previste, più del 90% ha sviluppato gli anticorpi contro la Dengue, e la risposta è molto positiva anche tra chi ha ricevuto solo una dose: più del 70% degli adulti e più del 90% dei bambini e adolescenti sviluppano gli anticorpi.

“Considerati i risultati ottenuti in termini di sicurezza, immunogenicità ed efficacia, la somministrazione di due dosi può senza dubbio rappresentare uno strumento fondamentale per la prevenzione della Dengue”, conferma Maria Elena Flacco, direttrice della Scuola di Specializzazione di Sanità Pubblica dell’Università di Ferrara e prima autrice dello studio. “Il vaccino attualmente disponibile può essere quindi molto utile non solo per le popolazioni delle aree endemiche, ma anche per i viaggiatori provenienti da aree non a rischio”. Lo studio è stato pubblicato su “Vaccines” con il titolo “Immunogenicity, Safety and Efficacy of the Dengue Vaccine TAK-003: A Meta-Analysis”. Gli autori sono Alessandro Bianconi, Matteo Fiore e Manzoli del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna, insieme a Flacco, Giovanni Cioni, Giovanna Letizia Calò, Gianmarco Imperiali, Vittorio Orazi, Marco Tiseo, Anastasia Troia e Annalisa Rosso del Dipartimento in Scienze dell’Ambiente e della Prevenzione dell’Ateneo di Ferrara.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Mal di schiena e nuove terapie, possibile il ritorno allo sport anche a 70 anni

sport anche a 70 anni

sport anche a 70 anniIl mal di schiena nelle sue diverse forme interessa quasi l’80% degli italiani, ma la prevalenza e i casi più gravi aumentano dopo i 65 anni. Nelle situazioni che richiedono un intervento chirurgico oggi si può intervenire in modo non invasivo, consentendo di recuperare una vita dinamica anche in tarda età.

L’innovazione tecnologica contro il mal di schiena ha riscontrato progressi anche più rilevanti rispetto ad altre discipline. Ne derivano interventi mininvasivi sempre più precisi, ricoveri più brevi, convalescenze più veloci, ritorno alle proprie abitudini – anche sportive – in tempi prima impensabili. I minori rischi nell’intervento e i tempi più rapidi di recupero producono benefici sia per il paziente che per le strutture. Questo tipo di intervento è emblematico nel caso della stenosi del canale lombare, una patologia assai diffusa nella popolazione che ha superato i 65 anni. La realtà dell’Ospedale Israelitico di Roma rappresenta un’esperienza importante in tal senso.

LA RIVOLUZIONE CHIRURGICA PER IL MAL DI SCHIENA

L’intervento chirurgico per la stenosi del canale lombare è divenuto assai frequente grazie alle migliori condizioni che vengono messe a disposizione dei pazienti e dell’elevato numero di persone che vi soffre, patendo un decadimento della qualità della vita per il restringimento (la stenosi, appunto) del canale lombare, che spesso si verifica in tarda età. Una donna su 5 con la menopausa e un uomo su 8 dopo i 65 anni possono incorrere in una frattura vertebrale; le condizioni possono aggravarsi senza interventi tempestivi: dopo la prima frattura, la probabilità di una recidiva aumenta di 5 volte, mentre il rischio di una terza ricaduta può incrementarsi persino di 25 volte. “In passato, la stenosi del canale lombare era associata all’invecchiamento e alla riduzione dell’autonomia e della qualità di vita, mentre solo di rado si ricorreva all’intervento chirurgico che era invasivo, con una pesante anestesia e una lunga convalescenza, condannando le persone a rinunciare all’operazione e a rassegnarsi a una vita meno dinamica – spiega il Dott. Luca Serra, Responsabile UO Chirurgia Vertebrale, Ospedale Israelitico – Oggi è possibile sottoporsi all’intervento e tornare a una vita dinamica e persino sportiva. Il canale lombare che si è ristretto va allargato e successivamente stabilizzato: questa seconda parte dell’intervento, che prima si associava a possibili complicazioni, adesso si può fare senza aprire la colonna vertebrale, ma con semplici incisioni. L’intervento è facilmente realizzabile anche in tarda età, fino anche a 90 anni. La diffusione di questo tipo di attività chirurgica ha aperto la strada ad altri interventi mini-invasivi, con queste tecniche percutanee sempre più diffuse contro i vari tipi di mal di schiena”.

