La loro forma ricorda quella di un artiglio, quasi fossero unghie; da qui il nome tipico di ‘unguli‘ nel dialetto di alcuni luoghi del Sud. Parliamo delle fave, miniere di benessere per la salute umana e per il gusto di piatti squisiti. Alle fave fresche è dedicata la nuova puntata de ‘Il Gusto della Salute’ la rubrica scientifica ideata e coordinata dall’immunologo Mauro Minelli, responsabile per il Sud Italia della Fondazione per la Medicina Personalizzata. “La fava, oltre alle proprietà benefiche per il nostro organismo, è una pianta da rinnovo – spiega l’imprenditore agricolo Totino Pagliara – perché accumula l’azoto e lo rilascia nel terreno per le colture che seguiranno”.
Secondo Minelli: “Si tratta di una pianta appartenente alla famiglia delle leguminose originaria dell’Asia minore e diffusasi successivamente in tutto il bacino del Mediterraneo. Una pianta il cui frutto fin dall’antichità si sarebbe legato, suo malgrado, al culto dei morti, tanto da essere considerato alimento ‘impuro’. Perfino illuminati uomini di scienza – ricorda l’immunologo – come il matematico Pitagora, ne scoraggiavano il consumo, per quanto sia ipotizzabile che tale divieto fosse magari riconducibile ad una sorta di profilassi antelitteram del favismo, una sindrome emolitica diffusa in alcune aree del Sud Italia in cui erano sorte le prime scuole pitagoriche”.
La biologa nutrizionista Ilaria Vergallo ricorda che “la fava contiene preziosi minerali come il fosforo, il potassio, fondamentale nella regolazione della funzione cardiocircolatoria, e il ferro. Presenti anche vitamina K, vitamina A e folati importantissimi in gravidanza. Le fave – continua – sono consigliate a chi vuol perdere peso perché sono ipocaloriche, ricche di acqua e povere di grassi, e certamente aiutano a favorire il senso di sazietà per via della presenza di proteine e fibre. Inoltre, una dieta che prevede un discreto consumo di fave può aiutare a prevenire il morbo di Parkinson come documenta un recente studio scientifico”.
“Infine – chiude Minelli – oltre alle controindicazioni relative al favismo, e al divieto assoluto di assumere le fave da parte di chi è affetto da questa grave malattia emolitica legata al difetto genetico dell’enzima Glucosio 6-fosfato deidrogenasi, occorre ricordare che la fava andrebbe evitata da quei soggetti che soffrono di diarrea cronica, proprio in ragione del suo elevato contenuto in fibra. Nella gran parte dei casi – conclude l’immunologo – però le fave sono notevolmente consigliate, specie nella ristorazione di qualità essendo state fortemente rivalutate in cucina nel corso degli ultimi anni”.
adnkronos
Spallanzani: sul vaiolo delle scimmie “nessun allarme, ma grande attenzione”
scritto da Fatti Nostri | 21 Maggio 2022
“È un vaiolo minore. Ha una sintomatologia più lieve del vaiolo tradizionale. Assolutamente nessun allarme, ma grande attenzione”. Lo ha detto Francesco Vaia, direttore generale dell’Istituto Spallanzani su Rai Radio1 a ‘Che giorno è’.
“La buona notizia – ha aggiunto – è che lo abbiamo preso, credo in tempo. Lo abbiamo già sequenziato. Lunedì o martedì lo isoleremo. Da lì potranno partire le classiche prove per vedere se il vaccino attualmente disponibile può essere neutralizzante o meno. La scienza va avanti”.
“In discrete condizioni i contagiati”
“Le tre persone sono in discrete condizioni di salute, una sola ha presentato febbre di breve durata e tutte hanno un ingrossamento delle ghiandole linfatiche, che appaiono dolenti, e la comparsa di un numero limitato di piccole pustole cutanee localizzate”, ha spiegato Vaia, nel corso della conferenza stampa all’Istituto nella quale viene fatto il punto della situazione sul primo caso in Italia di Monkeypox, il vaiolo delle scimmie.
“Queste persone sono trattate con una terapia sintomatica allo stato sufficiente. Presso l’Istituto sono disponibili, comunque, farmaci antivirali che potrebbero essere impiegati in via sperimentale qualora si rendesse necessaria una terapia specifica”, conclude.
agi.it
Rosso nelle urine? Il tumore alla vescica si previene. Ecco la campagna ‘Fermati al rosso’
scritto da Fatti Nostri | 21 Maggio 2022
Una macchia rossa può cambiare la vita di una persona: un giorno qualunque, Fabio, ancora giovane e dinamico, si sveglia, va in bagno e vede del sangue nelle urine. Lo nota, ma sembra non dargli troppa attenzione. Esce, ha un appuntamento, ma un semaforo rosso lo blocca e gli fa tornare in mente quel ‘segnale’ che l’ha spaventato e disorientato… All’improvviso capisce che non ha tempo da perdere e decide di cambiare strada. Sono infatti migliaia gli uomini e le donne che ogni anno in Italia ‘vedono rosso’: il sangue nelle urine può essere la spia di un tumore della vescica.
Un segnale importante, spesso sottovalutato per scarsa conoscenza o paura. Una diagnosi precoce consente di intervenire tempestivamente quando il tumore non è ancora aggressivo e di tenere sotto controllo la malattia. Questo è il messaggio raccontato oggi nel prestigioso scenario milanese del cinema Anteo dal video-spot fulcro della campagna di sensibilizzazione e informazione ‘Fermati al rosso- tumore della vescica: un segnale può salvarti la vita’, promossa dall’associazione PaLiNUro – Pazienti Liberi dalle Neoplasie UROteliali, con la sponsorizzazione non condizionante di Astellas e con i patrocini di: Airo (Associazione Italiana Radioterapia e Oncologia clinica), Auro (Associazione Urologi Italiani), Cipomo (Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri), Fimmg (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale), Fondazione Aiom (Associazione Italiana Oncologi Medici), Siu (Società Italiana di Urologia), e Siuro, la società Italiana di Urologia Oncologica.
