Campi Flegrei, la crosta del vulcano si sta indebolendo: non si esclude l’eruzione

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La crosta della caldera della zona vulcanica dei Campi Flegrei risulterebbe indebolita, il che suggerirebbe la necessità di una maggiore attenzione per valutare la pericolosità effettiva della situazione.

È quanto emerge da un nuovo studio pubblicato su “Communications Earth & Environment” da Christopher Kilburn, professore di Vulcanologia presso l’ University College London (UCL), da Stefano Carlino, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – Osservatorio Vesuviano (INGV-OV), da Nicola Alessandro Pino, primo ricercatore INGV-OV e da Stefania Danesi, primo ricercatore INGV Sezione Bologna. Va precisato che – secondo quanto riportato dall’INGV – “al momento i risultati della ricerca non hanno alcuna implicazione diretta su misure che riguardano la sicurezza della popolazione”.

Per il nuovo studio Il susseguirsi degli episodi di sollevamento degli ultimi decenni ha causato un progressivo indebolimento nella crosta della caldera dei Campi Flegrei. Dalla ricerca risulta che la crosta della caldera flegrea sta attraversando un progressivo passaggio da una fase “elastica” a una “inelastica”. L’autore principale, il professor Christopher Kilburn, ha dichiarato: “Il nostro nuovo studio conferma che i Campi Flegrei si stanno avvicinando alla rottura. Tuttavia, questo non significa che un’eruzione sia garantita. La rottura può aprire una crepa attraverso la crosta, ma il magma deve ancora essere spinto verso l’alto nel punto giusto perché si verifichi un’eruzione. Questa è la prima volta che applichiamo il nostro modello, che si basa sulla fisica di come le rocce si rompono, in tempo reale a qualsiasi vulcano. Il nostro primo utilizzo del modello è stato nel 2017 e da allora i Campi Flegrei si sono comportati come previsto, con un numero crescente di piccoli terremoti che indicano una pressione dal basso”.

Campi Flegrei vulcano non esclusa eruzione
©  agf

una cartina dei campi flegrei risalente al ‘600

La caldera

L’attività della caldera è causata da movimenti di fluidi che si troverebbero a circa 3 chilometri di profondità e che potrebbero essere costituiti sia da magma che da gas di natura vulcanica. Secondo molti autori, inclusi quelli del presente lavoro – riporta l’INGV – la causa dell’attuale sollevamento potrebbe essere di origine idrotermale, ma non è possibile escludere completamente un eventuale contributo magmatico. Nel loro documento, il team ha spiegato che l’effetto dei sommovimenti dagli anni ’50 è cumulativo, il che significa che un’eventuale eruzione potrebbe essere preceduta da segnali relativamente deboli come un tasso minore di sollevamento del suolo e meno terremoti.

“Lo studio”, afferma Stefano Carlino (INGV-OV), “evidenzia che, nonostante il livello del suolo raggiunto oggi sia superiore di oltre 10 cm a quello raggiunto durante la crisi bradisismica del 1984, la deformazione inelastica sta avvenendo con un livello di sforzo inferiore rispetto al 1984. Questo risultato suggerisce che, nel corso degli episodi di sollevamento della caldera dei decenni passati si sono progressivamente prodotte modifiche dello stato fisico della crosta e che questi cambiamenti non possono essere trascurati nello studio della dinamica vulcanica in atto e nelle sue evoluzioni future”. “Nello studio”, aggiunge Stefania Danesi della Sezione di Bologna dell’INGV, “dimostriamo che gli episodi di sollevamento ai Campi Flegrei dal 1950 a oggi devono essere considerati come fasi di un unico processo di lungo termine in cui la recente transizione da regime “elastico” a “inelastico” segna un passaggio rilevante”.

