La dottoressa Milito ci parla di prevenzione e diagnosi prenatale

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Segnaliamo la interessantissima puntata di ‘’Un caffè sul 12’’ su TEN Teleuropa Network sulla Prevenzione e Diagnosi Prenatale. Presenti in studio, con Gianluca Pasqua, la Dott.ssa Mariagabriella Milito di Rovito, Cosenza, specialista in ginecologia e ostetricia e la giornalista ANSA Elvira Madrigrano.
La dottoressa Mariagabriella Milito ha spiegato che “nel corso della gestazione, la futura mamma può monitorare lo sviluppo del feto attraverso esami specifici. Gli esami di diagnosi prenatale (invasivi e non invasivi) sono utili nella rilevazione di eventuali anomalie cromosomiche a carico del feto. Vediamo insieme quali sono gli esami che si possono svolgere e quando vanno effettuati. La più importante anomalia cromosomica è la sindrome di Down (o mongolismo), che ha una frequenza che aumenta con l’età materna, essendo di circa 1:800 nella popolazione generale, 1:300 a 35 anni e 1:100 a 40 anni. Per diagnosticarla, può essere valutato il cariotipo fetale tramite l’amniocentesi o la villocentesi.

L’amniocentesi viene effettuata a 16 settimane circa, sotto guida ecografica, e consiste in una puntura trans addominale dell’utero con prelievo di liquido amniotico: il fastidio è quello di una puntura intramuscolare. Il rischio d’interruzione della gravidanza legato alla procedura è dell’1 %, mentre il risultato dell’esame perviene entro tre settimane.

La villocentesi viene effettuata tra l’11esima e la 12esima settimana di gestazione, sotto guida ecografica, e consiste in una puntura trans addominale dell’utero con prelievo di trofoblasto placentare: il fastidio è un poco superiore rispetto all’amniocentesi. Il rischio d’interruzione della gravidanza legato alla procedura è dell’1%. Il risultato dell’esame diretto perviene in pochi giorni, quello colturale (definitivo) entro tre settimane. Gli esami non invasivi sono la translucenza nucale e il DNA fetale nel sangue materno. La translucenza nucale è una misura effettuata a livello della nuca del feto tramite un’ecografia tra l’11esima e la 14esima settimana: se tale spessore risulta aumentato rispetto ai valori normali di riferimento, pure aumentato risulta essere il rischio di anomalia cromosomica e di cardiopatia fetale. Pertanto non si tratta di un test diagnostico, ma statistico, di stima del rischio. Se questo risulterà elevato, si proporrà alla gestante l’esecuzione di un esame invasivo per la diagnosi del cariotipo (villocentesi o amniocentesi) e un’ecocardiografia fetale per la ricerca di malformazioni cardiache. Così facendo si riescono a individuare tra il 75 e l’80 % dei feti down e molti casi di altre alterazioni cromosomiche o cardiache. Per aumentare l’efficacia del test si può associare la valutazione di: osso nasale, dotto venoso e rigurgito della tricuspide, ed effettuare il prelievo per la determinazione di PAPP-A e free-beta-HCG. In questo modo si riescono a individuare circa il 90% dei feti affetti da sindrome di Down. Questo esame genetico ricerca nel sangue materno il DNA fetale, che è il costituente dei cromosomi. Richiede un semplice prelievo ematico (10 ml) effettuabile a partire dalla decima settimana compiuta di gravidanza. In laboratorio si procede all’estrazione del DNA fetale libero (non cellulare) e al suo “sequenziamento selettivo”.

Oggi l’esame può essere processato in Italia. Solitamente non vengono studiate tutte le 23 coppie dei cromosomi, ma le 4 più importanti: la 21, la 18, la 13 e quella del sesso. In una settimana il test indica se il feto è affetto dalla trisomia 21 (sindrome di Down) o 18 (sindrome di Edwards) o 13 (sindrome di Patau), o dalla monosomia X (sindrome di Turner). Questi difetti complessivamente coprono la quasi totalità delle patologie cromosomiche clinicamente rilevanti che superano il primo trimestre di gravidanza. Chi lo desidera può comunque effettuare l’esame di tutte le 23 coppie di cromosomi. Assai meno richieste la ricerca delle microdelezioni e delle mutazioni di singoli geni, situazioni decisamente più rare. L’attendibilità non risulta influenzata dall’età materna, e per la sindrome di Down è del 99,9%.

