PNRR e smart city: quale futuro. Una sfida in cantiere per la sostenibilità e la digitalizzazione

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downloaddi Domizia Di Crocco

A parte il bordo, l’incastellamento e l’arroccamento. I nostri tesori li conosciamo! Ma come immaginiamo le città del futuro? Un futuro non  lontano nel tempo ma che, per l’aspetto e le possibilità che ci regala, ormai ci siamo dentro.

Le smart city sono uno dei più affascinanti sviluppi tecnologici che saranno tra i principali temi delle agende politiche negli anni a venire.

Esistono nel mondo realtà importanti in questo senso ma la piena integrazione dei sistemi e la loro fruizione diffusa da parte di tutti gli utenti non è ancora pienamente realizzata e sarà questa una delle principali sfide che ci attendono.

Smart city è sinonimo con sostenibilità.

Sostenibilità economica, energetica, ambientale. Da questo contesto emerge  il tentativo di economizzare e sfruttare al meglio le risorse disponibili per riuscire a ottenerne una resa più soddisfacente,  a diretto vantaggio di tutti.

I  cittadini vedrebbero  migliorare e aumentare il portafoglio  di possibilità innovative a loro disposizione e quindi diventerebbero parte integrante del cambiamento e del tessuto sociale stesso.

Ogni città deve fare un percorso di modernizzazione, innovazione e crescita e per ogni strategia ci sono delle apposite tecnologie da impiegare.

L’unico comun denominatore, però, per il mondo è la connettività. La realizzazione di quello che volgarmente si può definire “urban cloud”, la nuova geografia digitale delle nostre città che si realizza a partire dal flusso continuo di dati e informazioni generato dall’interconnessione dei “device” attivi, sia personali, sia automatici.

Attualmente, sono attivi oltre 9 miliardi circa di dispositivi intelligenti e interconnessi a seguito di progetti smart city realizzati in giro per il mondo, secondo dati Gartner.

Entro il 2030, secondo l’IHS Market Smart Cities Database, le spedizioni di apparecchiature per progetti smart city raggiungeranno i 2 miliardi di unità.

downloadPer quanto concerne la casa intelligente o smart home, infine, in un nuovo Report di Zion Market Research si stima che questo mercato tecnologico potrebbe raggiungere il valore di 53 miliardi di dollari nel 2022.

Si creerebbe un unico ecosistema integrato di comunicazione tra città, abitazioni e singoli individui che possono comunicare tra di loro all’interno dello stesso sistema creato così perfetto.

Le criticità non mancano. Per quanto riguarda l’Italia, è dovuto dal sistema dell’infrastruttura che riguarda la rete d’internet. Quotidianamente osserviamo vari tipi di disservizi o problemi legati alla connettività abitativa. Il fatto è che l’infrastruttura è estremamente difforme per capacità e diffusione. In alcune aree, la rete è all’avanguardia ma in altre, all’interno anche dello stesso territorio, la situazione è ben più problematica.

In Italia, abbiamo fame d’infrastrutture. Sempre più forte si palesa la necessità anche di strutture di base, strade, porti, ponti, ferrovie, messa in sicurezza del territorio; una necessità che ci riscopre fragili e insicuri, bisognosi di nuove certezze e strutture in grado di proiettarci verso il futuro.

Può essere quindi l’opportunità di puntare a una “ricostruzione intelligente” di tutte quelle strutture di cui abbiamo bisogno per la realizzazione di quelle smart city che diano poi vita alle smart communities integrate di cui tutti noi dovremmo fare parte.

Perché tutto ciò? La realizzazione di smart city è soprattutto un’opera di urbanizzazione e socializzazione che rientra in un progetto più grande volto ad armonizzare queste due fondamentali componenti, così che nessuno si senta più straniero in casa propria,  anzi, sia perfettamente integrato con il tessuto urbano della propria città, realizzato appositamente affinché possa essere a suo sostegno.