Gli autori sottolineano, infine, come il loro studio indichi la necessità di analisi sempre più quantitative delle relazioni tra i segnali registrati in superficie dalle reti di monitoraggio e i processi che li determinano, indispensabili per fornire valutazioni più attendibili per la pericolosità vulcanica. In effetti, aggiungono, vi sono diversi possibili scenari che potrebbero portare a esiti diversi. “I nostri risultati”, osserva Nicola Alessandro Pino dell’Osservatorio Vesuviano dell’INGV (INGV-OV), “sono basati sull’elaborazione di un modello scientifico in cui i parametri osservati permettono di ipotizzare scenari di evoluzione della fratturazione delle rocce e quindi della sismicità. Nello scenario più critico, la persistenza del regime inelastico potrebbe portare alla rapida fratturazione degli strati crostali più superficiali, con precursori che potrebbero essere meno intensi di quanto generalmente attesi in caso di risalita di magma. Tuttavia, la riattivazione progressiva e diffusa di fratture potrebbe causare la depressurizzazione del sistema idrotermale, con arresto del sollevamento del suolo e, quindi, la ripresa della lenta subsidenza”.

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Infarto. Occhio ai lunedì: il 13% in più

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144844367 61bf60b2 6df0 440b 9402 7c56e4e35f43Gli infarti gravi e fatali sono più comuni di lunedì: a inizio settimana, infatti, il rischio di subire un attacco cardiaco letale è superiore del 13% rispetto al previsto. Lo dimostra una ricerca irlandese appena uscita. Lo studio è stato condotto dai medici del Belfast Health and Social Care Trust e del Royal College of Surgeons in Irlanda, e appena presentata dalla British Cardiovascular Society (BCS), i quali hanno analizzato i dati di 10.528 pazienti ricoverati in ospedale tra il 2013 e il 2018 con il tipo più grave di infarto: un infarto del miocardio con sopra-slivellamento del segmento ST (STEMI) che si verifica quando un’arteria coronaria principale è completamente bloccata.

“I ricercatori hanno riscontrato un picco di infarti STEMI all’inizio della settimana lavorativa, con una maggiore incidenza il lunedì – conferma Giovanni Esposito, professore di Cardiologia alla Federico II di Napoli e presidente nazionale GISE -. Un dato che possiamo riscontrare anche in Italia, peraltro. In precedenti studi è stato evidenziato che a giocare un ruolo determinante sarebbe il ritmo circadiano, che regola il ciclo del sonno e della veglia. In effetti, a inizio settimana tendono ad associarsi tre importanti fattori di rischio cardiovascolare strettamente legati al ritmo circadiano: carenza di sonno, orari ‘sballati’ e stress di inizio settimana. Si tratta di una sorta di jetlag sociale, che va ad aumentare il rischio infarto nei soggetti più vulnerabili”.

Insomma, al lunedì è facile che “sballino” i cosiddetti orologi biologici periferici presenti in quasi tutti gli organi, cuore compreso.

Lo stesso diverso stile di vita del fine settimana, frequente non solo nei più giovani, inoltre, può portare un incremento della pressione o degli zuccheri e lipidi nel sangue. “Ridurre questo rischio non è così difficile – aggiunge Esposito -: rispettare le buone regole di vita quotidiana, alimentari e di attività fisica, assumere le terapie corrette agli orari appropriati, e magari prendere l’inizio della giornata e della settimana con calma, cercando di ridurre almeno lo stress”. Un aumento degli accessi per infarto potenzialmente letale rende fondamentale che la ricerca continui a far luce su come e perché si verifica questo fenomeno.

“Questo studio – conclude il presidente GISE – si aggiunge alle già numerose evidenze sulla tempistica degli attacchi di cuore particolarmente gravi, ma ora dobbiamo comprendere meglio quali siano i fattori che rendono determinati giorni della settimana più a rischio. Questo potrebbe aiutare i medici a mettere in atto strategie e approcci di intervento in grado salvare più vite in futuro”.

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Nel primo anno di vita i maschi parlano più delle femmine (ma dopo…)

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downloadI piccoli di sesso maschile emettono un maggior numero di vocalizzazioni, durante il primo anno di vira, rispetto alle femmine. Lo dimostra uno studio dell’Università di Memphis pubblicata su iScience. I neonati producono molti strilli, suoni simili a vocali, ringhi e brevi suoni simili a parole come “ba” o “aga”.

