La prima immagine del James Webb Telescope e le altre che arriveranno

james webb telescope

james webb telescopeSembra un quadro, ma in realtà è una foto che ha già fatto storia. L’ammasso di galassie SMACS 0723, una regione celeste visibile dall’emisfero australe, è la prima foto scattata dal James Webb Telescope mostrata in anteprima dal presidente americano Joe Biden durante un evento alla Casa bianca. “I dati presentati dal presidente Biden sono la dimostrazione che è valsa la pena di aspettare tutti questi anni. Le capacità di James Webb sono molte volte superiori a quelle che qualsiasi telescopio da terra può ottenere oggi o nel prossimo futuro.

La sua specialità è vedere nell’infrosso, cioè alle lunghezze d’onda che ci permettono di osservare le galassie più lontane dell’universo, oppure nel cuore delle nebulose in cui nascono nuovi pianeti e le nuove stelle. Zone dell’universo che neanche l’Hubble Space Telescope o i telescopi da terra possono osservare”.

Lo dice Adriano Fontana, responsabile della divisione nazionale abilitante dell’astronomia ottica ed infrarossa dell’INAF.

IL SATELLITE PIÙ COMPLESSO MAI LANCIATO NELLO SPAZIO

James Webb “è con ogni probabilità il satellite astronomico più complesso che sia mai stato lanciato nello spazio. Oltre allo specchio, composto da segmenti perfettamente allineati tra di loro, James Webb è dotato di 4 strumenti straordinariamente sofisticati, ognuno dei quali ha molte configurazioni e modalità operative- sottolinea Fontana- Un’altra cosa straordinaria dimostrata dai dati rilasciati ieri notte è che questi strumenti stanno funzionando perfettamente, meglio di quanto si aspettassero i progettisti. Che un oggetto così complesso sia stato lanciato nello spazio e funzioni perfettamente a 1,5 milioni di chilometri dalla Terra, e alla temperatura di soli 40 gradi dallo zero assoluto, è davvero uno straordinario risultato tecnologico. Scientificamente, i dati aprono una nuova finestra su un’epoca della storia dell’universo che non è ancora stata esplorata. Grazie alla potenza di James Webb, siamo in grado di osservare galassie la cui luce ha viaggiato per quasi tutta l’età dell’Universo prima di giungere a noi. In questo modo, possiamo vedere l’universo come era poco tempo dopo il Big Bang, quando le sue prime stelle si formavano nelle galassie che si affacciavano sull’universo giovane.

Credit NASA, ESA, CSA, STScI, Webb ERO

L’aver puntato il telescopio su un ammasso di galassie ci ha permesso di sfruttare l’effetto di amplificazione della luce – un effetto previsto dalla relativà generale di Einstein – per rendere visibili gli oggetti molto distanti che sono dietro l’ammasso stesso. Questi dati – e altri analoghi – ci permetteranno di studiare nel dettaglio come si sono formate le prime galassie, e anche di studiare il mistero della materia oscura che domina l’ambiente dell’ammasso” conclude. SMACS 0723 in realtà è stata spesso oggetto di osservazione da parte di altri telescopi, ma nessuno era mai riuscito a immortalarla con questa definizione. Si tratta di un enorme ammasso di galassie a circa quattro miliardi di anni luce dalla Terra che viene usato dagli astronomi come lente per amplificare la luce delle altre galassie che vi si celano dietro e che, senza la sua luce, sarebbero troppo poco luminose per essere viste.

IN ARRIVO 12 FOTO VISIBILI SUI CANALI DELL’ESA

Si tratta solo di un’anteprima delle 12 foto che verranno mostrate oggi pomeriggio, alle 16.30, in diretta sui canali dell’Esa. Ma cosa vedremo oggi pomeriggio? Come detto sono 12 foto, fra queste troveremo:
La Nebulosa Anello, nota anche come M57 o NGC 6720, una delle più famose nebulose planetarie distante circa 2000 anni luce dalla Terra con un diametro di circa due anni luce e visibile nella costellazione boreale della Lira. La Nebulosa Carina, una distesa di stelle e gas che include alcuni dei sistemi stellari più massici e potenzialmente esplosivi della Via Lattea. Il Quintetto di Stephan, il primo gruppo di galassie, scoperto nel 1877 dall’astronomo francese Édouard Stephan, che si trova nella costellazione del Pegaso a circa 290 milioni di anni luce dalla Terra. Nebulose, esopianeti, asteroidi, galassie lontane o di nuova formazione, sono tutti obiettivi scelti per mostrare le capacità del nuovo telescopio che riesce a vedere l’Universo sulle frequenze dell’infrarosso.