Comunque in caso di test che indica una cromosomopatia, il risultato andrà confermato tramite villocentesi o amniocentesi. Raramente viene segnalata la necessità di ripetere il prelievo, ovvero quando la quantità di DNA fetale è troppo piccola. Il test si può effettuare anche nelle gravidanze gemellari e nelle fecondazioni da procreazione assistita, sia omologhe che eterologhe.

Nelle donne con gruppo Rh negativo e partner Rh positivo è possibile determinare il gruppo ematico del feto con un prelievo di sangue materno e pertanto nei casi con feto Rh negativo si eviterebbe di effettuare ante-partum la profilassi con immunoglobuline quando altrimenti sarebbe raccomandata (post villocentesi o amniocentesi, minacce di aborto-parto pretermine, di routine a 28 settimane)”.




Una buona frittura? E’ una questione di fisica

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unnamedLo sfrigolio della frittura cambia quando l’olio raggiunge la temperatura ideale. Ad esplorare la complessità della fisica associata alla frittura perfetta, uno studio pubblicato sulla rivista Physics of Fluids, condotto dagli scienziati della King Abdullah University of Science and Technology.

Il team, guidato da Tadd Truscott, ha esaminato attentamente le bolle che si formano quando le goccioline d’acqua entrano in contatto con l’olio da cucina riscaldato. Gli esperti hanno scoperto che la quantità di acqua assorbita dalle bacchette e il materiale dei bastoncini stessi potevano influenzare la tipologia e la quantità delle bolle che si formavano.

In un’altra serie di esperimenti, i ricercatori hanno utilizzato un piccolo pezzo di carta inumidito con acqua. In questo caso, riportano gli autori, la quantità e il tipo di bollicine dipendevano sia dalla quantità di acqua che dalla temperatura dell’olio. In aggiunta, le stesse procedure sono state eseguite utilizzando una configurazione che consentiva di aggiungere goccioline d’acqua all’olio caldo da un filo sospeso su una struttura mobile. Grazie a una telecamera ad alta velocità e un microfono particolarmente sensibile, il gruppo di ricerca ha raccolto dati dettagliati sulla forma delle bolle d’acqua derivanti dal contatto tra la goccia d’acqua e l’olio bollente.

“Abbiamo individuato tre tipi di bolla – commenta Tadd Truscott – una ‘di esplosione’, che si forma quando la goccia d’acqua entra in contatto con l’olio e subisce una microesplosione a causa dell’improvviso aumento della temperatura. In secondo luogo abbiamo osservato casi di bolle piu’ allungate, che possono esplodere senza rompere la superficie. Da ultimo, abbiamo evidenziato le bolle ‘oscillanti’, che si formano quando la goccia scivola via e viene rapidamente sommersa nell’olio bollente”. I segnali audio hanno mostrato caratteristiche acustiche e sonore differenti nei tre casi esaminati. “Decifrare questi segnali – conclude Truscott – potrebbe portare allo sviluppo di applicazioni future utili in cucina, come un dispositivo in grado di rilevare il momento ideale per la cottura delle sostanze”.

agi.it




Come mettere ko i fastidi della menopausa con la giusta lista della spesa

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cibo donna saluteMandorle tutti i giorni, proteine in tutti i pasti, pesce azzurro di piccolo taglio: sono questi alcuni degli alimenti che non devono mancare nella dispensa di una donna in menopausa, sia che voglia mantenersi in forma sia che abbia la necessità di perdere grasso addominale. A stilare la lista della spesa per le donne che hanno bisogno di ridurre i sintomi tipici di questo periodo della vita (come anche i segni) è la dottoressa Serena Missori, endocrinologa e diabetologa come racconta nel suo nuovo libro ‘Il reset ormonale – dal ciclo alla menopausa senza stress’ (Edizioni Lswr). Nel libro l’esperta- si legge ancora- indica diete specifiche (corredate da menù settimanali completi sia onnivori che per pescetariani, vegetariani e vegani) per chi soffre di sindrome premestruale, endometriosi, ovaio policistico e acne, dominanza estrogenica e menopausa.

