Neuroscienze: ricerca italiana scopre la relazione tra emicrania e sensibilità alla luce
scritto da Fatti Nostri | 5 Ottobre 2022
Tra i numerosi sintomi del mal di testa c’è l’ipersensibilità alla luce, che induce chi ne soffre a cercare di passare più tempo possibile al buio durante le fasi acute. A livello scientifico questa esperienza comune è stata considerata a lungo in contraddizione con il fatto che il mal di testa porta a una diminuzione dell’attività dei neuroni nella corteccia visiva. Come fanno infatti i neuroni meno attivi a portare a una trasmissione maggiore, addirittura eccessiva, degli stimoli visivi? Lo svela uno studio nato dalla collaborazione tra l’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna, l’Istituto di Neuroscienze del CNR di Pisa e il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Padova, e pubblicato sulla prestigiosa rivista “Journal of Headache and Pain”, dedicata alle ricerche sul mal di testa. Durante l’emicrania, i neuroni sono effettivamente meno attivi ma allo stesso tempo riescono a sincronizzarsi in modo più veloce così che la risposta collettiva della corteccia visiva è in grado di propagarsi con un’efficacia addirittura eccessiva che porta all’ipersensibilità.
Un modello matematico per comprendere i comportamenti dei neuroni durante l’emicrania
“Il nostro studio mostra che i neuroni nella corteccia sono meno attivi in risposta a uno stimolo visivo – spiega Nicolò Meneghetti, primo autore del lavoro e studente PhD dell’Istituto di BioRobotica -. Questo succede a causa di un potenziamento, nelle persone con mal di testa, dei neuroni “inibitori” il cui ruolo è quello di diminuire l’attività cerebrale. Meno attività però non significa per forza che le informazioni non continuino a viaggiare: non solo i neuroni continuano a parlare tra di loro, ma proprio i neuroni inibitori sincronizzano le comunicazioni impacchettandole più velocemente di quanto non succeda senza emicrania, portando quindi a una trasmissione troppo efficace dell’informazione visiva”.
“Per capire i comportamenti patologici dei neuroni partiamo sempre da un modello matematico del comportamento sano e poi studiamo come le modifiche che la malattia induce nei singoli neuroni portino a cambiamenti nella dinamica della rete e quindi a malfunzionamenti – spiega Alberto Mazzoni, responsabile del Laboratorio di Neuroingegneria Computazionale della Scuola Superiore Sant’Anna e co-coordinatore del progetto – Questo è possibile solo con una collaborazione molto stretta tra chi acquisisce i dati e chi li analizza e modella, ovvero i neurofisiologi e i neuroingegneri. I risultati di oggi in particolare non sarebbero stati possibili senza Matteo Caleo, professore al CNR di Pisa e all’Università di Padova, che ha ideato il lavoro e ne ha guidato gli aspetti sperimentali fino alla tragica e prematura scomparsa di questa primavera. Il lavoro è dedicato a lui”.
Emicrania e non solo…
Questa scoperta apre la strada non solo a possibili cure mirate per gli effetti visivi del mal di testa, ma anche alla comprensione dei meccanismi di altre patologie che ci rendono ipersensibili alla luce. “L’emicrania – conclude Meneghetti – condivide alcune caratteristiche comuni con altre malattie, come ad esempio l’epilessia. Il nostro modello potrebbe quindi aiutare a spiegare alcune caratteristiche di queste patologie e a trovare nuove soluzioni per combatterle”. (aise)
Colesterolo, killer silenzioso: il 40% degli italiani lo sottovaluta
scritto da Fatti Nostri | 5 Ottobre 2022
Silenzioso, invisibile e sottovalutato. Il colesterolo è oggi tra i principali responsabili delle oltre 18,6 milioni di vittime per patologie cardiovascolari nel mondo, che in Italia rappresentano il 34,8% dei decessi totali. Ma queste malattie sono ancora sottovalutate, con meno di un italiano su due che riesce a distinguere il colesterolo ‘buono’ da quello ‘cattivo’.
A scattare l’allarmante fotografia è l’indagine SWG per Sanofi presentata oggi a Milano in occasione dell’incontro “La prevenzione che sta a cuore. Malattie cardiovascolari e colesterolo nei pazienti ad alto rischio: agire prima, in modo intensivo e efficace, per ridurre la mortalità”. Oltre il 40% degli intervistati sottovaluta i rischi legati ad alti livelli di colesterolo, mentre circa 1 su 3 ritiene che il rischio di mortalità legato all’ipercolesterolemia debba preoccupare solo chi ha problemi cardiaci pregressi. E ancora, meno di 1 su 2 (il 43% del campione) sa che è il colesterolo LDL ad essere dannoso per la nostra salute.
