Repubblica Dominicana. Il M.I.R.E.: “Da oggi, con noi, Seguro Salud anche per i Senior”

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d3acfbc5 afca 42ed 9b77 a445c5537435Il MIRE risolve brillantemente uno dei grandi problemi della comunitá italiana residente nella Repubblica Dominicana. Si trattava (adesso possiamo usare il tempo passato) del limite di età che molte compagnie che propongono una assicurazione sulla salute interpongono a chi ha qualche anno in più.

Un ostacolo che sembrava di difficile superamento e che, finora, teneva giustamente preoccupati gli over 70 che rischiavano, in caso di ricovero ospedaliero, di dover mettere mano al portafogli e sborsare somme ingenti per potersi curare.

Grazie ad un costante lavoro, fatto di contatti continui, durati parecchi mesi, il MIRE é riuscito a siglare proprio in queste ore un accordo con ARS Humano, una delle più importanti ed affidabili compagnie di assicurazione sulla salute dominicane, che coprirá le spese sanitarie di coloro che sottoscriveranno la polizza fino ad una età molto avanzata.

“Un’altra battaglia è stata portata avanti per gli Italiani residenti all’estero: da oggi è possibile sottoscrivere un “Seguro di Salud Senior” – scrive il Movimento Italiano Residenti in un proprio comunicato che annuncia l’ accordo – Dopo mesi di trattative, tra noi del M.I.R.E. e  una delle più importanti compagnie d’assicurazione della Repubblica Dominicana è nato Il ” SEGURO HUMANO MIRE”, basato sui piani classici d’assicurazione Primera ARS Humano, ma con convenzione M.I.R.E. , ovvero la possibilità di accedervi sino ad età molto avanzata !

Non è stato facile, dato le particolarità del periodo, ma l’impegno costante ha finalmente prodotto un risultato che risolverà i problemi di assicurazione medica di moltissimi italiani residenti nella Repubblica Dominicana.

M.I.R.E.,  al servizio degli italiani all’estero con fatti concreti,  l’impegno per la comunità è la nostra missione”.




Covid, sei vaccini al fotofinish

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CapturaSono “6 i candidati vaccini anti-Covid al fotofinish per l’approvazione”. A fare il punto è il sito anti-bufale ‘Dottoremaeveroche’, della Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo). “Ad ad oggi non sono ancora disponibili vaccini per Covid-19 ma molti studi sono in corso, alcuni in fase avanzata. Per il vaccino sviluppato dalla società Moderna è stata depositata negli Stati Uniti la domanda per la autorizzazione d’emergenza – precisano gli esperti – Poi c’è il siero sviluppato dall’università di Oxford e della casa farmaceutica AstraZeneca. Il vaccino è in corso di valutazione in diversi paesi del mondo, dal Regno Unito al Brasile, Sud Africa e Stati Uniti”.

A questi si aggiunge il vaccino Pfizer-BionTech, il primo vaccino presentato alla Food and Drug Administration (Fda) statunitense per l’autorizzazione all’uso di emergenza che oggi ha avuto il via libera anche dall’agenzia britannica Mhra. Infine ci sono gli altri tre sviluppati da Johnson&Johnson, da Sanofi e da CureVac.

L’Italia ha già acquistato milioni di dosi di tutti e sei i vaccini (202 mln in totale) come ha spiegato oggi il ministro della Salute Roberto Speranza nella comunicazione al Senato sul piano vaccinale (AstraZeneca 40,38 milioni; Johnson&Johnson 53,84; Sanofi 40,38 ; Pfizer/Bnt 26,92; CureVac 30,285 e Moderna 10,768).

Ma quando un vaccino viene dichiarato ‘efficace’? Quando protegge la persona che lo riceve dalla malattia? “Non esattamente – rispondo gli esperti – L’obiettivo principale di un vaccino dovrebbe essere quello di impedire alle persone di contrarre la malattia, ammalarsi gravemente e morire. A questo riguardo, un sito molto popolare negli Stati Uniti ha ripreso una dichiarazione di Peter Hotez, un docente di particolare esperienza della National School of Tropical Medicine del Baylor College of Medicine di Houston: ‘Idealmente, si vuole che un vaccino antivirale faccia due cose: in primo luogo, ridurre la probabilità di ammalarsi gravemente e andare in ospedale e, seconda cosa, prevenire l’infezione e quindi interrompere la trasmissione della malattia’”.

