Proteina può predire rischio diabete e morte per cancro: lo studio

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laboratorio ricerca 123rfUna proteina potrebbe predire il rischio che una persona ha di ammalarsi di diabete o di morire per un cancro. Si chiama prostasina e secondo uno studio pubblicato su ‘Diabetologia’, la rivista dell’Associazione europea per lo studio del diabete (Eadv), quando è presente nel sangue in grandi quantità può aumentare del 76% le probabilità di sviluppare la ‘malattia del sangue dolce’ e del 43% quelle di decesso da tumore, con un’associazione particolarmente marcata nel caso in cui alla prostasina alta si associ anche iperglicemia.

I ricercatori hanno analizzato campioni ematici di 4.658 adulti (età media 58 anni, 40% uomini), prelevati nell’ambito del Malmö Diet and Cancer Study, maxi ricerca prospettica in corso dai primi anni Novanta nella città di Malmo nel sud della Svezia. L’analisi pubblicata è “la più completa del genere mai condotta finora e getta nuova luce sul legame biologico tra diabete e cancro”, afferma Gunnar Engström della Lund University di Malmö, co-autore principale del lavoro che indica la prostasina – presente principalmente nelle cellule epiteliali che rivestono le superfici interne ed esterne del corpo – come “un nuovo potenziale marker di rischio per lo sviluppo del diabete e la mortalità per cancro, specialmente nelle persone con livelli elevati di zucchero nel sangue”, sottolinea il primo autore della ricerca Xue Bao, dell’ospedale affiliato alla University Medical School di Nanchino, in Cina. Un indicatore ‘spia’ “facilmente accessibile”, precisa, perché misurabile attraverso un semplice prelievo.

I risultati che correlavano i livelli di prostasina al rischio di diabete e di morte per cancro sono rimasti validi anche dopo averli corretti tenendo conto di svariati fattori confondenti tra cui età, sesso, girovita, livelli di colesterolo cattivo, pressione, assunzione di farmaci, abitudine al fumo e all’alcol. Gli autori evidenziano tuttavia che lo studio è osservazionale e ne descrivono diversi limiti: per esempio i campioni di sangue utilizzati erano rimasti conservati per almeno un decennio, e i dati ottenuti su partecipanti di una città svedese potrebbero non essere generalizzabili su ampia scala ad altre popolazioni.

Benché sia noto che le persone con diabete di tipo 2 hanno circa il doppio delle probabilità di ammalarsi di cancro al pancreas, all’endometrio e al fegato, e un rischio maggiore del 30% di tumore all’intestino e del 20% superiore di cancro al seno, i meccanismi alla base di questo link restano poco conosciuti.

I ricercatori si sono concentrati sulla prostasina per i suoi effetti nella regolazione dei livelli di sodio, del volume ematico e della pressione sanguigna, e perché è stato osservato che la sostanza incide sulla crescita tumorale indotta dall’iperglicemia ed è associata al metabolismo del glucosio. Hanno così scoperto che concentrazioni elevate di prostasina sono correlate alla presenza di diabete (le persone con livelli di proteina nel quartile più alto avevano quasi il doppio delle probabilità di soffrirne rispetto a quelle con concentrazioni di prostasina nel quartile più basso) e che la proteina era significativamente associata alla mortalità sia per cancro sia per tutte le cause. Per ogni raddoppio della concentrazione di prostasina, il rischio di mortalità per tumore aumentava rispettivamente del 139% e del 24% tra i partecipanti con e senza livelli elevati di glucosio nel sangue. Nessuna correlazione è stata invece riscontrata con la mortalità cardiovascolare.

“Poiché la prostasina ha un ruolo nel controllo di diverse vie biologiche associate al diabete, che sono coinvolte anche nell’insorgenza di alcuni tumori, potenzialmente – ipotizza Xue Bao – potrebbe mediare il processo” che collega un “elevato livello di zucchero nel sangue al cancro, o almeno potrebbe agire come un marker di suscettibilità ai tumori nelle persone con glicemia alta. Per analizzare più in dettaglio questo aspetto, in studi futuri sarà utile tracciare le origini esatte della prostasina” che circola “nel sangue e determinare se l’associazione tra prostasina e diabete sia causale”.