GLI ALIMENTI NECESSARI DURANTE LA MENOPAUSA

“Mai rinunciare alla verdura a foglia larga e alle mandorle, da gustare ogni giorno per il loro contenuto di calcio e magnesio, necessari per la salute delle ossa- spiega la dott.ssa Missori che ricorda anche quanto sia essenziale introdurre proteine in ogni pasto principale.- In menopausa si assiste ad una perdita di muscolo che causa anche lassità della pelle, prolasso, incontinenza. Introdurre le proteine è necessario, quindi, per continuare ad alimentare la muscolatura del corpo. Si alla frittura, una volta a settimana con olio evo a 170 gradi, perché attiva il fegato, la colecisti e l’intestino”.

E SE SI VUOLE ELIMINARE GRASSO ADDOMINALE?

“Non rinunciare ai cereali integrali a cena: facilitano il sonno contrastando l’insonnia e aiutano ad alleviare lo stress- spiega Missori- e variare l’assunzione di verdura, per coprire tutto lo spettro vitaminico e dei minerali. Infine, tre volte a settimana consumare pesce azzurro di piccolo taglio, ricco di omega 3”.
GLI INTEGRATORI – Sono diversi gli integratori che possono aiutare la donna in menopausa- aggiunge la nota- Si va dal multivitaminico (energizzante e anti-stanchezza) al Complesso B, Magnesio e Vitamina D. L’Angelica Sinensis è utile per ridurre i sintomi delle vampate. Contro vampate e sudorazione sono di aiuto anche il Trifoglio e la Damiana, mentre la Varbena è utile per combattere lo stress. Infine, il Fieno Greco è utile alla salute sessuale femminile grazie alla presenza di fitoestrogeni. Riduce i sintomi della menopausa e promuove la libido.

SOFFIARE VIA LE VAMPATE? È POSSIBILE? ECCO COME…

“Le vampate sono uno dei sintomi più fastidiosi del periodo della menopausa perché creano disagio, insicurezza, aumentano il nervosismo e se sono notturne rubano il sonno. Eppure è possibile soffiarle via. Quando sta per arrivare la vampata, prova a trattenere il respiro per qualche secondo. Si avvertirà del tepore. Poi inizia a soffiare lentamente, come quando si soffia un cucchiaio di minestra bollente. L’aria intorno a te si raffredderà immediatamente”, conclude l’esperta.

agenzia DIRE – www.dire.it




Caricabatterie universale dal 2024 per cellulari, tablet e fotocamere

smartphone batteria ftg

smartphone batteria ftgL’Ue ha raggiunto l’accordo sul caricabatterie universale. A trovare l’intesa sulla direttiva sul caricatore unico per telefonini, tablet e altri apparecchi elettronici (in pratica la revisione della direttiva sugli equipaggiamenti radiofonici) sono stati i negoziatori del Consiglio e del Parlamento europeo. Lo comunica la commissione Imco, via social.

A partire dal 2024, tutti gli apparecchi elettronici di taglia medio-piccola venduti nell’Ue dovranno essere dotati di una porta di tipo Usb-C, per evitare la moltiplicazione degli standard e dei caricabatterie, che genera montagne di spazzatura elettronica. Consiglio e Parlamento hanno raggiunto un accordo in trilogo, a Strasburgo, sulla revisione della direttiva sugli equipaggiamenti radiofonici, in pratica sul caricatore unico, una misura di armonizzazione degli standard che punta a ridurre la produzione di rifiuti e a semplificare la vita a chi utilizza telefonini, laptop, tablet e simili.

Tra due anni la porta Usb-C, uno standard utilizzato anche dalla Apple, a lungo criticata per l’utilizzo di due standard differenti per la ricarica degli apparecchi, sarà obbligatoria, a prescindere dal produttore, per telefonini, tablet, e-reader, cuffie e auricolari, macchine fotografiche digitali, consolle per videogiochi, casse portatili ricaricabili via cavo. Anche i laptop dovranno averla, entro 40 mesi dall’entrata in vigore. In questo modo, dovrebbe ridursi la quantità di cavi che un utente medio deve portare con sé.