“Gli studi di fase 3 attualmente in corso non sono stati disegnati per dimostrare che i vaccini valutati siano efficaci per prevenire esplicitamente gli esiti gravi della Covid-19, come ricoveri ospedalieri, ricovero in terapia intensiva o decesso – precisano gli specialisti – Inoltre, l’efficacia del vaccino non coinciderà con la sua capacità di interrompere la trasmissione della malattia”.

“Ogni studio clinico, in particolare la fase 3, è sempre un atto di equilibrio tra esigenze diverse. Desiderando avere una risposta su un esito – come il ricovero in terapia intensiva – che si verifica con una frequenza di un decimo o un quinto della frequenza dell’esito primario – come un’alterazione febbrile o la tosse – sarebbe necessario uno studio 5 o 10 volte più ampio o 5 o 10 volte più lungo (di maggiore durata) per raccogliere quegli eventi. Condizioni improponibili in un momento come questo, in cui è necessario sapere rapidamente se un vaccino funziona”, conclude il sito anti-bufale ‘Dottoremaeveroche’.  ADNKRONOS




Gli animali provano emozioni simili agli esseri umani

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unnamedGli animali sono in grado di sperimentare stati emotivi simili a quelli degli esseri umani, esibendo stati d’animo positivi in caso di successo e una condizione simile al pessimismo in caso di sconfitta. A sostenerlo uno studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the Royal Society B, condotto da ricercatori della Queen’s University di Belfast, che hanno revisionato una serie di lavori precedenti basati sull’esempio delle competizioni tra animali volta alla conquista di risorse o di compagni, per verificare l’impatto delle emozioni sul loro comportamento.

“Valutare lo stato emotivo di un animale è piuttosto complesso – afferma Andrew Crump, della Queen’s University di Belfast – ma è possibile notare che l’esito di una competizione sembra distinguere atteggiamenti differenti tra gli esemplari che risultano, in un certo senso, vincitori e quelli che invece vengono sconfitti”.

Il team ha scoperto che gli stati d’animo negli animali potrebbero svolgere un ruolo fondamentale nel processo decisionale e negli atteggiamenti futuri. “Questo lavoro potrebbe avere implicazioni per il benessere degli animali – commenta Crump – e di come potrebbe essere migliorato. Le persone, ad esempio, valutano la propria soddisfazione di vita complessiva più alta nei giorni di sole, rispetto a quelli di pioggia, fenomeni simili possono essere osservati anche nei nostri amici a quattro zampe”.

Lo scienziato aggiunge che le emozioni degli animali influenzano anche la cognizione e il comportamento non strettamente correlati. “Gli animali che superano un contrasto – prosegue il ricercatore – sperimentano uno stato d’animo più positivo rispetto a coloro che risultano sconfitti, che invece sono meno motivati a misurarsi con altri rivali in futuro. Stimoli ed eventi che suscitano risposte emotive potrebbero influenzare praticamente qualsiasi decisione”.

Gli esperti suggeriscono che potrebbe essere necessario considerare l’aspetto emotivo nello studio del comportamento animale, dato che il ruolo delle emozioni potrebbe essere cruciale per la comprensione del comportamento degli esemplari. “Capire questi emozioni – conclude Gareth Arnott della Queen’s University di Belfast, seconda firma dell’articolo – avrebbe anche vantaggi pratici per il futuro del benessere degli animali, dato che i nostri amici a quattro zampe dovrebbero poter avere molte opportunità per esperienze positive. Comprendere le emozioni degli animali e il motivo per cui si sono evolute ci aiuterà, quindi, a misurare e migliorare i loro stati emotivi e il loro benessere”.  AGI




Moderna chiede l’autorizzazione per il proprio vaccino, il titolo vola in Borsa

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122310941 caac3c0d 780d 4228 b9b2 ec92250fa67bL’azienda americana Moderna depositerà oggi la domanda di autorizzazione per il suo vaccino contro il Covid19 negli Stati Uniti e in Europa, dopo che i risultati dei test hanno dato una efficacia stimata al 94,1% (100% nella prevenzione dei casi più gravi).