L’iniziativa ha l’obiettivo di aumentare la consapevolezza e la sensibilità della popolazione, dei pazienti e dei medici sul tumore della vescica, sull’importanza di non sottovalutare i sintomi e di rivolgersi al medico di famiglia o all’urologo in presenza di campanelli d’allarme. PaLiNUro, come spiega il proprio presidente Edoardo Fiorini, è nata otto anni fa e “in tutto questo tempo – osserva – abbiamo collaborato con l’Ecpc-European Cancer Patient Coalition, con molte società scientifiche e aziende farmaceutiche per sensibilizzare la popolazione”. Questa volta però è diverso, in quanto “siamo noi a parlare e a raccontare quello che è successo a noi pazienti“, in modo tale da mettere in guardia le persone, renderle consapevoli, educarle e sollecitare in loro la reazione e l’azione. Insomma, se vedi il rosso, vai dal medico. Ci sono una serie di sintomi che possono far confondere questa patologia con una semplice cistite, infatti per i medici spesso è difficile capire che ci si trova davanti a una persona con un tumore alla vescica. È chiaro che in una patologia di questo tipo che non prevede alcun tipo di screening e alcun tipo di prevenzione – osserva Fiorini – diventa importantissima la diagnosi precoce“.
Il tumore della vescica, chiamato più propriamente carcinoma uroteliale, è il quinto tumore più diffuso in Italia, il quarto nella popolazione maschile. Colpisce dopo i 50 anni di età, più tra gli uomini ma è in aumento anche tra le donne; sono oltre 25.000 i nuovi casi l’anno e più di 313.000 italiani attualmente convivono con una diagnosi di carcinoma uroteliale. È un tumore subdolo, poco noto, in cui la sintomatologia, caratterizzata da sangue nelle urine (ematuria), stimolo frequente e urgenza di urinare, bruciore, dolore pelvico e dolore alla schiena, è sovente sottovalutata dai pazienti e dagli stessi medici.
Scoprirlo tempestivamente è fondamentale. Il 60% dei pazienti alla diagnosi presenta una malattia allo stadio iniziale, ma il 90% dei casi ha una ricaduta di malattia nonostante le cure. Come evidenzia il segretario nazionale Siuro Giario Conti, “si tratta di una neoplasia maligna che ha origine dall’urotelio, la tonaca mucosa che tappezza la vescica e le alte vie urinarie che convogliano l’urina dal rene nella vescica”. Ed è proprio quest’ultimo “l’organo più colpito da questo tumore”. Tuttavia, questo tipo di patologia è sicuramente più guaribile di altre della stessa genesi: “La sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è di circa l’80% negli uomini, 78% nelle donne, dato dovuto al fatto che due terzi delle forme sono tumori uroteliali non infiltranti, cioè che non hanno invaso la tonaca muscolare e hanno quindi un decorso più favorevole e una possibilità di guarigione più alta”, precisa Conti. Secondo l’esperto, bisogna sì stare attenti a perdite di sangue nelle urine, ma non bisogna limitarsi solo a questo: “Anche le cistiti ricorrenti, negli uomini e nelle donne, sono trattati spesso per anni con integratori e antibiotici ripetuti senza fare un approfondimento diagnostico semplice come un’ecografia e una citologia urinaria”. Se poi proprio servisse la citoscopia, per l’oncologo si potrebbero poi scoprire “patologie neoplasive che erano superficiali ma molto invasive e che a quel punto possiamo solo rincorrere invece che anticipare e trattare prima”.
Se si dovesse tracciare un identikit, il paziente ‘tipo’ ha un’età compresa tra 50 e 70 anni ed è spesso un fumatore, “dal momento che – specifica il segretario nazionale SIUro – il fumo di sigaretta è il principale fattore di rischio anche per il tumore della vescica”. Il sintomo caratteristico è tuttavia “la presenza di sangue nelle urine, detta ematuria”. Va detto poi che il carcinoma uroteliale comprende due forme: carcinoma uroteliale ‘superficiale’ o non muscolo-invasivo e carcinoma uroteliale ‘infiltrante’ o muscolo-invasivo. La differenza sta nel non invadere la tonaca muscolare o nell’invaderla. Due carcinomi ‘superficiali’ su tre della vescica sono diagnosticati in uno stadio precoce, quando il cancro è limitato alla mucosa e non ha ancora invaso la parete muscolare. Un terzo è costituito da carcinomi della vescica ‘infiltranti’ che hanno invaso gli strati muscolari e negli stadi avanzati possono dare metastasi ai linfonodi regionali e agli organi vicini.
Un numero crescente di pazienti affronta un complesso e lungo percorso diagnostico e terapeutico, segnato spesso da recidive. Al senso di solitudine e alla carenza di riferimenti precisi lungo il percorso di diagnosi e cura, si associa anche la limitatezza delle opzioni terapeutiche a disposizione dei pazienti con tumore della vescica in stadio avanzato. Tuttavia, in questi ultimi anni le cose stanno cambiando molto con l’innovazione terapeutica e chirurgica e un’attenzione maggiore alla qualità di vita dei pazienti nel post-operatorio. Secondo la dirigente di oncologia medica alla Fondazione ICrss Istituto dei Tumori, Patrizia Giannatempo, “vi sono diverse opzioni alternative alla chemioterapia all’interno di protocolli clinici, tra cui l’immunoterapia, che riattiva la competenza del sistema di difesa immunitario a riconoscere le cellule maligne e ucciderle”. Al momento sono disponibili “solo all’interno di protocolli clinici, anche i cosiddetti inibitori dell’FGFR3, farmaci che si legano ad alcuni recettori presenti sulle cellule maligne e le uccidono in modo selettivo”. Infine, “abbiamo una terza categoria di nuovi farmaci, che stanno rivoluzionando le possibilità terapeutiche dei pazienti con carcinoma uroteliale avanzato: gli anticorpi monoclonali coniugati con un farmaco antitumorale che si lega alla nectina”, come spiega Giannatempo “uno specifico recettore presente sulla superficie delle cellule tumorali”.