L’INVESTIMENTO IN ROBOTICA, UN VANTAGGIO PER IL PAZIENTE E PER LA STRUTTURA

A rendere ancora meno invasivo l’approccio contro il mal di schiena come nel caso della stenosi del canale lombare vi è la robotica, che aiuta molto nella messa in sicurezza degli interventi alla colonna e rinforza il tratto operato. “Nella stenosi, grazie alla tecnica chirurgica dell’artrodesi conservativa consentita dalla robotica, è possibile allargare canali in persone anziane che fino a qualche anno fa si rassegnavano ad avere una vita scadente, a non camminare più, a fare interventi molto invasivi – commenta il Dott. Luca Serra – Possiamo poi contare su procedimenti come la navigazione, ossia la possibilità di seguire l’intervento in tempo reale nel corpo umano anche in aree delicate come il canale vertebrale, dove passano il midollo e il nervo, il cui monitoraggio rende l’atto chirurgico molto più sicuro. Questi miglioramenti sono però oggi disponibili solo in alcuni centri selezionati. Apparentemente il costo di queste innovazioni è rilevante, ma saranno sempre più necessarie in tutte le chirurgie vertebrali e rappresenteranno un investimento ampiamente compensato dal risultato. Ne beneficia sia il paziente, che può contare su tempi di recupero più brevi, maggiore precisione e sicurezza dell’intervento, un minore impatto operatorio e minore ricorso a farmaci e terapie; sia per la struttura, che può così svolgere più attività e non rischiare complicazioni dell’intervento”.

L’AMPIA DIFFUSIONE DEL MAL DI SCHIENA IN ITALIA. IL 10% SONO CASI SEVERI

Le novità rappresentano un passo avanti significativo per tutte quelle persone che soffrono di forme gravi di mal di schiena, che in forma generica riguarda il 70-80% degli italiani. È spesso correlato agli stili di vita, che portano alla mancanza di attività fisica e a una errata postura. Questi numeri così elevati comportano anche dei costi, stimati in 36 miliardi di euro, visto che proprio il mal di schiena è la principale ragione di visite mediche e la causa più frequente di assenza dal lavoro: si tratta di 2,3 punti del PIL, da cui si intuiscono i risvolti socioeconomici, sia come costi diretti (diagnostici e terapeutici) che indiretti (assenze dal lavoro, mancata produttività). “La patologie che portano al mal di schiena sono numerose, come l’artrosi, l’ernia del disco, l’osteoporosi, le deviazioni della colonna (scoliosi o cifosi), o ancora scivolamenti, instabilità, spondilolistesi – sottolinea il Dott. Luca Serra – Sono fondamentali le moderne tecnologie per diagnosi accurate e trattamenti mirati, come terapia del dolore, chirurgia mininvasiva, infiltrazioni terapeutiche. Tolte le forme transitorie, resta il 10% di patologia seria, su cui servono trattamenti specifici e, talvolta, l’intervento chirurgico, necessario soprattutto in tarda età per patologie come la stenosi del canale vertebrale, le fratture vertebrali, l’osteoporosi”.

Agenzia DIRE . www.dire.it




Iss: “Oltre il 40% degli anziani non beve a sufficienza”