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Anche un italiano lavora all’auto supertecnologica di Apple

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lamboSebbene non ne abbia mai fatto menzione esplicitamente, Apple è al lavoro da anni sul progetto della Apple Car, una automobile iper tecnologica firmata dall’azienda di Cupertino.

Bloomberg riporta oggi che Apple ha assunto una nuova figura chiave per arricchire il team del progetto, ovvero l’italiano Luigi Taraborelli, veterano dell’industria delle auto con venti anni di esperienza in Lamborghini. Taraborelli ha lavorato a lungo nel reparto ricerca e sviluppo dell’azienda emiliana, per poi specializzarsi nello sviluppo di concept legati agli chassis e dinamica dei veicoli. Ha collaborato allo sviluppo di diversi modelli di Lamborghini, quali Urus, Huracan e Aventador. Ha iniziato nel 2001 e ha lasciato la compagnia nel maggio di quest’anno.

Taraborelli diventerà uno dei senior manager del “Project Titan”, questo il nome in codice di Apple Car, che dovrebbe vedere finalmente la luce entro la fine del decennio sotto forma di un veicolo completamente elettrico con capacità di guida autonoma al cento per cento. A capo del progetto c’è il VP di Apple Kevin Lynch, che per la Mela ha già realizzato il concept originale di Apple Watch.

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Covid, allo studio vaccino nasale: promettente anche contro contagi

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laboratorio covid afpNon si ferma il cammino degli scienziati verso la meta di un vaccino anti-Covid nasale. In molti lo stanno studiando. E il tema torna d’attualità con una nuova ricerca pubblicata su ‘mBio’, rivista open access dell’American Society for Microbiology. Nel nuovo lavoro un team di ricercatori Usa mostra le potenzialità di un vaccino mucosale a base di batteriofagi (o fagi), cioè virus che infettano esclusivamente batteri e che vengono utilizzati, facendo loro esprimere un pezzetto di Sars-CoV-2, per indurre una risposta immunitaria a livello della mucosa nasale. La dote principale? Gli scienziati parlano di efficacia anche contro il contagio.

Il ‘santo graal’ per chi studia vaccini contro Covid-19 è uno scudo in grado di prevenire in maniera efficiente anche la trasmissione virale, oltre a proteggere da malattia grave. L’immunità mucosale è ritenuta la chiave per raggiungere questo obiettivo. Nel nuovo studio, gli autori senior Venigalla B. Rao, del Bacteriophage Medical Research Center della Catholic University of America a Washington Dc, e Ashok K. Chopra, del Dipartimento di microbiologia e immunologia dell’University of Texas Medical Branch di Galveston, descrivono insieme ai colleghi i risultati ottenuti sui topi con la somministrazione intranasale di due dosi – a 21 giorni di distanza l’una dall’altra – di un vaccino mucosale non infettivo a base di batteriofagi T4, multicomponente, senza ago e senza adiuvanti.

Negli esperimenti gli studiosi hanno osservato che il vaccino ha indotto una robusta immunità della muscosa, oltre a forti risposte immunitarie sistemiche umorali e cellulari. Il vaccino intranasale ha indotto ampi titoli anticorpali neutralizzanti contro più varianti del virus e ha innescato una risposta citochinica, una forte immunità delle cellule T (CD4+ e CD8+) e anticorpi IgA (che caratterizzano l’immunità mucosale) in quantità elevata nei sieri e nel lavaggio broncoalveolare dei topi vaccinati. Tutte queste risposte erano molto più forti nei topi vaccinati per via nasale rispetto a quelle indotte dal vaccino iniettato. Inoltre, continuano gli autori dello studio, il vaccino nasale ha fornito una protezione completa e un’immunità sterilizzante contro il ceppo Sars-CoV-2 MA10 adattato al topo, il ceppo ancestrale WA-1/2020 e la variante Delta più letale nei modelli murini. Il vaccino T4-Covid-19 non ha influenzato il microbiota intestinale, ed è stabile a temperatura ambiente, aggiungono i ricercatori.