“Moderna prevede oggi di richiedere un’autorizzazione all’uso di emergenza EUA (Emergency Use Authorization) alla Fda americana (Food and Drug Administration)”, ha dichiarato l’azienda in una nota. Richiederà inoltre “un’autorizzazione condizionale all’immissione in commercio con l’Agenzia europea per i farmaci (Ema)”.

L’efficacia del vaccino di Moderna sale invece al 100% per quanto riguarda le forme gravi, quelle che portano al decesso del paziente. Il vaccino “mRNA-1273 continua ad essere generalmente ben tollerato; finora non sono stati identificati gravi problemi di sicurezza”. Moderna annuncia che “La FDA ha comunicato alla Società di aspettarsi un incontro VRBPAC (la commissione che dà il via libera) per mRNA-1273 probabilmente il 17 dicembre 2020“.

Il titolo di Moderna vola del 16,35% nel pre-market a Wall Street, dopo l’annuncio del deposito della domanda di autorizzazione.

“Crediamo che il nostro vaccino fornirà un nuovo e potente strumento in grado di cambiare il corso di questa pandemia e di aiutare a prevenire malattie gravi, ospedalizzazioni e morti” ha detto Stephane Bancel, Amministratore Delegato di Moderna. L’analisi primaria di efficacia dello studio di Fase 3 COVE, “conferma la capacità del nostro vaccino” sottolinea ancora Bancel “di prevenire la malattia COVID-19 con un’efficacia del 94,1% e, soprattutto, la capacità di prevenire la malattia COVID-19 grave”. Il prossimo passo sarà una riunione del Vaccines and Related Biological Products Advisory Committee (VRBPAC) per esaminare i dati sulla sicurezza e l’efficacia dell’mRNA-1273, che Fda ha detto a Moderna di prevedere per il 17 dicembre. La società sottoporrà i dati dello studio COVE a una pubblicazione sottoposta a peer-review. AGI




Il virus resiste sulle superfici sotto forma di pellicola.

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unnamed 5Il coronavirus può restare attivo sulle superfici trasformandosi in una sottile pellicola, a seguito dell’evaporazione dell’acqua nelle particelle, il che si traduce in un arco di tempo di contagiosità più duraturo di quanto ritenuto precedentemente, e che potrebbe protrarsi per diversi giorni.

L’allarmante ipotesi è il risultato di uno studio pubblicato sulla rivista Physics of Fluids, condotto dagli esperti dell’Indian Institute of Technology di Bombay (IIT Bombay), che hanno analizzato le reazioni dell’agente patogeno a distanza di diversi giorni una volta entrato in contatto con diverse superfici. “Le particelle contenenti coronavirus possono restare infettive per diversi giorni – commenta Rajneesh Bhardwaj dell’IIT Bombay – quando atterrano su una superficie l’acqua evapora nel giro di pochi minuti, ma il virus sopravvive sotto forma di una pellicola protettiva, che si deteriora in tempi diversi, a seconda del materiale su cui si posa”. AGI

Il team ha scoperto che l’acciaio inossidabile può mantenere inalterata la pellicola protettiva del virus per 24 ore, il rame per circa 16 ore, il vetro 80, mentre il polipropilene consente la sopravvivenza dell’agente patogeno per più di 150 ore.




I sardi si contagiano meno grazie al loro assetto genetico

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unnamed 4Una serie di caratteristiche genetiche dei sardi, preservate dall’insularità, potrebbe essere alla base della bassa mortalità e del basso indice di contagio da Coronavirus. È la tesi sostenuta in uno studio di un’equipe di ricercatori dell’università di Cagliar i pubblicato sulla rivista scientifica  ‘Frontiers in Immunology’.