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L’acqua potabile nelle case degli italiani è sostenibile e sicura, e i controlli degli ultimi 3 anni dicono che è conforme alla legge quasi nel 100% dei casi. È quanto emerge dal primo rapporto elaborato dal Centro nazionale per la sicurezza delle acque (Censia) dell’Istituto superiore di sanità presentato oggi.
Realizzato sulla base dei dati prodotti dalle regioni italiane insieme al Sistema nazionale per la protezione ambientale e coordinato dal ministero della Salute e dall’Istituto superiore di sanità, il rapporto ha esaminato i risultati di oltre 2,5 milioni di analisi chimiche, chimico-fisiche e microbiologiche condotte tra il 2020 e il 2022 in 18 regioni e province autonome, corrispondenti a più del 90% della popolazione italiana. La percentuale media nazionale di conformità nei tre anni risulta compresa tra il 99,1% per i parametri sanitari microbiologici e chimici stabiliti e il 98,4% per i parametri indicatori, non direttamente correlati alla salute ma a variazioni anomale della qualità, che potrebbero, per esempio, influire su sapore, odore o colore.
Dal punto di vista territoriale tutte le regioni hanno mostrato percentuali di conformità medie molto alte, superiori al 95%. Le oscillazioni del tasso di conformità sono minimali dal punto di vista della prevenzione sanitaria, che in ogni caso è stata adeguatamente assicurata. I dati evidenziano l’Emilia-Romagna come regione migliore, sia per i parametri sanitari chimici e microbiologici che per i parametri indicatori. Seguono il Veneto e il Piemonte, mentre i tassi di conformità relativamente minori per parametri sanitari sono registrati nelle province autonome di Trento e Bolzano e, per i parametri indicatori, in Umbria e nella provincia autonoma di Trento.

Per quanto riguarda le limitate non conformità rilevate a livello nazionale si tratta di alcune tracce episodiche e circostanziate a livello locale di contaminazioni microbiologiche (Enterococchi, Escherichia coli) e indicatori di contaminazioni ambientali (coliformi) mentre in alcune limitate aree territoriali si rilevano ancora non conformità per elementi naturali come fluoro e arsenico, associate a gestioni idriche non efficienti di sistemi in economia. Le non conformità rilevate attestano comunque che il sistema dei controlli funziona e che è in grado di gestire i rischi secondo un principio di massima precauzione che previene esposizioni pericolose per l’uomo.
“Dai dati che abbiamo raccolto- ha affermato il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Rocco Bellantone– emerge che l’acqua potabile è sicura e controllata capillarmente nel tempo in tutto il Paese, conforme quasi nel 100% dei casi ai parametri di legge e con una gestione sicura delle non conformità. È importante che si ribadisca questo concetto, visto che secondo l’Istat quasi un terzo degli italiani non si fida dell’acqua dei propri rubinetti“.
L’Italia, inoltre, ha avuto un ruolo importante nel chiedere in sede europea di costruire una normativa che sia ancora più stringente sulla qualità e la sicurezza dell’acqua potabile.
“Nel settore delle acque destinate al consumo umano– ha sottolineato il direttore generale dell’Iss, Andrea Piccioli– l’Italia rappresenta un modello di prevenzione e risposta, presentato come riferimento anche nella Conferenza mondiale sull’acqua di New York 2023, che realizza un partenariato esteso tra istituzioni e portatori di conoscenza e interesse, pubblici e privati, che ha tra gli obiettivi prioritari politiche di accesso ad acqua e servizi igienici sicuri come diritto fondamentale per tutta la popolazione, inclusi luoghi di cura, scuole e edifici prioritari”.
“L’acqua, d’altra parte- le parole del coordinatore della segreteria scientifica dell’Istituto superiore di sanità, Graziano Onder– è essenziale per il benessere del corpo e per la nostra salute: rappresenta circa il 60% del nostro peso corporeo e apporta importanti contributi di elementi minerali che il nostro organismo non è in grado di sintetizzare, ma una vasta fascia della popolazione non ne assume la quantità raccomandata di circa 2 litri al giorno per le donne e 2,5 litri per gli uomini. In particolare– ha precisato- in oltre il 40% dei casi gli anziani non raggiungono questa quantità, con il rischio di un impatto negativo sulla performance fisica e cognitiva, in particolare, ma non solo, in questa popolazione. L’acqua, che sia di rubinetto o in bottiglia, è fondamentale in tutte le fasi della vita, fin dalla gravidanza e dai primi mesi di vita“.

VERSO UNA ‘ANAGRAFE DELL’ACQUA’

La pubblicazione del rapporto è il primo passo verso la costruzione di una ‘anagrafe dell’acqua’, con l’obiettivo di mettere a disposizione del pubblico tutti i dati sulle caratteristiche dell’acqua potabile nella propria zona.

