Scoperte le nanoparticelle che bloccano il Covid

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unnamedPotrebbe arrivare da minuscole particelle di carbonio capaci d’impedirne la replicazione, una soluzione rivoluzionaria contro il coronavirus. Per ora questa strada alternativa nella lotta al Covid è stata battuta solo in laboratorio, in vitro.

“Abbiamo sviluppato un sistema con nanomateriali di carbonio che riescono a inibire il virus”, spiega all’AGI Plinio Innocenzi, scienziato e professore ordinario di Scienze e tecnologie dei materiali all’università di Sassari, che ha compiuto una serie di esperimenti assieme ai colleghi Luca Malfatti e Luigi Stagi. Un’alternativa da esplorare “È una via alternativa che vale la pena esplorare, ma occorre essere prudenti”, sottolinea il professore. “Al momento questo importante risultato è solo su un vetrino”.

La strada per arrivare a confermare la scoperta del team sassarese è lunga: “Ora è necessario sperimentare le nanoparticelle sugli animali e compiere studi approfonditi sui meccanismi”, precisa Innocenzi. “Se dovesse funzionare, hanno un potenziale utilizzo anche con le varianti”. Non sono nocive per le cellule Le nanoparticelle o nanopolimeri sono strutture in scala nanometrica le cui piccole dimensioni ne cambiano le proprietà: “Si tratta di particelle piccolissime dove un nano metro è lungo quanto 10 atomi in fila”, spiega Innocenzi.  “Inoltre, non sono citotossiche”, quindi non nuocciono alle cellule, “e anche questo è un aspetto importante”.

Lo studio, iniziato un anno fa con lo scoppio della pandemia, è stato finanziato dalla Regione Sardegna, con la collaborazione dell’agenzia Sardegna ricerche, Porto Conte ricerche e dell’azienda Virostatics che ha eseguito i test sul virus. “I test sono stati possibile grazie al BSL-3 (biosafety level), una camera di sicurezza biologica ad altissimo livello”, evidenzia Innocenzi, “per intenderci quella di Wuhan ha un livello di biosicurezza 4.

Quella del laboratorio di Virostatics è una delle poche in Italia”. Ma ora per proseguire gli studi di questa importante scoperta occorrono ingenti finanziamenti con tecnologie più sofisticate, sostiene lo scienziato: “Da ricercatore mi auguro che presto si possa andare avanti”.

AGI.IT




Perché alcuni malati di Covid restano positivi per settimane e mesi?

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unnamedI sintomi di Long Covid, la forma dell’infezione Covid-19 che può durare per lungo tempo, potrebbero essere legati a diversi fattori come l’età, l’indice di massa corporea (BMI) e il genere del paziente, oltre che al numero di sintomi comparsi durante la prima settimana. Questo è quanto emerge da uno studio pubblicato su Nature e condotto dai ricercatori del King’s College di Londra dell’University College di Londra, che hanno analizzato i dati di oltre quattromila persone risultate positive alla malattia e affetti dai sintomi a lungo termine di Covid-19.

“Circa il 2,3 per cento dei pazienti considerati – afferma Carole H. Sudre del King’s College di Londra – ha mostrato sintomi a distanza di ben 12 settimane dalla diagnosi”. Il team ha considerato 4.182 casi di Long Covid, definito come la manifestazione della malattia oltre 28 giorni, valutando le informazioni raccolte dai pazienti tramite l’app Covid Symptom Study nel periodo compreso tra il 24 marzo e il 2 settembre 2020, durante il quale oltre quattro milioni di persone si sono registrate sull’applicazione. Ai fini della ricerca, sono stati selezionati solo gli individui che soddisfacevano i criteri di inclusione per studiare la durata dei sintomi persistenti di Covid-19.

Stando ai risultati degli scienziati, il 13,3 per cento dei partecipanti ha riportato sintomi dopo 28 giorni, mentre circa il 2,3 per cento manifestava ancora difficoltà a distanza di 12 settimane dalla diagnosi, tra cui affaticamento, mal di testa, dispnea e anosmia. Gli scienziati sottolineano che la presenza di sintomi a lungo termine era più probabile nei casi di obesità, tra gli anziani e nei pazienti di genere femminile.