ag Dire – www.dire.it




Il nuovo razzo italiano Vega-C è pronto a decollare dalla Guyana francese

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07e7a2e9d60e3f75eb82ded71a6891c6Il razzo Vega-C, una versione rinnovata e più potente del vettore italiano Vega, sarà lanciato nello spazio per la prima volta mercoledì dalla base di Kourou nella Guyana francese, un progetto europeo essenziale in un mercato satellitare in rapida espansione.
Il lancio è previsto per le 11:13 GMT. Due ore dopo, Vega-C (“Consolidation”) doveva lanciare in orbita diversi manufatti scientifici, tra cui LARES-2, una sfera utilizzata per studiare l’effetto della gravità in orbita.
Il Vega-C utilizza elementi comuni alla sua “sorella maggiore”, l’Ariane 6, il razzo stellare dell’Agenzia Aerospaziale Europea (ESA).
Il suo produttore, l’azienda italiana Avio, ha iniziato il suo viaggio nello spazio nel 2012 con Vega, una navetta leggera che è stata inviata nello spazio venti volte (con due guasti).
Questo volo inaugurale del Vega-C “segna l’inizio di una nuova era, l’inizio della nuova famiglia di missili europei”, spiega Daniel Neuenschwander, direttore dei trasporti spaziali dell’ESA.
“E rappresenta anche una nuova tappa per Ariane 6: il booster (elica) è un elemento chiave dell’A6”, ha aggiunto Stéphane Israël, presidente di Arianespace, la società responsabile dello sfruttamento commerciale di Vega e Ariane.
Il Vega-C utilizza uno di questi propulsori P120C, mentre l’Ariane 6 ne usa due e nella sua versione più avanzata quattro.
Con questa nuova versione più potente, Vega-C può coprire il 90% del mercato dei satelliti in orbita bassa, alti centinaia di chilometri, un aumento considerevole rispetto al 50% del suo predecessore Vega, secondo Avio.
La concorrenza è agguerrita, in particolare dalla navetta statunitense SpaceX. Da qui al 2031 devono essere lanciati più di 17.000 satelliti, ovvero 4,5 volte di più rispetto all’ultimo decennio, secondo il gabinetto specializzato Euroconsult. Tra questi, una grande maggioranza di piccoli satelliti (meno di 600 kg).

Motori ucraini 
Con un’apertura alare di 35 metri, Vega-C è leggermente più grande e più largo di Vega e sarà in grado di trasportare satelliti di peso fino a 2,2 tonnellate su un’orbita polare di riferimento di 700 chilometri di altezza, rispetto alle 1,5 tonnellate caricate da Vega.
Secondo il suo costruttore, lo shuttle Vega ha 3 stadi di propulsione: il P120C ha una capacità di 144 tonnellate di propellente solido (propellente), rispetto alle 88 tonnellate del Vega. Anche la seconda fase, Zephiro 40, è nuova e più potente, mentre la terza fase, Zephiro 9, è la stessa del suo predecessore.
Rimane un modulo superiore, Avum+, “dotato di nuove funzioni per aumentare la durata della missione”, spiega Alessandro Tamburini, responsabile di Avio durante una recente visita a Kourou.
L’Avum+ può essere riattivato dopo il decollo per posizionare i satelliti su orbite diverse e, a sua volta, è in grado di lasciare l’orbita per evitare di lasciare detriti nello spazio.
I motori dei moduli Avum+ sono prodotti a Dnipro, a sud-est di kyiv, ma Avio assicura che la guerra in Ucraina non influirà sulla catena di produzione.
“Non siamo preoccupati per la continuità dei voli. Avio ha riserve strategiche e sta riflettendo su altre alternative”, ha spiegato Stéphane Israël.
Dopo questo lancio inaugurale, Arianespace prevede nove lanci a medio termine, sette per Vega-C e due per Vega, a un ritmo da quattro a sei lanci all’anno.
Dodici paesi contribuiscono al programma Vega. L’Italia copre il 52% dei contributi finanziari.

Da Yahoo Vita e Stile




È arrivata la prima pillola ‘anti sbornia’

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catturaArriva la prima pillola che promette di annullare gli effetti negativi dell’eccesso di alcol. A un giorno dal lancio nel Regno Unito, le scorte sono già tutte esaurite.

Il supplemento, originariamente sviluppato negli anni ’90 e perfezionato negli ultimi tre decenni dall’azienda produttrice svedese De Faire Medical con il nome di Myrkl. È commercializzata in capsule in confezioni da 30 e acquistabile online a una sterlina.

Myrkl non è un farmaco ma un integratore alimentare e funziona interferendo con il modo in cui l’alcol viene scomposto all’interno del corpo. La pillola contiene i batteri Bacillus Coagulans e Bacillus Subtilis e l’amminoacido L-cisteina che scompongono l’alcol prima che raggiunga il fegato, convertendolo in acqua e anidride carbonica. Gli effetti della ‘sbornia’ sono provocati dall’etanolo e dall’acido acetico una volta che viene scomposto dal fegato in acetaldeide.

Fermando il processo a monte, la pillola fa in modo che a malapena acetaldeide e acido acetico vengono prodotti dal fegato. Le pillole contengono anche vitamina B12, che secondo la società lascia gli utenti freschi e tonici. Tutti gli ingredienti sono autorizzati e riconosciuti sicuri dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare e dalla Food Drug Administration statunitense.