L’obiettivo della ricerca, condotta su un campione di oltre 1.200 soggetti di età compresa tra i 45 e i 74 anni, è stato quello di analizzare la conoscenza delle malattie cardiovascolari e la percezione circa le conseguenze dell’ipercolesterolemia, per offrire spunti di riflessione e stimoli concreti a pochi giorni dalla Giornata Mondiale del Cuore prevista per il 29 settembre.
“Siamo nel 2022, ma la conoscenza delle malattie cardiovascolari in Italia non è brillante, anzi”, commenta Emanuela Folco, presidente della Fondazione Italiana per il Cuore (FIPC). “Nel nostro Paese, oltre 1 decesso su 3 è imputabile alle patologie cardiovascolari. Sono la prima causa di morte sia per gli uomini, con 98mila decessi l’anno (31,7% del totale), che per le donne, con 127mila decessi l’anno (37,7% del totale)”.
Secondo Folco, i numeri sulla mortalità delle donne rappresentano “un dato molto importante, perché la donna spesso non è consapevole di essere a rischio di malattie cardiovascolari perché, per una definizione che ci portiamo dietro da anni, queste malattie sono malattie maschili. Ma questo non è vero. Le donne muoiono con una differenza di circa 10 anni rispetto agli uomini, ma muoiono per malattie cardiovascolari e non per tumore al seno. Questo ce lo dicono i numeri dell’Iss”. Ma la difficoltà nel combattere le malattie cardiovascolari, prosegue ancora Folco, sta anche nella loro “particolarità” di essere “malattie silenti”, ovvero che “si sviluppano e noi non ce ne accorgiamo, a meno che non si facciano gli esami periodici. Non ci fanno paura, ma questo è drammatico perché i numeri sono drammatici”.
L’IMPORTANZA DELLA PREVENZIONE
La chiave per combattere queste patologie ‘silenziose’ è quindi la prevenzione. Ma se il 92% degli intervistati si dice convinto che i problemi cardiocircolatori possano essere evitati, a questa convinzione non corrispondono azioni concrete. Solo per il 17% del campione, infatti, è opportuno eseguire periodicamente visite di controllo, mentre solamente il 31% si è sottoposto ad una valutazione del rischio cardiovascolare negli ultimi 12 mesi. A non poter però sottrarsi a controlli regolari sono, più degli altri, i pazienti ad alto rischio cardiovascolare che rappresentano, in base alle linee guida internazionali, la vera e urgente priorità nell’ambito degli interventi preventivi.
“Il tema della prevenzione è di grande importanza per tutti noi, ma diventa cruciale quando si parla di paziente ad alto rischio cardiovascolare”, commenta Ciro Indolfi, presidente della Società Italiana di Cardiologia. Chi è stato colpito da un evento cardiovascolare, infatti, corre un rischio elevato di andare incontro ad un nuovo infarto o Ictus negli anni successivi. Eventi che potrebbero essere sensibilmente ridotti se venissero sempre più implementate le strategie di prevenzione secondaria”.
Indolfi spiega quindi che “proprio nella direzione di un trattamento precoce e rapido va l’abbassamento delle soglie di colesterolo LDL per l’accesso ai nuovi farmaci anti-colesterolo PCSK9, recentemente pubblicate in Gazzetta Ufficiale da AIFA. Evidenze scientifiche dimostrano come il colesterolo LDL sia causa delle patologie cardiovascolari, non un fattore di rischio, e come la sua riduzione rappresenti uno degli obiettivi principali per limitare eventi cardiovascolari quali l’infarto miocardico e contrastare la mortalità”.
Il presidente della Società Italiana di Cardiologia aggiunge quindi che “le linee guida della Società Europea di Cardiologia suggeriscono in prevenzione secondaria livelli di colesterolo LDL inferiori a 55 mg/dl e, in alcuni pazienti particolarmente a rischio, livelli di LDL-C ancora più bassi e inferiori a 40 mg/dl. Questi obiettivi così ambiziosi possono essere oggi raggiunti grazie a nuovi farmaci come gli anticorpi monoclonali, che sono inibitori della proteina PCSK9, capaci di ridurre del 60% il livello di colesterolo cosiddetto cattivo, dimostrando un chiaro beneficio clinico nei pazienti con elevato rischio cardiovascolare”.
Il paziente ad alto rischio cardiovascolare ha subìto uno o più eventi cardiovascolari ed è un paziente cronico che come tale va trattato. Sebbene sia spesso in terapia con farmaci orali come le statine e ezetimibe, continua a registrare alti livelli di colesterolo LDL. Per questo la sua gestione rappresenta oggi una delle principali complessità per i Sistemi Sanitari Nazionali.
“La cosa più importante è trattare dal punto di vista terapeutico e farmacologico il profilo lipidico”, spiega Giuseppe Di Tano, presidente Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO) Lombardia. “La misura dell’adeguatezza del trattamento ce le danno le LDL, un parametro silente dal punto di vista sintomatico ma facilmente riproducibile e oggettivo, che permette al medico di famiglia o al cardiologo di essere molto incisivi”.