“Questo vaccino somministrato per via intranasale – confermano Rao e Chopra – genera nei topi un’immunità della mucosa superiore, oltre a indurre robuste risposte immunitarie umorali e cellulo-mediate e fornisce una protezione completa e un’immunità sterilizzante contro le varianti Sars-CoV-2. Il vaccino è stabile, privo di adiuvanti e prodotto e distribuito a costi contenuti, il che lo rende un vaccino anti-Covid di prossima generazione strategicamente importante per porre fine a questa pandemia”. Questa piattaforma, per un vaccino che non richiede ago, è a detta dei due scienziati anche “un candidato eccellente per progettare efficaci vaccini mucosali contro altre infezioni respiratorie e per la preparazione a eventuali emergenze” future, legate a epidemie o pandemie da patogeni emergenti.

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Messico: successo per la conferenza su settore privato e cambiamento climatico organizzata dall’Ambasciata

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29mexicoL’Ambasciata d’Italia in Messico ha organizzato una conferenza sul rapporto fra settore privato e mutamenti climatici. L’evento, dal titolo “Settore privato e cambiamento climatico: come partecipare in forma attiva alla transizione energetica globale?”, si è svolto il 20 luglio a Città del Messico.
Fra gli argomenti discussi, l’impatto del cambiamento climatico sul settore privato e l’adozione di criteri di sostenibilità nei processi produttivi che definiranno sempre più le condizioni di concorrenza fa le imprese. Scopo della conferenza, anche quello di fornire indicazioni pratiche su come il settore privato può partecipare attivamente alla transizione energetica globale e promuovere lo sviluppo sostenibile.

Per l’ambasciatore Luigi De Chiara, l’Italia “vuole profilarsi sempre più in Messico nel settore dell’economia verde e circolare dove esistono enormi opportunità”. La conferenza, ha osservato, è stata “molto tempestiva e di attualità, considerato l’annuncio delle autorità statunitensi sull’avvio di una procedura contro il Messico sulla sua politica energetica ai sensi dello USMCA (Accordo Stati Uniti-Messico-Canada) e fa seguito allo svolgimento la scorsa settimana a Leon della prima edizione della Fiera ECOMONDO di Italian Exihibition Group di Rimini”.
Al dibattito, sono, fra gli altri, intervenuti Alicia Bárcena, segretaria esecutiva della Commissione economica per l’America latina (Cepal), e Simone Lucatello, membro del Gruppo di esperti dell’Onu sul cambiamento climatico (IPCC). (aise)




Intelligenza artificiale: il ministro Messa firma l’accordo di cooperazione Italia-Usa

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29messausaSono stati diversi in questi giorni gli incontri, in video collegamento, del ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, organizzati grazie al supporto dell’Ambasciata italiana negli Stati Uniti guidata da Mariangela Zappia, con rappresentanti di istituzioni statunitensi per consolidare rapporti bilaterali nell’ambito della ricerca scientifica.
Il primo appuntamento è stato con il direttore della National Science Foundation (NSF) degli Stati Uniti d’America, Sethuraman Panchanathan. Con lui, il ministro Messa ha firmato un accordo di cooperazione strutturata sull’intelligenza artificiale, incentrata su attività congiunte di ricerca, innovazione e formazione tra Italia e Usa. Dopo Germania e Svizzera, l’Italia è il terzo Stato ad aver sottoscritto una intesa di ricerca di questa tipologia. Il protocollo, che ha una durata di tre anni, intende favorire lo scambio di idee e di esperienze tra ricercatori per la promozione di iniziative scientifiche congiunte.