Anche le velocità di ricarica verranno armonizzate per gli apparecchi che supportano la ricarica rapida, cosa che dovrebbe permettere agli apparecchi di essere ricaricati alla stessa velocità con qualsiasi caricatore compatibile. Dovranno essere anche fornite informazioni chiare sulle caratteristiche di ricarica degli apparecchi, in modo da facilitare la ricerca di un caricatore compatibile.

Dopo la pausa estiva, Parlamento e Consiglio dovranno approvare l’accordo, prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale Ue. Entrerà in vigore 20 giorni dopo e le disposizioni inizieranno ad applicarsi dopo 24 mesi. Le nuove regole non riguarderanno gli apparecchi commercializzati in precedenza.

adnkronos.it




Diabete, con le nuove terapie si punta alla remissione della patologia

paolo fiorina

paolo fiorinaÈ una vera e propria rivoluzione terapeutica quella a cui stanno partecipando i diabetologi e gli altri specialisti impegnati nella cura del paziente diabetico. Le nuove terapie favoriscono una medicina di precisione che permette di guardare anche alla remissione della patologia, garantendo un aumento della sopravvivenza e aprendo all’opportunità di una migliore qualità di vita. Si modifica così la percezione della responsabilità terapeutica del diabetologo nella normale attività di assistenza ambulatoriale ed ospedaliera. L’avvento di queste nuove opzioni terapeutiche, nuovi devices e avanzamenti tecnologici, nonché i progressi nella ricerca e le attuali evidenze scientifiche, hanno permesso al diabetologo di conoscere più approfonditamente i meccanismi patologici che correlano la variabilità glicemica con lo sviluppo di complicanze macro- e micro- vascolari, il continuum cardio-renale, il metabolismo miocardico, gli ormoni coinvolti nel metabolismo post-prandiale, gli effetti extraglicemici e centrali delle nuove terapie.

“I farmaci innovativi per il diabete mellito di tipo 2, i GLP-1 receptor agonisti e le glifozine, consentono di modificare radicalmente l’atteggiamento del clinico di fronte alla patologia e di ragionare in termini di reversibilità della stessa – sottolinea il Prof. Paolo Fiorina, Presidente SID Lombardia e Professore Ordinario di Endocrinologia, Università degli Studi di Milano – Grazie a questi nuovi approcci terapeutici, possiamo ragionare non solo nell’ottica di curare la glicemia, ma l’idea è quella di prolungare la vita del paziente diabetico. Diventa possibile infatti diminuire gli eventi cardiovascolari come ictus, scompenso cardiaco, infarto miocardico, o interventi nefrologici come la dialisi. L’obiettivo, oltre all’allungamento della vita del paziente, è quello di occuparci del suo benessere, della qualità di vita che oggi può essere nettamente migliorata”.

“LA CURA”, IL CONGRESSO SID-AMD LOMBARDIA

Le nuove opportunità terapeutiche disponibili nella lotta al diabete rappresentano un progresso straordinario della ricerca scientifica, visto che questa patologia colpisce quasi 4 milioni di italiani, senza contare coloro ai quali non è stata diagnosticata o sono in procinto di svilupparlo. Proprio in virtù di questa rivoluzione terapeutica, il 28° Congresso Interassociativo AMD-SID della Regione Lombardia, che si terrà il 14-15 ottobre presso l’Auditorium Giorgio Gaber – Palazzo Lombardia, si intitolerà “La cura”. Oltre a numerosi specialisti, porteranno il proprio contributo con delle lecture figure di primo piano della mondo scientifico, delle istituzioni, della comunicazione: tra questi, Alberto Angela; il Prof. Massimo Galli; il Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana; il Prof. Agostino Consoli, Presidente SID; il Prof. Andrzej Krolewski, Professore di Medicina alla Harvard Medical School. Il Congresso è stato presentato nella conferenza stampa di lunedì 16 maggio, prima occasione per analizzare i dati sugli effetti del diabete alla luce delle nuove terapie.

ag.DIRE – www.dire.it




Green Pass, obbligo vaccinale e mascherine, dal 1° giugno cambierà davvero tutto?

green pass obbligatorio

green pass obbligatorioLa data che molti italiani stanno aspettando è quella del 1° giugno, cioè l’ultimo giorno dopo il quale l’Italia dovrebbe tornare a vedere la luce e quindi una parvenza di normalità dopo il biennio tragico caratterizzato dalle restrizioni dovute anche alla minaccia della pandemia da Covid-19.