“Il nostro modello – sostiene l’autrice – potrebbe essere utilizzato per identificare gli individui che presentano un rischio più elevato di sperimentare Long Covid. Sappiamo che l’infezione può manifestarsi con un ampio spettro di gravità, che spazia dalle forme asintomatiche fino alla possibilità di decesso del paziente. Il nostro studio prospettico potrebbe contribuire a definire delle condizioni che rendono più elevato il rischio di sperimentare una forma grave di Covid-19 e individuare i metodi più efficaci per intervenire in questo senso”.

I ricercatori hanno confrontato la durata dei sintomi con alcune caratteristiche associate alla condizione, come età, genere, indice di massa corporea e presenza di comorbilità. “Tramite l’app Symptom Study – riporta Benjamin Murray dell’University College di Londra e coautore dell’articolo – abbiamo chiesto ai partecipanti di indicare quotidianamente il loro stato di salute, i sintomi e i risultati di eventuali test Covid-19. Abbiamo rilevato che gli individui con lungo Covid avevano maggiori probabilità di aver richiesto una valutazione ospedaliera durante la degenza. L’unica condizione preesistente significativamente associata alla manifestazione di sintomi a lungo termine sembrava essere l’asma”.

I sintomi più comunemente riportati oltre i 28 giorni erano stanchezza (97,7 per cento dei casi) e mal di testa (91,2 per cento), ma non mancavano casi di problemi cardiaci (6,1 per cento), difficoltà di memoria o concentrazione (4,1 per cento). “La maggior parte di questi effetti aggiuntivi – osserva Sudre – è stata segnalata a distanza di 3 o 4 settimane dopo la comparsa dei primi sintomi. Fondamentalmente abbiamo individuato due modelli di sintomatologia tra i pazienti con Long Covid: coloro che riferivano affaticamento, mal di testa e disturbi delle vie respiratorie superiori, come mancanza di respiro, mal di gola, tosse persistente e perdita dell’olfatto, e i casi con disturbi multisistemici aggiuntivi con febbre e sintomi gastroenterologici”.

AGI




Aziende italiane pronte a produrre il vaccino contro il Covid in 4-6 mesi

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132450552 a1a010c1 ea8b 4c4f b244 a740ff34a543AGI – Le aziende italiane sono pronte a produrre il vaccino contro il Coronavirus in 4-6 mesi. E’ quanto è emerso nel nuovo incontro al Mise con le case farmaceutiche, dove è stata ribadita la volontà di partecipare al progetto europeo per il rafforzamento della produzione di vaccini.

Il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha verificato la disponibilità di alcune aziende a produrre i bulk, ossia il principio attivo e gli altri componenti del vaccino anti Covid, perché già dotate, o in grado di farlo a breve, dei necessari bioreattori e fermentatori.

La produzione potrà avvenire a conclusione dell’iter autorizzativo da parte delle autorità competenti, in un tempo stimato di 4/6 mesi.

È stato anche appurato che ci sono le condizioni immediate per avviare la fase dell’infialamento e finitura. Sono già pronte a partire molte aziende.

All’incontro è stato dato mandato dal ministro ai diversi rappresentanti competenti di procedere all’individuazione di contoterzisti in grado di produrre vaccini entro autunno del 2021.

Il ministro ha confermato la volontà del governo di realizzare in Italia un polo per la ricerca di farmaci e vaccini con investimenti pubblici e privati.

Durante l’incontro, a cui hanno partecipato il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, il direttore generale Enrica Giorgetti, il direttore centro studi Carlo Riccini,  il presidente dell’Aifa Giorgio Palù, il commissario per l’emergenza Paolo Figliuolo e il sottosegretario alla presidenza Franco Gabrielli, si è deciso infine di mantenere il massimo riserbo sulle aziende che saranno coinvolte nel processo di verifica in corso. (AGI)




Scoperto il collegamento tra covid e trombosi

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unnamedAGI – Individuato il meccanismo responsabile delle complicanze trombotiche nei pazienti affetti da Covid-19. Lo ha annunciato un gruppo di ricercatori del Centro Cardiologico Monzino e dell’Università degli StuI di di Milano, guidati da Marina Camera, responsabile dell’Unità di Ricerca di Biologia Cellulare e Molecolare Cardiovascolare del Monzino e professore associato di Farmacologia presso l’ateneo milanese, in collaborazione con Gianfranco Parati e Martino Pengo dell’Istituto Auxologico Italiano di Milano e dell’Università di Milano Bicocca.

