Non solo west nile, in Veneto diagnosticato il secondo caso autoctono di Chikungunya

zanzara virus chikungunya

zanzara virus chikungunyaÈ diagnosticato oggi dal Dipartimento di Malattie Infettive-Tropicali e Microbiologia dell’Irccs Sacro Cuore Don Calabria-Negrar di Valpolicella un secondo caso di virus Chikungunya in una donna di 39 anni di Affi senza storia di viaggi recenti in Paesi in cui la malattia è endemica. La signora non è ricoverata e al momento presenta sintomi lievi. Lo rende noto la Direzione Prevenzione della Regione Veneto. “Il secondo caso- riferiscono i tecnici della Regione- dall’indagine preliminare svolta dall’Ulss 9 non risulta apparentemente collegato al primo caso rilevato. Verranno comunque svolti ulteriori approfondimenti di diagnostica molecolare per stabilire se vi sia o meno un collegamento”. La Regione, in collaborazione con l’Ulss 9 e l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, sta monitorando costantemente la situazione, con azioni tempestive rispetto ai nuovi sviluppi. Appena ricevuta segnalazione del nuovo caso, l’Ulss 9 ha attivato tempestivamente le misure di sorveglianza previste: approfondimento dell’indagine epidemiologica sul caso, con valutazione tempestiva rispetto alle possibili esposizioni a rischio; monitoraggio entomologico sulle zanzare; disinfestazione straordinaria; misure di sorveglianza sanitaria rivolte agli altri soggetti nei luoghi di possibile esposizione; rafforzamento della sorveglianza sindromica in Pronto soccorso; rafforzamento della comunicazione ai Medici di Medicina Generale, Pediatri di Libera Scelta e Medici di Continuità Assistenziale nei Comuni coinvolti dai casi”.

QUALI SONO I SINTOMI DELLA CHIKUNGUNYA?

“La Chikungunya- ricordano i tecnici regionali- è una malattia virale trasmessa all’uomo attraverso la puntura di zanzare infette del genere Aedes, in particolare in Italia da Aedes albopictus (zanzara tigre, che è attiva in particolare durante le ore diurne). Si manifesta più frequentemente con febbre alta improvvisa e intensi dolori articolari che possono persistere anche per settimane o mesi. Altri sintomi comuni includono dolori muscolari, mal di testa, eruzioni cutanee, astenia e, in alcuni casi, gonfiore articolare. Sebbene la malattia abbia generalmente un decorso autolimitante, in alcune persone, soprattutto anziani o soggetti con patologie pregresse, può causare sintomi prolungati o complicanze”. La Regione aggiunge che è importante sottolineare che la chikungunya non si trasmette da persona a persona, ma solo attraverso la puntura di zanzare Aedes infette. Il contagio avviene quando una zanzara punge una persona infetta e, dopo un periodo di incubazione nella zanzara, può trasmettere l’infezione a soggetti sani con successive punture. Ciò detto, si richiama l’attenzione della popolazione sull’importanza di adottare misure di prevenzione individuale e ambientale, come l’utilizzo di repellenti cutanei anche durante le ore diurne, lo svuotamento regolare dei contenitori con acqua stagnante nelle aree private (in particolare vasi e sottovasi), la cura del verde e l’uso di barriere fisiche come le zanzariere nelle abitazioni per limitare l’esposizione alle punture di zanzara.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Pinot Noir… la storia di un mito!

grappolo pinot noir

grappolo pinot noirIl Pinot Noir é uno dei più importanti Vitigni al mondo, possiamo descrivere il Pinot nero con due parole : L’enfant terrible dei vitigni.

Oggi parleremo di uno dei vitigni più celebri di tutto il mondo vitivinicolo.

Sì perché il Pinot nero è un vitigno a bacca rossa facile ai capricci, imprevedibile, che sviluppa un rapporto fortissimo col terroir che lo accudisce.

Se coltivato in un suolo poco adatto, questo vitigno leggendario darà vita a vini scialbi, piatti. Quando invece trova il suolo giusto, il Pinot nero dà vita ad alcuni dei migliori vini rossi pregiati del panorama vinicolo mondiale. Ma qual è la storia del Pinot nero?  Facciamo  un passo indietro nel tempo  per scoprirlo, e, dobbiamo risalire a quando la Gallia era una provincia romana.

La sua storia ci porta in una delle grandi regioni vinicole francesi: la Borgogna, è qui che il vitigno ha origine, già in epoca gallo-romana, a partire da un ceppo di viti selvatiche che popolavano i tanti boschi della regione.

La prima definizione di quello che poi avrebbe preso il nome di Pinot nero, è forse rintracciabile in un documento del III-IV secolo in cui gli abitanti di Autun ringraziano l’imperatore Costantino. Nel documento si cita un vitigno di grande qualità presente nel pagus Arebrignus, l’odierna Côte de Nuits.