Tra gli incontri “statunitensi” di questi giorni c’è stato anche quello con Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID). Tra i punti del confronto, il nuovo Centro Nazionale per la Preparazione Pandemica (National Center for Pandemic Preparedness – NCPP) a Siena che sarà cofinanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca, insieme ai Ministeri della Salute e dell’Economia e dello Sviluppo Economico.
Importante è stato l’incontro con i ricercatori rappresentanti delle principali associazioni di scienziati italiani negli Stati Uniti. Il ministro Messa ha presentato le nuove misure previste dal PNRR, in particolare l’investimento che mira ad attrarre giovani ricercatori beneficiari di grant internazionali di alto profilo, la riforma dei programmi di dottorato, quella per favorire la mobilità e la semplificazione e i nuovi stanziamenti previsti per la ricerca: dal Fondo Italiano per la Scienza al Fondo Italiano per la Scienza Applicata, ai Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale.
“Dobbiamo consolidare e rafforzare confronti e collaborazioni”, ha spiegato Messa. “Favorire gli scambi a livello internazionale, condividere esperienze e risultati è indispensabile per poter vincere le sfide che ci attendono. È essenziale investire sui giovani, sulla formazione e sulla ricerca”, ha concluso. (aise)




Spazio, Samantha Cristoforetti prima spacewalker europea

samantha cristoforetti min

samantha cristoforetti minSamantha Cristoforetti uscirà per la prima volta dalla International Space Station (ISS) per una attività extraveicolare che domani, 21 luglio, la vedrà impegnata a lavorare fuori dal segmento russo. Sarà possibile seguire, in presenza o in diretta streaming (alle 15.30 ora italiana su https://asitv.it/media/live ), con il commento a cura di Gabriele Mascetti, responsabile unità coordinamento scientifico e volo umano dell’ASI, l’attività extraveicolare (EVA) che vedrà protagonisti l’astronauta italiana insieme al comandante russo Oleg Artemyev.

IL PROGRAMMA ERA

Per la Cristoforetti si tratta della prima EVA della sua carriera e sarà la prima donna europea a compiere un’attività nello spazio aperto indossando una tuta russa Orlan. I due lavoreranno, tra le altre cose, al programma ERA (European Robotic Arm) il primo robot in grado di ‘camminare’ attorno al segmento russo della Stazione Spaziale Internazionale. Leggero e potente, lungo oltre 11 metri, il braccio ha la capacità di ancorarsi a dei punti fissi della Stazione e di muoversi avanti e indietro da solo. Servirà come braccio manipolatore principale nella parte russa della Stazione Spaziale. I suoi sette giunti possono gestire carichi utili di diverse tonnellate con un’ampia gamma di movimenti per le attività di assemblaggio.

LE MISSIONI DELLA CRISTOFORETTI

Cristoforetti è in orbita per la missione europea Minerva dallo scorso 27 aprile ed è alla sua seconda missione dopo quella avvenuta a cavallo del 2014 ed il 2015 per la missione FUTURA dell’Agenzia Spaziale Italiana nel corso della quale stabilì il record di permanenza in orbita in una singola missione per una donna totalizzando 199 giorni e 16 ore consecutivi nello spazio. L’equipaggio della Crew-4 a bordo della Stazione Spaziale è parte dell’Expedition 67 e rimarrà in orbita fino alla fine di settembre.

ag. DIRE – www.dire.it




Diabete: basta insulina, una proteina la sostituirà

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downloadL’insulina è sempre stata il trattamento più diffuso contro il diabete, ma a breve potrebbe non essere più così. La terapia insulinica ha salvato la vita a milioni di persone affette da diabete di tipo 1 o da forme gravi di diabete di tipo 2, ma questa non è priva di effetti collaterali importanti. Infatti è difficile da dosare e, a lungo termine, può portare anche a gravi problemi metabolici e cardiovascolari. Gli scienziati dell’Università di Ginevra (UNIGE) stanno lavorando da diversi anni su una terapia alternativa basata sulla proteina S100A9. Ora hanno fornito la prova di principio che questa proteina può migliorare significativamente il metabolismo in caso di carenza di insulina. Questi risultati sono pubblicati sulla rivista Nature Communications.