Il bollettino Covid-19 del 22 novembre 2020 della Regione Sardegna comunica 18.089 persone infettate, 379 morti, 504 ricoverati e 70 pazienti in terapia intensiva. Quello che salta all’occhio  – secondo gli studiosi – è la bassa mortalità che si attesta sul 2%, ovvero la metà rispetto alla media nazionale e un indice Rt tra i più bassi di Italia. Anche la positività agli anticorpi anti-Sars-CoV-2 nella popolazione sarda, pari allo 0.3%, secondo i dati Istat del 3 agosto, pone la Sardegna agli ultimi posti in Italia come popolazione entrata in contatto con il virus. Questi dati potrebbero essere collegati alla chiusura repentina dei porti e degli aeroporti dal 9 aprile al 15 giugno, alle misure di distanziamento sociale, all’uso delle mascherine e a tutte le altre strategie messe in atto, ma forse non solo. Infatti, ci si può chiedere se esistano anche fattori biologici, che possano determinare una riduzione dei contagi e di conseguenza della trasmissione del virus, dato che è ormai dimostrato che la popolazione sarda, a seguito dell’insularità, presenta caratteristiche genetiche omogenee e peculiari.

Sulla base di queste considerazioni, è nato uno studio per ricercare i fattori clinici e immunogenetici che potrebbero spiegare la bassa incidenza di infezione di Sars-CoV-2 e di quadri clinici gravi e mortali del COVID-19 in Sardegna. Il progetto di ricerca, denominato Corimun, è stato coordinato da Roberto Littera, immunogenetista, da Marcello Campagna, docente di Medicina del Lavoro, da Andrea Perra, docente di Patologia Generale e da Luchino Chessa, docente di Medicina Interna, dell’Università degli Studi di Cagliari, con il contributo di Silvia Deidda e Goffredo Angioni, pneumologa e infettivologo dell’ospedale SS. Trinità.

Lo studio ha preso in considerazione persone infettate dal Sars-CoV-2, di cui oltre il 20% con malattia polmonare medio-severa ed il restante asintomatico o pauci-sintomatico. Il gruppo dei pazienti è stato confrontato con un gruppo di controllo di individui sani . Gli studi di immunogenetica si sono concentrati sull’analisi del Sistema HLA (Human Leukocite Antigen), alla base della produzione di molecole fondamentali nella regolazione del sistema immunitario verso le infezioni e i tumori.

Dal lavoro è emerso un dato che concorre a giustificare la scarsa circolazione del virus: nella popolazione degli individui infettati è assente un particolare assetto genetico caratteristico della popolazione sarda , una sequenza ancestrale di geni denominata aplotipo esteso HLA-A*02, B*58, C*07, DR*03, che risulta quindi protettivo nei confronti dell’infezione.

In altre parole, le persone che presentano ‘l’aplotipo esteso’ caratteristico della popolazione sarda sembrerebbero non ammalarsi di Covid-19. Tra le altre caratteristiche studiate, è risultato avere un effetto protettivo il fatto di essere portatori di beta-talassemia (gene mutato che determina la talassemia o anemia mediterranea) e aver effettuato la vaccinazione influenzale nella passata stagione.

Ma la ricerca ha anche evidenziato una serie di fattori importanti nel caratterizzare una malattia più severa nei pazienti infettati da SARS-CoV-2, quali: la presenza di un allele HLA, denominato HLA-DRB1*08, la carenza dell’enzima G6PDH, che determina il favismo, e come conseguenza di quanto detto sopra, non essere portatori di beta-talassemia e non aver effettuato la vaccinazione influenzale nella passata stagione. Il lavoro, svolto in collaborazione con l’Associazione per l’Avanzamento della Ricerca sui Trapianti AART-ODV e con il contributo della Fondazione di Sardegna, è solo all’inizio, ma mette in luce alcuni aspetti importantissimi per le scelte future di politica sanitaria, quali l’importanza della vaccinazione anti-influenzale, che si dimostra essere un’arma nella lotta contro il nuovo coronavirus e di conseguenza – affermano i ricercatori dell’ateneo sardo – deve essere fortemente raccomandata.  AGI