Questi precursori del linguaggio o protofoni, vengono poi sostituiti dalle prime parole e, infine, da intere frasi e frasi. La ricerca conferma che esistono differenze tra maschi e femmine nel numero di questi suoni. Secondo i ricercatori, questi risultati hanno implicazioni interessanti per le basi evolutive del linguaggio. “Si ritiene che le femmine abbiano un piccolo ma evidente vantaggio sui maschi nel linguaggio”, spiega D. Kimbrough Oller dell’Università di Memphis, Tennessee. “Ma nel primo anno di vita, i maschi hanno dimostrato di emettere più vocalizzazioni simili al linguaggio rispetto alle femmine”, ha affermato Oller.

L’apparente vantaggio iniziale dei neonati maschi nello sviluppo del linguaggio non dura. “Mentre i maschi hanno mostrato tassi più elevati di vocalizzazione nel primo anno, le femmine hanno raggiunto e superato i maschi entro la fine del secondo anno”, ha continuato Oller. Lo studio si è servito di un campione che comprende più di 450.000 ore di registrazioni di tutto il giorno di 5.899 neonati, attraverso l’uso di piccolo dispositivo. Queste registrazioni sono state analizzate automaticamente per contare le parole dei neonati e degli adulti nei primi due anni di vita. “Per quanto ne sappiamo, si tratta del più grande campione di studio mai condotto sullo sviluppo del linguaggio”, ha spiegato Oller. Complessivamente, i dati hanno mostrato che i neonati maschi hanno pronunciato il 10% di frasi in più nel primo anno di vita rispetto alle femmine. Nel secondo anno, la differenza si è invertita, con le femmine che hanno emesso circa il 7% di suoni in più rispetto ai maschi. Queste differenze sono state osservate anche se il numero di parole pronunciate dagli adulti, che si occupavano di questi bambini, era più alto per le femmine in entrambi gli anni rispetto ai maschi.

Secondo i ricercatori, è possibile che i bambini maschi siano vocalmente più precoci perché più attivi in generale. Ma, i dati non sembrano supportare questa ipotesi, dato che l’aumento delle vocalizzazioni nei neonati maschi scompare entro i sedici mesi, mentre il loro maggiore livello di attività fisica non lo fa. “I risultati potrebbero essere in linea con la teoria evolutiva secondo cui i neonati emettono tanti suoni fin da piccoli per esprimere il loro benessere e migliorare le proprie probabilità di sopravvivenza”, ha suggerito Oller. “Pensiamo che la maggiore vocalità dei neonati maschi sia dovuta al fatto che questi sono più vulnerabili alla morte nel primo anno di vita rispetto alle femmine e, dato che molti decessi maschili avvengono nel primo anno, i maschi potrebbero essere stati sottoposti a una pressione selettiva particolarmente elevata per produrre segnali di fitness vocale”, ha sottolineato Oller. “Nel secondo anno di vita, quando i tassi di mortalità diminuiscono drasticamente in tutti i casi, la pressione sui segnali speciali di idoneità è più bassa sia per i maschi che per le femmine”, ha concluso Oller.

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Gli italiani hanno meno fiducia nei vaccini

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173631177 e7ffe187 9e29 4c66 9d5a 3d302a5dbde9Rispetto a un anno fa la percentuale di cittadini che ritiene i vaccini uno strumento sanitario sicuro ed efficace per contrastare le malattie infettive si è ridotta dal 92% al 76%, mentre la percentuale di cittadini non sicura dell’efficacia e della sicurezza dei vaccini è cresciuta di 11 punti percentuali, dal 6% al 17%. Anche il livello di fiducia nei confronti di tutti i vaccini dopo l’esperienza della pandemia risulta aumentato solo per il 15% del campione, rispetto al 33% del 2022.

Sono alcuni dei risultati del sondaggio condotto su un campione di 2.300 cittadini realizzato da The European House- Ambrosetti in collaborazione con SWG. Secondo Rossana Bubbico, consulente dell’Area Healthcare di The European House- Ambrosetti, “questo potrebbe voler significare che l’entusiasmo registrato nella precedente rilevazione fosse dettato più dalla paura del virus che da una reale comprensione del valore dei vaccini come strumento di tutela della salute del singolo e della collettività”.