“Se le statine, che sono i farmaci più correntemente utilizzati, non riescono a garantire un livello di Ldl adeguato, bisogna aggiungere un altro farmaco. La ricerca- aggiunge ancora Di Tano- sta aiutando perché rispetto alla cura dell’ipercolesterolemia adesso abbiamo farmaci molto aggressivi e molto efficaci, perché agiscono su dei parametri molto fini e quindi permettono di raggiungere dei livelli più bassi di Ldl, a fronte di effetti collaterali più bassi”.
Ma se la ricerca va avanti, sulla percezione dell’ipercolesterolemia che c’è ancora tanto da fare. Secondo la ricerca, infatti, il 20% degli italiani non conosce neppure i rischi derivanti da alti livelli di colesterolo, mentre per il 42% il controllo del livello del colesterolo dipende solamente dalla dieta alimentare e dall’attività fisica, trascurando quindi l’efficacia terapeutica. Ma questa condizione cronica ha un impatto anche sulla vita del paziente: sale fino all’80%, infatti, la percentuale di persone con colesterolo alto che dichiara di aver cambiato le proprie abitudini, con maggior riguardo alla vita familiare (24%) e perfino lavorativa (11%).
“In Sanofi siamo quotidianamente impegnati nello studio di soluzioni terapeutiche innovative e programmi per il miglioramento della qualità di vita e della sopravvivenza dei pazienti con malattie cardiovascolari”, dichiara Andrea Rizzi, Medical Head General Medicines di Sanofi Italia. “È un impegno concreto che si esplicita anche in un contributo in termini di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, pazienti e caregiver, su come vada alzato il livello di attenzione relativo all’impatto che questo tipo di malattie hanno sulla nostra società e sul sistema sanitario nazionale”.
ag. DIRE – www.dire.it
Samantha Cristoforetti ha assunto il comando dell’Iss (VIDEO)
scritto da Fatti Nostri | 5 Ottobre 2022
Samantha Cristoforetti è il nuovo comandante della Stazione Spaziale Internazionale. A suggellare il momento la cerimonia simbolica della consegna delle chiavi da parte del precedente comandante e compagno russo dell’Expedition 67, Oleg Artemyev e il rito della campanella.
Nei sei mesi di permanenza sulla Stazione spaziale internazionale, gli astronauti dovranno compiere circa 150 esperimenti, sei dei quali sono stati progettati da scienziati e ricercatori italiani
“Grazie davvero alle italiane e agli italiani che mi hanno sempre supportata e seguita in questa missione con affetto – queste le prime parole della Cristoforetti – è un privilegio e un onore per me poter rappresentare l’Italia nello spazio“.
Guidoni: “Un grande risutlato per l’Europa e l’Italia”
“Il passaggio del comando della Stazione spaziale internazionale a Samantha Cristoforetti è innanzitutto un grande risultato per lei, che corona la sua carriera raggiungendo il livello più alto dell’equipaggio”, ha commentato all’AGI Umberto Guidoni, il primo astronauta italiano salito a bordo della Stazione internazionale spaziale. “Ma è anche un risultato importante per l’Europa – aggiunge Guidoni – perché sancisce il fatto che i nostri astronauti sono ormai, come esperienza e qualifica, all’altezza dei russi e degli americani che all’inizio erano gli unici che comandavano la stazione. E infine, per l’Italia è un riconoscimento del ruolo che ricopre all’interno dell’Europa: basti pensare che circa la meta’ dei moduli attualmente in orbita sono stati realizzati in Italia”.
agi.it
La luce blu dei led ci sta facendo perdere il sonno
scritto da Fatti Nostri | 5 Ottobre 2022
La transizione alla radiazione di luce blu in tutta Europa aumenta la soppressione dell’ormone del sonno, la melatonina, affermano gli scienziati. Con danni per la salute umana e animale. Ad affermarlo sono gli accademici dell’Università di Exeter, capoluogo della contea inglese di Devon, che hanno rilevato un cambiamento nelle tecnologie d’illuminazione che i paesi europei hanno adottato per la notte dopo aver utilizzato le immagini della Stazione Spaziale Internazionale (Iss).
Il punto è che le emissioni di colore arancione delle vecchie luci al sodio vengono rapidamente e progressivamente sostituite da emissioni di colore bianco dei Led, che hanno luce più intensa. E sebbene l’illuminazione a Led sia più efficiente in termini energetici e costi meno, i ricercatori rilevano che l’aumento della radiazione blu sta causando “importanti impatti biologici” in tutto il continente. Non mancano appunti agli studi precedenti, che “hanno sottovalutato l’impatto delle radiazioni di luce blu e gli effetti dell’inquinamento luminoso”.