“Pace”, il software che sostituisce la TAC. Nuovo studio italiano

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20invgLo sviluppo della ricerca e delle alte tecnologie realizzato dall’INGV trova applicazione anche in molte altre branche della ricerca scientifica. È il caso dello studio “Pipeline for Advanced Contrast Enhancement (PACE) of Chest X-ray in Evaluating COVID-19 Patients by Combining Bidimensional Empirical Mode Decomposition and Contrast Limited Adaptive Histogram Equalization (CLAHE)” recentemente pubblicato sulla rivista “Sustainability” di MDPI, condotto in collaborazione con l’Università di Messina e l’Università di Catania, per lo sviluppo di un applicativo software chiamato “PACE” prodotto per offrire un importantissimo supporto ai radiologi nella diagnosi e nella cura delle patologie polmonari gravi come quelle causate dal COVID-19.
Infatti, è venuta in aiuto alla diagnostica per immagini applicata ai pazienti affetti da patologie polmonari quella normalmente utilizzata dall’INGV per caratterizzare lo “stato di salute” della crosta terrestre.
“L’analogia tra l’interno della Terra e interno dei polmoni può apparire alquanto audace”, afferma Massimo Chiappini, ricercatore dell’INGV e coautore dell’iniziativa. “Tuttavia questa ricerca nasce proprio dall’intuizione di utilizzare su immagini mediche le stesse tecniche di trattamento delle immagini che utilizziamo normalmente per la rappresentazione del sottosuolo nelle aree soggette a rischio sismico, vulcanico o ambientale”.
È noto infatti che per i pazienti affetti da gravi patologie polmonari come, negli ultimi tempi il COVID-19, la valutazione radiologica di lesioni polmonari è indispensabile sia per il monitoraggio dell’evoluzione della malattia sia per valutare la risposta alle specifiche terapie. Tuttavia, quest’attività è resa complessa dal fatto che i pazienti, specialmente nelle fasi acute della malattia, non sono collaborativi e/o si trovano in terapia intensiva. In tali situazioni, inoltre, i radiogrammi sono effettuati spesso con strumenti radiografici portatili che, spesso, producono immagini artefatte che ne riducono la leggibilità.
Pertanto, il software PACE, sviluppato dal team multidisciplinare dei ricercatori dell’INGV, dell’Università di Messina (guidato dal prof. Giovanni Finocchio del Dipartimento di Scienze Matematiche e Informatiche, Scienze Fisiche e Scienze della Terra (MIFT) e dal prof. Giuseppe Cicero del Dipartimento di Scienze biomediche, odontoiatriche e delle immagini morfologiche e funzionali) e dell’Università di Catania (guidato dai proff.i Giulio Siracusano e Aurelio La Corte), è stato ideato per risolvere questi problemi di rappresentazione grafica ottimizzando al massimo il contrasto delle immagini radiografiche del torace.
Ad oggi, vista l’urgenza, i medici l’hanno applicato alle immagini raccolte sui pazienti COVID-19 del Policlinico Universitario “G. Martino” di Messina: con PACE è migliorata significativamente la lettura del radiogramma da parte del radiologo. L’algoritmo, infatti, combina lo stato dell’arte di applicativi numerici di elaborazione delle immagini, quali la decomposizione empirica bi-dimensionale, il filtro omomorfico e l’equalizzazione adattiva dell’istogramma in modo opportuno.
“Dal punto di vista clinico” – afferma il prof. Gaeta del Dipartimento di Scienze biomediche, odontoiatriche e delle immagini morfologiche e funzionali dell’Ateneo di Messina, “è stato fondamentale verificare che le informazioni aggiuntive prodotte da PACE fossero reali. Per far questo, sono state effettuate e confrontate congiuntamente le radiografie del torace e quelle delle TAC tradizionali: il grande successo è stato quello di verificare che le lesioni aggiuntive che il software PACE rilevava nelle semplici immagini radiografiche fossero tutte confermate dalle TAC”.
“La ricaduta del software ideato da INGV e dalle Università siciliane è rilevantissima in ambito sociale” afferma Massimo Chiappini. “Tra i vantaggi, infatti, oltre la evidente riduzione dei costi e di tempi derivante dalla non indispensabilità dei macchinari per la TAC per avere identici risultati diagnostici utili, con l’uso di PACE è sufficiente effettuare un solo intervento sul paziente per l’esame radiografico con un minor rischio di diffusione di malattie virali anche tra gli operatori sanitari come nel caso del COVID-19. Inoltre, questa tecnologia offre la possibilità di applicarla anche in condizioni limite dove l’accesso alla diagnostica TAC non è agevole sia per l’alto numero di degenti interessati sia per i costi della macchina stessa che, nelle aree economicamente poco sviluppate, quali l’Africa ed il Sud America, rappresenta una strumentazione proibitiva”.
Dato l’alto interesse riscontrato in ambito medico, tutti i risultati della ricerca sono a stati messi a disposizione della comunità scientifica liberamente