I risultati, pubblicati sul Journal of the American College of Cardiology: Basic to Translational Science, aprono la strada all’uso dei farmaci in grado di bloccare i trombi arteriosi, come la comune aspirina. Lo studio ha analizzato in 46 pazienti affetti da Covid-19, ricoverati presso l’Ospedale S.Luca, IRCCS Istituto Auxologico Italiano di Milano, lo stato di attivazione delle cellule del sangue, mediante analisi citofluorimetrica, e lo ha confrontato con quello di soggetti sani e di soggetti cardiopatici.

“I pazienti con forme gravi di polmonite da SARS-CoV-2 – spiega Camera – soffrono di ipossiemia non solo per l’infiammazione degli alveoli polmonari, ma anche per la presenza di micro e macro trombi nel sangue, che possono occludere i vasi polmonari. Nella prima fase del nostro studio abbiamo evidenziato come l’attivazione piastrinica presente in questi pazienti possa essere responsabile della formazione di questi trombi. Quando l’organismo viene attaccato da agenti patogeni, come il SARS-CoV-2, attiva la sua risposta immunitaria rilasciando nel sangue delle proteine chiamate citochine infiammatorie, tra cui l’Interleukina-6. A volte, tuttavia, questa reazione può essere esageratamente violenta, e il rilascio di citochine eccessivo, tanto da dare luogo alla cosiddetta ‘tempesta citochinica’.

In queste circostanze l’endotelio dei vasi sanguigni si attiva e, riducendo la produzione di prostaciclina e ossido nitrico, due importanti fattori anti-aggreganti, perde il controllo sulle piastrine. Anche i monociti e i granulociti circolanti si attivano e ognuna di queste cellule rilascia nel flusso sanguigno delle microvescicole che hanno un elevato potenziale protrombotico. In questo contesto le numerose piastrine attivate si aggregano con i granulociti e monociti circolanti e, insieme con le microvescicole, concorrono alla formazione dei microaggregati che possono ostruire il microcircolo polmonare”.

Parati aggiunge che “queste alterazioni possono tra l’altro contribuire alle importanti alterazioni della emodinamica polmonare che il gruppo di ricerca di Auxologico, in collaborazione con l’Ospedale Papa Giovanni XIII di Bergamo, ha recentemente descritto nei pazienti con gravi forme di Covid-19 (Sergio Caravita e coll.- European Journal of Heart Failure 2021)”. Paola Canzano e Marta Brambilla, ricercatrici del Monzino e coautrici dello studio, osservano: “Nella seconda parte dello studio abbiamo riprodotto la massiccia attivazione piastrinica documentata nei pazienti Covid-19, mettendo in contatto cellule del sangue di soggetti sani con il plasma dei pazienti Covid-19.

Abbiamo così dimostrato che le anomalie emostatiche causate dal SARS-CoV-2 non sono una conseguenza diretta del virus, ma hanno origine dalla tempesta di citochine, in particolare dell’eccesso interleukina-6”. “Questo risultato – continua Camera – spiega perché il Tocilizumab, un anticorpo monoclonale diretto contro il recettore dell’interleukina-6, è in grado di evitare l’attivazione piastrinica. Pertanto, in un’epoca in cui si persegue il concetto di medicina personalizzata, il suo impiego è da riservare per quei pazienti che presentano elevati livelli di interleukina-6”. “Il messaggio clinico più forte della nostra ricerca – conclude la ricercatrice – è che per tutti i casi di Covid-19 la terapia può essere ottimizzata inserendo l’anti-aggregante più noto e diffuso: l’acido acetilsalicilico, cioe’ l’Aspirina. I protocolli terapeutici attualmente in uso prevedono l’uso di Eparina, che è un anticoagulante, tipicamente indicato per il trattamento dei trombi venosi, derivanti per lo più dall’allettamento o dalla mancanza di movimento fisico”.




La Sanità Pubblica e Privata nella Repubblica Dominicana

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doctor 563429 1920Il Sistema Sanitario Nazionale – “Servicio Nacional de Salud” nella Repubblica Dominicana è un diritto di tutti i dominicani e degli stranieri residenti.