Già nel 2019, il team gestito da Roberto Coppari, professore nel Dipartimento di Fisiologia e Metabolismo Cellulare e Coordinatore del Centro Diabete della Facoltà di Medicina dell’UNIGE, ha identificato una proteina chiamata S100A9 che regola la glicemia, i lipidi e i chetoni, senza gli effetti collaterali dell’insulina.  “Per sviluppare un farmaco, tuttavia, dovevamo capire come funziona esattamente questa proteina e dimostrarne l’efficacia in modelli animali”, sottolinea Girorgio Ramadori, ricercatore associato nel laboratorio del professor Coppari e autore principale di questo studio. Inizialmente, i ricercatori hanno indagato sulla modalità d’azione di S100A9 nei topi diabetici. “Abbiamo scoperto che questa proteina agisce nel fegato”, afferma Gloria Ursino, prima autrice dello studio. Inoltre, questa proteina attiva il recettore TLR4, che si trova sulla membrana di alcune cellule, ma non sugli epatociti, che sono le principali cellule funzionali del fegato. “Si tratta di un’ottima notizia dal punto di vista farmacologico: significa che S100A9 non ha bisogno di entrare nelle cellule epatiche per agire e consente una modalità di somministrazione per iniezione semplice”, prosegue.

esperti spiegano il meccanismo di funzionamento della proteina contro il diabete. Nelle persone diabetiche, la carenza di insulina può causare un improvviso aumento dei chetoni e l’acidificazione del sangue, un meccanismo chiamato chetoacidosi diabetica. Si tratta di un’emergenza pericolosa per la vita che colpisce ogni anno il 2-4% delle persone con diabete di tipo 1. “L’attivazione di TLR4 nel fegato controlla la produzione di chetoni”, spiega Gloria Ursino. “Ma questo processo di attivazione non innesca l’infiammazione, mentre TLR4 è solitamente pro-infiammatorio. Il dialogo S100A9-TLR4 sembra quindi agire come un farmaco antinfiammatorio del tutto inaspettato”, sottolineano i ricercatori. In un secondo momento, gli scienziati hanno completato i loro risultati esaminando il sangue di persone diabetiche che arrivavano al pronto soccorso con una grave carenza di insulina. “Qui proponiamo una strategia radicalmente diversa con un farmaco che funziona indipendentemente dall’insulina e che non può né innescare l’ipoglicemia né interrompere il metabolismo dei grassi”.

Il prossimo passo sarà testare inizialmente il farmaco insieme a basse dosi di insulina, ma i ricercatori non escludono la possibilità di somministrare la sola proteina S100A9 in futuro, in condizioni specifiche. Per sviluppare ulteriormente questa terapia altamente innovativa, Roberto Coppari e Giorgio Ramadori hanno creato una start-up, Diatheris, supportata da UNITEC, l’ufficio per il trasferimento tecnologico dell’UNIGE, e FONGIT, la principale fondazione a sostegno dell’imprenditoria tecnologica di Ginevra.




Vaccino covid e mestruazioni, maxi studio: 40% riporta alterazioni

covid vaccino ipa fg

covid vaccino ipa fgUn sanguinamento mestruale inaspettato dopo la vaccinazione anti-Covid. “All’inizio del 2021 i casi sono stati molti”, in età fertile e non, a seguito dell’iniezione contro il coronavirus, “ma a siccome in generale gli studi sui vaccini non indagano gli aspetti legati al ciclo, le segnalazioni sono state in gran parte ignorate”. E’ partendo da questa osservazione che un gruppo di ricercatori americani ha lanciato uno studio su oltre 35mila partecipanti, che offre “la valutazione più completa condotta finora sui cambiamenti mestruali sperimentati nelle prime 2 settimane post-immunizzazione”, spiegano gli autori su ‘Science Advances’. “Un’indagine statistica – riportano – ha rilevato che il 42,1% degli interpellati ha riferito un flusso mestruale più intenso dopo la vaccinazione”.