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L’apnea del sonno aumenta il rischio di ictus

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145523302 8fe58272 e5bf 4bd1 a176 08dca7b244b1L’apnea del sonno può aumentare il rischio di ictus, di malattia di Alzheimer e di declino cognitivo, secondo una nuova ricerca pubblicata su Neurology, la rivista medica dell’American Academy of Neurology. Lo studio evidenzia un’associazione tra disturbi del sonno e biomarcatori cerebrali legati a tali condizioni, ma non dimostra che le alterazioni del sonno causano cambiamenti nel cervello, né viceversa.

Lo studio ha analizzato i fattori del sonno e i biomarcatori della salute della materia bianca cerebrale. I biomarcatori misurano il grado di conservazione della materia bianca, che è importante per collegare diverse parti del cervello. Uno dei biomarcatori, le iperintensità della materia bianca, sono piccole lesioni visibili nelle scansioni cerebrali e diventano più comuni con l’età o con l’ipertensione non controllata. L’altro biomarcatore misura l’integrità degli assoni, che formano le fibre nervose che connettono le cellule nervose.

“Questi biomarcatori sono segni sensibili di malattia cerebrovascolare precoce “, ha dichiarato Diego Z. Carvalho della Mayo Clinic di Rochester, Minnesota, e membro dell’American Academy of Neurology. Scoprire che l’apnea notturna grave e una riduzione del sonno a onde lente sono associate a questi biomarcatori è importante poiché non esiste un trattamento per questi cambiamenti nel cervello; quindi, dobbiamo trovare modi per impedire che si verifichino o peggiorino”.

Lo studio ha coinvolto 140 persone

Lo studio ha coinvolto 140 persone con apnea ostruttiva del sonno con un’età media di 73 anni che hanno subito una scansione del cervello e anche uno studio durante la notte in un laboratorio del sonno.

I partecipanti non avevano problemi cognitivi all’inizio dello studio e non avevano sviluppato demenza entro la fine dello studio. Un totale del 34% aveva un’apnea notturna lieve, il 32% moderata e il 34% grave.

Lo studio del sonno ha esaminato quanto tempo le persone trascorrono nel sonno a onde lente, chiamato anche stadio 3 non REM, o sonno profondo, ed è considerato uno dei migliori indicatori della qualità del sonno.

Il sonno a onde lente

I ricercatori hanno scoperto che per ogni diminuzione di 10 punti nella percentuale di sonno a onde lente, c’era un aumento della quantità di iperintensità della materia bianca simile all’effetto di avere 2,3 anni in più.

La stessa diminuzione è stata anche associata a una ridotta integrità assonale simile all’effetto di avere tre anni in più. Le persone con apnea notturna grave avevano un volume maggiore di iperintensità della sostanza bianca rispetto a quelle con apnea notturna lieve o moderata. Avevano anche una ridotta integrità assonale nel cervello.

I ricercatori, dicono nella rivista, hanno tenuto conto dell’età, del sesso e delle condizioni che potrebbero influenzare il rischio di alterazioni cerebrali, come l’ipertensione e il colesterolo alto.

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Covid: l’OMS ha detto stop!

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Il Covid non è più un’emergenza globale. Ad annunciarlo, come già anticipato negli scorsi giorni, è stata l’Organizzazione mondiale della Sanità in una conferenza stampa condotta dal direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus in cui è stata rimossa l’allerta massima. Negli ultimi anni la pandemia ha fatto almeno 20 milioni di morti in tutto il mondo.

L’emergenza internazionale era stata dichiarata il 30 gennaio 2020. L’attesa decisione è stata ufficializzata dal direttore generale dell’Oms dopo la riunione di ieri del comitato di emergenza che ha analizzato l’attuale situazione epidemiologica.

Il Covid ha complessivamente infettato almeno 765 milioni di persone causando la morte di circa 20 milioni. Dall’inizio di quest’anno il numero dei contagi e delle vittime si è andato progressivamente riducendo a livello globale: nell’ultima settimana di aprile, l’Oms ha accertato 630 mila casi e 3.500 morti nel mondo, mentre nello scorso gennaio i positivi erano oltre un milione 300 mila e i morti 14 mila, in prevalenza per effetto della nuova ondata di casi in Cina.