Da quella data, per esempio, gli over 50 non dovranno più vaccinarsi per forza, mentre le mascherine dovrebbero essere abolite anche nei locali al chiuso.

E il Green Pass? Vediamo.

Dal primo giugno, addio al Green Pass

Il certificato verde è pronto, si spera, a salutarci per sempre. Dal 1° giugno, infatti, non sarà più necessario utilizzare il Green Pass base, ovverosia quello che si ottiene con un tampone negativo oltre che con la guarigione o con il vaccino, nemmeno per entrare in Italia. E questo vale sia per i turisti che per gli italiani che rientrano delle vacanze. Attenzione, però, a dove decidete di trascorrere queste ultime, perché ci sono Paesi come Germania, Francia, Spagna e Portogallo che lo richiedono a coloro che vogliono entrare nel loro territorio. Per il resto, da giovedì 16 giugno stop all’obbligo vaccinale per over 50, personale scuola e forze dell’ordine

 

Le mascherine NON sono più obbligatorie dal 30 aprile

E visto che in giro si continuano a vedere persone indossarle anche quando si trovano da sole al volante della loro auto, ricordiamo che le mascherine non sono più obbligatorie all’aperto dallo scorso 10 febbraio se non in caso di rischi di assembramento. Restano obbligatorie al chiuso anche su aerei, navi e traghetti, treni, autobus, scuolabus, funivie e cabinovie, teatri, cinema e luoghi dove si svolgono eventi sportivi per quanto riguarda le FFP2.

Per tutti gli altri luoghi al chiuso basterà la mascherina chirurgica, anche in discoteca, tranne quando si scende in pista a ballare. Almeno fino al prossimo 15 giugno, quando scadrà l’obbligo d’indossarla anche in questi ambiti.

Tuttavia, per cautela, potrebbero essere ancora necessarie per i trasporti, specie quelli a lunga percorrenza come aerei e treni, e per l’accesso in ospedali e in generale, edifici sanitari dove sono presenti soggetti deboli e anziani. Dopo la conclusione di questo anno scolastico, esami compresi, non ci dovrebbe essere più alcun obbligo nemmeno a scuola. Per i luoghi di lavoro privati, infine, sono obbligatorie fino al 30 giugno negli ambienti condivisi, e dopo si vedrà.

da webnews.it




Sequenziato il Dna di un abitante dell’antica Pompei

pompei

pompei“Ogni dato in più che risulta dalle indagini è un’importante conquista per la ricerca scientifica che contribuisce a completare il quadro storico di un’epoca e di una civiltà. È frutto di collaborazioni interdisciplinari, di un lavoro di squadra lungo e paziente, che necessita anche di una volontà comune di divulgare notizie rigorose, evitando facili protagonismi che possono rendere fuorviante l’informazione. Il parco archeologico di Pompei è campo privilegiato di sperimentazione di tali studi ed è il detentore dei conseguenti risultati che, raccolti e comparati, sono in grado di assicurare una comunicazione corretta della ricerca archeologica, antropologica e in generale scientifica”.

Così il direttore del parco archeologico Gabriel Zuchtriegel in merito alle recenti notizie sulla rilevazione del dna di un abitante di Pompei che – spiega una nota – si inseriscono all’interno di un più ampio filone di studi, condotto dal Parco archeologico di Pompei che da anni lavora – anche con il contributo di università e istituti scientifici – ad una mappatura di tutto il dna disponibile, riservandosi di diffondere tali risultati quando il quadro sarà completo e scientificamente esaustivo.