Al contrario, il paziente con malattia non muscolo-invasiva può essere sottoposto a un trattamento locale come il Turb (Transurethral Resection of the Bladder-Resezione vescicale transuretrale) e le istillazioni di farmaci chemioterapici in vescica (Bcg – Bacillo di Calmette Guerin). “Non ultimo vi sono i trattamenti chirurgici locali e trattamenti combinati di radioterapia”, osserva l’oncologa. L’impatto psicologico, relazionale e fisico del carcinoma uroteliale è molto importante, con difficoltà diverse a seconda dello stadio di malattia. La perdita di sangue con le urine è già di per sé un evento traumatico. Ad ogni modo all’intervento chirurgico di cistectomia, che rimane il trattamento d’elezione, può seguire incontinenza urinaria, impotenza sessuale che pone gravi problemi di coppia, e infine, non meno importante, la componente estetica con un cambiamento dell’immagine corporea.
“Siamo ben felici di mettere a disposizione nell’immediato futuro un trattamento innovativo per il tumore uroteliale. Questa tecnologia è il frutto della ricerca Astellas che ogni anno investe circa il 20% delle proprie risorse in ricerca e sviluppo. A breve saremo capaci di mettere a disposizione un farmaco per il tumore gastrico e quello del pancreas, dove invece i numeri di sopravvivenza a 5 anni sono ancora molto bassi”. Lo afferma l’ad di Astellas, Giuseppe Maduri, a margine della conferenza stampa milanese di presentazione della campagna di sensibilizzazione ‘Fermati al rosso-Tumore della vescica: un segnale può salvarti la vita’, sponsorizzata proprio da Astellas.
ag. DIRE – www.DIRE.it
Oltre 33mila morti causate dall’antibiotico resistenza. Numeri da guerra
scritto da Fatti Nostri | 21 Maggio 2022
“Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha stimato che nel 2020 oltre 600mila persone abbiano avuto delle infezioni gravi correlate a batteri multiresistenti e che ci siano stati oltre 33mila morti. Sono numeri da guerra”. Luisa Galli, segretario del Gruppo di studio Farmacologia della Società italiana di pediatria (Sip), professore associato di Pediatria presso il Dipartimento di Scienze della Salute dell’ Università di Firenze e direttore della Struttura dipartimentale complessa di Malattie infettive pediatriche dell’ospedale pediatrico Meyer, parte da qui per introdurre il tema dell’antibiotico-resistenza, argomento che affronterà nel corso del 77° Congresso italiano di pediatria in programma a Sorrento dal 18 al 21 maggio. “Le stime ci dicono anche che il 2020 è stato un anno particolare- continua Galli- perché a causa del lockdown e della ridotta socializzazione c’è stata una minore diffusione delle infezioni, dunque abbiamo usato meno antibiotici in tutte le fasce d’età, inclusa quella pediatrica. I numeri pertanto, per quanto alti, sono sottostimati”.
MENO ARMI PER COMBATTERE LE INFEZIONI
In questo contesto l’Italia “non si posiziona bene- continua l’esperta- siamo veramente malmessi sia come utilizzo di antibiotici che come resistenze ai batteri. Il triste primato riguarda alcuni batteri come ad esempio le Klebsielle multiresistenti e gli Stafilococchi resistenti alla meticillina. Inoltre sono diffusi gli Escherichia coli produttori di beta-lattamasi a spettro esteso, che grazie alla produzione di questi enzimi vanificano l’utilizzo di tutti i beta-lattamici, tra gli antibiotici più utilizzati, specie in età pediatrica”. Il problema “è che abbiamo tanti antibiotici a disposizione ma poi ce ne restano pochi da poter utilizzare- spiega Galli- e quindi abbiamo sempre meno armi per combattere le infezioni. Sicuramente- dice- vengono messe a punto nuove molecole antibiotiche ma talora non sono sufficienti a bypassare l’insorgenza delle resistenze e, soprattutto, alcuni ‘nuovi’ antibiotici non sono ancora autorizzati per l’età pediatrica. Questo porta a un aumento delle ospedalizzazioni, delle degenze e dei decessi dovuti proprio all’antibiotico resistenza”.
LA SITUAZIONE IN ETÀ PEDIATRICA
Un quadro in cui la pediatria gioca un ruolo importante. “Tutti i dati ci dicono che gli antibiotici vengono prescritti maggiormente nelle età più estreme, quindi ai bambini e agli anziani– continua Galli- per quanto riguarda l’età pediatrica sappiamo che nel momento della socializzazione, ossia dai 2 ai 6 anni, quando si inizia a fare vita di comunità, i bambini vanno incontro a infezioni respiratorie ricorrenti che sono fisiologiche, molte virali. Ciononostante vengono prescritti antibiotici, cosa che non andrebbe fatta o comunque, per quanto riguarda ad esempio faringo-tonsilliti, otiti, e altre infezioni delle alte vie aeree andrebbe fatta seguendo le linee guida nazionali e internazionali, scegliendo antibiotici a spettro ristretto. Ma i numeri dicono altro, basti pensare che nel 2019 al 40% della popolazione pediatrica sotto i 13 anni è stato prescritto un antibiotico, percentuale che è scesa al 26% nel 2020 proprio perché i bambini hanno avuto meno opportunità di socializzazione e quindi hanno avuto meno infezioni respiratorie”.