Negli ospedali e ambulatori pubblici si ricevono le cure di base a cui praticamente tutti hanno diritto, questo sulla carta, la realtà è un po’ differente, si tratta di un paese in via di sviluppo e gli ospedali pubblici purtroppo non rientrano nell’idea che noi italiani possiamo avere di una struttura ospedaliera, ovviamente ci sono sempre delle eccezioni, ma nella quasi totalità dei casi le strutture pubbliche hanno pochissime risorse e a volte nemmeno l’emergenza viene gestita, quindi non resta che affidarsi alla sanità privata.

La rete privata di cliniche e ambulatori  è vastissima, con un livello di servizi che in alcuni casi arriva all’eccellenza, ma come per ogni ambito è sempre meglio prendere informazioni accurate sulla qualità dei servizi offerti, e sul curriculum dello specialista contattato.

Molte cliniche hanno un’altissima efficienza, con esami fatti in poche ore e con tempi di attesa praticamente nulli, anche in questo settore l’informatizzazione è decisamente avanzata, con prenotazione e ritiro esami on-line, se si desidera.

Per accedere e usufruire dei servizi privati ovviamente si deve mettere “mano al portafoglio” oppure disporre di una assicurazione sanitaria, il famoso “Seguro de Salud”, inutile ribadire che è caldamente consigliato stipulare una assicurazione sanitaria, in quanto i costi di ricovero o cure mediche possono essere molto elevati.

In caso di brevi permanenze, è meglio stipulare un’assicurazione medica internazionale per turisti, sul mercato ne trovate tantissime, importante è sceglierne una che copra direttamente le spese sanitarie e che non abbia una garanzia  “a rimborso” , normalmente questo tipo di polizze, progettate per i turisti hanno una serie di coperture aggiuntive, come assicurazione bagagli, furti e soprattutto rimpatrio.

Anche il mercato dominicano offre una serie di polizze sanitarie destinate ai turisti, con tutte le opzioni sopra citate, che a volte sono un po’ più convenienti, e che comunque presentano il vantaggio di essere più facilmente accettate dalle cliniche della Repubblica Dominicana, oltre ad avere un servizio clienti direttamente nel paese, si possono stipulare tranquillamente via telematica o contattando un agente sul territorio dominicano.

Ora facciamo il punto sul  “Seguro Medico” vero e proprio, per chi fa lunghe permanenze nel paese o per chi vi risiede, tra le compagnie più diffuse sul territorio possiamo citare Primera ARS Humano, Universal, Mapfre (Palic), tutte offrono, ottime coperture ma molto dipende dal piano scelto.

Questo tipo di polizze assicurative, a differenza di quelle “turistiche” non sono attive da subito al 100%, si ha una copertura immediata dell’emergenza, poi dopo alcuni mesi la polizza diventa attiva nella sua totalità.

Il costo di una assicurazione dipende da vari fattori, come:

età, condizioni di salute e storia clinica dell’assicurato.

Una polizza base può partite  da 20-30 Euro mensili (1.500pesos), coprendo buona parte dei servizi necessari, ovviamente avrà un massimale, ovvero la massima cifra di copertura garantita,  relativamente basso sui 350.000/500.000 pesos (5.000/7.000 Euro), e per casi gravi, diciamo con tutta onestà che non sarà sufficiente.

Dobbiamo tenere conto che più che gli esami di routine, una polizza ci deve garantire copertura quando veramente ce n’è la necessità, ovvero quando le cifre da pagare iniziano a essere importanti, dando più importanza al massimale assicurato che alla copertura per esami ambulatoriali.

Una buona copertura deve avere un massimale di minimo 1 milione di pesos garantito, questo per offrire un sostegno in caso di reale necessità, polizze di questo tipo costano sui 40-50 Euro mensili ( 2.500-3.000 pesos) e spendere poche centinaia di pesos in più a volte fa veramente la differenza.

Altra cosa di cui tenere conto riferita al massimale è farsi spiegare bene se è legato al singolo caso, oppure annuo, e se fosse per caso, se comunque esiste un tetto massimo annuale.

