L’elettricità nella Repubblica Dominicana

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Prese e spine RDAbbiamo pensato di dedicare una rubrica alla tecnologia e ai problemi riguardanti la tecnologia nella Repubblica Dominicana.

Verranno trattati argomenti di attualità,  ma anche temi riguardanti le differenze tecnologiche tra l’Italia e la RD.

Sarà dato spazio a domande e curiosità; pertanto vi invitiamo a scrivere alla redazione, saremo felici di sciogliere qualche dubbio o trattare argomenti da voi suggeriti.

Come primo articolo di presentazione abbiamo pensato di parlare della fornitura elettrica in Repubblica Dominicana e rispondere definitivamente a molte domande che spesso e volentieri si incontrano sui social, tipo:

“ I miei elettrodomestici funzioneranno in RD ? “, “ Posso portare la televisione ?” etc..

Prima di tutto parliamo delle caratteristiche della fornitura elettrica dominicana, confrontandole con quelle italiane. Non entreremo in tecnicismi, cercheremo di essere chiari e accessibili il più possibile:

In Repubblica Dominicana viene fornita una corrente alternata con una tensione di 120 V “bi-fasica” con una frequenza di 60Hz, in Italia si ha una corrente alternata con una tensione di 230V monofase a 50Hz, valori che sembrano molto distanti… ma non troppo, analizziamo nel dettaglio.

Il grande sergreto è che in Dominicana la fornitura è “bi-fasica”, questo significa che dal “contatore”, se lo richiediamo nel contratto, arriveranno 3 cavi, 120V – 120V e Neutro, e ciò da la possibilità di prelevare 230-240V quasi come in Italia!

La frequenza resta però differente a 60Hz, significa che è più alta rispetto all’Italia, di ben il 20%.  Questa caratteristica potrebbe creare dei problemi a tutti quegli elettrodomestici che hanno un motore elettrico.

Vediamo nel dettaglio cosa significa tutto ciò: la maggioranza degli utilizzatori elettrici e elettronici ormai è compatibile con tensioni differenti che normalmente variano dai 90-260V~ 50-60Hz, questo significa che sono costruiti per funzionare sia in Italia che in Repubblica Dominicana senza problemi. Perciò televisori, impianti stereo (a parte quelli professionali), computer, lampadine LED ecc… funzioneranno senza problemi anche a 110-120V.

Tutti quei dispositivi espressamente dichiarati a 220-240V / 50-60Hz potranno funzionare solo utilizzando la fornitura a tensione bi-fasica 120V+120V.

Come abbiamo anticipato, l’altra grande differenza della fornitura elettrica, a parte la tensione, è la frequenza, i famosi 60Hz. Questo significa, per i nostri cari elettrodomestici, che dove si utilizzano motori elettrici questi gireranno più velocemente, di conseguenza ci sarà una sollecitazione in più per i motori e le parti meccaniche ad essi collegate.

Dobbiamo specificare che moltissimi elettrodomestici che utilizzano motori, tipo frullatori, aspirapolvere, lavatrici, lavapiatti ecc. sono già costruiti per funzionare alle due frequenze di riferimento. Quindi molta attenzione nel leggere le specifiche di collegamento elettrico riportate sulle targhette di ogni singolo elettrodomestico.

Individuare l’etichetta e controllare è fondamentale. Dobbiamo verificare se è predisposta per le differenti tensioni e soprattutto per le differenti frequenze.

Ecco alcuni esempi:

90/240V –  50/60Hz ( significa che potrete tranquillamente collegare il “110V” )

230V 50/60Hz (significa che potrete collegare il 220V dominicano a 60Hz)

220/240V – 50Hz ( significa che non sarà possibile utilizzare l’elettrodomestico qui in RD)

Dove non vi è possibilità di avere la tensione bi-fasica, e quindi avere un 220V direttamente dal fornitore della energia elettrica, spesso si ricorre a trasformatori che innalzano la tensione da 110V a 220V. In questi casi è bene valutare la potenza, espressa in Watt “W”,  impiegata dall’utilizzatore che andremo a collegare al trasformatore, in modo da evitare surriscaldamenti, guasti o addirittura rischio di incendio. Anche in questo caso verificare l’etichetta posta sia sul trasformatore, che indicherà la potenza massima erogata ( espressa in Watt o volt ampere VA * ) e sia sull’elettrodomestico, che indicherà la potenza. È bene che l’energia richiesta dall’elettrodomestico sia  sempre inferiore minimo di un 20% rispetto al trasformatore .