“Se pensiamo ad esempio alla classe di antibiotici dei macrolidi, largamente utilizzata in ambito pediatrico, vediamo come sia stata gravata da una grossa percentuale di batteri multiresistenti. Molecole come l’azitromicina, comoda per i bambini perché prevede una sola dose al giorno per 3 giorni, o la claritromicina, molto ben tollerata, sono dei buoni antibiotici ma il loro abuso ha fatto sì che un’alta proporzione di batteri capsulati Gram-positivi (streptococchi, stafilococchi e pneumococchi) siano diventati largamente resistenti a questa classe di antibiotici. Lo dicono bene i numeri: in Italia tra il 2010 e il 2020 oltre il 40% di batteri capsulati Gram-positivi si sono rivelati resistenti ai macrolidi”, sottolinea la pediatra. Fortunatamente, il diminuito utilizzo dei macrolidi ha fatto scendere la percentuale dei batteri Gram-positivi resistenti ai macrolidi, dimostrando ancora una volta che diminuendo l’abuso di alcuni antibiotici, diminuiscono anche le resistenze.
ANCHE IL SOTTODOSAGGIO INDUCE LE RESISTENZE
La strada per il futuro? “Fare un uso più oculato degli antibiotici ed evitare gli errori più comuni- dice Galli- sia da parte dei medici sia da parte delle famiglie. Innanzitutto è fondamentale prescrivere il farmaco solo quando serve. I genitori dal canto loro devono evitare di utilizzare l’antibiotico che hanno nel cassetto appena il bambino presenta un po’ di febbre perché magari hanno paura che possa esserci una complicanza o si vuole che il malanno si risolva presto. Se le infezioni sono virali e non batteriche bisogna dare loro il tempo di regredire”. Poi è importante dare la molecola giusta. “In Italia, per esempio, abbiamo sempre fatto troppo uso dell’amoxicillina protetta, quindi coniugata con l’acido clavulanico. Ma le linee guida ci dicono che nel caso della faringotonsillite, il batterio è lo streptococco, l’amoxicillina da sola funziona benissimo, senza bisogno dell’acido clavulanico”, precisa Galli. Così come è importante il dosaggio che non deve essere né troppo alto e né troppo basso. “Anche il sottodosaggio induce le resistenze– spiega Galli- I genitori, per esempio, a volte hanno difficoltà a dare il farmaco 3 volte al giorno e allora lo somministrano solo 2 volte ma dare meno farmaco di quello prescritto fa sì che nel frattempo il batterio si riproduce e questo alla fine favorisce il fallimento terapeutico e l’insorgenza delle antibioticoresistenze”. Infine la durata. “Sappiamo che certe infezioni non vanno trattate troppo a lungo e quindi è inutile continuare con l’antibiotico per 7-10 giorni di terapia se ne bastano 5”.
L’IMPORTANZA DEI VACCINI
Tutto questo vuol dire “che va fatta formazione sia ai pediatri sia ai genitori, con metodologie diverse. Tra i medici bisogna diffondere le conoscenze delle linee guida perché danno consapevolezza e sicurezza. Il problema- osserva Galli- è che noi medici a volte possiamo avere degli atteggiamenti di medicina difensiva, sappiamo infatti che la classe medica in Italia è stata spesso bersaglio di denunce e rivendicazioni e quindi un atteggiamento difensivo fa sì che si prescriva l’antibiotico una volta di più rispetto a quello che serve. Ma se abbiamo la tutela di aver fatto quello che le linee guida raccomandano, siamo sicuramente più tranquilli. Da parte della famiglia, invece, è importante fidarsi di quello che dice il pediatra, avere pazienza e aspettare che l’infezione passi, con i suoi tempi”. Nella lotta all’antibiotico-resistenza c’è poi l’importante ruolo svolto dai vaccini. “Lo abbiamo visto chiaramente con lo pneumococco- ricorda Galli- sappiamo che è l’agente causale di molte delle infezioni delle vie aeree, sia alte che basse, ed è sempre stato il principale agente eziologico delle polmoniti in età pediatrica. Ma da quando esistono i vaccini, e in particolare da quando c’è stato il passaggio dall’eptavalente al vaccino contro 13 sierotipi, si è chiaramente assistito alla diminuzione delle infezioni, specie quelle gravi e invasive, causate da sierotipi di pneumococchi con ridotta suscettibilità a più classi di antibiotici. E poi- conclude l’esperta- c’è l’azione indiretta dei vaccini che limitando il diffondersi delle infezioni batteriche diminuiscono il consumo degli antibiotici”.
ag. DIRE – www.dire.it
Gli antinfiammatori per il mal di schiena a lungo termine possono essere un boomerang
scritto da Fatti Nostri | 21 Maggio 2022
I farmaci antiinfiammatori alleviano il mal di schiena a breve termine, ma potrebbero bloccare la guarigione della lesione e quindi causare un dolore peggiore a lungo termine. A dirlo è uno studio condotto dalla McGill University di Montreal e pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine.
Luda Diatchenko e i suoi colleghi hanno studiato 98 persone che avevano recentemente sviluppato dolore lombare. I ricercatori hanno prelevato campioni di sangue e li hanno analizzati per vedere quali geni erano attivi nelle cellule immunitarie. In coloro il cui dolore è diminuito nei tre mesi successivi, un tipo di cellula immunitaria infiammatoria, i neutrofili, ha mostrato livelli di attività più elevati rispetto alle persone il cui dolore persisteva.
Ciò suggerisce che alcune cellule infiammatorie possono aiutare le persone a superare il dolore, un processo che potrebbe essere interrotto dai farmaci antinfiammatori. Il mal di schiena è una delle condizioni più comuni in tutto il mondo, a soffrirne sono quattro persone su cinque, ma le cause non sempre sono chiare.