IL DNA DEGLI ABITANTI DI POMPEI

Il dna degli abitanti di Pompei – prosegue la nota – viene estratto dal 1998, profilandosi come uno dei più radicati ambiti di analisi scientifica nel sito. Non si può parlare dunque di una ‘prima mappa del dna’ emersa ora, ma di un tassello di una ricerca di lungo corso che andrà a integrare un quadro molto più vasto ed esauriente. Lo studio recente ha un suo punto di forza nell’individuazione per via genetica di una vistosa patologia, la tubercolosi, già rilevata autopticamente, sebbene l’individuo in esame abbia permesso l’estrazione di un genoma al 33%, quindi non completo. Il soggetto in studio, essendo stato scavato nel 1934 ed essendo rimasto a lungo esposto, presenta percentuali di un dna endogeno inferiori agli standard che si rilevano nella mappatura strutturata e ragionata ancora in corso.

LO STUDIO DEL DNA

Questa monumentale mappatura genetica che interessa l’intera popolazione pompeiana, avviata dal 2015, è in corso a cura del Parco con la collaborazione dell’Università di Firenze, con il fine di avere un vero e proprio ritratto di una popolazione di epoca imperiale. Questo progetto nasce dalla consapevolezza che il deposito vulcanico ha agito come “guscio” sui resti dei pompeiani, di fatto evitando che venissero “inquinati” da fattori esterni. L’ambizioso progetto ha portato alla vincita di un Prin finanziato per 800mila euro, dal titolo “Pompeii molecular portrait”.

Già in passato, lo studio del dna di vittime dell’eruzione del 79 d.C. ha portato a risultati importanti, a volte sorprendenti. Per esempio le analisi sui calchi del gruppo di un presunto nucleo familiare, rifugiatosi nella casa del Bracciale d’Oro, hanno rivelato – conclude la nota – che lo stesso era composto da due adulti e due bambini di sesso maschile, ma privi di rapporti di parentela genetica.

ag. DIRE – www.dire.it




Le emozioni nascono dal cuore: lo dimostra lo studio dell’Università di Pisa

cuore emozioni

cuore emozioni“Le emozioni nascono nel cuore, e non nel cervello, dicevano i poeti. Ora la ricerca scientifica conferma le fondamenta di questo topos letterario. Uno studio dei bioingegneri dell‘Università di Pisa in collaborazione con l‘Università di Padova e l’University of California Irvine e pubblicato sulla rivista ‘Proceedings of the National Academy of Science of the USA’ analizza il meccanismo che ci porta a provare una specifica emozione a fronte di determinati stimoli e trova nel cuore la radice delle emozioni“. Così in una nota l’Università di Pisa (Unipi).

DOVE NASCONO LE EMOZIONI

“Che il corpo giochi un ruolo fondamentale nel definire gli stati emotivi è ormai ampiamente riconosciuto dalla comunità scientifica- spiega Gaetano Valenza, docente di bioingegneria al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa e ricercatore al Centro ‘E. Piaggio- Tuttavia, se escludiamo alcune teorie proposte agli inizi del secolo scorso, fino ad ora l’attività cardiovascolare è stata vista come un semplice supporto metabolico a sostegno del cervello. E solo il cervello sarebbe la sede dei processi biologici responsabili dell’esperienza emotiva cosciente. Noi abbiamo invece evidenze del fatto che l’attività cardiovascolare gioca un ruolo causale nell’iniziare e nel sentire una specifica emozione, e precede temporalmente l’attivazione dei neuroni della corteccia cerebrale. In sostanza, per dirla parafrasando William James, che fu il padre, insieme a John Lange, della cosiddetta teoria periferica delle emozioni, non abbiamo la tachicardia perché abbiamo paura, ma la sensazione di paura è l’esperienza emotiva cosciente innescata dalla tachicardia”.

LA RICERCA

“Per dimostrare questa teoria- si legge ancora- sono stati utilizzati modelli matematici complessi applicati ai segnali elettrocardiografici ed elettroencefalografici in soggetti sani durante la visione di filmati con contenuto emotivo altamente spiacevole o piacevole. I ricercatori hanno così scoperto che nei primi secondi lo stimolo modifica l’attività cardiaca, che a sua volta induce e modula una specifica risposta della corteccia. Un continuo e bidirezionale scambio di informazioni tra cuore e cervello sottende quindi l’intera esperienza cosciente dell’emozione e, soprattutto, della sua intensità”.