Le regole dei genitori sull’uso dello smartphone sono efficaci?

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Le restrizioni imposte dai genitori sul limitare l’uso dei dispositivi elettronici e della tecnologia sortiscono effetti poco duraturi nell’età adulta.

A rivelarlo uno studio, pubblicato sulla rivista Advances in Life Course Research, condotto dagli esperti dell’Università del Colorado a Boulder, che hanno intervistato un campione di partecipanti adolescenti per esaminare l’evoluzione dell’utilizzo della tecnologia digitale dall’infanzia all’età adulta.

“Tutti i bambini cresciuti nell’era di Internet hanno ricevuto almeno un ammonimento sull’uso dei dispositivi elettronici – afferma Stefanie Mollborn, dell’Università del Colorado a Boulder – i genitori sono tendenzialmente preoccupati che i figli possano sviluppare una dipendenza dalla tecnologia, ma abbiamo scoperto che la relazione tra uso precoce e approccio successivo alla tecnologia è piuttosto debole”.

Il team ha intervistato dozzine di giovani adulti, di età compresa tra i 18 ei 30 anni, confrontando i dati con un sondaggio nazionale per cui erano stati arruolati circa 1.200 partecipanti, seguiti dall’adolescenza all’età adulta. “Con la diffusione della pandemia – prosegue l’esperta – si osservato un drastico incremento dell’uso della tecnologia per via dei milioni di studenti che hanno usufruito della didattica a distanza. Dal 1997, tuttavia, il tempo trascorso con la tecnologia digitale è aumentato del 32 percento tra i bambini di età compresa tra 2 e 5 anni e del 23 percento tra i giovani di età compresa tra 6 e 11 anni”. La scienziata riporta che già prima del coronavirus, gli adolescenti trascorrevano 33 ore a settimana utilizzando la tecnologia digitale al di fuori della scuola.

“Il nostro studio – commenta Joshua Goode, studente di dottorato in Sociologia e seconda firma dell’articolo – dovrebbe rassicurare i genitori preoccupati del tempo trascorso dai ragazzi davanti agli schermi. Abbiamo scoperto che le limitazioni imposte dagli adulti non hanno molto effetto sul modo in cui, crescendo, le persone utilizzavano la tecnologia”. Gli autori riportano che i soggetti che da ragazzi avevano trascorso poco tempo davanti agli schermi tendevano a usare la tecnologia in misura leggermente minore.

“Gli studenti universitari tendono a credere di usare la tecnologia in misura maggiore rispetto agli anni precedenti – continua Mollborn – e immaginano di diminuire il rapporto con i dispositivi elettronici nel futuro. Anche tra i genitori giovani il ricorso alla tecnologia è piuttosto massiccio, ma questo non sembra portare direttamente a problematiche particolari”. Gli scienziati sottolineano tuttavia che l’uso eccessivo può determinare svantaggi, ad esempio gli adolescenti che utilizzano molti videogiochi tendono a fare meno attività fisica, ma l’uso della tecnologia digitale non sembra collegato a disturbi del sonno tra gli adolescenti, come alcuni avevano temuto, riportano gli esperti. Il gruppo di ricerca ha anche intervistato adolescenti e genitori per valutare il rapporto con la tecnologia durante la pandemia.