Due compresse di Myrkl devono essere assunte almeno due ore prima di bere. Le prove hanno mostrato che coloro che hanno preso due pillole e bevuto due bicchieri di vino avevano il 70% in meno di alcol nel sangue un’ora dopo. Tuttavia, dicono gli esperti la compressa potrebbe non lasciare i bevitori completamente liberi dai postumi di una sbornia poiché anche altri meccanismi sono coinvolti nel causare i postumi di una sbornia. Ad esempio, contribuiscono alla sensazione di malessere, dopo aver bevuto troppo, anche la disidratazione e il basso livello di zucchero nel sangue dovuto all’alcol che causa la perdita di zucchero nelle urine.

Tra i limiti della pillola anti sbornia, gli esperti dicono che i consumatori riescono ad ottenere solo parte dell’effetto “allegria” dall’alcol e che se hanno intenzione di ubriacarsi, ci vorrà più tempo, costringendoli spendere di più per le bevande. In conclusione, i medici che finora si sono espressi sull’uso della pillola rivoluzionaria, continuano a ritenere che il miglior modo per evitare gli effetti dell’eccesso di alcol sia moderarne il consumo.




Preservativi lavati e riutilizzati, è allarme per l’ultima abitudine dei giovani

sesso condom preservativo preservativi

sesso condom preservativo preservativiPreservativi lavati e riutilizzati per evitare di spendere troppo a comprarne sempre di nuovi. sarebbe una tendenza, ahimè molto pericolosa, di cui sempre più spesso i giovani sono protagonisti. A parlarne, durante un’intervista con l’agenzia Dire, è stato professor Salvo Caruso, ginecologo e Presidente della Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica (FISS), che abbiamo incontrato per un’intervista a tutto campo sulle infezioni sessualmente trasmesse e i giovani.

Al professore abbiamo chiesto se i giovani sono informati sulle malattie sessualmente trasmissibili, dove si informano e è vereo che l’Hiv si può essere considerare oggi il ‘grande dimenticato’. E ancora: quanto viene usato il condom dai giovani e meno giovani? In caso di dubbio quali test fare e chi li prescrive?

“È opportuno fare una premessa- dichiara Caruso in apertura dell’intervista- non sempre le infezioni evolvono verso la malattia. Infatti il sistema immunitario dell’individuo può arginare da solo l’infezione. A voler fare un elenco delle più comuni infezioni possiamo ricordare: la gonorrea, la sifilide e la clamidia che oggi, sono facilmente curabili. L’emergenza da attenzionare riguarda piuttosto l’Hpv e l’Hiv”.

LE INFEZIONI SESSUALMENTE TRASMESSE PIÙ COMUNI, L’HPV

“Tra le giovani riscontriamo molti test positivi al prelievo vaginale, in donne solitamente asintomatiche. In parecchie di queste, il virus scompare con il passar del tempo, se questo non succede ad esami successivi, è necessario intraprendere terapie specifiche È importante sapere che l’Hpv più difficilmente viene diagnosticato nei ragazzi. Più spesso, nell’uomo, si risale all’infezione da Hpv quando emerge la malattia, cioè condilomi visibili specie a livello del glande, o se il virus è stato diagnosticato nella partner. Nelle donne, in particolare nelle meno giovani, alcune famiglie di Hpv possono innescare alterazioni cellulari gravi che conducono a forme tumorali, come il carcinoma del collo utero, un tumore maligno altamente aggressivo”.

“Ci sono altre vie di ingresso del virus- spiega- come l’anale o l’orale. Per questo in caso di positività lo specialista invia il ragazzo o la ragazza per un controllo anche dall’otorinolaringoiatra; un tampone tonsillare può consentire di evidenziare la presenza del virus in cavità orale. Da qui, si evince come sia fondamentale un intervento multidisciplinare”.

L’HIV: DA CONSIDERARE IL GRANDE DIMENTICATO O QUALCOSA DI ‘DISTANTE’?

“I giovani di oggi sembrano dare maggiore attenzione all’infezione da Hpv che all’Hiv. I media- ribadisce il presidente di Fiss- hanno facilitato e supportato una tale considerazione. Attraverso i social i giovani scambiano più facilmente notizie e chiedono informazioni sull’Hpv e meno sull’Hiv. È indispensabile non abbassare la guardia verso l’Hiv e informare correttamente i giovani su questa infezione, un pò dimenticata. Anche come FISS ci rendiamo conto che facciamo fatica a entrare nei loro canali social. A tal proposito la FISS ha potenziato recentemente l’informazione attraverso Instagram e Facebook. L’Hiv, nella sua storia, ha enfatizzato una sua maggiore diffusione tra gli omosessuali; purtroppo questo pregiudizio rimane attivo, ad oggi, forse trascurando la realtà, che le coppie eterosessuali non sono esenti dall’infezione. Questo per capire come non bisogna abbassare la guardia: nessuno può pensare di essere esente dal rischio Hiv, considerando le proprie ‘libertà’ sessuali in qualche modo protette dal proprio orientamento sessuale”.

LA CLAMIDIA: IL NEMICO SILENZIOSO CHE PUÒ PORTARE INFERTILITÀ FEMMINILE

“La clamidia è un’infezione batterica- spiega Caruso- subdola senza evidenti sintomi, che può ‘agire indisturbata’ e quindi colpire il soggetto in modo molto silente. Se non trattata, può danneggiare il sistema riproduttivo femminile, in particolare le tube di falloppio. Le lesioni sono anatomiche e funzionali e causano infertilità. Infatti, la sua presenza viene evidenziata durante esami che sono previsti tra quelli da eseguire nei casi d’infertilità”.