A cura di Domizia Di Crocco




Covid può rimpicciolire il cervello: lo studio

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cervello 123rfPerdita di gusto e olfatto, mal di testa, problemi di memoria, ‘nebbia mentale’, ma non solo. Sono t anti e diversi i sintomi neurologici attribuiti all’infezione da Covid-19, tra i quali una possibile ‘riduzione’ del cervello. Lo ha scoperto un team di scienziati ha deciso di indagare su come cambia il cervello dopo Covid per trovare una spiegazione a queste conseguenze debilitanti della malattia. Per farlo ha utilizzato una maxi biobanca realizzata in Gb, database su larga scala che raccoglie e condivide informazioni sanitarie e genetiche per circa mezzo milione di persone. Il team ha usato l’imaging cerebrale per studiare i cambiamenti cerebrali e ha rilasciato i dati su 785 persone di età fra 51 e 81 anni. Dati che mostrano forti evidenze di anomalie cerebrali post infezione. Covid sembra rimpicciolire il cervello, e si osserva una maggiore riduzione dello spessore della materia grigia e del contrasto tissutale in due aree, nella corteccia orbitofrontale e nel giro paraippocampale. Inoltre i maggiori cambiamenti nei marcatori di danno tissutale sono nelle regioni funzionalmente collegate alla corteccia olfattiva primaria.

Questi i risultati emersi, pubblicati sulla rivista ‘Nature’. Gli autori dello studio – scienziati dell’università di Oxford con la collaborazione di colleghi dell’University College London, dello statunitense National Institutes of Mental Health (della rete Nih) di Bethesda e dell’Imperial College di Londra – precisano che “resta da indagare con un ulteriore follow-up se questo impatto possa essere parzialmente invertito o se questi effetti persisteranno a lungo termine”. Le persone arruolate nello studio sono state sottoposte a imaging cerebrale prima e dopo l’infezione. In 401 sono risultati positivi tra le due scansioni, 141 giorni in media sono trascorsi dalla diagnosi alla seconda scansione cerebrale. La variante che ha colpito ognuno di loro non è nota, ma le scansioni sono state condotte prima dell’emergere di Omicron. Sono invece 384 le persone inserite nel gruppo di controllo.

La disponibilità di dati di imaging pre-infezione, sottolineano gli autori, “riduce la probabilità che i fattori di rischio preesistenti vengano erroneamente interpretati come effetti della malattia”. Effetti, quelli osservati, “significativi confrontando i due gruppi”. I partecipanti che si sono contagiati “hanno anche mostrato in media un declino cognitivo maggiore tra i due riferimenti temporali analizzati”.

È importante sottolineare che questi effetti longitudinali di imaging e cognitivi sono stati osservati ancora dopo aver escluso i 15 casi che erano stati ricoverati in ospedale. Questi risultati potrebbero essere, suggeriscono gli autori dello studio, “i segni distintivi in ​​vivo di una diffusione degenerativa della malattia attraverso le vie olfattive, di eventi neuroinfiammatori o della perdita di input sensoriali a causa dell’anosmia”.

C’è ancora molto lavoro da fare per estrarre tutte le informazioni utili dal maxi database, viene fatto notare in un approfondimento online su ‘Nature’. Lo studio di imaging ripetuto per Covid è in corso, e dovrebbero essere diffusi i risultati di duemila scansioni cerebrali in tutto. Questo, in abbinamento alle informazioni sanitarie dei partecipanti, potrebbe aiutare i ricercatori a iniziare a esplorare come i cambiamenti cerebrali si collegano a sintomi specifici di Covid. E come tutto questo si può prevenire e recuperare.