Attenzione sempre alla frequenza: i trasformatori trasformano la tensione i Volt, non la frequenza, che resterà sempre a 60Hz, quindi verificare sempre l’etichetta con le specifiche dell’elettrodomestico.

Prese, spine e adattatori.

In Repubblica Dominicana le prese e le spine elettriche sono conformi allo standard USA , con due lamelle parallele verticali  + terra, per la linea a 110V , chiamate “Tipo A” se la terra non è presente e “Tipo B” se vi è anche la predisposizione per la terra

Quelle per il 220V hanno due lamelle parallele orizzontali + terra (ruotate di 90° rispetto a quelle del 110V ).

Quindi sarà necessario munirsi di adattatori o meglio sostituire le spine delle apparecchiature  con quelle normalmente in uso, in commercio troverete anche prese elettriche con frutti multi standard, ma sempre molta attenzione che sia presente il collegamento di terra.

Per ogni dubbio, curiosità contattate la redazione, saremo felici di aiutarvi con chiarimenti ed esempi.

*             Nota  Tecnica: Le apparecchiature elettriche  sono caratterizzate dal massimo assorbimento nominale (potenza) Watt e in VA (volt-ampere), per cui né i Watt né i VA nominali di un dispositivo possono essere superati dalle apparecchiature che li alimentano. I Watt si riferiscono alla massima potenza assorbita dall’apparecchiatura, mentre i volt-ampere rappresentano la “potenza apparente” e si ricavano moltiplicando la tensione applicata alle apparecchiature e la corrente da queste assorbita.  È più chiaro? Probabilmente non molto. Ciò che occorre sapere, in realtà, è che per le apparecchiature elettriche i Watt e i VA nominali possono variare sensibilmente e che i VA sono sempre uguali o superiori ai Watt. Se in un trasformatore la potenza viene espressa in VA, significa che è espresso un valore “ideale” che è in funzione di alcune caratteristiche del carico da voi applicato.

Per farla semplice dovete considerare un valore minore di potenza applicabile in Watt rispetto ai VA dichiarati. In un ambiente domestico con utilizzatori civili mediamente un 20% in meno (1000VA tenete conto 800W, ci sarebbero molte più considerazioni da fare ma si entrerebbe in un campo decisamente tecnico, parlano di fattori di potenza cos  φ ecc… )

La Redazione Tecnica




La Luna influenza la quantità e la qualità del sonno

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unnamed 2AGI – Un team di ricercatori di tre Università ha analizzato il ciclo lunare, di 29,5 giorni, confrontando l’orario medio dell’inizio la durata del sonno in contesti urbani e rurali, considerando 98 abitanti di tre comunità indigene Toba-Qom, nella provincia argentina di Formosa

Nelle notti che precedono la luna piena, si tende a dormire di meno e ad andare a letto più tardi. Questo è quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances, condotto dagli esperti dell’Università di Washington, dell’Università Nazionale di Quilmes in Argentina e dell’Università di Yale, che hanno analizzato i cicli di sonno di diversi partecipanti in relazione alle fasi del ciclo lunare.

“Per secoli, gli esseri umani hanno correlato gli stati d’animo, gli incidenti e persino i disastri naturali alle fasi della luna – afferma Horacio de la Iglesia, docente di Biologia presso l’Università di Washington – il nostro lavoro dimostra che il nostro satellite naturale influenza il sonno”.

Il team ha analizzato il ciclo lunare, di 29,5 giorni, confrontando l’orario medio dell’inizio la durata del sonno in contesti urbani e rurali, considerando 98 abitanti di tre comunità indigene Toba-Qom, nella provincia argentina di Formosa, nel nord dell’Argentina, 464 studenti universitari di Seattle.