Poiché gli antidolorifici oppioidi possono creare dipendenza, i medici possono invece prescrivere farmaci antinfiammatori. I due farmaci analizzati sono chiamati desametasone e diclofenac e sono comunemente usati per il mal di schiena. I farmaci possono interferire con i normali processi del corpo per la guarigione del tessuto danneggiato, suggerisce la ricerca in fase iniziale. Ma l’idea non è stata ancora testata in uno studio randomizzato, che fornisce il miglior tipo di prova medica.
“L’infiammazione è dolorosa, ma questa infiammazione è necessaria affinché il nostro corpo risolva il dolore”, afferma Diatchenko. “La risoluzione del dolore è un processo attivo che richiede l’attivazione dei neutrofili”. Per vedere davvero se i farmaci antinfiammatori fanno persistere il mal di schiena, avremmo bisogno di uno studio randomizzato che confronti diversi tipi di antidolorifici, afferma Gene Feder, un medico di Bristol nel Regno Unito, specializzato nel trattamento del mal di schiena. “Per cambiare il mio comportamento di prescrizione, vorrei davvero assistere a un processo umano. Questo mi lascia con molta incertezza”.
agi.it
La maturazione delle banane si può rallentare
scritto da Fatti Nostri | 21 Maggio 2022
Ogni anno, 50 milioni di tonnellate di banane finiscono come rifiuti alimentari, a causa della rapida maturazione del frutto, secondo Oliver Steinbock della Florida State University, autore principale dello studio pubblicato sulla rivista Physical Biology. Ora, gli scienziati affermano che la formazione delle fastidiose macchie marroni può essere rallentata, limitando i livelli di ossigeno disponibili per le cellule microscopiche della pelle.
“Per il 2019, la produzione totale di banane è stata stimata in 117 milioni di tonnellate, rendendola una delle coltivazioni maggiori nel mondo”, ha affermato Steinbock. “Quando le banane maturano, formano numerose macchie scure familiari alla maggior parte delle persone e spesso utilizzate come indicatore di maturazione. “Tuttavia, il processo di formazione, crescita di questi punti e il loro schema risultante è rimasto poco compreso, fino a ora”.
Sia la buccia che la polpa delle banane sono soggette a imbrunimento, dovuto a diversi processi scientifici. La polpa di molti frutti diventa marrone quando vengono tagliati e non vengono mangiati immediatamente, non solo banane, ma anche mele. Ciò accade perché gli enzimi nella carne reagiscono all’ossigeno nell’aria, un processo noto come imbrunimento enzimatico. Ma anche le bucce di banana diventano gradualmente marroni quando il frutto è ancora dentro intatto. Questo perché le bucce di banana contengono un gas chiamato etilene, che scompone la clorofilla, la sostanza chimica che mantiene verdi le piante. Il colore marrone deriva da pigmenti scuri tra cui la melanina, che si trova nei capelli e nella pelle umani. Quando una banana diventa gradualmente marrone, è perché gran parte dell’amido viene convertito in zuccheri, il che la rende un’eccellente fonte naturale di zuccheri. Nonostante ciò, i consumatori sono inclini a buttare via le banane marroni, anche se sono ancora commestibili e ideali per l’uso.
Al fine di rallentare il processo di maturazione, i ricercatori hanno utilizzato una combinazione di video time lapse e un modello al computer per rivelare come si evolvono le macchie marroni di banana. La prevenzione del processo d’imbrunimento potrebbe essere ottenuta con modifiche genetiche o migliori condizioni di conservazione, come contenitori speciali con bassi livelli di ossigeno, dicono gli autori.
Tuttavia, un altro potenziale meccanismo di protezione semplice per le banane è un rivestimento sottile per impedire all’ossigeno dell’aria di entrare nella buccia nei suoi minuscoli fori. Gli autori danno anche suggerimenti pratici per ridurre lo spreco di questo prezioso frutto. Contrariamente a quanto si crede, un frigorifero generalmente non è un ottimo posto dove mettere le banane dopo l’acquisto. Quando mettiamo in frigo le banane acerbe che sono ancora un po’ verdi, la polpa non maturerà affatto ma la buccia diventerà nera, dicono gli esperti. Inoltre, mettere le banane mature in frigorifero le aiuterà a rimanere mature (anziché diventare troppo mature) per qualche giorno in più.
agi.it
La sessuologa: “Fa bene masturbarsi davanti al partner”
scritto da Fatti Nostri | 21 Maggio 2022
Una maggiore conoscenza di sé, del proprio corpo ma anche diversi benefici per la coppia. Stiamo parlando della masturbazione. Una pratica ancora oggi circondata da tabù e sensi di colpa. Non solo non bisogna vergognarsene ma anzi semaforo verde all’auto-esplorazione sia da soli che alla presenza del partner per accendere il fuoco della passione. In occasione di maggio, mese dedicato dal 1995 alla masturbazione, l’agenzia di stampa Dire ha raggiunto la dottoressa Rosamaria Spina, sessuologa.
Quali sono i vantaggi dell’autoerotismo sia a livello individuale che di coppia? “L’autoerotismo ha tutta una serie di vantaggi che fanno bene sia al singolo che alla coppia. Anche se rispetto alla coppia esistono ancora dei piccoli tabù. Il primo vantaggio sicuramente è personale e possiamo dire che con la masturbazione c’è uno scarico della tensione che si accumula a livello corporeo. Un’altra funzione importantissima, che oggi è molto sottovalutata è che la masturbazione serve alla conoscenza di sé. Questa pratica ci permette di capire cosa ci piace, come e dove ci piace. Da qui è facile comprendere come questa pratica sia benefica e istruttiva per i partner. Penso al piacere delle donne e dico che a volte gli uomini si lasciano andare ‘a caso’ o si fidano della loro esperienza pregressa ma non sempre si raggiungono i risultati sperati. Al contrario, se la donna si esplora, può arrivare a conoscersi meglio e può riferire al partner cosa la fa eccitare”.