Esistono poi polizze aggiuntive proprio per coprire i casi gravi, le cosiddette coperture “catastrofiche”, polizze che praticamente alzano il tetto del massimale proprio nei casi di massima necessità, queste polizze in genere hanno un costo irrisorio, si parla di 2.000 – 3.000 pesos annui, come 2 o 3 caffè al mese, ma possono davvero fare la differenza, alzando il massimale catastrofico di 1 – 2 milioni di pesos, e sono assolutamente consigliabili, normalmente vengono proposte di rado, sta a voi chiederle.

Fino a pochissimo tempo fa in Repubblica Dominicana ci si poteva assicurare solo sino a 60-65 anni, solo se si aveva già una polizza in essere si continuava a essere clienti dopo tale età, ovviamente aumentavano i premi dei piani. Oggigiorno grazie all’impegno di alcune associazioni di noi residenti, che hanno stabilito speciali accordi con delle compagnie assicuratrici, ci sono polizze che si possono stipulare sino a 90 anni, chiaramente viene richiesta una visita medica e c’è uno scrupoloso screening della storia clinica.

Resta un ultimo fattore da valutare, se la polizza che ci stanno offrendo è di gruppo/collettiva o singola, le polizze di gruppo possono essere molto vantaggiose però ci si deve sincerare che il massimale assicurato non sia condiviso tra i vari membri del gruppo, ma che sia sempre individuale.

Traendo le conclusioni, in Repubblica Dominicana la situazione ospedaliera / sanitaria, è più che soddisfacente, ma si deve essere assicurati, e ricordate che investire pochi spiccioli in più, può fare la differenza quando realmente serve… con la speranza di non doverne mai usufruire !

Massimo Guglielmi




Covid, spray nasale anti-contagio “funziona anche su varianti”

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coronavirus3Un antivirale da spruzzare nel naso per prevenire il contagio da Covid-19, efficace anche sulle varianti del coronavirus. Lo spray, a base di lipopeptidi, è stato messo a punto da Matteo Porotto e Anne Moscona della Columbia University americana, e secondo un nuovo studio pubblicato su ‘Science’ riesce a bloccare la trasmissione di Sars-CoV-2 nei furetti. La speranza dei suoi inventori, docenti del Dipartimento di pediatria e direttori del Center for Host-Pathogen Interaction del Vagelos College of Physicians and Surgeons dell’ateneo, è che il prodotto possa evitare l’infezione anche negli esseri umani.

Lo spray nasale risulterebbe efficace anche contro le nuove varianti del coronavirus e potrebbe essere utile in particolare alle “persone che non possono essere vaccinate o che non sviluppano immunità”, spiegano Porotto e Moscona. Questo antivirale è inoltre facile da somministrare, sottolineano. In base alle evidenze emerse su altri virus respiratori, la protezione conferita sarebbe immediata e avrebbe una durata di almeno 24 ore. Non solo: i lipopeptidi sono poco costosi da produrre, assicurano gli scienziati, resistono a lungo e non richiedono refrigerazione per una conservazione corretta. Disporre di uno strumento simile potrebbe essere quindi importante specialmente per le popolazioni rurali, a basso reddito e difficili da raggiungere.

Il nuovo esperimento, condotto in collaborazione con Rory de Vries e Rik de Swart dell’Erasmus University Medical Center nei Paesi Bassi, ha utilizzato i furetti perché hanno polmoni molto simili a quelli umani. Questi mustelidi sono inoltre altamente suscettibili all’infezione da Sars-CoV-2, che fra l’altro si diffonde assai facilmente da un esemplare all’altro. Il lipopeptide antivirale è stato somministrato nel naso di 6 furetti. Coppie di animali trattati sono state poi messe in contatto con coppie di furetti controllo sui quali è stato usato uno spray nasale ‘placebo’, e con un furetto infettato da Sars-Cov-2. Dopo 24 ore di intensa ‘relazione’, i test hanno rilevato che nessuno degli animali trattati ha preso il virus dal compagno di gabbia contagioso. La loro carica virale era pari a zero, mentre tutti i furetti controllo risultavano altamente infetti.