SE BEN UTILIZZATO, IL PROFILATTICO È UNA OTTIMA BARRIERA

“Il profilattico- prosegue l’esperto- difende molto dalle infezioni a trasmissione sessuale. Diversi sono stati gli studi condotti sulla sua efficacia, che risulta essere elevata quando vengono rispettate tutte le informazioni per un suo corretto utilizzo: non usare confezione conservata per lungo periodo, indossarlo prima di qualsiasi rapporto, rimuoverlo subito dopo il rapporto, e infine non lavarlo, conservarlo e/o riusarlo. Purtroppo non raramente i ragazzi riferiscono di riciclare i condom: ‘lo lavo e non lo butto, costa troppo‘”.

E ancora sottolinea il Presidente di Fiss: “Attenzione a dove si conserva il profilattico: in tasca, o nel cruscotto della macchina, sono luoghi dove il condom può subire danni da temperatura; il caldo torrido di questi mesi può causare lesioni al condom e abbassare la sua efficacia, può rompersi durante il rapporto, quindi non solo il rischio di infettarsi ma anche di promuovere una gravidanza indesiderata. Pertanto, se mal conservato, il profilattico diventa davvero il ‘peggior nemico’”.

ESITI DELLE INFEZIONI SESSUALI E CAUSA ROTTURA RAPPORTI INTERPERSONALI

“Le infezioni a trasmissione sessuale possono evolvere in malattie gravi. Vale la pena ricordare l’epatite B e C, infezioni che impattano sulla salute della persona. In particolare entrambi i virus danneggiano la funzione epatica con danni in termini di morbilità elevata. Anche per queste infezioni virali c’è stata una etichettatura di persone a rischio, come gli ‘omosessuali’ e i ‘tossicodipendenti’, ma attenzione a etichettare. Queste epatiti si possono contrarre anche a causa delle attività professionali o con rapporti sessuali occasionali, e senza ‘confini’ rispetto all’orientamento sessuale. È necessario capire che tutti siamo persone a rischio”.

IN CASO DI DUBBIO CHE TEST FARE? E CHI CONSULTARE, MEDICO DI BASE O SPECIALISTA?

“Il medico di base ha un ruolo centrale, sta a lui indirizzare il giovane dallo specialista- precisa Caruso- quando lo considera opportuno. Per quanto riguarda le infezioni, abbiamo detto che la clamidia si scopre casualmente, alcune volte effettuando un tampone vaginale, utilizzando test specifici per infertilità. Per la gonorrea vale lo stesso discorso. Per l’Hpv si procede con dei prelievi vaginali per la ricerca del dna del virus, o quando viene sospettata la sua presenza attraverso un pap test. Nel maschio è necessario procedere eseguendo tamponi uretrali o tonsillari. Anche la sifilide oggi viaggia in silenzio. Quindi, è necessario far proprio che chi ha il sospetto di aver avuto rapporti a rischio si dovrebbe sottoporre a test completi e specifici“.

“Purtroppo si assiste a comportamenti ambigui da parte della persona che sa di essere infetta o malata. Il partner, stabile o occasionale, può decidere di nascondere all’altro/a il suo stato infettivo. Può anche rifiutare l’uso del condom. Basta poco, anche un ‘solo’ rapporto per ritrovarsi in una spirale problematica di morbilità, mettendo a rischio la propria e l’altrui salute. I giovani sanno e navigano, c’è tanto di buono nei social e su internet non è tutto da demonizzare, ma è bene essere capaci di fare una cernita dell’informazione. Non è solo un suggerimento, ma un indirizzo preciso quello di usare canali di informazioni accreditati, quali quelli del ministero della Salute, o le associazioni riconosciute. Noi di Fiss abbiamo dei canali social che mirano, attraverso ginecologi, psicologi, sessuologi, educatori, sociologi e infettivologi a raggiungere i giovani, ma anche i meno giovani, per offrire loro risposte a quesiti e dubbi”, conclude il presidente di Fiss.

ag. DIRE – www.dire.it




Un nuovo protocollo per recuperare memoria, gusto e olfatto persi con il virus

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universitaUn nuovo trattamento contro il long Covid, per recuperare memoria, gusto e olfatto, persi da donne e uomini di tutto il mondo che in questi ultimi due anni hanno contratto il virus. E’ il protocollo ‘Di Stadio’, dal nome della scienziata italiana che lo ha inventato, una terapia che combina la riabilitazione olfattiva con una molecola anti-neuroinfiammazione, PEA-LUT, in grado di agire sul controllo delle alterazioni del sistema nervoso centrale. Il trattamento, sperimentato, è ormai diffuso negli ospedali italiani e anche all’estero, tra Stati Uniti, Spagna e Germania. Consente di tornare a sentire odori e sapori, con un recupero delle funzioni olfattive nel 92% dei casi (miglioramento) e un ritorno al normale olfatto in oltre il 50% dei casi, come spiegato nella pubblicazione su “Current Neuropharmacology”.
In un altro studio in corso di revisione su Cells, è stato dimostrato che l’utilizzo del PEA-LUT associato con la riabilitazione olfattiva è in grado di migliorare la così detta “brain fog” in più del 50% dei pazienti; inoltre anche il solo utilizzo della molecola era in grado di far migliorare la brain fog, cosa assolutamente non osservata con la sola riabilitazione olfattiva.