Tra le conseguenze sulla salute, scrive il Guardian, “c’è la sua capacità di sopprimere la produzione di melatonina, l’ormone che regola il sonno negli esseri umani e in altri organismi”. Numerosi studi scientifici avvertono che una maggiore esposizione alla luce blu artificiale può peggiorare il sonno e può portare a una varietà di condizioni di salute che nel tempo diventano “croniche”.
Le ricadute del fenomeno della luminosità del pianeta sono di diverso ordine e grado. Ha ridotto la visibilità delle stelle nel cielo di notte, ciò che “potrebbe avere un impatto sul senso della natura delle persone”. Di sicuro ce l’ha sull’alterazione dei modelli comportamentali degli animali, come pipistrelli e falene, “può cambiare i loro movimenti verso o da fonti di luce”. Tra i paesi individuati per essere i più colpiti dai Led c’è il Regno Unito, specie per il rischio di soppressione della melatonina. Pubblicato sulla rivista Science Advances, lo studio sottolinea come anche Italia, Romania, Irlanda e Spagna siano state identificate come paesi vulnerabili agli impatti delle radiazioni di luce blu a Led, avvertiti molto meno in Austria e Germania, che ancora alimentano gran parte dell’illuminazione notturna con gas più vecchi e lampadine fluorescenti.
“Dovremmo considerare la luce da una prospettiva biologica più ampia rispetto a quella dei soli esseri umani – consigliano gli scienziati – per concentrarci su un’illuminazione di migliore qualità e armoniosa con il nostro mondo naturale. Una migliore qualità e livelli di illuminazione inferiori aiuterebbero a risparmiare energia e a ridurre i costi finanziari, rendendo anche il nostro ambiente più sicuro per gli invertebrati”. Ed esortano il governo del Regno Unito a ridurre i livelli di inquinamento luminoso, perché finora la misurazione nel paese è stata “irregolare e non coordinata”.
Cancro al colon-retto: complici i cibi ultra-lavorati
scritto da Fatti Nostri | 5 Ottobre 2022
Un team guidato da ricercatori della Tufts University e dell’Università di Harvard ha scoperto un legame tra l’elevato consumo di alimenti ultra-lavorati e un aumentato rischio di cancro del colon-retto. In uno studio pubblicato il 31 agosto su The “BMJ”, i ricercatori sostengono che gli uomini che consumano cibi ultra-elaborati avevano il 29 per cento in più di rischio di sviluppare il cancro del colon-retto, il terzo cancro più diagnosticato negli Stati Uniti, rispetto agli uomini che ne consumavano molto di meno. Non hanno trovato la stessa associazione nelle donne.
“Abbiamo iniziato pensando che il cancro del colon-retto potesse essere il cancro più colpito dalla dieta rispetto ad altri tipi di cancro – ha affermato Lu Wang, autore principale dello studio e ricercatore post-dottorato presso la Friedman School of Nutrition Science and Policy della Tufts – le carni lavorate, la maggior parte delle quali rientrano nella categoria degli alimenti ultra-lavorati, sono un forte fattore di rischio per il cancro del colon-retto. Gli alimenti ultra-lavorati sono anche ricchi di zuccheri aggiunti e poveri di fibre, che contribuiscono all’aumento di peso e all’obesità, e l’obesità è un fattore di rischio consolidato per il cancro del colon-retto”.
Lo studio ha analizzato le risposte di oltre 200mila partecipanti – 159.907 donne e 46.341 uomini – in tre ampi studi prospettici che hanno valutato l’assunzione dietetica e sono stati condotti per più di 25 anni. Le analisi hanno rivelato differenze nei modi in cui uomini e donne consumano cibi ultra-lavorati e il potenziale rischio di cancro associato. Dei 206mila partecipanti seguiti per più di 25 anni, il team di ricerca ha documentato 1.294 casi di cancro del colon-retto tra gli uomini e 1.922 casi tra le donne.
Il team ha scoperto che l’associazione più forte tra il cancro del colon-retto e gli alimenti ultra-lavorati negli uomini era legato alla carne, al pollame o ai prodotti pronti a base di pesce. Il team ha anche scoperto che un maggiore consumo di bevande zuccherate, come bibite gassate, bevande a base di frutta e bevande a base di latte zuccherato, è associato a un aumentato rischio di cancro del colon-retto negli uomini.
Tuttavia, non tutti gli alimenti ultra-lavorati sono ugualmente dannosi per quanto riguarda il rischio di cancro del colon-retto. “Abbiamo trovato un’associazione inversa tra latticini ultra-elaborati come lo yogurt e il rischio di cancro del colon-retto tra le donne”, ha affermato il co-autore senior Fang Fang Zhang , epidemiologo del cancro e presidente ad interim della Divisione di epidemiologia della nutrizione e scienza dei dati presso la Friedman School.