Nel Medioevo saranno, come per tanti altri vitigni, i monaci benedettini e  monaci cistercensi a perfezionare la viticoltura del Pinot, traghettandola nella modernità.

Ma è appunto nel XIV secolo, in alcuni documenti borgognoni, che fa la sua comparsa il termine Pinot nella versione arcaica di Pinoz o Pynos.

È importante sapere che Il Pinot nero è il genitore di altri importantissimi vitigni francesi, come lo Chardonnay, l’Aligoté e il Gamay.

Ci si può chiedere quanti tipi di Pinot ci sono?

Semplicemente sono 6, ma il Pinot nero, come abbiamo visto sopra, è il ceppo originario, grazie ai suoi mille e più anni di storia.

Gli altri Pinot sono:

Pinot grigio                                                                                                                                    Pinot bianco                                                                                                                              Pinot meunier                                                                                                                            Pinot teinturier                                                                                                                          Pinot nero precoce

Il perché della parola Pinot?

Perché i grappoli di questo vitigno, essendo piccoli e compatti, sembrano delle pigne, in francese pinot.

Parliamo di vinificazione e invecchiamento                                                                     

La bacca di Pinot nero ha una buccia molto sottile, una caratteristica che permette di vinificarne le uve sia in bianco che in rosso.

La vinificazione in rosso

La vinificazione in rosso del Pinot nero è ad oggi quella più celebre. Per poter realizzare ottimi vini rossi è fondamentale che il vitigno sia coltivato in aree dal clima continentale, dove la temperatura non diventi troppo calda causando un’eccessiva maturazione dell’uva.

La macerazione, che conferisce il caratteristico color rubino al vino, avviene in tini d’acciaio nei quali prende il via la prima fermentazione, dopodiché inizia l’affinamento in botte, durante il quale avviene una seconda fermentazione, in questo caso malolattica, che trasforma l’acido malico in lattico, donando morbidezza al vino. Grazie alla sua acidità il Pinot nero può invecchiare dai 2 ai 10 anni (e talvolta anche di più).

La vinificazione in bianco                                                                                                        Non possiamo non menzionare la vinificazione in bianco di questo vitigno, anche perché qui la storia del Pinot nero si fonde con quella dello Champagne. Infatti, una volta privato delle bucce, il Pinot nero può essere vinificato in bianco, grazie anche alla sua caratteristica acidità. In questo secondo caso si usa il vitigno soprattutto per produrre Champagne e Crémant che, qualora sia prodotto con uva di Pinot noir e/o Meunier, sarà classificato come un “blanc de noirs”.

Le caratteristiche organolettiche

Tutti i vitigni esprimono il terroir che li accudisce, ma mai nessuno come il Pinot nero. È talmente stretto il legame di questo vitigno col territorio in cui cresce che è difficile parlare in assoluto di caratteristiche del Pinot nero. Le cose poi si fanno più complesse se vogliamo descrivere un Pinot nero del Vecchio mondo (da noi in Europa) o del Nuovo mondo (Stati Uniti, Canada, Sudafrica, Nuova Zelanda per fare degli esempi). Quindi?

Nonostante la peculiarità di ogni Pinot nero, quella di Borgogna è senza dubbio l’espressione più nobile del vitigno e il vino modello a cui si ispirano tutti gli altri.

Parliamo delle caratteristiche del Pinot nero di Borgogna

La Borgogna, ça va sans dire, visto che è la regione d’origine del vitigno, è il punto di riferimento sia per la storia del Pinot nero, sia per la sua vinificazione, ancora oggi. Qui, per essere più precisi nella Côte de Nuits (dove si concentra la quasi totalità dei grand cru), vengono prodotti alcuni tra i migliori vini rossi al mondo.

Il colore è di un rubino vivo quando il vino è giovane, ma vira verso il rosso violaceo invecchiando fino a diventare via via di un rosso più pallido, quasi color mattone. Stesso discorso si può fare per gli aromi. Quando è giovane, il Pinot nero offre al naso profumi di frutta rossa, come lampone, ciliegia e note speziate, come pepe nero e cannella. Con l’invecchiamento gli aromi cambiano, dalla frutta rossa si passa alla confettura, dalle spezie ad aromi di sottobosco, come il tartufo . Al palato i tannini diventano via via meno accentuati in base all’età del vino, così come l’acidità. Ma che sia più o meno giovane, il Pinot nero si distingue come un vino rosso che mantiene sempre una buona freschezza.

Oltre la Borgogna, dove possiamo trovare il Pinot nero?.