“La prevalenza complessiva della disfunzione olfattiva nei pazienti con Covid-19 è stata del 47,85%. Nel 54,4% dei pazienti europei, nel 51,11% dei nordamericani, nel 31,39% degli asiatici, nel 10,71% degli australiani- spiega la professoressa Arianna Di Stadio, Docente di Otorinolaringoiatria all’Università di Catania e ricercatore onorario per il Dipartimento Neuroscienze Queen Square Neurology UCL di Londra- In sintesi ben il 65% degli individui guariti dal Covid 19 sperimenta una disfunzione olfattiva di qualche forma 18 mesi dopo. Data la quantità di tempo trascorso dall’iniziale insulto al sistema olfattivo, il rischio è che questi problemi olfattivi, se non adeguatamente trattati, siano permanenti”.

Da qui la messa a punto del protocollo, una sorta di fisioterapia ‘nasale’, la riabilitazione olfattiva, associata alla somministrazione di un alimento a fini medici speciali a base di PEALut. “Abbiamo combinato la riabilitazione olfattiva, unico trattamento scientificamente validato per i disturbi olfattivi prima del nostro studio, con la molecola anti-neuro-infiammazione PEALut– spiega l’esperta- l’utilizzo di questa molecola era basato sul concetto che la perdita dell’olfatto fosse causata da una neuroinfiammazione centrale causata appunto dall’infezione da Covid-19. Poiché la neuroinfiammazione non permette la normale trasmissione del segnale nel cervello, i pazienti affetti da anosmia post Covid non sono in grado di percepire gli odori a livello centrale, ma la porzione periferica dell’apparato olfattivo- il neuroepitelio che si trova nel naso- va generalmente incontro a un’infiammazione transitoria che sparisce in poco tempo, restituendo a questa struttura il suo normale funzionamento. I recettori degli odori a livello del naso però si saturano dopo pochi secondi di esposizione agli odori, impedendo così di sentire l’odore”.

“La riabilitazione olfattiva tradizionale esponeva il paziente per un tempo troppo lungo a odori troppo intensi, tanto più considerando che il naso funzionava mentre era il cervello a non sentire. Tale modalità poteva aumentare il rischio di incappare in danni del neuroepitelio con conseguenti problematiche olfattive (ad esempio la parosmia). Nel protocollo, invece- sottolinea la neuroscienziata- i pazienti sono stati esposti agli odori per pochi secondi, con pause più lunghe tra lo sniffing dei vari elementi usati per la riabilitazione. Inoltre, abbiamo usato oli essenziali 100% organici che non venivano odorati direttamente dalla boccetta ma preparati in modo tale da non danneggiare i recettori nel naso”.

ag. DIRE – www.dire.it




Per la diagnosi di Alzheimer ora basterà una risonanza

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100904130 a2c9a4aa 6c59 4f78 9dc4 8d13326cc1adE’ stato sviluppato un nuovo metodo per diagnosticare il morbo di Alzheimer tramite una semplice scansione cerebrale. A riuscirci gli scienziati dell’Imperial College di Londra, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista Nature Communications Medicine per descrivere i risultati del loro lavoro. Il team, guidato da Eric Aboagye, ha elaborato una tecnica in grado di utilizzare la tecnologia dell’apprendimento automatico per esaminare le caratteristiche strutturali del cervello, analizzando anche delle regioni che precedentemente non erano associate alla forma di demenza.

Sebbene non esista una cura per il morbo di Alzheimer, precisano gli studiosi, la diagnosi in una fase precoce costituisce un vantaggio significativo per i pazienti, che possono essere così avviati verso un percorso di trattamento mirato. Le persone affette da questo disturbo generalmente sperimentano perdita di memoria, difficoltà a ragionare e problemi con il linguaggio. Il nuovo approccio permette di diagnosticare la malattia tramite una risonanza magnetica cerebrale (MRI) eseguita su una macchina standard.

I ricercatori hanno adattato un algoritmo sviluppato per l’uso nella classificazione dei tumori. Dopo aver immaginato una suddivisione del cervello in 115 regioni e 660 caratteristiche diverse, gli autori hanno addestrato l’algoritmo per identificare il modo in cui le modifiche alle peculiarità di ogni regione potessero prevedere la comparsa di sintomi associati all’Alzheimer.

Utilizzando i dati dell’Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative, il team ha testato il proprio approccio sulle scansioni cerebrali di oltre 400 pazienti. Stando a quanto emerge dall’indagine, l’esame era in grado di prevedere il rischio di Alzheimer con un tasso di precisione del 98 per cento.