Nel complesso, non c’era un legame tra il consumo di cibo ultra-elaborato e il rischio di cancro del colon-retto tra le donne. È possibile che la composizione degli alimenti ultra-lavorati consumati dalle donne possa essere diversa da quella degli uomini.
agi.it
Massa: è salva dopo una lunga operazione la bimba moldava nata con il cuore a destra
scritto da Fatti Nostri | 5 Ottobre 2022
Il suo cuore, da quando è nata, dieci anni fa, batteva a destra e presentava diverse malformazioni. Ora, uno straordinario intervento eseguito da una équipe dell’Ospedale del Cuore della Fondazione Monasterio di Massa ha praticamente fatto rinascere la piccola Nicoleta.
La bambina era arrivata a luglio dalla Moldavia con una diagnosi importante: trasposizione congenitamente corretta delle grandi arterie in destrocardia con atresia polmonare e ampio difetto del setto interventricolare. La piccola, già quando aveva solo nove mesi, era stata sottoposta in Moldavia a un percorso chirurgico; nel frattempo era partito un percorso di cooperazione sanitaria internazionale, svolto dall’Associazione “Un cuore un mondo” e dalla Fondazione Monasterio.
A luglio Nicoleta è arrivata in Italia per completare con un’altra operazione un percorso chirurgico palliativo iniziato in Moldavia. Ma dopo settimane di studio e confronto nel team multidisciplinare formato da cardiochirurghi, cardiologi e cardio-anestesisti, i medici, all’unanimità, decidono di sottoporre Nicoleta a un intervento completamente diverso, lungo, estremamente delicato, ma risolutivo per il suo cuore.
L’operazione ha impegnato l’équipe per circa 10 ore in sala operatoria ed è stato classificato, per complessità e rischio di mortalità, al livello più alto secondo la classificazione della “Society of Thoracic Surgeons – European Association for Cardio-Thoracic Surgery Congenital Heart Surgery Mortality Categories”.
Ora, la risonanza magnetica cardiaca post operatoria ha dimostrato che il suo cuore è stato corretto al 97 per cento: Nicoleta potrà condurre una vita normale.
L’intervento è stato eseguito da una équipe guidata da Vitali Pak, da oggi direttore della cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale del Cuore di Massa della Fondazione Monasterio. Cinquantenne, nato in Uzbekistan da genitori coreani, Pak ha completato i suoi studi universitari di medicina e di specializzazione in cardiochirurgia in Russia. Dal 2012 rientra in Italia dopo alcune esperienze negli ospedali di Bergamo, Parigi, Cincinnati nella cardiochirurgia neonatale, come quella relativa a un intervento su un bambino di un giorno, del peso di 400 grammi e il cuore delle dimensioni poco più grandi di una noce.
“È stata una scelta difficile, ma assolutamente condivisa con tutta la squadra: noi eravamo pronti – spiega Pak -. Tre erano le difficoltà dell’intervento: la rara cardiopatia congenita, la morfologia del cuore a destra, e il fatto di dover intervenire su un cuore che già aveva subito un’operazione, elemento che, quindi, aggravava il – già presente – rischio operatorio. Bisogna avere coraggio, e credere nell’équipe: e io ci credo, nei singoli, come medici e come persone, e nel gruppo. Per questo, ringrazio Gaia Viganò e Duccio Federici, i cardiochirurghi che erano al mio fianco, Alexandru Morosan, il cardio-anestesista che era in sala, Alba Buselli, tecnico perfusionista, Daniela Pardini, tecnico di anestesia, e Rossana Vinciguerra, strumentista di sala”.
agi.it
Houston: torna il “Caffè della scienza”
scritto da Fatti Nostri | 5 Ottobre 2022
Nuovo appuntamento con i “Caffè della scienza” promossi a Houston dall’Ufficio scientifico del Consolato generale. Domani, venerdì 26 agosto, si parlerà di neuroterapie, tra ricerca e business.
“Navigare nello spazio neuroterapeutico: un viaggio allo scoperta dei farmaci, dal mondo accademico alla piccola impresa” il tema dell’intervento di Fernanda Laezza (MD PhD, Graduate Program Director & Professor Department of Pharmacology & Toxicology University of Texas Medical Branch) speaker dell’incontro, che si terrà in lingua inglese.
Appuntamento domani dalle 17.00 al The Brochestein Pavilion – Rice University (6100 Main St., Houston, TX 77005).
Per partecipare occorre confermare la propria presenza inviando una email all’indirizzo houston.scienza@esteri.it.
Perché la sanità calabrese finirà in mano ai medici cubani
scritto da Fatti Nostri | 5 Ottobre 2022
Emergenze e polemiche: alla sanità calabrese non mancano né le une né le altre, e anche la cronaca di oggi lo conferma con la coda direazioni all‘accordo che il presidente della Regione e commissario Roberto Occhiuto ha siglato con una società statale del governo di Cuba per l’invio in Calabria di un contingente di medici caraibici per sostenere un servizio regionale fiaccato dalla carenza di personale.