“Nonostante l’acqua rappresenti la risorsa circolare per eccellenza- ha affermato il direttore del Censia, Luca Lucentini– la governance ed i controlli che presiedono alla sua sicurezza sono spesso segmentati in diverse normative, assetti istituzionali e soggetti attuatori. Anche per questo, con una legge nazionale seguita da un decreto legislativo è stato istituito presso l’Iss il Centro nazionale per la sicurezza delle acque che, tra gli altri compiti, gestirà anche la raccolta e l’analisi dei dati attraverso l’Anagrafe territoriale dinamica delle acque potabili, Antea, per garantire un’informazione completa e aggiornata ai cittadini che potranno conoscere l’origine e la qualità della propria acqua di rubinetto, a partire dalle risorse idriche prelevate dagli ambienti naturali fino al loro rubinetto e evidenziando tutte le misure di protezione e controllo applicate, collegandosi anche al Sistema informativo nazionale per la tutela delle acque Italiane, coordinato e gestito dall’Istituto Superiore per la protezione dell’ambiente, Ispra”.

SCHILLACI: “L’ACQUA POTABILE NELLE CASE DEGLI ITALIANI SOSTENIBILE E SICURA”

L’evento ha visto la presenza del ministro della Salute, Orazio Schillaci. “Questo primo rapporto nazionale sull’acqua potabile, la sua qualità e sostenibilità- ha spiegato l’esponente del governo- è uno studio molto dettagliato, supportato da analisi ed evidenze scientifiche, dal quale emerge un dato rilevante per i cittadini: l’acqua potabile nelle case degli italiani, destinata al consumo umano, è sostenibile e sicura. Questo incontro assume un valore importante per comunicare l’impegno del ministero della Salute nel settore delle acque come presidio essenziale di prevenzione sanitaria collettiva per la salute umana. Un impegno- ha inoltre detto Schillaci- che da sempre il ministero ha profuso con attività normative e di indirizzo, supportando ricerche e intervenendo in crisi ambientali avvenute in alcuni territori a protezione della salute delle popolazioni esposte, anche per imparare da quanto avvenuto, come nella regione Veneto a seguito dell’inquinamento da Pfas, e disegnare nuove strategie di prevenzione in modo da evitare il ripetersi di emergenze”.

UN VIDEO E UN SITO SPIEGANO ‘IL VIAGGIO DELL’ACQUA’ E GLI EFFETTI SULLA SALUTE

In occasione della pubblicazione del rapporto, l’Iss mette a disposizione un video e un sito dedicato (https://www.iss.it/acqua-e-salute-copertina) con tutte le informazioni utili sull’acqua, a partire dalla descrizione del suo ‘viaggio’ dal punto dove viene prelevata fino al rubinetto di casa. È poi presente un focus sui diversi tipi di acqua e qual è la sua importanza per la salute. Non manca, infine, una sezione dedicata a smentire i principali falsi miti sull’acqua potabile: si ribadisce, così, che berla non favorisce i calcoli e può essere usata in gravidanza o in allattamento.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Più rischi Alzheimer se il colon è infiammato, studio italiano

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cervello 123rf freeL’intestino, si sa, è il nostro secondo cervello. Con il cervello ‘parla’ e riesce a influenzarlo in salute e in malattia. Tanto che “l’infiammazione del colon anticipa l’insorgenza dei difetti di memoria dell’Alzheimer”. Lo suggerisce uno studio italiano condotto nell’ambito dello Spoke 4 di Mnesys, ‘Cern italiano’ per la ricerca sul cervello finanziato dal Pnrr, anima del I Forum nazionale delle neuroscienze che si chiude oggi a Napoli.

“Il corpo – spiegano gli scienziati – parla con il cervello non solo attraverso connessioni nervose, ma anche per mezzo di segnali provenienti dal microbiota”, il mega-mix di microrganismi che abita nell’intestino. “Individuare quali, fra questi segnali, possano influenzare la salute del cervello e avere eventualmente un ruolo nella ‘storia naturale’ delle malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer”, è uno degli obiettivi dello Spoke 4 e dello studio ‘Experimental colitis in young Tg2576 mice accelerates the onset of an Alzheimer’s-like clinical phenotype’, condotto sui roditori da un gruppo di ricerca dell’università di Bologna guidato da Laura Calzà e Luciana Giardino.