L’algoritmo, precisano gli esperti, era in grado di distinguere tra la malattia in stadio iniziale e la condizione avanzata, nel 79 del campione. “La nostra ricerca rappresenta un significativo passo in avanti – commenta Aboagye – che potrebbe semplificare il processo di diagnosi. Se riuscissimo a ridurre le tempistiche di attesa, potremmo aiutare moltissime persone a individuare il percorso di trattamento piu’ efficace. Continueremo a valutare questo metodo, che sembra molto promettente”.

agi.it




In equilibrio su una gamba per 10 secondi: il test che predice il rischio di morte

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10L’impossibilità di stare in piedi su una gamba per 10 secondi a metà o in tarda età è legata a un rischio quasi raddoppiato di morte per qualsiasi causa entro i prossimi 10 anni. A dirlo, una ricerca pubblicata sul British Journal of Sports Medicine condotta dai ricercatori della Clinimex Medicina do Exercicio, Rio de Janeiro, in Brasile.

Questo test di equilibrio semplice e sicuro potrebbe essere incluso nei controlli sanitari di routine per gli anziani, affermano i ricercatori. I ricercatori hanno attinto ai partecipanti allo studio di coorte CLINIMEX Exercise. Questo è stato istituito nel 1994 per valutare le associazioni tra varie misure di forma fisica, variabili correlate all’esercizio e fattori di rischio cardiovascolare convenzionali, con malattia e morte.

L’analisi ha incluso 1702 partecipanti di età compresa tra 51 e 75 anni (media di 61) al primo controllo, tra febbraio 2009 e dicembre 2020. Circa due terzi (68%) erano uomini. Sono stati presi il peso e diverse misure dello spessore della plica cutanea più il girovita. Sono stati forniti anche dettagli sull’anamnesi. Sono stati inclusi solo quelli con andatura stabile. Come parte del check-up, ai partecipanti è stato chiesto di stare in piedi su una gamba per 10 secondi senza alcun supporto aggiuntivo.

Per migliorare la standardizzazione del test, ai partecipanti è stato chiesto di posizionare la parte anteriore del piede libero sul retro della parte inferiore della gamba opposta, tenendo le braccia lungo i fianchi e lo sguardo fisso in avanti. Erano consentiti fino a tre tentativi su entrambi i piedi. In tutto, circa 1 partecipante su 5 (20,5%; 348) non ha superato il test. L’impossibilità di farlo è aumentata di pari passo con l’età, più o meno raddoppiando a intervalli di 5 anni successivi dall’età di 51-55 anni in poi.

Le percentuali di coloro che non erano in grado di stare in piedi su una gamba per 10 secondi erano: quasi il 5% tra i 51 ei 55 anni; 8% tra i 56 ei 60 anni; poco meno del 18% tra i 61–65 anni; e poco meno del 37% tra i 66 ei 70 anni. Più della metà (circa il 54%) delle persone di età compresa tra 71 e 75 anni non è stata in grado di completare il test. In altre parole, le persone in questa fascia di età avevano più di 11 volte più probabilità di fallire il test rispetto a quelle di appena 20 anni più giovani.

Durante un periodo medio di monitoraggio di 7 anni, 123 (7%) persone sono morte: cancro (32%); malattie cardiovascolari (30%); malattie respiratorie (9%); e complicazioni Covid-19 (7%).  In generale, coloro che hanno fallito il test avevano una salute peggiore: una percentuale maggiore era obesa e/o aveva malattie cardiache, ipertensione e profili di grasso nel sangue malsani. E il diabete di tipo 2 era 3 volte più comune in questo gruppo: 38% contro circa il 13%. Dopo aver tenuto conto dell’età, del sesso e delle condizioni sottostanti, l’incapacità di stare in piedi senza supporto su una gamba per 10 secondi è stata associata a un aumento dell’84% del rischio di morte per qualsiasi causa entro il decennio successivo.

A differenza del fitness aerobico, della forza e flessibilità muscolare, l’equilibrio tende a essere ragionevolmente ben preservato fino ai sessanta anni d’età, quando inizia a diminuire in modo relativamente rapido, osservano i ricercatori. Tuttavia, la valutazione dell’equilibrio non è inclusa di routine nei controlli sanitari di uomini e donne di mezza età e anziani, probabilmente perché non esiste alcun test standardizzato e ci sono pochi dati concreti che la colleghino a risultati clinici diversi dalle cadute, aggiungono. I ricercatori volevano quindi scoprire se un test di equilibrio potesse essere un indicatore affidabile del rischio di morte di una persona per qualsiasi causa entro il prossimo decennio e, come tale, potrebbe quindi meritare l’inclusione nei controlli sanitari di routine in età avanzata.