È disdicevole masturbarsi in presenza del proprio uomo o della propria donna? O al contrario ‘lo stare a guardare’ il proprio partner godere può aumentare l’eros? “Nella sessualità non c’è in assoluto qualcosa che può essere definito disdicevole. La pratica di masturbarsi davanti al partner, da qualche tempo a questa parte, sta prendendo piede perché molti tabù stanno cadendo. Al contrario di quello che siamo portati a pensare masturbarsi davanti al nostro uomo o donna risulta eccitante e aumentare il piacere in senso generale”.
“Posso dire- afferma la sessuologa Spina- anche in base alla mia esperienza lavorativa, che molti chiedono al proprio partner ‘di darsi piacere’. Anche perché in particolare per gli uomini, il piacere sessuale, passa anche dalla vista. Quindi vedere la propria partner eccitata, grazie ad atteggiamenti considerati ancora trasgressivi come quelli della masturbazione, aumenta ancora di più il piacere. Direi che è raccomandabile mettere in atto questo tipo di pratica”.
È vero che questa pratica può fungere da ansiolitico naturale? “Certamente si. La masturbazione inizia da una età precocissima. Anche i bambini molto piccoli in realtà usano la masturbazione anche se i genitori, davanti a tale comportamenti, si scandalizzano e disincentivano il bambino a farlo. In realtà questo rappresenta uno sviluppo sano e ci dice che tutto procede correttamente. I bambini ovviamente non danno connotati erotici e sessuali alla pratica conferiti più tardi in età puberale e da adulti. I bimbi attraverso la masturbazione scaricano la tensione anche quando non riescono ad esempio a dormire. Anche gli adulti possono scaricare le tensioni in questo modo. Molto spesso la masturbazione è usata anche come diversivo alla noia. Si sta in casa senza fare nulla oppure c’è un momento di vuoto che fare? La masturbazione può essere un riempitivo di quella fase. In assoluto non c’è un comportamento che possiamo definire giusto o sbagliato ma attenzione se si abusa della masturbazione per riempire i momenti di vuoto perdendo la connotazione erotico-sessuale. Il rischio è che con il tempo la pratica diventi sempre meno efficace e perda di significato. Durante la masturbazione e l’attività sessuale il nostro cervello produce le endorfine sostanze chimiche che presentano ‘droghe naturali’ che producono benessere e senso di appagamento per questo masturbarsi facilita il sonno, migliora l’umore e dona sensazioni positive”.
C’è un numero di volte che lei consiglia? Due o tre volte a settimana? “Magari ma direi anche di più. Non c’è una quantità minima o massima da raggiungere. Anche tutti i giorni va bene basta non diventi una dipendenza. Non deve essere un meccanismo esclusivo e prevalente rispetto l’attività sessuale allora bisogna fare attenzione. Per il resto ben venga questa pratica”.
“Freud diceva che la masturbazione era una forma immatura di sessualità ed era meglio abbandonarla in favore di una sessualità completa. Oggi, per fortuna- continua Spina- la visione freudiana è stata superata. Per cui anche in un rapporto stabile sarebbe bene continuare a fare autoerotismo”.
Accompagnare la masturbazione con i sex toys, con o senza partner, può essere un’idea stuzzicante?
“Si può esserlo ma va fatta attenzione. I sex toys oggi sono molto usati. Ne esistono infatti molti e sono facilmente acquistabili sui siti online. Ma questi dispositivi, soprattutto quelli più moderni, hanno la possibilità di attivare diverse velocità e diverse modalità di stimolazione. Un vibratore può arrivare a dieci modalità di stimolazione e tra di loro, tali modalità, possono essere combinate per creare ‘effetti’ diversi. Se trasportiamo la masturbazione ad un livello naturale di coppia o individuale mai potremmo raggiungere quel tipo di stimolazione. Quindi il rischio è che se ci si abitua a quel tipo di stimolazione nel momento in cui facciamo autoerotismo o sesso con il partner rischiamo di non provare più piacere in modo ‘naturale’ perché si è alzata la soglia ‘di attivazione’ a cui il corpo risponde. Bisogna alternare perciò diverse modalità anche senza vibratori”.
Un ultimo consiglio a chi ci segue? “Non c’è una modalità giusta o sbagliata per praticare l’autoerotismo e non dobbiamo sentirci obbligati a farlo. C’è chi lo fa abitualmente e chi non vuole farlo l’importante che parta tutto da una scelta libera e consapevole ma che no sia legati a retaggi culturali. In ogni caso si arriva all’autoerotismo in modo diverso. L’uomo arriva prima alla masturbazione e poi al rapporto completo mentre la donna arriva spesso alla masturbazione dopo avere consumato il primo rapporto completo. Ricordiamo però che l’autoerotismo e il rapporto completo svolgono due funzioni completamente diverse e perciò è importante averne consapevolezza”.
ag. DIRE – www.dire.it
Fotografato il buco nero al centro della Via Lattea
scritto da Fatti Nostri | 21 Maggio 2022
L’attesissima immagine mostra finalmente l’oggetto massiccio che si cela al centro della nostra galassia. Già in passato gli scienziati avevano scoperto stelle che si muovevano intorno a un corpo invisibile, compatto e molto massiccio al centro della Via Lattea.
Quelle osservazioni suggerivano che l’oggetto in questione, chiamato Sagittarius A (Sgr A), fosse un buco nero, e l’immagine resa pubblica oggi fornisce la prima prova visiva diretta a sostegno di questa ipotesi.
Com’è fatto il buco nero
Anche se non possiamo vedere il buco nero stesso, perché non emette luce, il gas che brilla attorno ad esso possiede un aspetto distintivo: una regione centrale scura (chiamata “ombra” del buco nero) circondata da una struttura brillante a forma di anello. La nuova immagine cattura la luce distorta dalla potente gravità del buco nero, che ha una massa pari a quattro milioni di volte quella del Sole.