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L’ambasciatrice Zappia apre l’IDD in US 2022 al New York Institute of Technology

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24zappiaIeri, 23 marzo, si è svolto a New York l’evento centrale della rassegna di iniziative organizzate in tutti gli Stati Uniti per l’edizione 2022 dell’Italian Design Day.
L’evento, organizzato dall’Ambasciata Italiana a Washington con l’Agenzia ICE di New York, si è tenuto presso il New York Institute of Technology. Ad aprire i lavori sono intervenuti l’ambasciatrice d’Italia negli USA, Mariangela Zappia, e il direttore dell’Agenzia ICE di New York, coordinatore della rete USA, Antonino Laspina, accolti dal presidente del New York Institute of Technology, Hank Foley, e dal decano della School of Architecture and Design del New York Institute of Technology, Maria R. Perbellini.
Anche se in formato ibrido, l’edizione 2022 ha avuto grande dinamismo grazie al coinvolgimento dei grandi protagonisti del design italiano negli USA, molti di loro collegati da importanti showroom di Manhattan.
L’Italian Design Day continua a caratterizzarsi quale momento qualificante della strategia di promozione integrata promossa dal MAECI, mirata a rafforzare il Design come elemento distintivo del “brand Italia“ e come volano di opportunità di ingresso e di rafforzamento di aziende italiane sui mercati internazionali.
L’Italian Design Day 2022 ha permesso anche di promuovere la 61ma edizione del Salone del Mobile di Milano, uno degli appuntamenti più importanti a livello globale per il settore dell’arredo e del design, in programma dal 7 al 12 giugno, nonchè la candidatura di Roma all’Expo 2030.
Il tema prescelto per l’edizione 2022 – “Ri-Generazione. Design e nuove tecnologie per un futuro sostenibile” (Re-Generation. Design and new technologies for a sustainable future) valorizza l’abilità del nostro design di rinnovarsi all’insegna di circolarità e sostenibilità, assi strategici del rilancio dell’economia italiana dopo la pandemia.
“Pur nel tragico contesto della brutale e ingiustificata invasione russa dell’Ucraina, l’Italian Design Day ci offre l’occasione per evidenziare il ruolo chiave che il design e la creatività rivestono nelle relazioni commerciali e culturali tra l’Italia e gli Stati Uniti e nella nostra cooperazione sulle nuove tecnologie e la ricerca“, ha affermato l’ambasciatrice Zappia. “Il design è un campo in cui l’eccellenza italiana è riconosciuta a livello globale“, ha aggiunto, sottolineandone il valore anche come “strumento strategico per ripensare il mondo di domani, basato su creatività, inclusività, sostenibilità e innovazione”.
Nel suo intervento, l’ambasciatrice Zappia ha anche ricordato l’imminente 60^ edizione del Salone del mobile, “evento di riferimento globale per il settore arredamento e design“, e la candidatura di Roma ad ospitare l’Expo Universale 2030, basata sugli stessi valori di inclusione, sostenibilità e innovazione.
“L’Italian Design Day 2022 è un importante evento del “Sistema Italia”, che vede la partecipazione dei grandi protagonisti dell’“Italian Design System” in Italia e negli USA”, ha affermato Antonino Laspina, direttore dell’Agenzia ICE di New York e coordinatore della rete USA. “Il tema della sostenibilità di questa edizione è interpretato al meglio dalla piattaforma di aziende, architetti e grandi nomi del design italiano che abbiamo coinvolto, straordinari rappresentanti sia della leadership italiana nella transizione ecologica sia dell’affidabilità della supply chain del made in Italy”.
“Il Design Day 2022”, ha continuato Laspina, “è un segnale forte alle comunità imprenditoriali e del design statunitensi, sull’impegno dell’industria italiana del design per la sostenibilità, intesa come imperativo prioritario e come buona prassi nella manifattura industriale contemporanea. Un design italiano non solo all’avanguardia nello stile e nella qualità”, ha concluso, “ma una insostituibile piattaforma di offerta sostenibile e affidabile per le esigenze del mercato USA”.
Moderati da Stefania Spatti di Class Cnbc, hanno partecipato all’evento in qualità di panelist anche: Maria Porro del Salone del Mobile 2022; l’architetto e design ambassador Paola Navone; Daniele Busca, Vp Creative Brand Director Scavolini; Andres Escobar, designer Principal Lemay+Escobar New York; Simona Gazzaniga, head of Marketing Poliform Usa; Rocco Giannetti, managing director Gensler New York; e con un video messaggio Jacqueline Terrebonne, editor in Chief Galerie Magazine. (aise)