UNO SCAMBIO COMPLESSO

“Ovviamente- prosegue Valenza- la complessità delle emozioni che proviamo deriva da uno scambio molto complesso tra il nostro sistema nervoso e i vari sistemi periferici, ma è l’attività cardiaca, e non quella cerebrale, a dare il via all’esperienza emotiva.” “Per potere estrarre da una semplice analisi dell’ECG- precisa l’università- la valutazione di uno stato emotivo, i ricercatori hanno sviluppato delle equazioni matematiche in grado di decodificare continuamente la comunicazione cuore-cervello nei diversi stati emozionali. In pratica, data una certa dinamica cardiaca, in un futuro prossimo, potrebbe essere possibile comprendere quale emozione è stata provata dal soggetto sotto osservazione, per esempio utilizzando uno smartwatch”.

IL LEGAME CON I DISTURBI PSICHICI

“La scoperta può avere delle ricadute molto rilevanti sulla comprensione dei disturbi psichici e sulla loro relazione con la salute fisica- afferma Claudio Gentili, del Dipartimento di Psicologia Generale e Centro per i Servizi Clinici Psicologici dell’Università di Padova- e può spiegare perché soggetti con disturbi affettivi, come la depressione, sono associati ad una maggior probabilità di sviluppare patologie cardiache, o, viceversa, tra soggetti con problemi cardiaci quali patologie coronariche o aritmie si riscontra un incremento di ansia e depressione. Il nostro lavoro, oltre a riportare in auge la teoria della genesi periferica delle emozioni, conferma le più recenti posizioni neuroscientifiche che propongono di superare il dualismo tra il cervello inteso come organo esclusivo della mente e il corpo, suggerendo come noi non siamo (solo) il nostro cervello“.

ag DIRE – www.dire.it




Vaiolo delle scimmie, Vaia (Spallanzani): “Dei 3 ricoverati da noi, 2 di ritorno dalle Canarie”

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ricerca laboratorio jpgÈ una situazione da attenzionare, ma al momento non c’è alcun allarme“. Lo ha precisato subito il direttore generale dell’Inmi Spallanzani, Francesco Vaia, aprendo la conferenza organizzata questa mattina a Roma per aggiornare sulla situazione del vaiolo delle scimmie in Italia. “Le tre persone ricoverate attualmente presso il nostro ospedale con infezione confermata da virus Monkeypox sono tre giovani uomini che non riferiscono contatti tra loro, anche se due riportano un viaggio alle Canarie, dove recentemente è stato segnalato un caso di questa malattia. Mentre il terzo ha riferito un viaggio a Vienna“.

“Tutti e tre sono in discrete condizioni di salute – ha precisato Vaia -, hanno un ingrossamento di alcune ghiandole linfatiche, che appaiono dolenti, e la comparsa di un numero limitato di piccole pustole cutanee localizzate. Una sola ha presentato una febbre di breve durata”. Per quanto riguarda la cura il dg ha spiegato che i pazienti “sono trattati con una terapia sintomatica che allo stato è sufficiente”. Vaia ha poi precisato che comunque presso l’Istituto Spallanzani “sono disponibili dei farmaci antivirali che potrebbero essere impiegati in via sperimentale qualora si rendesse necessaria una terapia specifica. Allo stato non è così – ci ha tenuto a sottolineare – ma siamo pronti avendo anche disponibilità di questi farmaci”.

Per la prossima settimana il laboratorio di virologia dello Spallanzani “prevede d’isolare il virus – ha anticipato Vaia – e questo renderà possibile eseguire una serie d’indagini sperimentali. In particolare si potrà studiare se nel sangue di persone che sono state vaccinate contro il vaiolo, persone che oggi hanno più di 50 anni, sono presenti anticorpi che neutralizzano questo virus e cellule immunitarie in grado di attaccarlo“. L’isolamento virale inoltre “permetterà di eseguire test per la diagnosi sierologica di questa infezione”.