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Tadalafil: cura l’impotenza ma è utile anche contro il diabete

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downloadUn gruppo di pazienti con diabete di tipo 2 ha migliorato significativamente i livelli di zucchero nel sangue a lungo termine se trattati con tadalafil ad alte dosi, un farmaco usato per trattare l’impotenza e la disfunzione erettile. Lo dimostra lo studio pilota dell’Università di Göteborg, condotto in collaborazione con il Sahlgrenska University Hospital, e pubblicato sulla rivista eClinicalMedicine. I risultati sono incoraggianti ma è necessaria la ripetizione in uno studio più ampio e per un periodo più lungo. Il tadalafil è una delle sostanze farmaceutiche attive note come inibitori della PDE5 (fosfodiesterasi di tipo 5), gruppo che comprende anche il noto farmaco Viagra. Gli inibitori della PDE5 sono usati per trattare l’impotenza o la disfunzione erettile (DE). A differenza degli altri tre inibitori della PDE5 approvati in Svezia, il tadalafil è a lunga durata d’azione e può essere prescritto in dose giornaliera.

Lo studio comprendeva 18 partecipanti, 12 uomini e 6 donne in postmenopausa. In questo studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, sono stati tutti assegnati per prima cosa, tramite selezione casuale, a ricevere una dose giornaliera elevata (20 mg) del principio attivo tadalafil o un placebo per sei settimane. Dopo un’interruzione di otto settimane, è stata data loro l’altra opzione per sei settimane. I partecipanti allo studio fungevano quindi da controllo. Poiché il tadalafil ha una serie di effetti collaterali noti (mal di testa, bruciore di stomaco, diarrea, dolori muscolari e alla schiena, pressione bassa, congestione nasale, acufeni e visione offuscata), sono stati monitorati attentamente. L’obiettivo principale era quello di verificare se il tadalafil potesse migliorare la sensibilità all’insulina dei pazienti. A questo proposito, tuttavia, non è stata rilevata alcuna differenza rispetto al placebo. D’altra parte, il tadalafil ha causato un chiaro miglioramento del controllo metabolico, basato sulla misurazione dell’emoglobina A1c (HbA1c) nei campioni di sangue. In media, il livello dell’emoglobina A1c (HbA1c) è diminuito di 2,50 mmol/mol.

Per-Anders Jansson, professore presso la Sahlgrenska Academy dell’Università di Göteborg, che ha guidato la ricerca, ha dicharato: “Si tratta di un netto miglioramento dei livelli di zucchero a lungo termine, che non avremmo mai potuto immaginare dopo sole sei settimane di trattamento supplementare in pazienti con diabete di tipo 2 ben controllato”.” Questo miglioramento della glicemia – ha affermato Jansson – è pari a quello che abbiamo riscontrato con i nuovi farmaci candidati che oggi rappresentano la quarta opzione terapeutica per il diabete di tipo 2”. “Il livello di HbA1c viene monitorato con precisione nei campioni di sangue dei pazienti in trattamento per il diabete di tipo 2. Il valore di HbA1c è tanto più elevato quanto più è alto il valore di HbA1c. Più alto è il valore di HbA1c, maggiore è il rischio di complicazioni, compresi i danni microvascolari agli occhi, ai reni e ai nervi”, ha dichiarato Jansson.

Tuttavia, i risultati dello studio pilota devono essere ripetuti in uno studio più ampio, in cui un numero maggiore di pazienti viene trattato per un periodo di tempo più lungo, cosa che il gruppo di ricerca dell’Università di Göteborg sta valutando.