“Siamo rimasti sbalorditi da quanto le dimensioni dell’anello siano in accordo con le previsioni della teoria della relatività generale di Einstein“, commenta Geoffrey Bower, EHT Project Scientist all’Academia Sinica di Taipei, Taiwan e alla University of Hawaii at Mnoa, negli Stati Uniti. I risultati sono descritti in una serie di articoli pubblicati oggi, 12 maggio, su un numero speciale della rivista The Astrophysical Journal Letters.
Il buco nero, che si trova a circa 27 mila anni-luce dalla Terra in direzione della costellazione del Sagittario, appare nel cielo con una dimensione pari a quella che avrebbe una ciambella sulla Luna. Per realizzarne l’immagine, il team ha creato il potente EHT mettendo insieme otto osservatori radio-astronomici in tutto il mondo per creare un unico telescopio virtuale dalle dimensioni del pianeta Terra.
Come è stato osservato
EHT ha osservato Sgr A* per diverse notti nell’aprile 2017, raccogliendo dati per molte ore di seguito, in modo simile a quando si effettua un’esposizione lunga con una macchina fotografica.
Cruciale per raggiungere questo risultato è stato il contributo di ALMA, l’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array, il piu’ potente radiotelescopio esistente, che dal deserto di Atacama, in Cile, scruta il cosmo in banda radio a lunghezze d’onda millimetriche e submillimetriche.
L’Italia partecipa ad ALMA attraverso l’ESO, lo European Southern Observatory, e ospita il nodo italiano del Centro regionale europeo ALMA presso la sede dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) di Bologna.
Il confronto con il precedente
La scoperta arriva dopo la prima immagine di un buco nero, quello al centro della galassia lontana M87, resa pubblica dalla Collaborazione EHT nel 2019. I due buchi neri appaiono straordinariamente simili, anche se quello nel cuore della nostra galassia è oltre mille volte più piccolo e meno massiccio rispetto a quello di M87.
“Abbiamo due tipi completamente diversi di galassie e due buchi neri con masse molto diverse, ma vicino al bordo di questi buchi neri, l’aspetto e’ sorprendentemente simile”, dice Sera Markoff, professoressa di astrofisica teorica all’Universita’ di Amsterdam, Paesi Bassi, e Co-Chair del Consiglio Scientifico di EHT. “Questo ci dice che la relativita’ generale governa questi oggetti da vicino, e qualsiasi differenza vediamo in regioni piu’ lontane deve essere dovuta a differenze nel materiale che circonda i buchi neri”.
“Le osservazioni forniscono ulteriore supporto al fatto che lo spaziotempo nell’intorno dei buchi neri è descritto da soluzioni della relatività generale, indipendentemente dalla loro massa”, commenta Mariafelicia De Laurentis, professoressa di astrofisica presso l’Università Federico II di Napoli e ricercatrice all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), Deputy Project Scientist, membro del Consiglio Scientifico e coordinatrice del gruppo di Gravitational Physics di EHT, che ha guidato il paper sui test della gravità.
“Gli studi sul centro galattico hanno consentito negli anni di eseguire molti test di verifica della relatività generale, ma il risultato presentato oggi è senza precedenti perche’ permette molte misure originali sulla gravità e di fare nuova scienza sui buchi neri supermassicci e sul loro ruolo nell’evoluzione dell’universo: abbiamo aperto le porte di un nuovo straordinario laboratorio”.
Ottenere il nuovo risultato è stato molto più difficile rispetto al precedente, anche se Sgr A* è molto più vicino a noi. Il team ha dovuto sviluppare nuovi sofisticati strumenti di analisi dati per tener conto del moto del gas intorno a Sgr A*, che impiega pochi minuti a completare un’orbita attorno a questo buco nero.
Il buco nero al centro della galassia M87 è molto più grande e il gas, che si muove alla stessa velocità (prossima a quella della luce) attorno a entrambi i buchi neri, impiega giorni o addirittura settimane per orbitare intorno ad esso: era dunque un target piu’ stabile e quasi tutte le immagini avevano lo stesso aspetto. Non è accaduto lo stesso per Sgr A*. L’immagine del buco nero al centro della nostra galassia e’ una media delle diverse immagini estratte dal team, svelando finalmente questo oggetto per la prima volta.
agi.it
Influencer e innovatore: a Cosmofarma il farmacista è digital
scritto da Fatti Nostri | 21 Maggio 2022
Sempre più persone cercano in rete informazioni su salute e benessere. Una tendenza già in atto da anni e che la pandemia ha rafforzato. Di fronte a questo, anche il mondo della farmacia si è evoluto. Proprio per aiutare i farmacisti a utilizzare il web al meglio, per la gestione della propria impresa, come per rispondere ai bisogni e alle domande dell’utenza e per combattere le fake news, a Cosmofarma Exhibition “Incontri Riavvicinati” (alla fiera di Bologna dal 13 al 15 maggio) arriva l’Area Digital. Una nuova iniziativa che mette assieme diverse azioni per aiutare il farmacista a essere all’avanguardia. Alla manifestazione, dunque, è prevista a presentazione di aziende che propongono prodotti per la gestione della farmacia, con la possibilità di fornire ai farmacisti consulenze specifiche a supporto del loro lavoro e dei servizi offerti dalla farmacia.
Diversi gli appuntamenti sul mondo del digitale, tra cui, il 13 e il 14 maggio, il workshop “I social network e il loro utilizzo in farmacia per promuovere un’informazione certificata e il contrasto alle fake news”, a cura di Emanuela Belloni per Tema Farmacia e Farmacia News. Durante l’incontro i farmacisti potranno avere risposte su diversi interrogativi, ad esempio quale tra i social network è più efficace per il settore, oppure con quanta frequenza vale la pena pubblicare o come scegliere i contenuti. Una sorta di ‘scuola’ social per farmacisti, insomma. Nel corso del seminario è prevista anche una panoramica sui principali vantaggi e limiti dei più importanti social media, attraverso casi concreti, dando quindi ai partecipanti gli strumenti per creare e gestire il proprio “farma digital marketing”.