Considerato l’allarme varianti che sta preoccupando le autorità sanitarie internazionali, con l’emergere di mutanti potenzialmente più trasmissibili e mortali, nonché in grado di eludere gli anticorpi neutralizzanti indotti da terapie e vaccini attualmente disponibili, Porotto e Moscona hanno successivamente testato il loro prodotto su cellule infettate con una serie di varianti di Sars-CoV-2 tra cui quelle inglese e sudafricana. Hanno così osservato che il lipopeptide impediva alla proteina Spike, la ‘chiave’ che il coronavirus utilizza per introdursi nell’ospite, di fondersi con la membrana delle cellule bersaglio. Questo accadeva con le varianti provate, esattamente come con il virus originario.

I due ricercatori in passato avevano già messo a punto lipopeptidi simili anche per prevenire l’infezione da altri virus quali morbillo, parainfluenza e virus Nipah. Hanno però faticato a trasferire i loro primi studi sull’uomo perché le malattie in questione sono oggi più diffuse o gravi in aree del mondo a basso reddito. Quando è scoppiata la pandemia di Covid-19, hanno adattato i loro prodotti al nuovo coronavirus, collaborando con Christopher Alabi della Cornell University. Un primo report sul trattamento sperimentale è stato pubblicato su ‘mBio’ il 20 ottobre scorso, e descriveva l’effetto del lipopeptide in un modello 3D di polmone. Il composto riusciva a ‘spegnere’ un’infezione iniziale, prevenendo la diffusione del virus all’interno del polmone, e non appariva tossico per le vie aeree.

Dopo gli studi sul furetto, l’obiettivo è sperimentare lo spray nasale sull’uomo. Porotto e Moscona sono convinti che questo strumento-scudo possa essere utilizzato in qualsiasi situazione in cui una persona non infetta rischia di essere esposta a Sars-CoV-2: dalla famiglia alla scuola, a un contesto sanitario o di comunità. “Anche in uno scenario ideale con ampi segmenti di popolazione vaccinata – precisano gli autori – questi antivirali rappresenteranno un’importante arma complementare per proteggere le persone e controllare la trasmissione” del patogeno pandemico.

ADNKronos




Se l’orario del sonno è irregolare aumenta il rischio di depressione

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unnamedCambiare spesso l’orario di risveglio può influire sull’umore e aumentare il rischio di depressione. Questo, almeno, secondo uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Partner Journal Digital Medicine, condotto dagli scienziati della Michigan Medicine, il centro medico dell’Università del Michigan, che hanno monitorato gli schemi di sonno e le fluttuazioni dell’umore di 2.100 tirocinanti al primo anno di Medicina.

“Ritardare la sveglia nel fine settimana quando nei giorni lavorativi si è abituati ad alzarsi presto – afferma Yu Fang della Michigan Medicine – può aumentare il rischio di depressione. Dormire più del solito di domenica può influenzare persino l’umore del lunedì mattina”.

Il team ha valutato i dati su sonno e umore di 2.100 medici di età media 27 anni, iscritti al primo anno di tirocinio di Medicina, caratterizzato da giornate di lavoro lunghe e intense, orari irregolari e programmi di sonno estremamente variabili. I dati sono stati raccolti tramite dispositivi da polso e app per smartphone in grado di monitorare l’umore e lo stato d’animo.

“Un programma di sonno irregolare – aggiunge l’esperto – può influenzare l’umore e il rischio di depressione tanto quanto dormire troppo poco”. I ricercatori aggiungono che l’effetto potrebbe essere estendibile a chiunque abbia schemi irregolari di sonno, sebbene lo studio non abbia preso in considerazione una popolazione più ampia.

“Chi seguiva orari di sonno variabili – riporta lo studioso – aveva maggiori probabilità di ottenere punteggi più alti nei questionari sui sintomi della depressione. I nostri risultati mirano a guidare l’autogestione sulle abitudini del sonno e a informare le strutture di programmazione istituzionale”.

“I dispositivi indossabili – commenta Cathy Goldstein, dello Sleep Disorders Center presso la Michigan Medicine – ci consentono di registrare il sonno per lunghi periodi di tempo senza sforzi da parte dell’utente”. I ricercatori sottolineano che il sonno rappresenta un fattore spesso sottovalutato in materia di benessere e depressione.

“Il nostro campione non è rappresentativo della popolazione più ampia – conclude Fang – ma rappresenta sicuramente un’ottima coorte per i programmi che indagano i disturbi e le implicazioni del sonno.