Per valutare i modelli di sonno dei partecipanti, gli esperti hanno utilizzato dei monitor da polso. “Abbiamo notato che le oscillazioni nel sonno degli individui erano indipendenti dall’accesso all’elettricità – riporta l’autore – anche se negli ambienti urbani il legame era meno pronunciato”.

Secondo il gruppo di ricerca il modello indica che i ritmi circadiani naturali sono in qualche modo sincronizzati o legati alle fasi del ciclo lunare. “Nei giorni che precedono la luna piena – osserva lo scienziato – abbiamo notato una tendenza generale a coricarsi più tardi e a dormire meno, mentre con la luna calante la modulazione del sonno aumenta. Si tratta di un effetto più evidente nelle comunità rurali, ma osservabile anche tra gli studenti universitari”.

Stando ai risultati del team, la quantità totale di sonno variava durante il ciclo lunare in media da 46 a 58 minuti, mentre il cambiamento per l’orario di coricamento oscillava di circa 30 minuti. “Ipotizziamo che i modelli che abbiamo osservato – sostiene Leandro Casiraghi dell’Università di Washington, coautore dell’articolo – siano un adattamento innato che ha permesso ai nostri antenati di sfruttare questa fonte naturale di luce serale. Questi effetti potrebbero contribuire a spiegare perché l’accesso all’elettricità provoca cambiamenti così pronunciati nei nostri schemi di sonno: la luce artificiale interrompe i nostri orologi circadiani innati in modi specifici, allungando le ore di veglia durante la sera”.

“Gli stessi schemi potrebbero essere evidenti con la luna, che in alcuni periodi del mese rappresenta una fonte di luce – aggiunge il docente – il che potrebbe aver influito sull’adattamento dei nostri antenati migliaia di anni fa”.

I ricercatori sottolineano che sarà necessario approfondire gli studi sull’argomento. “Ci sono sempre state delle teorie sull’idea che le fasi lunari potessero influenzare i comportamenti umani – conclude Casiraghi – anche se negli ambienti urbani con elevate quantità di inquinamento luminoso, il momento preciso del ciclo lunare non è immediato. Dobbiamo continuare a indagare per comprendere il modo in cui agisce questo effetto, se agisce o meno sui cicli circadiani innati o se esistono altri fattori che influenzano il sonno”.




Il M.I.R.E. offre un “Seguro Salud” anche per i Senior

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couple 4364577 1920Il M.I.R.E. (Movimento Italiani Residenti all’Estero), come recita il suo slogan “Costruiamo un futuro per gli Italiani all’estero”, continua la sua attività rivolta agli sviluppi, ai progetti, al sostegno ed ai servizi, ed è orgoglioso di quanto sta facendo nel campo assicurativo per l’assistenza medica agli anziani.

Nonostante nel 2001 sia stato creato un nuovo quadro giuridico per il sistema sanitario, sappiamo che in RD il sistema sanitario distingue la propria assistenza in pubblica e privata; entrambe esprimono il proprio servizio con modalità alquanto articolate e complesse.

Le condizioni dell’assistenza, sia per la salute generale che per la sicurezza sociale dominicana, non sono soddisfacenti. Il 54% della popolazione totale non ha, ancora oggi, copertura sanitaria, ragion per cui rimane con il vecchio sistema, assistito dalla rete di fornitura pubblica, integrata ed amministrata dal Ministero della Salute Pubblica, o sostenuta dal pagamento a fornitori del settore privato.

La maggior parte della sanità in RD è gestita a livello privato, settore che è cresciuto, a cui si può accedere o pagando in toto il servizio di cui si usufruisce o appoggiandosi ai finanziamenti di assicurazioni sanitarie con rimborso volontario e piani prepagati volontari, rispetto alle spese vive che sono state sempre la principale fonte di finanziamento.

Italians stampato 216Ovviamente i costi sono diversi e, normalmente, più si paga mensilmente più alte sono le percentuali di copertura, anche a seconda del “rischio”. I giovani pagano mediamente meno, così come le persone sane pagano meno di chi parte già con qualche patologia riconosciuta.