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Voci dalla Farnesina – Giornata della Ricerca Italiana nel Mondo

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news voci dalla farnesinaRaccontare la Giornata della ricerca italiana nel mondo 2023 (GRIM) significa scoprire gli straordinari talenti italiani che nei campi più disparati cercano risposte per il nostro futuro. Dalla meccanica computazionale, alla robotica, passando per i cambiamenti climatici e il settore farmaceutico: le voci che si inanellano costruiscono un quadro estremamente dinamico e ambizioso di progetti di ricerca esteri finanziati dalla Farnesina. Sforzi che richiedono coraggio, inventiva, entusiasmo, determinazione: i ricercatori italiani godono di elevata stima grazie a una formazione solida, che permette loro di raggiungere traguardi di eccezionale valore. Dal podcast emerge un’Italia che sta acquisendo sempre maggiore consapevolezza sulle infrastrutture da approntare, sulle politiche da attivare: l’incertezza del domani accelera processi di ricerca multilaterali che promuovono lo scambio, il confronto, la collaborazione. La scienza delinea quindi nuovi orizzonti e favorisce ponti di dialogo che agevolano la costruzione di un mondo pacifico. Il 15 aprile 2023, nella ricorrenza della nascita di Leonardo da Vinci, è un appuntamento imprescindibile per valorizzare l’intraprendenza della rete di ricercatori italiani all’estero sostenuti dalla Farnesina.

Intervengono nell’ordine: Giuseppe Pastorelli (Direttore centrale per la Promozione integrata e l’Innovazione alla Farnesina), Francesco Ubertini (Professore ordinario di Scienza delle costruzioni presso l’Università di Bologna e Direttore del CINECA), Chiara Montanari (ingegnere e life explorer), Giorgio Metta (Direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova), Caterina Petrillo (Professore ordinario di fisica sperimentale presso l’Università di Perugia), Federico Parietti (Co-Founder e CEO di Multiple Labs), Anna Maria Bernini (Ministero dell’Università e della Ricerca e dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica).




Lavorare 4 giorni alla settimana? Solo benefici! La proposta viene dall’Australia

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downloadUn nuovo studio condotto dall’Università dell’Australia Meridionale evidenzia i benefici della settimana corta per il benessere fisico e psicologico dei lavoratori.

In vari paesi del mondo si sta sperimentando il fine settimana lungo, cioè con quattro giorno di lavoro e tre di pausa. I ricercatori australiani hanno monitorato i cambiamenti negli spostamenti quotidiani prima, durante e dopo le vacanze di un gruppo di volontari e hanno scoperto che le persone mostrano comportamenti più attivi e salutari durante le vacanze.

Nel periodo di studio di 13 mesi, in media le persone hanno svolto due o tre azioni ricreative, della durata di circa 12 giorni ciascuna. Il tipo di ricreazione più comune è stata ‘attività all’aperto’ (35%), seguita da ‘eventi familiari/sociali’ (31%), ‘riposo e relax’ (17%) e ‘impegni non legati al tempo libero’ come la cura degli altri o le ristrutturazioni domestiche (17%). In particolare, lo studio ha mostrato che durante la pausa le persone si sono impegnate in un’attività fisica moderata-vigorosa (MVPA) in più del 13% al giorno, corrispondente a circa 5 minuti in più al giorno. Inoltre, hanno trascorso 29 minuti in meno al giorno di attività sedentaria. Dalla ricerca emerge anche che i volontari hanno dormito il 4% in più al giorno, circa 21 minuti in più al giorno) .

Il ricercatore dell’Università dell’Australia Meridionale, il dottor Ty Ferguson afferma: “In questo studio, abbiamo scoperto che i modelli di movimento sono cambiati in meglio durante le vacanze, con una maggiore attività fisica e un comportamento sedentario ridotto osservato su tutta la linea. “Abbiamo anche scoperto che le persone guadagnano 21 minuti in più di sonno ogni giorno in cui sono in vacanza, il che può avere una serie di effetti positivi sulla nostra salute fisica e mentale. Ad esempio, dormire a sufficienza può aiutare a migliorare il nostro umore, le funzioni cognitive e la produttività. Può anche aiutare a ridurre il rischio di sviluppare una serie di condizioni di salute, come obesità, diabete, malattie cardiovascolari e depressione.

“È interessante notare che l’entità di questi cambiamenti è aumentata in linea con la durata della vacanza, quindi più lunga è la vacanza, migliori sono i benefici per la salute”.