Emergenze e polemiche, quelle che a cadenza praticamente quotidiana stanno accompagnando quasi 13 anni di piano di rientro e 12 anni di commissariamento del settore, un lungo lasso di tempo che finora non ha prodotto quello che doveva produrre: il risanamento e il rilancio della sanità calabrese.
Da alcuni mesi, dopo anni di fallimentari gestioni di matrice governativa, a guidare la sanità calabrese è il presidente della Regione Roberto Occhiuto, ora anche commissario, che ha affrontato di petto la questione spendendosi anzitutto per ovviare al gravissimo deficit di operatori sanitari, che sono oggettivamente pochi per un settore che rischia di crollare definitivamente sotto il peso di criticità vecchie e nuove, come la pressione del Covid 19 sulla rete ospedaliera e assistenziale.
Il quadro di estrema difficoltà lo evidenzia lo stesso commissario Occhiuto nel decreto che ha suggellato l’accordo con la società cubana, “Comercializadora de Servicios Medicos Cubanos S.A. (Csmc S.A.)”, questo il nome completo.
“In Calabria – si legge nel Dca di Occhiuto – la carenza di personale medico, determinatasi a causa del blocco del turn over conseguente al piano di rientro dal debito sanitario, i ritardi registratisi nelle procedure di reclutamento e la scarsa partecipazione di candidati alle anzidette procedure, impongono una nuova valutazione sull’assetto degli organici ed un intervento immediato di potenziamento delle strutture nelle aree più critiche”, e – prosegue il decreto – “da una ricognizione dei fabbisogni di personale delle Aziende del Ssr è emerso uno scostamento significativo tra il fabbisogno teorico di personale rilevato dalle Aziende e le unità in servizio”.
In concreto, sarebbero oltre 2.400 le unità che mancano all’appello nella sanità calabrese, un “vulnus” che non si riesce a sanare perché i concorsi vanno deserti visto che nessun operatore se la sente di scendere in Calabria e di lavorare in un settore pieno di disagi.
Un settore che peraltro sta manifestando segni di inversione di tendenza: l’ultimo tavolo di verifica interministeriale ha infatti registrato passi avanti nella gestione contabile con la guida Occhiuto, anche se l’avanzo riscontrato – oltre 26 milioni – sarebbe dovuto a un maggiore finanziamento per la Calabria nel 2021 e anche se il debito commerciale è ancora quantificato, a fine dicembre scorso, a oltre un miliardo.
Resta però drammatica la carenza di personale, da qui la decisione di Occhiuto di avviare una trattativa con la società Csmc S.A., società commerciale con capitale totalmente detenuto dallo Stato cubano che ha già affiancato anche altre regioni italiane nella fase più acuta del Covid 19.
Nell’accordo, che prevede – per come annunciato da Occhiuto – l’arrivo in Calabria di 497 medici cubani, ovviamente a scaglioni, “all’occorrenza”, si dispone che i medici cubani contrattualizzati opereranno “in termini funzionali alle direttive dei responsabili delle strutture degli enti sanitari ospitanti, impegnandosi a svolgere le loro attività sulla base degli standard, protocolli e regolamenti applicabili sul territorio della Repubblica Italiana”.
La Csmc si impegna a “garantire che gli operatori sanitari cubani abbiano le capacità professionali e l’esperienza adeguata e necessaria per l’esercizio delle attività sanitarie per le quali risultano titolari di apposita specializzazione”.
A sua volta la Regione si impegna a “informare gli operatori sanitari cubani dei protocolli degli standard terapeutici utilizzati presso la Regione Calabria e le aziende del servizio sanitario regionale di assegnazione e impartire loro un corso di perfezionamento linguistico, medicina legale e organizzazione”.
Il fatto è che l’intesa con Cuba non sarà a costo zero per la Regione Calabria. Per ogni medico – si legge nello schema di accordo – la Regione Calabria “corrisponderà a Csmc un corrispettivo mensile onnicomprensivo pari a 3.500 euro”, compenso che sarà corrisposto a cadenza trimestrale, e a ciascun operatore sanitario l’importo forfettario netto mensile di 1.200 euro, a copertura delle spese di mantenimento”.
Sarà sempre la Regione a farsi carico dei costi di viaggio Italia-Cuba (due andata/ritorno all’anno) e delle spese di alloggio, nonché dei costi per la formazione integrativa”. Per ciascun medico, dunque, la Regione prevede un budget di 4.700 euro al netto delle spese di alloggio.