Demenza e Alzheimer, dormire troppo il pomeriggio potrebbe essere una spia

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121848765 0ce71c40 4e7d 462d a9e8 57ab3a00be77AGI – Le persone anziane che dormono eccessivamente nel pomeriggio potrebbero essere associate a un maggiore rischio di sviluppare disturbi neurodegenerativi. Questo è quanto emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista Alzheimer’s and Dementia, il Journal of the Alzheimer’s Association, condotto dagli scienziati dell’Università della California a San Francisco, della Harvard Medical School e del Brigham and Women’s Hospital, che hanno identificato un’associazione tra dormite diurne più frequenti e durature e un maggiore rischio di demenza.

Il team, guidato da Yue Leng, ha ribaltato la visione secondo cui il sonnellino pomeridiano sarebbe un modo per compensare il sonno notturno scarso. “Abbiamo scoperto – riporta Leng – che il sonnellino diurno è importante ma è indipendente dal riposo notturno“.

Il gruppo di ricerca ha utilizzato dei dispositivi simili a orologi per misurare le sessioni di sonno di 1.401 anziani, che erano stati seguiti per un massimo di 14 anni dal Rush Memory and Aging Project presso il Rush Alzheimer’s Disease Center di Chicago.

I partecipanti, la cui età media era di 81 anni, hanno indossato dei sensori da polso per diversi giorni, e sono stati sottoposti annualmente a dei test neuropsicologici per valutare la cognizione.

All’inizio dello studio, riportano gli autori, il 75,7 per cento dei soggetti sembrava cognitivamente sano, il 19,5 per cento mostrava lieve deterioramento cognitivo e al 4,1 per cento era stato diagnosticato il morbo di Alzheimer.

Dopo aver confrontato i dati a distanza, gli scienziati hanno scoperto che le persone rimaste cognitivamente sane erano associate a un aumento dei sonnellini giornalieri di circa 11 minuti in media. Tra chi ha mostrato segni di lieve deterioramento cognitivo, invece, i riposini sono aumentati di 24 minuti, mentre a seguito della diagnosi da malattia di Alzheimer i pazienti tendevano a dormire fino a 68 minuti in più.

Stando a quanto emerge dall’indagine, i partecipanti che dormivano più di un’ora durante la giornata avevano il 40 per cento in più di rischio di sviluppare una malattia neurodegenerativa rispetto a chi si riposava di meno.

“È plausibile ritenere che la correlazione tra sonnellini diurni eccessivi e aumento del rischio di Alzheimer – aggiunge Kun Hu, della Harvard Medical School – possano riflettere l’effetto della patologia nelle fasi precliniche. Il nostro lavoro mostra che il riposo diurno e il rischio di sperimentare malattie neurodegenerative potrebbero guidare i reciproci cambiamenti in modo bidirezionale”.

“Non abbiamo ancora elementi sufficienti per stabilire una relazione causale – conclude Leng – ma sembra che il sonnellino diurno potrebbe essere un segnale di invecchiamento cognitivo precoce. Per gli studi futuri sarebbe interessante esplorare se alterare queste routine può influenzare il declino cognitivo legato all’età”.




Perché e quanto fa male dormire con la luce accesa

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unnamedAGI – Dormire al buio per proteggere la nostra salute. È quanto affermano gli scienziati della Northwestern University nell’Illinois negli Stati Uniti a seguito di uno studio pubblicato sulla rivista PNAS. In particolare, lo studio rileva che l’esposizione a un’illuminazione ambientale anche moderata durante il sonno notturno, rispetto al dormire in una stanza poco illuminata, danneggia la funzione cardiovascolare durante il sonno e aumenta la resistenza all’insulina la mattina seguente. L’esperimento condotto su 20 adulti ha rivelato che è bastata una notte di “moderata esposizione alla luce” affinché il corpo sperimentasse gli effetti dannosi.