Prima i meno giovani, dopo una certa età, erano, comunque, sprovvisti di una copertura assicurativa, per cui tanti erano gli italiani che correvano il rischio di ritrovarsi, dopo il sessantacinquesimo anno di età, senza assicurazione sanitaria che era impossibile stipulare.

Tutta la situazione di disagio che si è generata, oltre alla necessità di migliorare il diritto di poter usufruire di un degno servizio di assistenza sanitaria ha fatto sì che, grazie alla sensibilità, alla  capacità relazionale e diplomatica e dell’infaticabile impegno a favore della popolazione italiana in Repubblica Dominicana di chi opera per il M.I.R.E. sul territorio, si sia giunti ad un accordo stipulato con una delle migliori assicurazioni della Repubblica Dominicana, “Humano”, consentendo una buona copertura sanitaria che garantisce di essere assistiti fino ai 90 anni (ben oltre la barriera dei 65 anni, che era il limite preesistente).

Per di più l’assicurazione medica è anche più conveniente rispetto al passato, oltre ad essere estesa a tutti i componenti familiari (dai più piccoli agli adulti). Quest’assicurazione privata potrà essere goduta anche da chi non è residente in RD, ma vive da “pendolare” tra RD ed altre parti del mondo.

Un notevole passo in avanti che aumenta la concretezza che esprime il M.I.R.E. per la nostra comunità.

Per informazioni e iscrizione telefonare al 809 905 7174

Martina Fabris

 

 




Parkinson: team di ricercatori italiani individua nuovo potenziale biomarcatore

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20parkinsonUn team di ricercatori ha potuto dimostrare per la prima volta un significativo aumento della chemochina Prochineticina 2 (PK2), un peptide chemochino-simile, nel siero di pazienti affetti da malattia di Parkinson. I risultati di questo studio pilota condotto da Cinzia Severini dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibbc), da Nicola Biagio Mercuri e Tommaso Schirinzi della Clinica neurologica dell’Università di Roma Tor Vergata e da Roberta Lattanzi e Daniela Maftei del Dipartimento di fisiologia e farmacologia della Sapienza Università di Roma sono stati pubblicati su Movement Disorders.
Lo studio ha analizzato il sangue di 31 pazienti con malattia di Parkinson e per la prima volta è stato dimostrato che i livelli serici di PK2 risultano significativamente aumentati rispetto a soggetti sani di controllo.
“La PK2 è abbondantemente espressa nel sistema nervoso centrale ed è coinvolta in diverse funzioni sia fisiologiche che patologiche tra cui la neuroinfiammazione. Evidenze sperimentali hanno precedentemente dimostrato che la PK2 è un fattore che si attiva precocemente nella degenerazione nigrostriatale associata alla malattia di Parkinson, suggerendo un suo ruolo neuroprotettivo attraverso un’azione di ripristino del danno mitocondriale – spiega Cinzia Severini ricercatrice del Cnr-Ibbc -. Particolarmente interessante è risultata la correlazione tra l’aumento di PK2 nel siero e due marcatori di neurodegenerazione nel fluido cerebrospinale (CSF o liquor) degli stessi pazienti, quali la proteina beta amiloide1-42 e il lattato. In particolare, l’aumento nel siero di PK2, associato ai più alti livelli di beta amiloide1-42 che si ritrovano nel liquor, può indicare un effetto protettivo di tale chemochina nei confronti della patologia a livello delle sinapsi neuronali e della deposizione di placche di amiloide, eventi comuni sia alla malattia di Parkinson che alla malattia di Alzheimer. Inoltre, tale aumento di PK2 si correla con la diminuzione dei livelli di lattato nel liquor, indice di stress ossidativo e danno mitocondriale, confermando l’ipotesi di un’azione antiossidante e di ripristino del danno mitocondriale”.
Tali risultati suggeriscono che la PK2 possa rappresentare non soltanto un potenziale biomarcatore precoce della patologia, ma anche un target farmacologico per la creazione di terapie potenzialmente utili nella malattia di Parkinson.
“Questi incoraggianti dati preliminari richiedono ora di essere confermati nell’ambito di uno studio più esteso, che comprenda un campione più ampio ed eterogeneo di pazienti, e valuti ulteriori tessuti biologici. L’obiettivo finale è quello di comprendere appieno il ruolo di PK2 nella malattia di Parkinson, aprendo quindi la strada a possibili sviluppi clinici centrati su tale peptide”, conclude Severini.