Lo studio ha utilizzato i dati dello studio Annual rhythms in adults’ lifestyle and health (ARIA) in cui 308 adulti (età media 40,4 anni) hanno indossato fitness tracker 24 ore al giorno per 13 mesi. I dati sul comportamento di movimento minuto per minuto sono stati aggregati in totali giornalieri per confrontare i comportamenti di movimento prima delle vacanze, durante le vacanze e dopo le vacanze.

La professoressa Carol Maher, ricercatrice senior dell’UniSA, afferma che lo studio offre un supporto scientifico al fenomeno in crescita della settimana di quattro giorni. “Una settimana lavorativa più corta viene sperimentata dalle aziende di tutto il mondo. Non sorprende che i dipendenti abbiano riportato meno stress, esaurimento, affaticamento, nonché una migliore salute mentale e un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata”, afferma il prof. Maher. “Questo studio fornisce prove empiriche che le persone hanno uno stile di vita più sano quando hanno una breve pausa, come un fine settimana di tre giorni. Si prevede che questo aumento dell’attività fisica e del sonno avrà effetti positivi sulla salute sia mentale che fisica, contribuendo ai benefici osservati con una settimana lavorativa di quattro giorni. “È importante sottolineare che il nostro studio ha anche dimostrato che anche dopo una breve vacanza, l’aumento del sonno delle persone è rimasto elevato per due settimane, dimostrando che i benefici per la salute di una pausa di tre giorni possono avere effetti duraturi”, concludono i ricercatori.




L’Italia parteciperà alla missione spaziale su Giove

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131315011 4ae47edd e61a 4ab1 86bd 00b2f960c280Valutare l’abitabilità delle lune di Giove: questo il principale obiettivo della nuova missione spaziale Juice dell’Esa, con una forte impronta italiana. Dei 10 strumenti a bordo della sonda, quattro, infatti, sono italiani. Dopo il lancio dalla base Esa di Kourou, nella Guyana Francese, a bordo di un vettore Ariane 5, Juice sfrutterà la spinta gravitazionale della Terra, della Luna e di Venere compiendo 4 flyby planetari e dopo un viaggio di 8 anni per percorrere 700 milioni di chilometri raggiungerà Giove, quinto pianeta del sistema solare in ordine di distanza dal Sole e il più grande di tutto il sistema planetario: potrebbe contenere la Terra 1.300 volte.

Qui studierà in particolare Ganimede, Europa e Callisto, le tre lune ghiacciate dotate di oceani che orbitano attorno a Giove e che verranno esaminate alla ricerca di possibili habitat per la vita.

Alla scoperta delle lune ghiacciate

Juice – la sigla sta per (la sigla sta per JUpiter ICy moons Explorer, esploratore delle lune ghiacciate di Giove) – comincerà le sue osservazioni sei mesi prima di entrare in orbita intorno a Giove di cui analizzerà atmosfera e magnetosfera. Una volta nel sistema gioviano studierà per quattro anni come l’interazione del gigante gassoso abbia reso le sue lune così differenti; misurerà lo spessore della calotta ghiacciata di Europa che nasconde un ipotizzato oceano di acqua liquida; poi visiterà Callisto mondo ricco di crateri che potrebbe ospitare un oceano sotterraneo. Infine indagherà le condizioni di abitabilità di Ganimede l’unica luna gioviana con una magnetosfera.

La missione Esa si concluderà nel 2035, quando Juice non avrà più propellente per mantenere la sua orbita attorno a Ganimede.

I sofisticati strumenti di bordo

L’Agenzia Spaziale Italiana, affiancata dalla comunità scientifica nazionale, contribuisce alla missione con tre strumenti scientifici: Janus, Rime e 3GM più un quarto, Majis, a leadership francese realizzato attraverso un accordo bilaterale tra l’Asi e l’agenzia spaziale francese Cnes.

Gli strumenti aiuteranno gli scienziati a studiare l’ambiente di Giove e delle sue lune e sono stati realizzati anche attraverso diverse cooperazioni internazionali tra l’Asi e il Jpl/Nasa, l’agenzia tedesca DLR, il CNES e l’agenzia spaziale Israeliana, Isa. In particolare Rime (Radar for Icy Moon Exploration) è un radar sottosuperficiale ottimizzato per penetrare la superficie ghiacciata dei satelliti Galileiani fin alla profondità di 9 chilometri con una risoluzione verticale fino a 30 metri.