La coautrice dello studio, la dottoressa Daniela Grimald, ha affermato di aver scoperto che le persone esposte a soli 100 lux mentre dormivano avevano una frequenza cardiaca aumentata rispetto a quelle del gruppo in condizioni di scarsa illuminazione. Di solito, la frequenza cardiaca insieme ad altri parametri cardiovascolari è più bassa di notte e più alta durante il giorno. L’interruzione del normale schema cardiovascolare, che normalmente vede la frequenza cardiaca rallentare di notte mentre il corpo dorme, danneggia la salute del cuore poiché l’organo non ottiene la pausa riparativa che normalmente farebbe.

Inoltre, la luce provoca anche la resistenza all’insulina che si verifica quando le cellule dei muscoli, del grasso e del fegato non rispondono bene all’ormone di regolazione dello zucchero e non possono utilizzare il glucosio nel sangue per produrre energia.

In risposta a questa resistenza, il pancreas produce più insulina, che può portare a un aumento dei livelli di zucchero nel sangue, un fattore di rischio per lo sviluppo del diabete.

I test sui partecipanti hanno mostrato che coloro che dormivano in condizioni di luce moderata hanno avuto un aumento del 15% della resistenza all’insulina la mattina successiva, rispetto a una diminuzione del 4% in coloro che dormivano in condizioni di scarsa illuminazione. “I risultati di questo studio dimostrano che una sola notte di esposizione a un’illuminazione moderata della stanza durante il sonno può compromettere il glucosio e la regolazione cardiovascolare, che sono fattori di rischio per malattie cardiache, diabete e sindrome metabolica”, ha affermato l’autrice senior dello studio, la dott.ssa Phyllis Zee, capo della medicina del sonno presso la Northwestern University Feinberg School of Medicine e un medico della Northwestern Medicine. “È importante che le persone evitino o riducano al minimo la quantità di esposizione alla luce durante il sonno”. L’autrice dello studio, Phyllis Zee, ha aggiunto: “Se riesci a vedere le cose molto bene, probabilmente è troppo chiaro”. Ed ha suggerito che le persone che hanno bisogno di un po’ di luce, ad esempio una persona anziana che deve assicurarsi di non inciampare, dovrebbero usare una luce fioca vicino al pavimento.




Cominciata la sperimentazione del ‘vaccino’ anti-infarto

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112948132 918bd67a bf3c 4f0f a526 5e53a6d9c2c4AGI – Il Centro Cardiologico Monzino ha ‘arruolato’ i primi tre pazienti che, nell’ambito dello studio multicentrico internazionale Victorion-2P, riceveranno Inclisiran, il farmaco che Eugene Brauwnwal, padre della cardiologia moderna, non ha esitato a definire il futuro “vaccino anti-infarto”.

Lo studio coinvolgerà oltre 10 mila pazienti nel mondo, con l’obiettivo di dimostrare che il nuovo farmaco di Novartis – che, come un vaccino, viene somministrato solo due volte l’anno – è in grado di ridurre il rischio eventi cardiovascolari gravi, come infarto e ictus, dimezzando i livelli di colesterolo ‘cattivo’ LDL-C.

“È noto come l’LDL-C giochi un ruolo chiave nello sviluppo e la progressione delle malattie cardiovascolari e aterosclerotiche ed è dimostrato che, abbassandone i livelli nel sangue, si ottiene una riduzione della loro incidenza e della mortalità. Un effetto che è ancora più importante nei soggetti più a rischio, come chi ha già sperimentato nella sua storia un evento cardiovascolare (infarto e ictus).

Sono proprio questi i pazienti su cui si focalizza questo studio. Ad oggi infatti, pur avendo a disposizione un’ampia gamma di farmaci anticolesterolo, tra cui le note statine, i target di LDL-C desiderabili per ridurre il rischio di recidive sono spesso difficili da ottenere.

Inclirisan è il primo farmaco di una nuova classe che, in studi clinici precedenti, ha già dimostrato di poter abbassare del 50% i livelli di LDL-C sia in pazienti con malattia cerebrovascolare (Cevd) che in pazienti con malattia polivascolare (Pvd).