La NASA ha scoperto una luce inspiegabile nell’universo

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Su almeno una cosa scienza e fantascienza sembrano andare d’accordo: lo Spazio è un posto decisamente freddo e buio, e quindi inospitale (anche la mancanza di ossigeno è un buon motivo per non farci una scampagnata, a dire il vero). Che sia freddo non ci piove (ah ah) ma siamo davvero sicuri che sia completamente buio?

La missione New Horizons della NASA ha deciso di dare una risposta a questo quesito scientifico ma se vogliamo anche esistenziale, grazie a una navicella spaziale che ha superato il pianeta nano Plutone.

New Horizons è servito in origine per esplorare appunto Plutone, ma dopo aver superato oltre il pianeta nano nel 2015 l’intrepida astronave non ha smesso di funzionare e inviare dati agli studiosi. Ora è a più di 7 miliardi di miglia da casa, quasi 50 volte più lontano dal Sole di quanto lo sia la Terra.

Photo credit: heibaihui - Getty Images
Photo credit: heibaihui – Getty Images

Ai fini della nostra ricerca questo è importantissimo, perché significa che la navicella è lontana dalle principali fonti di contaminazione della luce, che rendono impossibile rilevare da qui i minimi segnali luminosi che possono trovarsi nell’Universo. Intorno alla Terra e nel sistema solare interno, ad esempio, lo Spazio è pieno di particelle pulviscolari che vengono illuminate dal sole, creando un bagliore diffuso.

Per cercare luce nell’Universo, i ricercatori hanno esaminato le immagini scattate dal telescopio e dalla fotocamera della sonda, selezionando se vogliamo quelle più “noiose”, le inquadrature di porzioni di cielo più vuote possibile. Quindi le hanno elaborate al computer per rimuovere tutte le fonti conosciute di luce: la luce dalle stelle, quella della Via Lattea e qualsiasi luce vagante o potenzialmente imputabile a effetti distorsivi della fotocamera: è rimasta quindi solo la luce che entrava da oltre la nostra galassia. A quel punto hanno sottratto anche tutta la luce che poteva in qualche modo provenire da galassie conosciute o presunte. E hanno scoperto che, a quel punto, c’era ancora molta luce inspiegabile.

Addirittura, la quantità di luce proveniente da sorgenti misteriose era quasi equivalente a quella rimossa, proveniente dalle galassie conosciute. Quindi là fuori ci sono intere galassie sconosciute, o qualche altra fonte di luce ancora più misteriosa.

da Esquire




Covid. Davvero indossare due mascherine è meglio di una?

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ef886ceca1b771e9963c5c0a16cf36a3Si comincia a vedere frequentemente anche tra figure pubbliche, personaggi sportivi e politici: la doppia mascherina è un’abitudine sempre più concreta e sempre più supportata da dati scientifici. Nel momento in cui la pandemia non dà idea di fermarsi cominciano a essere necessarie nuove precauzioni più nette.

Molti esperti si sono già esposti sul tema, Linsey Marr esperta di trasmissione di virus presso Virginia Tech ha affermato che: “Se si combinano più strati, si inizia a ottenere un’efficienza piuttosto elevata. Ma esistono dei compromessi, altrimenti corriamo il rischio di rendere troppo difficile la respirazione”. Ma questo limite è molto lontano e prima di non far passare l’aria ce ne vuole.

Photo credit: Kilito Chan - Getty Images
Photo credit: Kilito Chan – Getty Images

La nuova variante del virus è un fattore cruciale per quando riguarda questo tema, la sua mutazione genetica sta aumentando la sua capacità di diffondersi da persona a persona. E mentre i vaccini sono ancora troppo lenti, le mascherine rimangono un’arma preziosa, con argomenti a loro favore che vanno da test epidemiologici e fisici. L’uso di mascherine può frenare infezioni e decessi su scala impressionante.