“Alcuni hanno sperimentato questo effetto nei primi 7 giorni” successivi all’iniezione, “ma molti altri hanno osservato alterazioni 8-14 giorni dopo”. Va anche detto che “circa la stessa proporzione, il 43,6%, non ha riportato cambiamenti del flusso mestruale dopo il vaccino, e il 14,3% ha riferito nessun cambiamento o un flusso più leggero”. Kathryn Clancy, docente di antropologia dell’Università dell’Illinois Urbana-Champaign, che ha guidato lo studio insieme a Katharine Lee, docente di antropologia dell’Università di Tulane, sottolinea come “i medici che si sono occupati dell’argomento, dopo avere raccolto le prime segnalazioni sulle alterazioni mestruali post-vaccinazione”, si siano mostrati “spesso sprezzanti nei confronti delle preoccupazioni dei pazienti”. Un atteggiamento al quale l’équipe di ricerca ha voluto porre rimedio con un sondaggio ad hoc, avviato nell’aprile 2021 con l’obiettivo di vederci più chiaro.

Poiché l’indagine si è basata su esperienze auto-riferite, “lo studio non può stabilire un nesso di causalità” tra vaccinazione anti-Covid e alterazioni del ciclo mestruale, tengono a precisare i ricercatori, “né essere considerato predittivo” di possibili effetti collaterali “nella popolazione generale. Però può indicare potenziali associazioni tra la storia riproduttiva di una persona, lo stato ormonale, i dati demografici e cambiamenti mestruali a seguito di vaccinazione Covid-19”.

Le risposte sono state raccolte il 29 giugno 2021 e l’analisi ha incluso solo persone senza una precedente diagnosi di Covid-19, considerando che a volte la stessa infezione da Sars-CoV-2 si associa a mutamenti del ciclo mestruale. Non sono stati presi in considerazione nemmeno i dati di persone 45-55enni, per evitare fattori confondenti legati alla perimenopausa, tipicamente caratterizzata da alterazioni mestruali. “Ci siamo concentrati su chi aveva regolarmente le mestruazioni o non le aveva più, o perché in postmenopausa o perché in terapia ormonale che sopprime il ciclo”, illustra Clancy.

L’analisi ha indicato ad esempio che chi aveva avuto una gravidanza mostrava maggiori probabilità di riportare sanguinamenti più pesanti post-vaccino, con un leggero aumento tra chi non aveva partorito. Ancora, la maggior parte degli intervistati senza mestruazioni perché in trattamento ormonale ha manifestato emorragie dopo la vaccinazione. L’effetto è stato inoltre segnalato da più del 70% di chi utilizzava una contraccezione reversibile a lunga durata d’azione, e dal 38,5% di chi assumeva trattamenti ormonali per l’affermazione di genere. I partecipanti all’indagine che si sono classificati come non bianchi, ispanici/latini o che erano più anziani, e quelli che hanno avuto febbre o senso di affaticamento come effetto collaterale della vaccinazione anti-Covid, avevano maggiori probabilità rispetto ad altri gruppi di riportare un flusso mestruale più intenso dopo l’iniezione. Come anche chi aveva sofferto di endometriosi, menorragia, fibromi o altri problemi riproduttivi.

Gli studiosi rimarcano che “altri vaccini, compresi quelli contro tifo, epatite B e Papillomavirus Hpv, sono talvolta associati a mutamenti nelle mestruazioni. Si ritiene che questi effetti collaterali siano legati a un aumento delle vie infiammatorie immuno-correlate – puntualizza Clancy – e che abbiano meno probabilità di essere determinati da cambiamenti ormonali”. “L’ipotesi è che per la maggior parte delle persone le alterazioni mestruali post-vaccinazione anti-Covid siano di breve durata e incoraggiamo chiunque sia preoccupato a contattare il proprio medico”, invita Lee. “Vogliamo ribadire – aggiunge – che vaccinarsi è uno dei modi migliori per evitare di ammalarsi gravemente di Covid-19 e sappiamo che contrarre Covid può portare non solo a cambiamenti nel ciclo, ma anche a ricoveri, Long Covid e morte”.