In questi soggetti, anche la terapia con statine, pur alla massima dose tollerata, non aveva ottenuto del tutto l’obiettivo”, spiega il professor Piergiuseppe Agostoni, direttore del Dipartimento di Cardiologia Critica e Riabilitativa Monzino, professore ordinario di malattie cardiovascolari all’Università degli Studi di Milano e Principal Investigator al Monzino dello studio Victorion-2.

“Inclirisan è stato definito come una delle innovazioni più importanti in ambito di prevenzione cardiovascolare nel nuovo millennio ed è capostipite di una nuova classe di farmaci anticolesterolo, che agiscono con un meccanismo di ‘silenziamento genico’. Si tratta di molecole che interferiscono in modo mirato su specifici target disattivandoli, e dunque, per così dire, mettendoli a tacere. Inclirisan è ancora più interessante perché silenziando una sequenza di RNA messaggero (mRNA) a livello dell’epatocita (cellula del fegato), attraverso una serie di meccanismi a cascata, produce una riduzione molto importante dei valori di colesterolo. Da qui il parallelismo con i vaccini anti Sars-CoV-2 che, seppure con meccanismo molto diverso, sfruttano mRNA, una sorta di dizionario in grado di tradurre in pratica quanto scritto nel nostro materiale genetico”, aggiunge Massimo Mapelli, membro dello staff dello studio al Monzino, insieme a Elisabetta Salvioni, Fabiana De Martino e Irene Mattavelli.

“Inclirisan è un farmaco di precisione: viene iniettato sottocute, come avviene ad esempio per l’eparina, e va direttamente a un bersaglio specifico senza altri target in diversi punti dell’organismo. Per questo è ben tollerato e provoca effetti collaterali meno gravi rispetto alle statine ad alte dosi. La bassa tossicità è un aspetto fondamentale perché i pazienti candidabili allo studio sono quelli in “prevenzione secondaria”, ovvero persone che in passato hanno già avuto un evento cardio-cerebro-vascolare. Per esempio, la paziente reclutata per prima qui al Monzino ha avuto un grave infarto due mesi fa e continua, nonostante una scrupolosa assunzione della terapia, ad avere valori di colesterolo troppo alti rispetto al valore soglia. Siamo particolarmente contenti di aver iniziato con un soggetto di sesso femminile perché, come è noto, negli studi clinici le pazienti sono spesso sotto-rappresentate, nonostante abbiano un rischio cardiovascolare sovrapponibile a quello degli uomini”, sottolineano le tre ricercatrici.

“Un altro punto chiave è rappresentato dalla compliance del paziente all’assunzione delle terapie. Molti studi dimostrano come nel post-infarto fino al 40% delle prescrizioni farmacologiche vengano disattese per vari motivi nell’arco dei 12 mesi successivi all’evento, annullandone il beneficio. Un farmaco che si somministra solo 2 volte l’anno, magari durante una visita ambulatoriale già programmata, permette di superare anche questo problema”, precisa Mapelli.

Lo studio Victorion-2P è randomizzato in doppio cieco (Inclisiran vs Placebo) e prevede la somministrazione due volte l’anno con un follow-up variabile tra 3-6 anni, in cui il paziente viene rivisto periodicamente in ambulatorio per controllare il suo stato di salute e registrare eventuali eventi (infarti, angioplastiche, interventi sul cuore…) per verificare le differenze nei due bracci.

Al momento in Italia, oltre al Monzino, sono attivi o in corso di attivazione altri 5 centri, ma il numero è in continua evoluzione. I centri totali che vorrebbero aprire il reclutamento a livello mondiale sono 806, di cui 531 extra-UE, 275 UE e 20 Italiani, con un obiettivo di reclutamento nel nostro Paese di 200 soggetti.