Sempre sul tema, il 13 maggio il convegno “Il futuro della farmacia online tra fusioni e acquisizioni” a cura di Pharmacy Scanner. La pandemia ha determinato una netta crescita del giro d’affari delle farmacie online e lo scenario internazionale è in una fase di grande fermento, sia per cambiamenti societari sia per le importanti novità che questo settore sta segnando. Grazie a relatori italiani ed internazional, PharmacyScanner farà il punto sul presente e sulle prospettive del comparto mettendo a confronto numeri e progettualità dei principali operatori di settore.
Si parlerà anche della figura dell’influencer e di quale veste può avere nel campo della farmacia. Il farmacista ha infatti diversi ruoli: è un professionista della salute, un consigliere, un divulgatore, un fornitore di servizi essenziali. Al tema sarà dedicata una tavola rotonda il 14 maggio, alla quale parteciperanno quattro farmacisti “digital”: Leyla Bicer (la_bicer), Francesco Garruba e Eugenio Genesi (su Ig “InCasoDi”), Ilaria Lion (dr.ilarialion_farmacista) e Valentina Antonini (Valelafarmacista). Moderato dal consulente e formatore di reputazione digitale Stefano Chiarazzo, l’incontro ha l’obiettivo di guidare il farmacista nell’uso degli strumenti digitali, in particolare Instagram come strumento di relazione e come mezzo per un’informazione non solo veloce ma soprattutto efficace e autorevole. Su Instagram, infatti, oltre alle semplici foto, si possono postare infografiche, stories e reels che possono essere vere pillole divulgative sia per la promozione di salute, bellezza e benessere che per la lotta alle fake news. Inoltre questo mezzo offre la possibilità al farmacista di promuovere la propria attività oltre il raggio di azione della propria farmacia, raggiungere un pubblico più vasto e fidelizzarlo.
“È importante essere anche sui social non solo per promuovere il proprio business, ma perché l’utente ha bisogno del farmacista e del suo supporto anche dopo che è uscito dalla farmacia”, spiega Chiarazzo. Allo stesso tempo, però, il farmacista dovrebbe avere ben chiaro che “il vero obiettivo dietro lo sforzo profuso sui social media non deve essere raggiungere una popolarità da ‘pharma influencer’ ma essere riconosciuto anche online come un punto di riferimento rilevante, credibile e familiare per le diverse comunità con cui si relaziona, di clienti e non solo”. Da qui l’importanza di creare post di qualità e farlo con una certa costanza. Alla tavola rotonda saranno quindi presentate quattro ‘case history’ di successo per ispirare il professionista all’utilizzo di questo social network come metodo di informazione.
Il digitale entra poi tra i premi che ogni anno Cosmofarma conferisce agli addetti del settore: quest’anno arriva infatti il “Farmacista Digital”, che valorizzerà il professionista nel suo ruolo innovativo proprio grazie all’uso smart delle nuove tecnologie. Il premio andrà al professionista che nel 2021 si è distinto per la capacità di trovare nel digitale una nuova formula per offrire soluzioni al proprio cliente-paziente. E ancora, tra le iniziative speciali di questa edizione di Cosmofarma ecco il Social corner. Un’area creata con l’obiettivo di produrre contenuti che possano essere utilizzati sui canali social e di comunicazione della manifestazione, sia durante l’evento sia nell’arco di tempo che separa l’edizione 2022 da quella del 2023. Nel Social corner troveranno posto anche interviste radio e video a figure istituzionali, operatori del settore, stakeholders e opinion leaders.
ag DIRE – www.dire.it
“Developing the scientific cooperation between West-Africa and Italy for a more sustainable and healthier future”: conferenza on line dell’Ambasciata a Dakar
scritto da Fatti Nostri | 21 Maggio 2022
In occasione della Giornata della Ricerca nel Mondo, l’Ambasciata d’Italia a Dakar ha organizzato per il 6 maggio, dalle 9 alle 12.30 ora di Dakar (11-14.30 di Roma), una conferenza online dal titolo “Developing the scientific cooperation between West-Africa and Italy for a more sustainable and healthier future”.
In occasione della conferenza professori e ricercatori dell’Africa occidentale e italiani illustreranno progetti di ricerca congiunti tra Italia e Senegal, insieme ai risultati conseguiti.
L’iniziativa è un’opportunità per scienziati, ricercatori, insegnanti dell’istruzione superiore e studenti per conoscere esperienze di cooperazione scientifica, tecnologica e nel campo dell’istruzione superiore tra i paesi dell’Africa occidentale e l’Italia, nonché di approfondire un quadro di possibili argomenti scientifici di interesse comune.
Durante la conferenza funzionari di organizzazioni governative e internazionali presenteranno le opportunità di cooperazione nell’ambito della ricerca scientifica e tecnologica e dell’istruzione superiore, nel quadro di programmi riguardanti l’Africa occidentale e destinati ad affrontare le sfide tecnologiche, ambientali e sociali del futuro.
Porteranno inoltre la propria testimonianza due studenti di dottorato, l’uno senegalese e l’altra italiana, che hanno avuto esperienze di studio e ricerca nel paese controparte.
La conferenza è un’azione sostenuta dalla diplomazia scientifica italiana volta a incrementare la cooperazione scientifica e tecnologica e l’istruzione superiore e favorire lo sviluppo di un partenariato più forte tra i paesi dell’Africa occidentale e l’Italia incentrato su temi scientifici rilevanti e strategici e di interesse comune.
La conferenza si terrà online su piattaforma Zoom; per partecipare è necessario iscriversi qui.
Per maggiori informazioni si può scrivere all’indirizzo email eugenio.cavallo@stems.cnr.it o via WhatApp al numero +393669289699. (aise)