Ha tenuto a tranquillizzare anche Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali che ha sottolineato come al momento “siamo in una situazione di assoluta tranquillità, ci sono pochissimi casi in tutto il mondo – ha detto – quindi non dobbiamo innescare un meccanismo di grande preoccupazione. C’è attenzione”. Andreoni ha poi ricordato che “tutti i casi che ci sono stati in letteratura si sono autolimitati, non ci sono state grandi epidemie“.

In chiusura della conferenza l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato, ha precisato che “la situazione è sotto controllo, questi casi sono stati individuati anche grazie a un buon sistema di sorveglianza che è all’opera per ricostruire l’albero dei contatti, contiamo che nelle prossime ore si possa completare questo lavoro”, ha concluso.

ag. DIRE – www.dire.it




Allarme obesità infantile: quasi un bambino italiano su dieci ne è affetto

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bambini obesita sovrappeso e1653144838382“Negli ultimi quattro decenni, il numero di bambini e adolescenti con obesità è aumentato di oltre dieci volte. In 40 anni (dal 1975 al 2016) bambini e adolescenti obesi sono passati da 5 a 50 milioni tra le femmine e da 6 a 74 milioni tra i maschi (Nature Metabolisme 2020). In totale oggi si contano circa 120 milioni di bambini e adolescenti obesi nel mondo. Un problema particolarmente rilevante per la salute futura se si considera che il 40% dei bambini obesi diventeranno adolescenti obesi, e che l’80% degli adolescenti obesi saranno adulti obesi. I pediatri, riuniti a Sorrento al 77° Congresso Italiano di Pediatria, tornano a lanciare l’allarme su una delle sfide più rilevanti per la salute pubblica del nostro secolo”. Così si legge in una nota diffusa dalla Società italiana di Pediatria (Sip).

L’OBESITÀ INFANTILE IN ITALIA

“In Italia – si legge ancora – uno dei Paesi europei con il più alto tasso di prevalenza dell’obesità infantile, preceduta solo da Cipro, Spagna e Grecia, i bimbi con obesità sono il 9,4% del totale e quelli in sovrappeso circa il 20%. E la pandemia non ha fatto che peggiorare la situazione, a causa della sospensione delle attività sportive e del maggior consumo di alimenti calorici. Secondo una survey condotta nel 2020 ad aver mangiato peggio, ossia di più e cibi meno sani, sono stati proprio i bambini e gli adolescenti di età compresa tra 12 e 18 anni”.

“L’obesità – spiega la Presidente della Società italiana di pediatria, Annamaria Staiano – è un modello precursore di malattie croniche che il Servizio sanitario nazionale deve affrontare in epoche successive della vita. Occorre investire sulla prevenzione di questa emergenza sociale e delle sue complicanze. Sono infatti in aumento anche le malattie correlate, tra cui il diabete di tipo 2, in crescita tra i bambini e che paradossalmente in passato veniva chiamato diabete dell’adulto”.

LE STRATEGIE PER CONTRASTARE L’OBESITÀ

Sana alimentazione, attività fisica e sonno corretto sono le strategie più utili secondo i pediatri per contrastare quella che è una vera e propria epidemia. In particolare, il focus è sulla dieta mediterranea che, come ricorda la presidente Sip, “è riconosciuta come patrimonio dell’Unesco. Abbiamo questo patrimonio, cerchiamo di usarlo. Sollecitiamo le mamme ad usare prodotti quanto meno raffinati possibili: ritorniamo a una dieta del passato, sana, ricca di cereali, carboidrati complessi, che danno sazietà al bambino, senza ricorrere invece a prodotti che hanno una quantità enorme di zuccheri semplici, come succhi di frutta e bevande zuccherate, che favoriscono l’insorgenza di obesità. È poi importante – aggiunge Staiano – mangiare frutta, verdura, pesce, carne bianca e raramente quella rossa, usare come condimento l’olio d’oliva e limitare l’uso, se possibile evitarlo proprio, di scatolame e alimenti conservati, perché si sta osservando che gli additivi alimentari e gli emulsionanti contribuiscono all’infiammazione cronica dei tessuti, fattori di rischio per l’insorgenza di diabete e malattie infiammatorie croniche intestinali”.

ag. DIRE – www.dire.it