“Negli ultimi decenni è stato assodato il concetto che più il colesterolo è basso, maggiore è la riduzione del rischio di eventi. È importante notare, come dimostrato recentemente, che non e’ fondamentale il valore puntuale in un momento X della vita del paziente, ma i valori di colesterolo LDL ‘spalmati’ su molti anni. Anche per questo noi al Monzino crediamo moltissimo in questo farmaco d’avanguardia, che va a modificare i meccanismi molecolari alla base della iperproduzione di colesterolo a bassa densita’. Non ci stupiremmo che, come spesso avviene per questi studi avanzati, anche Victorion-2P venga interrotto in anticipo, prima di aver arruolato tutti i pazienti, perche’ il braccio di trattamento con farmaco risulta statisticamente piu’ favorevole rispetto a quello placebo”, conclude Agostoni.




Danni a udito, olfatto e memoria. I possibili effetti cerebrali del Covid

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103944694 15b63ac2 6c0a 4488 bf86 2f753d6010ddAGI – Danni alle zone del cervello che regolano l’udito, l’olfatto e la memoria sono tra le conseguenze negative del Covid-19 sui pazienti. A indagare sugli effetti cerebrali del SARS-CoV-2 sono i ricercatori dell’Universita’ di Oxford, nel Regno Unito in un articolo su Nature. I risultati, dicono gli esperti, possono migliorare la nostra comprensione di come la malattia si diffonde attraverso il sistema nervoso centrale.

Anche se le anomalie cerebrali causate dal Covid-19 sono già note, la maggior parte degli studi si è concentrata su pazienti ospedalizzati con malattia grave e si e’ limitata ai dati di imaging post-infezione.

Gli effetti di SARS-CoV-2 sul cervello nei casi più lievi (e più comuni) rimangono sconosciuti, ma l’indagine su questi casi potrebbe rivelare possibili meccanismi che contribuiscono a malattie o danni al cervello.

Per lo studio, i ricercatori di Oxford hanno studiato i cambiamenti nel cervello di 785 partecipanti alla biobanca britannica (di età compresa tra 51 e 81 anni) ai quali sono stati somministrati due scansioni cerebrali, in media a 38 mesi di distanza, e sono stati anche sottoposti a test cognitivi. Un totale di 401 partecipanti è risultato positivo all’infezione da SARS-CoV-2 tra le due scansioni, di cui 15 sono stati ricoverati in ospedale; i restanti 384 individui erano controlli abbinati per eta’ e sesso.

Gli autori hanno identificato vari effetti a lungo termine a seguito dell’infezione (con una media di 141 giorni tra i partecipanti che hanno ricevuto una diagnosi di Covid e la seconda scansione di imaging), inclusa una maggiore riduzione dello spessore della materia grigia nella corteccia orbitofrontale e nel giro paraippocampale (regioni associate all’olfatto e memoria di eventi).

Inoltre, i partecipanti che avevano Covid-19 hanno mostrato prove di danni ai tessuti nelle regioni associate alla corteccia olfattiva, un’area legata all’olfatto e una riduzione media delle dimensioni dell’intero cervello. In media, i partecipanti che sono stati infettati da SARS-CoV-2 hanno anche mostrato un maggiore declino cognitivo tra le loro due scansioni, associato all’atrofia di una regione del cervello nota come cervelletto, che e’ collegata alla cognizione.




Londra: il genio di Marconi all’IIC

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21marconiLONDRA\ aise\ – L’Istituto Italiano di Cultura di Londra ospiterà questo pomeriggio alle 18.00 un incontro dedicato a Guglielmo Marconi (1874 – 1937).
“Il genio delle onde” è il titolo dell’evento dedicato al celebre fisico italiano, inventore del radiotelegrafo, insignito del Premio Nobel per la Fisica nel 1909.
Relatori dell’incontro, organizzato dall’IIC in collaborazione con London One Radio, radio italiana nel Regno Unito, saranno il fisico e giornalista Philip Baglini e Fabio Cosci, curatore del Museo della Villa Medicea di Coltano e presidente della Marconi Labs Coltano. (aise) 




Un robot potrà andare a scuola al posto del bambino malato

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unnamedAGI – Si chiama Stretch ed è un robot che consente a un bambino malato di vedere, ascoltare e parlare con l’insegnante e i compagni come se fosse presente a scuola.