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Parlare più lingue e non fumare fa bene al nostro cervello

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imagesÈ il tesoretto del cervello, quel surplus di neuroni, sinapsi e connessioni che permette di resistere meglio agli effetti del tempo. L’hanno chiamata “riserva cognitiva” e indica una potente forma di protezione dalle malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson ma permette anche un migliore recupero in caso di traumi cerebrali o ictus. Il suo ruolo, nonché le strategie per il suo mantenimento e aumento, è stata dedicata una sessione del convegno “Cervello sotto attacco: dalle conseguenze del Covid-19 alla riduzione del danno”, in corso presso l’Istituto Nuromed di Pozzilli, organizzato da MOHRE, l’Osservatorio per la Riduzione del Danno in Medicina. “Presso il nostro Istituto – dice Giovanni de Gaetano, presidente dell’IRCCS Neuromed – si svolgono da anni studi epidemiologici, clinici e sperimentali sui fattori di rischio o di prevenzione della salute e delle malattie croniche degenerative. Siamo anche interessati alle condizioni che determinano l’età biologica dell’organismo in toto e di alcuni organi in particolare, come il cervello. L’età cronologica conta, ma l’età biologica appare ancor più cruciale per un invecchiamento di successo”.  Ambiente e stili di vita sono stati riconosciuti come fondamentali: quoziente intellettivo, livello di scolarità, tipo di lavoro, relazioni sociali, attività del tempo libero agiscono sinergicamente per “mettere da parte” neuroni e connessioni di qualità, da utilizzare in caso di bisogno, fenomeno confermato anche da Yacov Stern che ha approfondito le ricerche a metà degli anni 90. “Gli stili di vita sono la chiave di una longevità vissuta in salute”, sottolinea Fabio Beatrice, direttore del Board di MOHRE. “Siamo responsabili di come invecchierà non solo il nostro corpo ma anche il nostro cervello. Dovremmo pensare ai nostri comportamenti positivi e negativi come capaci di determinare un punteggio sommatorio. Ma abbiamo scoperto anche che i vari comportamenti dannosi – continua – agiscono in maniera differente sull’organo della cognizione”. “Il consumo di alcol determina alterazioni strutturali mentre il fumo danneggia il funzionamento delle strutture – spiega ancora Beatrice – I loro effetti combinati, quindi, sono molto maggiori della loro somma, specialmente nel cervello delle persone anziane. Una delle scoperte più interessanti delle neuroscienze è proprio che il cervello non è rigido, ma flessibile e sensibile all’esperienza. Gli stimoli ambientali influenzano il cervello modificandone la struttura fisica e l’organizzazione funzionale nel corso della vita”. La riserva cognitiva influenza l’età di esordio, la velocità di progressione e le manifestazioni evidenti di demenza e di Alzheimer in particolare. Tra i fattori che contribuiscono alla costruzione della riserva di neuroni e connessioni c’è sicuramente l’istruzione e la sua durata: maggiore è il numero di anni è dedicato alla formazione, maggiore è la protezione a cui si può ambire. La riserva protegge anche nelle forme più blande di deficit come il MCI: dei 273 anziani reclutati nello studio, affetti da disturbi della memoria auto riferiti, mild cognitive impairment o demenza, quelli con MCI che avevano un titolo di studio universitario erano significativamente più anziani, a testimoniare che la riserva esercita un effetto tampone per alcuni anni. Non solo il deterioramento insorge più tardi, ma le prestazioni come fluidità verbale erano migliori. Allo stesso modo contribuisce ad esempio il bilinguismo: lo sforzo di apprendere due o più lingue in età infantile, permette di ritirare degli interessi in età avanzata con segni di demenza che rimangono nascosti per molti anni prima di manifestarsi.  È stato stimato che più della metà della popolazione mondiale parla regolarmente due o più lingue. Negli Stati Uniti, circa il 20 per cento della popolazione a casa parla una lingua diversa dall’inglese. “Dobbiamo intercettare – dice Beatrice – i fumatori storici, con una storia lunga alle spalle, che pensano di non poter smettere, che hanno effettuato diversi tentativi e altrettante ricadute: un interessante studio apparso su Hippocampus ha mostrato che questa zona del cervello, correlata alla memoria emotiva, ad un certo punto inizia ad invecchiare velocemente. Si ritiene che il suo volume diminuisca di circa lo 0,52 per cento l’anno, ma in un gruppo di donne con una storia di forte tabagismo, sottoposte ad imaging cerebrale mostrava un volume dell’ippocampo del 7,4 per cento più piccolo rispetto alle fumatrici lievi o alle non fumatrici. E nel campione di donne di mezza età esaminate con una storia di fumo da moderato a forte, fumare determinava una atrofia equivalente a 12 anni di età in più”. Non basta l’avanzare dell’età a determinare un rallentamento delle facoltà cognitive, il tabagismo rappresenta un vero e proprio “carico da 12”: tutte le evidenze hanno suggerito che i fumatori hanno, in media, un funzionamento cognitivo globale più scarso in età avanzata con punteggi medi più bassi in diversi domini come flessibilità cognitiva e memoria. Inoltre il fumo è associato a un aumentato rischio di demenza: quasi il 14 per cento dei casi di malattia di Alzheimer nel mondo può essere attribuito al fumo. Già nel 2015 una ricerca di Nature aveva sottolineato che la corteccia cerebrale dei soggetti che smettono di fumare ha bisogno di almeno 25 anni per il completo recupero della funzionalità delle aree corticali. La cessazione favorirebbe quindi una reversibilità dei danni, ma in un lasso di tempo estremamente lungo.