La dottoressa Linsey Marr ha spiegato quello che succede con la doppia mascherina: “I virus respiratori come il coronavirus, che si muovono tra le persone con la saliva con aria e liquido, hanno bisogno di un condotto lineare per entrare nelle vie aeree. Le maschere che nascondono il naso e la bocca inibiscono quell’invasione. Il punto non è rendere ermetica una maschera ma creare un percorso a ostacoli grazie alle fibre che si sovrappongono rendendo molto ostico il viaggio del carico infettivo.

La sovrapposizione di due maschere meno specializzate arriva a garantire una protezione paragonabile a una specifica per medici. La dottoressa Marr consiglia di indossare una mascherina chirurgica, con sopra una di stoffa che abbracci meglio una parte maggiore del viso. L’alternativa è indossare una maschera di stoffa con una tasca da riempire a piacimento con altro materiale filtrante come ad esempio i sacchetti sottovuoto per il cibo.

da Esquire




Vienna. La Fondazione Weiss premia il medico italiano Alberto Benazzo

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14viennaAlberto Benazzo, giovane ricercatore italiano nel campo della clinica chirurgica toracica presso l’Università Medica di Vienna (AKH) – principale struttura ospedaliera della capitale austriaca -, si è aggiudicato l’ambito premio della Fondazione Weiss, del valore di circa 400.000 euro.
Il riconoscimento arriva a seguito del suo progetto proteso a testare il protocollo di immuno-soppressione dopo il trapianto di polmoni. La Fondazione lo ha eletto miglior progetto clinico elaborato nel 2019. Partner della Fondazione Weiss è l’Austrian Science Fund (FWF), ente pubblico dedito al finanziamento della ricerca di base.




Visioni per l’artico: Italia e Canada a confronto

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11articoIl Centro Studi Italia Canada sarà tra i protagonisti del Festival “Italia Chiama Artico” organizzato da Osservatorio Artico, in programma online dal 14 al 16 gennaio.
Geopolitica e relazioni internazionali, risorse e sviluppo sostenibile, cambiamenti sociali e culturali i temi al centro della manifestazione che vedrà avvicendarsi ospiti e relatori a confronto sul ruolo e l’iniziativa italiana nell’Artico.
Al Centro Studi, in particolare, è stato affidato l’evento di apertura del 14 gennaio alle 15.00 sul tema “Italia e Canada, Visioni per l’Artico”.
All’incontro interverranno Alexandra Bugailiskis, ambasciatrice del Canada in Italia, Claudio Taffuri, ambasciatore italiano in Canada, Francesco Norante, Presidente di LEONARDO Canada, Paolo Quattrocchi, Direttore del Centro Studi Italia-Canada, Laura Borzi, Analista del Centro Studi Italia-Canada, e un rappresentante del governo canadese.
La conferenza sarà trasmessa online sui profili social dell’Osservatorio Artico e del Centro Studi Italia Canada.