“È interessante sottolineare che ora gli adulti sono più favorevoli alla tecnologia rispetto a qualche tempo fa – sostiene Mollborn – perché ritengono che la digitalizzazione sia l’unico mezzo per assicurare socializzazione ai giovani”. “I ragazzi stanno sostituendo le forme di tecnologia – conclude Goode – aumentando le visualizzazioni su YouTube e diminuendo il tempo trascorso a guardare la televisione, ma questo non implica la dipendenza dalla tecnologia. Il nostro studio suggerisce che la maggior parte degli adolescenti americani non sta diventando irrevocabilmente dipendente dalla tecnologia.     unnamed 3agi

 




Covid, perchè alcuni casi diventano gravi e altri no: la scoperta

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Doctor in protective gloves & workwear filling injection syringe with COVID-19 vaccine.

Perché alcune persone positive al Covid-19 si ammalano gravemente e altre meno? Di fronte a quadri clinici complessi e instabili, è possibile prevedere il livello di gravità della malattia? A queste e ad altre domande ha provato a rispondere un team di medici e ricercatori dell’IRCCS Humanitas di Milano e dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Il nuovo studio, appena pubblicato sulla rivista scientifica Nature, si basa su due casistiche indipendenti, portate avanti rispettivamente da una task force guidata dal prof. Alberto Mantovani (Humanitas) e dal gruppo del prof. Alessandro Rambaldi (Papa Giovanni XXIII). La ricerca ha permesso di identificare un importante indicatore di gravità di malattia nei pazienti affetti da coronavirus: la molecola PTX3.

Nel lavoro (Macrophage expression and prognostic significance of the long pentraxin PTX3 in COVID-19) sono stati coinvolti 96 pazienti in Humanitas e 54 al Papa Giovanni XXIII. E grazie all’accesso ai dati e all’analisi bioinformatica supportata da Intelligenza Artificiale, sono stati analizzati anche i dati di pazienti residenti in Israele e negli Stati Uniti. Gli esperti italiani hanno così indagato i meccanismi dell’immunità innata a livello del sangue circolante e del polmone.

“L’analisi ha portato alla luce il ruolo di un gene scoperto dal mio gruppo anni fa, la PTX3: una molecola coinvolta nell’immunità e nell’infiammazione – spiega il prof. Mantovani, direttore scientifico di Humanitas – Nei pazienti malati di Covid -19, questa molecola è presente a livelli alti nel sangue circolante, nei polmoni, nelle cellule della prima linea di difesa (i macrofagi) e nelle cellule che rivestono la superficie interna dei vasi sanguigni (l’endotelio vascolare). Informazioni importanti, dal momento che i pazienti malati di Covid-19 presentano una fortissima infiammazione (la sindrome di attivazione macrofagica) che porta a trombosi del microcircolo polmonare a livello delle cellule endoteliali. A seguire, abbiamo verificato che la PTX3 potesse essere un marcatore di gravità, grazie a reagenti e a un test messo a punto dai ricercatori di Humanitas”.

“Questi dati – aggiunge il prof. Rambaldi, direttore dell’Unità di Ematologia e del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell’ospedale Papa Giovanni – confermano la centralità del danno endoteliale nella patogenesi delle manifestazioni più gravi osservate nei pazienti Covid. I livelli circolanti di PTX3, misurati nel sangue, serviranno a guidare la valutazione della risposta ai trattamenti di questi pazienti”.

Partito da un approccio ad alta tecnologia, lo studio arriva a definire un test semplice (basta infatti un esame del sangue per valutare il livello della PTX3), a basso costo e potenzialmente condivisibile con tutti. “Lo studio dimostra che l’avanzamento delle conoscenze si fa grazie alla raccolta di campioni biologici e dati personali e sanitari della popolazione – spiega Rambaldi – indispensabili per una efficace ricerca su Covid-19”.

Il prossimo step, dunque, sarà il trasferimento della scoperta dal bancone della ricerca al letto del paziente. “Lo studio, che necessita di ulteriori verifiche e conferme, potrebbe costituire uno strumento importante per guidare i medici nella definizione delle terapie per ogni paziente”, conclude Mantovani.