Se si dovesse arrivare a utilizzare effettivamente tutti i 497 medici cubani l’esborso sarebbe di oltre 2,3 milioni di euro al mese e circa 28 milioni all’anno. Ovviamente, com’era prevedibile, l’accordo ha scatenato numerose reazioni, tra quanti difendono la scelta del governatore Occhiuto e quanti la contestano: Forza Italia, il partito di Occhiuto, e l’intera maggioranza di centrodestra alla Regione parlano di “strumento di successo” per sopperire alla necessità di reclutare nell’immediato addetti ai servizi sanitari, mentre il centrosinistra critica la sostanziale “delegittimazione” degli operatori calabresi e il costo eccessivo dell’operazione, la Cgil chiede un incontro a Occhiuto sostenendo che bisogna rispettare i contratti collettivi nazionali e la senatrice Bianca Laura Granato sostiene che “continua la sfacciata e impertinente propaganda, che a poche settimane dalle Politiche diventa anche elettorale, del presidente della Regione nonché commissario ad acta per la sanità, sulla pelle dei calabresi e il sacrosanto diritto alla cura”.
agi.it
La mosca ‘lanterna maculata’, l’insetto che preoccupa New York
scritto da Fatti Nostri | 5 Ottobre 2022
L’ultima emergenza di New York è un insetto invasivo. Una mosca, per la precisione. Meglio, una “lanterna maculata” che i newyorkesi hanno chiesto agli scienziati di debellare al più presto e senza pietà alcuna perché può devastare colture come uva e mele, danneggiare gli alberi rendendo sgradevole la possibilità di stare e vivere all’aria aperta, specie in questa stagione caratterizzata da un caldo oltre misura.
Le mosche, dette anche “lanterne volanti” hanno cominciato la loro più robusta invasione dell’area metropolitana quando sono apparse per la prima volta nel 2020. Riporta il New York Times: “Da quando le ‘mosche lanterne’, originarie di parti dell’Asia, sono arrivate negli Stati Uniti nel 2011 – dentro un cumulo di detriti, come affermano gli scienziati – sono state documentate infestazioni in dodici stati, tra cui Pennsylvania e New Jersey, a Long Island, nella valle dell’Hudson e New York occidentale”. Per altro questi insetti “sono facili da identificare, volano goffamente e si fanno vedere dalle persone, non sono solo nei boschi, e il loro contrasto da parte dei cittadini favorisce molto la partecipazione della popolazione, che si organizza per abbatterle in proprio, schiacciandole, calpestandole come può.
Non sono pochi, però, coloro che pensano che la massiccia presenza di questi fastidiosi insetti sia dovuta all’effetto del riscaldamento del pianeta. Tuttavia, sono anche molte le agenzie ambientali cittadine e statali che diffondono istruzioni su come identificare gli insetti (le larve sembrano zecche, mentre gli adulti assomigliano a falene maculate grigie, con colorazione rossa spesso nascosta dietro le ali), su come evitare che si diffondano (controllare le auto prima di mettersi in viaggio), su come documentarle e segnalarle e su come acquistare o costruire delle trappole che siano al tempo stesso efficaci ma anche ecocompatibili. Joseph Borelli, un repubblicano membro del consiglio comunale di Staten Island, ha recentemente esortato i dipartimenti dei parchi e della salute della città ad agire contro le mosche che imperano. E in una lettera riportata per la prima volta dallo Staten Island Advance, ha definito questi insetti una “nuova minaccia per la nostra ecologia” che si sta “riproducendo a un ritmo allarmante” e spaventando alcuni residenti, sebbene le mosche non danneggino direttamente gli esseri umani o gli animali.
La battaglia dei cittadini contro le mosche invasive è davvero la strada da percorrere? Marielle Anzelone, ecologista urbana di New York, afferma in una dichiarazione al quotidiano di New York che la domanda è di per sé anche un enigma più ampio che investe il ruolo degli individui e dei governi nell’affrontare problemi ambientali tentacolari e al tempo stesso difficili da risolvere. Borelli non ha invece aspettato che fosse un’agenzia cittadina ad agire. Tant’è che lo scorso sabato, in un parco nel quartiere di Tottenville a Staten Island, ha personalmente sponsorizzato un seminario gratuito per costruire trappole contro le “mosche lanterna”.