Questo è uno studio osservazionale e, in quanto tale, non può stabilire la causa. Poiché i partecipanti erano tutti brasiliani bianchi, i risultati potrebbero non essere più ampiamente applicabili ad altre etnie e nazioni, avvertono i ricercatori. E non erano disponibili informazioni su fattori potenzialmente influenti, inclusa la storia recente di cadute, i livelli di attività fisica, la dieta, il fumo e l’uso di droghe che potrebbero interferire con l’equilibrio. Tuttavia, i ricercatori concludono che il test dell’equilibrio di 10 secondi “fornisce un feedback rapido e obiettivo per il paziente e gli operatori sanitari sull’equilibrio statico” e che il test “aggiunge informazioni utili sul rischio di mortalità negli uomini e nelle donne di mezza età e anziani”, aggiungono.

agi.it




Due italiani tra i candidati ai premi EIT 2022

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eitawards22Ieri, l’Istituto europeo di innovazione e tecnologia (EIT) ha annunciato i nomi dei 27 imprenditori e innovatori promettenti candidati ai premi EIT 2022. Tra loro quest’anno ci sono due italiani.
Per la categoria Change Award: Federico Barbieri, presidente dello European Youth Energy Network, nominato da EIT InnoEnergy.
Lo European Youth Energy Network (EYEN) è la prima e unica federazione di organizzazioni giovanili incentrate sull’energia, che pongono i giovani al centro della transizione energetica europea, valorizzandole, mettendole in contatto con i principali attori del settore energetico e condividendo conoscenza sia a livello europeo sia nazionale.
Per la categoria Venture Award è candidata invece Giulia Baccarin, co-fondatrice e amministratrice delegata presso il MIPU, nominata da EIT Digital.
Il MIPU è una PMI italiana che porta la predizione nelle fabbriche e nelle città di ridurre i rifiuti, i costi e le difficoltà per aumentare il valore delle attività esistenti. Il software offre un portfolio completo di servizi, formazione e tecnologie che aiutano le imprese a ottimizzare le loro strutture, dimostrando il reale valore dell’intelligenza artificiale per ridurre i rifiuti e aumentare l’efficienza.
“Il bacino di talenti e la portata delle innovazioni in Europa si sviluppano rapidamente”, ha osservato Mariya Gabriel, commissaria europea per l’Innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e i giovani. “I candidati ai premi EIT di quest’anno testimoniano il lavoro svolto dall’EIT e dalle sue comunità dell’innovazione in tutto il continente al fine di investire negli innovatori di domani, sostenerli e coltivarli. Mi congratulo con i candidati per questo riconoscimento ad alto livello e attendo con interesse la cerimonia di premiazione che si terrà a ottobre”.
I candidati sviluppano prodotti e servizi innovativi per affrontare sfide globali urgenti nei settori del clima, dell’energia, della digitalizzazione, dell’alimentazione, della sanità, dell’industria manifatturiera, della mobilità e delle materie prime. Quest’anno sono rappresentati 15 paesi: Austria, Belgio, Bulgaria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Lituania, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Ungheria.
La cerimonia di premiazione per il 2022 si terrà a Bruxelles in occasione del vertice dell’Istituto europeo di innovazione e tecnologia dell’11 ottobre 2022, nell’ambito della serie di eventi faro dell’Istituto, INNOVEIT WEEKS. Maggiori informazioni sono disponibili nel comunicato dell’Istituto europeo di innovazione e tecnologia. (aise)




La molecola che combatte l’obesità senza il bisogno di esercizio fisico

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unnamed (1)Si chiama Lac-Phe, è una molecola che potrebbe combattere l’obesità riducendo l’assunzione di cibo e la sensazione di fame. A delineare questa interessante prospettiva gli scienziati del Baylor College of Medicine e della Stanford School of Medicine, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista Nature per rendere noti i risultati del loro lavoro.

Il team, guidato da Yong Xu, ha utilizzato un modello murino per valutare gli effetti della molecola. “È stato dimostrato che l’esercizio fisico può coadiuvare la perdita di peso – afferma Xu – comprendendo il meccanismo attraverso cui l’attività fisica innesca questi benefici potremmo aiutare molte persone a ritrovare la linea in fretta e senza sforzi eccessivi”.

Queste informazioni, commentano gli esperti, migliorano la conoscenza relativa ai processi fisiologici alla base dell’interazione tra esercizio fisico e sensazione di fame. “Ci sono soggetti che non hanno modo di compiere abbastanza esercizi o fisico – aggiunge Jonathan Long, collega e coautore di Xu – ad esempio, le persone anziane o fragili potrebbero trarre beneficio dall’assunzione di un farmaco che contribuisce a contrastare l’osteoporosi, le malattie cardiache e una serie di condizioni problematiche”.

Lac-Phe, riportano gli studiosi, è un amminoacido sintetizzato dal lattato, un sottoprodotto associato all’esercizio fisico intenso, e dalla fenilalanina, un amminoacido alla base delle proteine. Il gruppo di ricerca ha considerato una coorte di topi obesi, a cui è stato assegnato un dosaggio elevato di Lac-Phe. Questi esemplari, riportano gli scienziati, hanno mostrato una riduzione del 50 per cento nell’assunzione di cibo rispetto agli animali di controllo, e non sono stati osservati effetti collaterali sulla capacità di movimento o sul dispendio energetico. Somministrato per dieci giorni, Lac-Phe ha ridotto l’assunzione cumulativa di cibo e il peso corporeo, favorendo la perdita di grasso corporeo, e migliorando la tolleranza al glucosio. Gli esperti hanno anche identificato CNDP2, un enzima coinvolto nella produzione di Lac-Phe.