Fermare il declino della memoria negli anziani. La ricerca di UNITRENTO

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17trentoCon l’aumento dell’età, la memoria spesso subisce un declino marcato. Esiste la possibilità di migliorarla? Una risposta affermativa arriva dall’Università di Trento. L’Ateneo, infatti, ha coordinato una ricerca che descrive l’efficacia di alcuni semplici esercizi nel potenziare le performance mentali delle persone anziane. Compiti, insomma, che aiuterebbero chi ha oltre 65 anni a migliorare la capacità di concentrazione e di memorizzazione degli oggetti. I risultati sono stati pubblicati oggi sulla rivista scientifica Scientific Reports e rivelano potenziali misure di contrasto al decadimento cognitivo.
Lo studio è stato condotto da Chiara Tagliabue e colleghe del Centro interdipartimentale mente/cervello (CIMeC) dell’Ateneo di Trento in collaborazione con l’Università di Birmingham e con il supporto di un finanziamento della Fondazione Caritro (Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto). L’obiettivo era indagare la possibilità di potenziare la memoria negli anziani e nelle anziane. Il lavoro si inserisce inoltre in Rare-Net (“Reversing Age and Resilience in the Elderly”), progetto strategico per l’invecchiamento attivo promosso dall’Università di Trento e coordinato da Veronica Mazza, professoressa associata del CIMeC.
Ci si è concentrati, in particolare, sulla memoria di lavoro visuo-spaziale, quella che aiuta a ricordarsi “cosa” e “dove” sono gli oggetti, uno degli scomparti del magazzino della memoria che per primo rischia di deteriorarsi con l’età.
La ricerca descrive l’efficacia della ripetizione di un compito di memoria nel ringiovanire le performance mentali. Un gruppo di 24 anziani (età compresa tra i 65 e gli 80 anni) e un gruppo di controllo di giovani adulti si sono recati per quattro giorni consecutivi nei laboratori di Psicologia sperimentale (Experimental Psychology Labs) del CIMeC. Durante ogni giornata, è stato proposto loro il compito di memorizzazione un numero variabile di figure geometriche colorate. Nel corso della prima e dell’ultima giornata, mentre i partecipanti svolgevano tale compito di memoria, è stato registrato il loro elettroencefalogramma per valutare l’attività cerebrale.
“Anziani e anziane – riferisce Veronica Mazza, senior author dell’articolo – hanno migliorato la loro capacità di memorizzazione di oggetti dopo solo quattro sessioni di ripetizione del compito. L’utilizzo combinato di misure dell’accuratezza delle risposte e dell’attività cerebrale dei partecipanti all’esperimento ha messo in luce i meccanismi che portano a tale miglioramento. In particolare, le persone anziane migliorerebbero la loro abilità di prestare attenzione agli oggetti importanti (per esempio, quelli contenuti nella lista con cui si sta facendo la spesa), e questo permetterebbe successivamente loro di ricordarli anche meglio. Dunque, lo studio suggerirebbe che migliorare i meccanismi dell’attenzione (per esempio, riducendo le fonti di distrazione) porta a una serie di vantaggi per diverse funzioni mentali”.
Per indagare il miglioramento delle performance e i principali meccanismi cerebrali coinvolti nel processo il gruppo di ricerca ha combinato misurazioni di accuratezza (comportamentali) e cerebrali (elettrofisiologiche).
Concludono: “I risultati suggeriscono l’importanza di approfondire le ricerche sull’efficacia delle diverse azioni messe in campo per migliorare le varie competenze cognitive nell’anzianità”.
L’articolo, dal titolo “Learning by task repetition enhances object individuation and memorization in the elderly”, è stato scritto per la rivista scientifica “Scientific Reports” da: Chiara Tagliabue, Giulia Cristoforetti e Veronica Mazza (Università di Trento, Centro interdipartimentale mente/cervello CIMeC) con Sara Assecondi (University of Birmingham, School of Psychology and Centre for Human Brain Health CHBH, ora ricercatrice di CIMeC grazie alle risorse del fondo Caritro).