Nelle prossime ricerche sarà opportuno considerare anche altri gruppi, come i genitori dei bambini piccoli, sottoposti a una considerevole dose di stress”.  AGI




Torino. Per la prima volta al mondo robot asporta tumore su paziente sveglia

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unnamedPer la prima volta al mondo un robot chirurgico ha asportato un tumore maligno al rene su una paziente sveglia, presso l’Urologia universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino.

Una donna 62enne, dopo aver sconfitto molti anni prima un tumore grazie all’asportazione di un polmone, ora si trovava a convivere con una massa al rene che continuava a crescere e che non poteva essere asportata. Il rischio operatorio era troppo elevato a causa dei suoi problemi respiratori. “Ero già stata visitata in diversi centri di eccellenza italiani, dove mi avevano detto che l’unica terapia era l’asportazione della massa – racconta la paziente – ma gli anestesisti mi prospettavano un rischio dell’80 per cento di non risvegliarmi dall’intervento”.

La paziente si rivolge, quindi, all’ospedale Molinette di Torino. Nel frattempo la massa renale era cresciuta in modo significativo negli ultimi mesi superando i 5 centimetri ed era molto profonda. L’intervento rivestiva ora un carattere di urgenza sia per il rischio di diffusione del tumore sia per l’impossibilità di asportare solo la massa salvando il rene se fosse cresciuto ancora.

“Quando esaminai la documentazione, dissi subito alla paziente che il caso era oltremodo complesso poiché la chirurgia robotica, l’unica tecnologia che ci avrebbe permesso di asportare un tumore di quelle dimensioni in modo mini-invasivo salvando il rene, non era mai stata utilizzata in un paziente sveglio e pertanto non ero in grado di garantire la fattibilità dell’intervento”, spiega Paolo Gontero, direttore della Urologia universitaria dell’ospedale Molinette. “La scelta del sistema robotico Da Vinci era obbligata poiché non ritenevo sicuro dal punto di vista oncologico adottare la tecnica laparoscopica pura per il rischio di ‘diffondere’ il tumore, trattandosi di una ‘massa a contenuto liquido’ in una paziente che rischiava di muoversi durante l’intervento. Per contro, la chirurgia ‘tradizionale’ a cielo aperto esponeva a un rischio troppo alto di complicanze”, aggiunge.

L’intervento è stato pianificato grazie all’attività di coordinamento effettuata di Roberto Balagna, direttore dell’Anestesia Rianimazione ospedaliera dell’ospedale Molinette, e di Luca Brazzi, direttore dell’Anestesia Rianimazione universitaria Molinette.

Il problema cruciale dell’intervento era riuscire a ottenere un livello di anestesia periferica ottimale in modo che il paziente non solo non avverta dolore ma resti sveglio e immobile durante tutto l’intervento. In caso contrario, i bracci di lavoro rigidi del sistema Da Vinci non avrebbero potuto operare in sicurezza. Il mancato raggiungimento di questi obiettivi avrebbe implicato pertanto la necessità di ricorrere a un’anestesia generale dalla quale la paziente avrebbe potuto non più risvegliarsi.

Quando la paziente è entrata in sala operatoria ad attenderla c’erano gli anestesisti Fabio Gobbi dell’equipe di Balagna e Paola Rampa dell’equipe di Brazzi. Gobbi, con una tecnica innovativa, ha praticato un “blocco anestetico spinale toracico continuo”, rendendo così la paziente “insensibile” nella zona del rene. L’intervento chirurgico è stato condotto da Paolo Gontero, mediante l’utilizzo di una tecnica retroperitoneoscopica con il robot Da Vinci Xi e l’utilizzo di 4 bracci operativi. La paziente, vigile, ha potuto seguire le varie fasi dell’intervento che si è svolto in 2 ore di tempo robotico.

Nonostante le dimensioni (che superavano i 5 cm) e la crescita in profondità della massa, grazie alla combinazione della tecnica robotica assistita con il sistema Da Vinci e di tecnologie innovative di ricostruzioni tridimensionali delle immagini che hanno guidato l’intervento, il tumore maligno è stato asportato completamente salvando il rene.