I topolini con livelli esigui di questo enzima, infatti, non perdevano tanto peso nonostante un rigido schema di esercizio. “Questi primi risultati – conclude Xu – sono davvero interessanti. Il nostro obiettivo è imparare a modulare questi composti in modo da fornire all’organismo gli stessi benefici associati all’attività fisica”.

da agi.it




Ricerca, molecola restituisce l’udito grazie alla luce

foto di archivio con data errata chiamare lo staff di fotogramma per informazioni piu precise

foto di archivio con data errata chiamare lo staff di fotogramma per informazioni piu preciseRestituire l’udito con la luce. La prima molecola al mondo che promette di attivare i neuroni uditivi attraverso una strategia fotofarmacologica è stata sviluppata grazie a uno studio internazionale pubblicato sul ‘Journal of the American Chemical Society’, con protagonista fra gli altri un chimico farmaceutico oggi in forze all’università Statale di Milano. La ricerca, con test in vitro e in vivo, segna un passo avanti verso una nuova generazione d’impianti cocleari attivabili con la luce: un orecchio bionico’ che potrebbe superare i limiti dei dispositivi elettrici più comunemente in uso.

Attualmente – ricordano da UniMi – circa un milione di persone nel mondo utilizzano un impianto cocleare, cioè un dispositivo impiantato chirurgicamente per ripristinare la percezione del suono in persone affette da perdita dell’udito profonda o da sordità. I microfoni all’esterno del dispositivo convertono il suono in segnali elettrici che poi stimolano direttamente il nervo uditivo nella coclea, la struttura dell’orecchio interno che trasforma i suoni in messaggi nervosi e li invia al cervello il quale, a sua volta, ne codifica la percezione. Sebbene gli impianti cocleari abbiano avuto grande successo nel permettere un recupero della comprensione del parlato in situazioni di silenzio, la loro risoluzione spettrale, ovvero la loro capacità di distinguere onde sonore con frequenze diverse, è limitata e non consente di apprezzare la musica o di seguire conversazioni in presenza di rumore.

Da qui la portata della scoperta della molecola TCPfast, attivata dalla luce blu e “in grado di legarsi a un recettore neuronale e di funzionare come una protesi molecolare che trasforma i normali neuroni uditivi in neuroni in grado di attivarsi con la luce“, sintetizza Carlo Matera, chimico farmaceutico dell’Institute for Bioengineering of Catalonia (Ibec), in Spagna, che ha sintetizzato TCPfast e che dal 2020 è ricercatore al Dipartimento di Scienze farmaceutiche della Statale meneghina.

Al centro dello studio coordinato da Pau Gorostiza, capo del gruppo di ricerca Nanoprobes & Nanoswitches dell’Ibec, e da Tobias Moser, direttore dell’Institute for Auditory Neuroscience dello University Medical Center di Göttingen, in Germania, c’è dunque “un agente farmacologico controllabile con la luce e in grado fotoattivare i neuroni uditivi di mammifero”, lo definiscono gli autori. Il TCPfast è stato messo a punto e utilizzato per la prima volta dagli scienziati dell’Ibec in collaborazione con lo University Medical Center di Göttingen, il Consorcio Centro de Investigación Biomédica en Red de Bioingeniería Biomateriales y Nanomedicina (Ciber-Bbn) spagnolo e, sempre in Spagna, l’Institute for Advanced Chemistry of Catalonia del Consejo Superior de Investigaciones Científicas (Csic).

I nuovi impianti cocleari – spiega ancora da UniMi – sono in grado di convertire i suoni in stimoli luminosi che a loro volta vengono trasmessi all’orecchio interno. “Il gruppo di Moser, con cui abbiamo collaborato per questo progetto – riferisce Gorostiza – ha fatto da apripista alla ricerca in questo campo mediante una tecnica nota come optogenetica, che ha permesso di ripristinare l’udito in animali di laboratorio attraverso una modificazione genetica dei neuroni cocleari, rendendoli capaci di trasformare gli stimoli luminosi ricevuti dall’impianto cocleare in un potenziale d’azione che viene trasmesso al cervello e percepito come suono”. Ma “al fine di evitare la manipolazione genetica, in questo nuovo progetto – rimarca Matera – abbiamo invece sviluppato un metodo alternativo per accoppiare la luce all’attività elettrica dei neuroni Abbiamo così ideato TCPfast”.

“Dopo aver testato gli effetti della nostra molecola in vitro su neuroni ippocampali – racconta Aida Garrido-Charles, ricercatrice Ibec – abbiamo condotto esperimenti in vivo su gerbilli, dei piccoli roditori. Questi esperimenti ci hanno permesso di verificare che, quando TCPfast viene colpito da luce blu, è in grado d’indurre un segnale nei neuroni della coclea. Si tratta della prima volta in cui un risultato del genere viene ottenuto adottando una strategia farmacologica e non genetica”.

L’obiettivo futuro degli scienziati è “migliorare le caratteristiche di TCPfast e studiare più a fondo l’effettiva capacità di molecole di questo tipo di ripristinare l’udito”. “Le nostre simulazioni al computer ci dicono che ‘ascoltare la luce’ dovrebbe permettere di recuperare un udito molto più simile a quello fisiologico: il prossimo passo sarà verificarlo sperimentalmente”, conclude Antoine Huet, ricercatore dello University Medical Center di Göttingen.

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