Progettato per controlli a distanza dei medici negli ospedali o da manager aziendali per collegarsi a strutture in remoto, questo robot di telepresenza ora potrebbe arrivare anche nelle scuole per aiutare bambini con malattie croniche e invalidanti. Oltre a prendere parte alle lezioni come se fossero in classe, i bambini possono chattare con gli amici e ‘unirsi’ ai loro coetanei per il pranzo, il coro o la ricreazione.

A credere fermamente nel progetto e a portarlo avanti già da alcuni anni, prima della pandemia, è la ricercatrice Veronica Ahumada che studia informatica sanitaria e interazioni uomo-robot presso l’Università della California (UC). Una ex bambina ‘invalida’, con un’infanzia costellata di difficoltà a causa di una malattia congenita che l’ha costretta a mesi di assenza scolastica e a tanta sofferenza. Dopo aver ottenuto un finanziamento, dal 2020 collabora con la robotica sanitaria Laurel Riek presso l’UC San Diego per progettare una macchina con caratteristiche su misura per i bambini, inclusi altoparlanti in grado di trasmettere il suono attraverso il frastuono di un’aula, un “braccio” per raggiungere e afferrare e un’interfaccia utente operabile da bambini.

Nel corso del prossimo anno, sulla base degli studi di Ahumada, lei e Riek stabiliranno le caratteristiche di cui un bambino ha bisogno per sentirsi presente e impegnato nell’apprendimento. Gli studenti a distanza testeranno i loro prototipi. “Questi ragazzi sono i professionisti”, dice Ahumada. Molto prima della pandemia, prima che molte famiglie pensassero alla scuola virtuale, “erano già i pionieri”.

“Non abbiamo mai avuto nella storia del mondo l’opportunità per i bambini con queste gravi condizioni mediche di andare a scuola con i loro coetanei”, assicura Ahumada.I bambini che utilizzano la tecnologia l’hanno definita “cambiamento di vita” grazie alle connessioni sociali che consente. Ma i ricercatori non hanno ancora dimostrato che questi strumenti aiutano accademicamente, socialmente o emotivamente, dice. E la tecnologia stessa ha dei limiti: i robot non sono stati progettati per i bambini e non funzionano bene nelle scuole con Wi-Fi irregolare. Ahumada sta “cercando di capire come superare questi ostacoli”.

Con l’obiettivo di approfondire il modo migliore per integrare i robot di telepresenza nelle classi, lei e i suoi colleghi hanno sondato come decine di bambini con malattie diverse, insieme alle loro famiglie, compagni di classe e insegnanti, interagiscono con i dispositivi. Inoltre, i ricercatori stanno pianificando di unire le forze con i medici per definire se i benefici che i bambini riportano negli studi si traducano in guadagni in termini di salute mentale, voti o altre aree misurabili.

 




Verso la 16ª conferenza dei ricercatori italiani nel mondo

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ricercatriceCITTÀ DEL MESSICO\ aise\ – L’Associazione dei Ricercatori Italiani in Messico – Arim – con la comunità scientifica italiana in Texas organizza la 16ª Conferenza dei ricercatori italiani nel mondo che, sotto gli auspici dell’Ambasciata italiana in Messico, si terrà il 9 aprile – in presenza e da remoto – nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura a Città del Messico.
La conferenza è aperta a tutti i ricercatori italiani che operano nel mondo nei diversi campi della scienza, della tecnologia, del diritto, della medicina e delle scienze umanistiche. Possono partecipare alla conferenza anche ricercatori di altri Paesi che lavorano su temi legati all’Italia.
I ricercatori dovranno inviare un abstract e una breve biografia all’indirizzo arimricercatori@gmail.com entro il 25 marzo.
I lavori si svolgeranno in inglese.
Tutte le informazioni su come partecipare sono sulla pagina dedicata sul sito dell’Arim  e su www.Texasic.org. (aise)