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Il segnale radio ‘lampeggiante’ captato a miliardi di anni luce dalla Terra

james webb telescope

james webb telescopeSi chiama FRB 20191221A, è un segnale radio rilevato a miliardi di anni luce dalla Terra che potrebbe derivare da una lontanissima stella di neutroni. Riportato sulla rivista Nature, questo particolare e persistente FRB (lampo radio veloce) è stato identificato dagli scienziati del Massachusetts Institute of Technology, della McGill University, e del Canadian Hydrogen Intensity Mapping Experiment (CHIME), un radiotelescopio interferometrico che si trova presso il Dominion Radio Astrophysical Observatory, in Canada. Il team, guidato da Daniele Michilli, ha descritto un segnale radio che sembra lampeggiare con sorprendente regolarità. Gli FRB, spiegano gli autori, sono esplosioni intense di onde radio di origine astrofisica sconosciuta, che generalmente durano pochi millisecondi e raramente si ripetono con regolarità. A differenza dei segnali precedenti, però, 20191221A è stato osservato per circa tre secondi. All’interno di questa finestra di tempo, gli astronomi hanno identificato onde radio che si ripetevano ogni 0,2 secondi in uno schema periodico chiaro, simile a un cuore che batte. In particolare, l’FRB consisteva in una finestra di quattro giorni di esplosioni casuali che si reiteravano ogni 16 giorni, in un pattern periodico di attività. La misteriosa fonte di questa onda si trova a diversi miliardi di anni luce dalla Terra, ma gli astronomi non sono in grado di stabilire di cosa si tratti. Il gruppo di ricerca ipotizza però che il segnale possa provenire da una pulsar o una magnetar, entrambe classi di stelle di neutroni, nuclei di stelle giganti collassati, estremamente densi e in rapida rotazione. “Non ci sono molti elementi noti che possono generare questo tipo di segnale – commenta Daniele Michilli, del MIT – l’alternativa più plausibile resta una pulsar o una magnetar che, ruotando, produce un’emissione di raggi simile a un faro. Speriamo di rilevare ulteriori impulsi provenienti da questa fonte in modo da approfondire la nostra conoscenza di questo fenomeno così particolare, di cui non siamo ancora in grado di delineare i contorni. I radiotelescopi di prossima generazione potrebbero aiutarci a svelare alcuni dei misteri dell’Universo che ci sono ancora ignoti”.

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