“E’ stata una grande emozione per tutti in sala operatoria quando, alla mia notifica della riuscita dell’intervento, la paziente (ancora attaccata ai bracci robotici) è scoppiata in un pianto di gioia dicendo ‘Grazie per avermi ridato una seconda vita’, afferma Gontero, che conclude: “Grazie alla forza e al coraggio di questa paziente e alla collaborazione di un team di alta professionalità, abbiamo dimostrato per la prima volta al mondo la fattibilità  dell’utilizzo della tecnologia robotica a paziente sveglio”.  AGI




A Santo Domingo la prima Conferenza dei Giovani sul Cambio Climatico nella R.D.

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17canepariSANTO DOMINGO\ aise\ – Nell’ambito degli eventi preparatori della rete diplomatico-consolare italiana in vista della CoP26 sul cambiamento climatico e al fine di promuovere una sempre maggiore collaborazione tra l’Italia e la Repubblica Dominicana nel settore ambientale, il 19 e 20 febbraio 2021 si terrà la 1^ Conferenza Locale dei Giovani sul Cambiamento Climatico nella Repubblica Dominicana, organizzata da EducAccion DR, con il supporto e la collaborazione dell’Ambasciata Italiana a Santo Domingo, del Ministero della Gioventù e del Consiglio Nazionale per il Cambiamento Climatico, oltre che con l’Ambasciata del Regno Unito a Santo Domingo.
L’ambasciatore Andrea Canepari sarà l’oratore principale durante la sessione di apertura, il 19 febbraio, alle 15:30. “Quest’anno”, ricorda Canepari, “l’Italia detiene la co-presidenza, insieme al Regno Unito, della COP26, e la nostra attenzione è sui giovani per l’importante ruolo che hanno in tutto il mondo nella lotta per mitigare gli effetti del cambiamento climatico”.
Per partecipare a questa “meravigliosa esperienza” occorre iscriversi attraverso il sito https://www.educaccionrd.com/lcoy-rd-2021.




Il farmaco israeliano efficace al 90 per cento contro il Covid

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170851366 bca2111a ffff 4980 a313 e117c6c53f2eAGI – Israele sta sperimentando un farmaco contro il Covid che, alle prime risultanze si dichiara efficace oltre il 90%. Lo scrive la stampa israeliana. L’Ichilov Medical Center di Tel Aviv ha completato con successo gli studi della fase uno del progetto di ricerca su questo nuovo medicinale, che sta dando risposte molto incoraggianti.

Il medicinale ha aiutato numerosi pazienti di Covid, da moderati a gravi, a riprendersi rapidamente dalla malattia. L’ospedale ha annunciato che la sostanza, EXO-CD24 del Prof. Nadir Arber, è stata somministrata a 30 pazienti le cui condizioni erano moderate o gravi, e tutti e 30 si sono ripresi, 29 dei quali entro 3-5 giorni.

Il medicinale combatte la tempesta di citochine, una reazione immunitaria potenzialmente letale all’infezione da coronavirus che si ritiene sia responsabile di gran parte dei decessi associati alla malattia. Usa gli esosomi, minuscole particelle a forma di sacche che trasportano i materiali tra le cellule, per fornire una proteina chiamata CD24 ai polmoni.

“Questa proteina – ha spiegato alla stampa Shiran Shapira del laboratorio di Arber – si trova sulla superficie delle cellule e ha un ruolo ben noto e importante nella regolazione del sistema immunitario, aiutando a calmare il sistema e frenare la tempesta”.

Arber ha spiegato che il preparato viene inalato una volta al giorno per pochi minuti, per cinque giorni, e raggiunge direttamente ai polmoni. In questo modo, a differenza di altri preparati, il cocktail israeliano viene somministrato localmente e non comporta effetti collaterali, anche perché non opera ad ampio spettro. Il farmaco passerà ora a ulteriori fasi di sperimentazione, ma i medici parlano di un possibile punto di svolta nella lotta contro il Covid-19.

Per il direttore del centro di ricerca Ichilov, Roni Gamzu che è stato anche a capo del team governativo sul coronavirus, la ricerca “è avanzata e sofisticata e potrebbe salvare i pazienti con coronavirus. I risultati della sperimentazione di fase 1 sono eccellenti e ci danno fiducia nel metodo che i ricercatori stanno studiando nel nostro laboratorio da molti anni”.