Intanto il dibattito ferve, perché alcuni sostenitori delle piante autoctone vedono un aspetto positivo per l’invasione in corso: le “mosche delle lanterne” si nutrono infatti dell’albero del paradiso, o ailanthus, un’altra specie asiatica anch’essa invasiva e in rapida crescita importata nel 1700 per drenare le paludi e ombreggiare le strade. E New York ha una relazione di vero amore-odio con l’ailanthus, tanto da giustificare e accettare – di conseguenza –la presenza delle stesse fastidiosissime “mosche lanterna”. Tuttavia, documenta il New York Times, interrogativi e titubanze a parte, “la signora Anzelone ha deciso da che parte stare ieri direttemente con i propri piedi. Ha avvistato una lanterna su un marciapiede di Brooklyn. L’ha fotografata. Poi l’ha calpestata. E con una certa soddisfazione. “Ho fatto la mia piccola parte”, ha detto.
agi.it
Cile: nasce la Associazione Ricercatori e Accademici Italiani
scritto da Fatti Nostri | 5 Ottobre 2022
Con la presenza dei Sottosegretari alla Scienza e Tecnologia, Carolina Gainza, e ai Beni Culturali, María Paulina Soto, è stata costituita l’Associazione Ricercatori e Accademici Italiani in Cile (ARSIC),
Motivati a creare “un legame più stretto tra scienza, tecnologia e cultura” tra i due Paesi, cinquanta ricercatori e personalità della cultura e del mondo accademico si sono incontrati presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura, diretto da Cristina di Giorgio.
Il sottosegretario Gainza, spiegando “La strategia di sviluppo scientifico in Cile”, ha affermato che l’obiettivo del governo del presidente del Fronte, Gabriel Boric, è “mettere la ricerca che si fa nel Paese al servizio della persone” e “per questo è necessario rafforzare le scienze”.
Ha aggiunto che è necessario “avanzare verso un nuovo modello di sviluppo, che non si riduca a mera crescita economica, ma incorpori ecologia, sostenibilità, ricerca”.
A sua volta, il sottosegretario Soto ha sottolineato l’importanza del patrimonio immateriale e collettivo e ha fatto riferimento all’importanza di “desmonumentalizzare” sottolineando che il patrimonio non si riduce agli edifici.
L’astronomo Ivo Saviane, eletto primo presidente dell’ARSIC, ha indicato gli obiettivi e gli statuti che avrà la neonata Associazione.
L’addetto scientifico italiano in Cile, Massimo Turatto, ha affrontato il rapporto scientifico tra i due Paesi e ha spiegato come funziona il sistema Ricerca e Sviluppo in Italia con 91 università, istituti di ricerca pubblici e aziende private.
Ha anche fatto riferimento al declino dei ricercatori, alla “fuga di cervelli” dei giovani e all’invecchiamento in quest’area.
Al termine della cerimonia, l’ambasciatore italiano in Cile, Mauro Battocchi, ha spiegato all’ANSA che “l’attuale diplomazia ha la sua nuova frontiera nella conoscenza e scienza e tecnologia fanno parte di questa frontiera come nuovo modo di sviluppare le relazioni internazionali. Cile It è in una fase molto interessante in cui il Paese vuole cambiare la propria matrice produttiva e conoscitiva, quindi penso che sia una fase in cui la collaborazione con l’Italia, il sistema di conoscenza italiano, può essere fondamentale per entrambi i Paesi”.
Ha ricordato il progetto biotecnologico di alta qualità in costruzione in Cile, dove “saranno realizzati prodotti tecnologici e vaccini all’avanguardia con tecnologia italiana, ma con la formazione di capitale umano cileno, che sarà formato a Roma. È un “win win” in cui l’Italia esporta la propria tecnologia e il Cile cresce e sviluppa la propria capacità produttiva manifatturiera”.
Ha sottolineato che questa nuova rete di scienziati ha un potenziale molto alto, “abbiamo già 150 persone che conosciamo dalla rete di scienziati, ma Massimo (Turatto) sta contando che probabilmente è il doppio e di più, perché sono nelle regioni. Creando la rete si creeranno tante sinergie, tante possibilità di cooperazione, conoscenza e sviluppo. È un primo passo, ma sono sicuro che continueremo a dargli nuovi contenuti con enormi potenzialità”.
Interrogato sull’importanza che l’Italia attribuisce al Cile per aver nominato un addetto scientifico, il diplomatico ha affermato che “la qualità delle università e della ricerca in Cile è molto buona, quindi per me personalmente era fondamentale avere una persona che potesse e possa ora lavorare giorno per giorno in quest’area della cooperazione scientifica e tecnologica. Il Paese se lo merita”.
Inoltre, ha affermato, “il paese ha un territorio incredibile per tutti i tipi di studi, astronomia, vulcanologia, sismologia, Antartide, quindi dobbiamo approfittarne”.
Riguardo al messaggio che il suo Paese vuole trasmettere con questo incontro tra scienza e cultura, Battocchi ha sottolineato che “l’Italia esporta prima la cultura, l’Italia è un Paese fondato su un forte senso dell’umanesimo e una forte presenza culturale artistica nella vita del Paese. Per per noi è naturale esportarlo e la scienza fa parte di questa costellazione, di questa galassia di conoscenza, così come la collaborazione, per noi è fondamentale Abbiamo una rete di 50 addetti scientifici, è naturale che ne abbiamo uno in Cile e di lavorare per sviluppare questo tipo di collaborazione”, ha aggiunto. (ANSA).