Quando il ghiaccio sparì dal Nord Atlantico

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21cnrghiaccioGli improvvisi eventi di riscaldamento climatico nell’emisfero Nord, avvenuti durante l’ultima era glaciale, sono stati accompagnati da una egualmente rapida riduzione dell’estensione di ghiaccio marino nel Nord Atlantico. A sostenerlo è un lavoro sul paleoclima pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) e realizzato da un team di ricerca internazionale di cui hanno fatto parte l’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isp) e l’Università Ca’ Foscari Venezia, e coordinato dall’Università di Bergen (Norvegia).
“Tra 10 e 100 mila anni fa, durante l’ultimo periodo glaciale, l’emisfero Nord si presentava bianco a causa delle grandi calotte glaciali che avvolgevano i continenti settentrionali e dell’esteso ghiaccio marino che copriva i mari del Nord”, spiega Andrea Spolaor, ricercatore Cnr-Isp, tra gli autori dello studio. “Il freddo clima glaciale è stato però più volte interrotto da una serie di eventi di forte e improvviso aumento delle temperature, noti come eventi di Dansgaard-Oeschger, fino a 16 °C sulla piattaforma glaciale groenlandese”.
Le cause di questi eventi di riscaldamento, scoperti già a metà degli anni ‘80 dall’analisi di carote di ghiaccio groenlandese, sono tuttora oggetto di dibattito benché la pubblicazione di questa ricerca abbia contribuito a una loro maggiore comprensione. I risultati dello studio indicano infatti che la forte riduzione dell’estensione del ghiaccio marino potrebbe essersi verificata nell’arco di 250 anni o meno, contemporaneamente all’inizio di una fase di rimescolamento della stratificazione delle acque del Nord Atlantico, causando così un forte rilascio di calore e conseguente riscaldamento atmosferico.
“Mentre il Nord Atlantico perdeva rapidamente la copertura di ghiaccio, il calore dell’acqua oceanica veniva trasmesso all’atmosfera sovrastante, portando così ad un’amplificazione degli eventi di riscaldamento climatico in atto”, afferma Niccolò Maffezzoli, ricercatore Marie Curie all’Università Ca’ Foscari Venezia, coautore dello studio.
Per questo lavoro l’équipe di ricerca ha combinato insieme per la prima volta dati climatici da carote di sedimenti marini e carote di ghiaccio. “I colleghi norvegesi hanno analizzato le due carote di sedimento prelevate nel Mare di Norvegia, mentre nei laboratori di Ca’ Foscari e Cnr-Isp abbiamo misurato nel ghiaccio della carota groenlandese di Renland le concentrazioni di bromo e sodio, due elementi sensibili alla presenza di ghiaccio marino stagionale nell’Oceano Nord Atlantico, in particolare nell’area tra Norvegia e Groenlandia”, prosegue Maffezzoli. “A segnalare l’estensione del ghiaccio marino stagionale è specialmente il bromo, che viene emesso in atmosfera durante la primavera artica per poi depositarsi sulla calotta polare. Queste ‘esplosioni di bromo’ stagionali registrate nelle carote di ghiaccio ci hanno permesso di ricostruire le dinamiche del ghiaccio marino nei millenni passati”.
“I dati sono stati poi allineati tra loro attraverso l’identificazione, in tutte le carote, di diversi strati di tephra, strati di cenere vulcanica provenienti da eruzioni islandesi passate, che ne ha permesso la sincronizzazione temporale”, conclude Spolaor. “Il nostro studio ha evidenziato l’utilità di effettuare ricostruzioni climatiche combinando carote di sedimento oceanico e glaciali, fornendo così una più solida comprensione delle variazioni passate del ghiaccio marino nei mari del Nord”.




Al 2020 mancavano solo gli alieni: captato un misterioso segnale radio

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5fdf6a75270000b5016860f7Dopo una pandemia globale, al 2020 mancavano solo gli alieni. E non è detto che la fine dell’anno o l’inizio del nuovo non ci stupiscano: è attesa nei primi mesi del 2021 la pubblicazione dei risultati di uno studio condotto su un segnale radio osservato nel 2019 e proveniente dal sistema stellare a noi più vicino Proxima Centauri, situato ad appena 4,2 anni luce. In sintesi, il segnale sembra essere concentrato in una singola frequenza, quella dei 982 MHz, una caratteristica più tipica dei fenomeni artificiali che di quelli naturali ed è quindi stato giudicato “degno di attenzione”.

La notizia è stata riportata dal quotidiano britannico The Guardian e gli scienziati che stanno lavorando all’analisi dei dati hanno confermato al periodico Scientific American che c’è ancora molto lavoro da fare, ma l’interesse è giustificato. Andew Siemion dell’Università della California, Berkeley ha spiegato che, allo stato attuale, il fenomeno “non può essere ancora spiegato” e va, dunque, approfondito. “La cosa più curiosa è che il segnale occupa una banda molto ristretta dello spettro radio: 982 megahertz, in particolare, che è una regione tipicamente priva di trasmissioni da satelliti e veicoli spaziali di fabbricazione umana. Non conosciamo alcun modo naturale per comprimere l’energia elettromagnetica in un singolo contenitore di frequenza”, ha affermato.

I “cacciatori di segnali alieni” sono quindi in fibrillazione perché se venisse confermata la natura “non naturale” del segnale, si potrebbe pensare che il sistema planetario più vicino al nostro ospiti una civiltà tecnologica.