Il lavoro, pubblicato a maggio su ‘Alzheimer’s Research & Therapy’, indica appunto il link tra infiammazione del colon e rischio Alzheimer. “Invecchiando precocemente – descrivono i ricercatori – il microbiota intestinale provoca un’infiammazione organica e altera le proprietà degli astrociti, una popolazione di cellule gliali che svolge un ruolo fondamentale di supporto all’attività dei neuroni”.

“Questo lavoro – afferma Calzà, ordinaria di Anatomia degli animali domestici del Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’ateneo bolognese – rientra all’interno dell’inquadramento di riferimento stabilito dalla commissione ‘Lancet Neurology’ del 2020 su prevenzione, intervento e cura della demenza e sull’importanza di identificare i fattori di rischio modificabili che entrano in gioco sull’insorgere della fase sintomatica di questa patologia. Se è vero infatti che la malattia di Alzheimer si sviluppa subdolamente per anni, danneggiando il cervello prima che compaiano i sintomi e venga diagnosticata, è altrettanto vero che conoscere questa fase presintomatica della malattia apre possibilità preventive e terapeutiche completamente nuove, ad esempio regolando opportunamente i segnali che derivano dal microbiota”.

“Ad oggi – ricorda Patrizia Fattori, ordinaria di Fisiologia all’università di Bologna e coordinatrice dello Spoke 4 – la Commissione Lancet su prevenzione, intervento e assistenza alla demenza ha individuato 12 fattori di rischio modificabili responsabili di circa il 40% delle demenze mondiali, che di conseguenza potrebbero essere teoricamente prevenute o ritardate e che influenzano individui di tutte le età. La nostra comprensione della demenza sta cambiando, con la descrizione più recente di nuove cause patologiche, e ciò – prospetta la specialista – permetterà di ridurre sempre più l’impatto di queste patologie”.

adnkronos.com




El Salvador: l’AICS e la telemedicina nel sistema penitenziario

telemedicina aics firmato accordo per un nuovo progetto a supporto dei centri penali in el salvador immagine19

telemedicina aics firmato accordo per un nuovo progetto a supporto dei centri penali in el salvador immagine19Nei giorni scorsi il Titolare della Sede AICS di San Salvador, Paolo Gallizioli, e il Direttore Generale dei Centri Penali, Osiris Luna, hanno firmato l’accordo per una nuova iniziativa di cooperazione tra Italia e El Salvador. L’accordo è stato siglato per presa visione anche dall’Ambasciatore d’Italia in El Salvador Edoardo Pucci, insieme al Ministro di Giustizia Gustavo Villatoro e la Ministra degli Affari Esteri Alexandra Hill Tinoco.

Il progetto “Riqualificazione e prove di connessione: le tecnologie al servizio della Direzione dei Centri Penali”, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo per un importo di €1,5 M, contribuisce al rafforzamento della telemedicina e del sistema di udienze virtuali nel sistema penitenziario di El Salvador. Il progetto supporterà il rinnovo delle attrezzature sanitarie nei reparti odontologici e l’istituzionalizzazione della telemedicina, attraverso risorse tecnologiche che migliorano l’accessibilità delle cure mediche e la formazione del personale coinvolto. Particolare attenzione verrà posta sui servizi di salute rivolti alla popolazione carceraria femminile e alle bambine e bambini nati durante la detenzione delle madri. Inoltre, si svilupperà un sistema di udienze virtuali attraverso l’acquisizione di attrezzatura tecnologica e la creazione di spazi adibiti nei centri penali. Ciò contribuirà a ridurre il fenomeno del sovraffollamento nelle carceri e a rendere più efficienti i tempi della giustizia, garantendo l’applicazione dei principi fondamentali di un processo. L’iniziativa riguarderà cinque centri penali in El Salvador, beneficiando non solo le persone private di libertà, bensì anche gli operatori sanitari e il personale di sicurezza, contribuendo a fornire gli strumenti, la formazione e i protocolli necessari allo svolgimento delle attività. Questo intervento rafforza l’impegno della Cooperazione Italiana nel settore della giustizia in El Salvador e in America Centrale, dove da anni si lavora sulle tematiche della prevenzione e della giustizia riparativa, coinvolgendo in particolare giovani in conflitto o a rischio con la legge. (Inform)