Per il radar Rime, Il cui Principal Investigator è dell’università di Trento, è prevista anche una collaborazione sull’uso e condivisione dei dati scientifici anche con il Jet Propulsion Laboratory (JPL) della Nasa. Quanto a Janus (Jovis, Amorum ac Natorum Undique Scrutator), si tratta di una camera ottica per studiare la morfologia e i processi globali regionali e locali sulle lune e per eseguire la mappatura delle nubi di Giove.

Majis

Per Janus, Leonardo ha realizzato, anche grazie alla collaborazione dell’Università Partenope di Napoli e dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), la telecamera ad alta risoluzione dedicata al monitoraggio dell’atmosfera di Giove e lo studio delle sue tre lune ghiacciate per la ricerca di ambienti in grado di ospitare forme di vita. La telecamera, che verrà utilizzata sotto la responsabilità scientifica dell’Inaf, è stata realizzata anche grazie alla collaborazione con l’agenzia tedesca Dlr, che ha partecipato allo sviluppo attraverso un accordo bilaterale con Asi.

3GM (Gravity and Geophysics of Jupiter and the Galilean Moons) invece è uno strumento per radio scienza che comprende un transponder in banda Ka ed un oscillatore ultrastabile (USO), realizzato in collaborazione con l’agenzia spaziale Israeliana (ISA). Sarà utilizzato per studiare il campo di gravità fino alla decima armonica di Ganimede e l’estensione degli oceani interni sulle lune ghiacciate. 3GM sarà inoltre supportato dall’accelerometro ad alta precisione (Haa) necessario per calibrare i disturbi dinamici interni del satellite, in particolare dovuti al movimento del propellente nei serbatoi.

Importante inoltre il coinvolgimento italiano per quanto riguarda la testa ottica dello strumento Majis (Moons and Jupiter Imaging Spectrometer), uno spettrometro iper-spettrale a immagine per osservare le caratteristiche e le specie minori della troposfera di Giove nonchè per la caratterizzazione dei ghiacci e dei minerali sulle lune ghiacciate.

Sono nostri la camera e lo spettrometro della sonda che tra pochi giorni partirà per Giove. È nostra una delle due sonde dirette in questi anni verso Mercurio. E la camera a plasma di Frascati è così avanzata che la utilizzano Usa e Cina. Abbiamo visitato i laboratori dell’Istituto Nazionale di Astrofisica per raccontarvelo

Majis, di responsabilità francese è stato realizzato con un accordo bilaterale tra Aai e Cnes e vede la partecipazione dell’Inaf nel coordinamento delle attività scientifiche dello strumento. Gli Enti e le Università che compongono i team scientifici per i 4 strumenti a partecipazione italiana sono:

  • Inaf – Istituto Nazionale di Astrofisica (con le sedi di Roma, Teramo, Padova e Catania)
  • Università di Trento
  • Sapienza Università di Roma
  • Università di Roma Tre
  • Università D’Annunzio di Pescara
  • Fondazione Bruno Kessler (FBK)
  • Università di Bologna
  • Università di Tor Vergata Roma
  • Istituto Geoscienze e Georisorse (IGG) del CNR
  • Università Partenope di Napoli
  • Cisas – Università Padova
  • Politecnico di Milano
  • Università del Salento.

Intervista a Enrico Suetta, responsabile ricerca e sviluppo spazio e optronica di Leonardo, nei cui stabilimenti sono stati realizzati la camera ad alta risoluzione Janus e lo spettrometro Majis, tra i principali strumenti a bordo della sonda Juice

Per quanto riguarda le industrie nazionali, la realizzazione degli strumenti vede il coinvolgimento sia di Thales Alenia Space che Leonardo. La prima si è occupata della realizzazione dello strumento Rime, del transponder in banda Ka di 3GM e dell’accelerometro HAA. La seconda ha assunto la responsabilità nella realizzazione dello strumento Janus e della testa ottica di Majis. Di Leonardo sono anche i pannelli solari di Juice, i più grandi mai realizzati per una missione interplanetaria.

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