Come già menzionato inizialmente, il Pinot nero è un vitigno bizzoso, che si ammala facilmente, vittima di muffe e parassiti o di un clima non ideale.

Per questo i migliori Pinot nero fuori dalla Borgogna sono quelli che, surprise surprise, vengono prodotti in zone il cui terroir assomiglia a quello della regione francese.

Quanto più marcata sarà la somiglianza, tanto più il Pinot nero prodotto ricorderà per caratteristiche ed eleganza la versione francese, che abbiamo visto essere il punto di riferimento per valutare un ottimo Pinot nero.                                                                                Parlando di zone, ce ne sono alcune, nel Nuovo mondo, che non hanno niente da invidiare alla Borgogna

Un esempio è la Willamette Valley, in Oregon. I Pinot nero dell’Oregon sono calorosi, offrono aromi di frutta rossa, dalla fragola al lampone e note floreali supportate dalle note di sottobosco, di champignon e tartufi.

Un’altra regione interessante è quella del Marlborough in Nuova Zelanda, qui negli ultimi anni si produce Pinot noir di altissima qualità, grazie al suolo argilloso e alle condizioni pedoclimatiche che ricordano, hai indovinato, la Borgogna. Al naso sentirai frutta rossa come ribes e ciliegia, accompagnata da note boisé, i tannini sono eleganti e l’acidità è moderata.

Due regioni interessanti  sono Okanagan e Niagara falls in Canada. Il terroir delle regioni vinicole canadesi è caratterizzato dalla combinazione unica di posizione geografica, tipologia di terreno e clima, che contribuiscono a caratterizzare i vini prodotti. Ad esempio, la Okanagan Valley nella Columbia Britannica gode di un clima semi-arido con estati calde e notti fresche, ideale per vini strutturati con una fresca acidità. I terreni di questa regione variano da terreni ghiaiosi a terreni sabbiosi e rocce vulcaniche, contribuendo alla complessità dei vini.

In Ontario, la penisola del Niagara è la regione più grande e rinomata, nota per la sua varietà di vitigni. Il clima più fresco della contea di Prince Edward coltiva uve con un’acidità equilibrata, producendo vini che riflettono eleganza e vivacità. La Annapolis Valley in Nuova Scozia è nota per il suo caratteristico terroir ricco di calcare, che conferisce una complessità minerale ai suoi vini.

Queste regioni non sono note solo per la qualità dei loro vini, ma anche per i loro paesaggi mozzafiato e il loro significato culturale. I visitatori possono esplorare città storiche, partecipare a degustazioni di vini e scoprire il fascino unico di ogni regione vinicola canadese.                                                                                                                                                Per ultimo vorrei menzionare  il  Pinot Nero in Italia                     

Sono due le regioni italiane che meritano una menzione quando parliamo di Pinot nero: l’Alto Adige e la Lombardia, per essere più specifici l’Oltrepò Pavese.

Entrambe le zone sono state premiate con una DOC, l’Alto Adige Pinot Nero DOC e l’Oltrepò Pavese Pinot nero DOC.

In Alto Adige il pinot nero arriva grazie agli Asburgo all’inizio del diciannovesimo secolo per poi diventare uno dei vitigni più rappresentativi della regione. Il pinot nero dell’Alto Adige è caratterizzato da un profumo intenso di bacche rosse, violetta e chiodi di garofano.                   

Anche nell’Oltrepò Pavese il Pinot nero arriva a cavallo del diciannovesimo secolo, per l’esattezza nel 1865, quando il Conte Carlo Giorgi di Vistarino impianta le prime viti.

Inizialmente il Pinot nero è vinificato in bianco e usato per realizzare spumanti(metodo classico o Champenoise), solo nella seconda metà del ‘900 alcuni produttori iniziano a vinificare in rosso. Se negli anni ‘60 gli ettari vitati erano 600, nel 2010 (l’anno in cui nasce l’Oltrepò Pavese Pinot nero DOC) erano già diventati 2800, che ai tempi rappresentava il 70% di tutta la superficie vitata a Pinot nero in Italia. Per quanto riguarda le caratteristiche, il pinot nero dell’Oltrepò Pavese è caratterizzato da note di ciliegia e frutti rossi, viola e spezie.

Affiancare il Pinot nero al cibo

Abbiamo visto le caratteristiche del Pinot nero, andiamo a scoprire con cosa abbinarlo. L’acidità vivace e i tannini morbidi rendono i vini Pinot nero l’abbinamento ideale per una grande varietà di carni. Gli aromi di frutta rossa e spezie si combinano perfettamente con la succosità di un filetto di manzo o con un pollo ruspante grigliato. Se ami il pesce, l’ideale sono il salmone o il tonno alla griglia, il pinot nero offre un contrasto intrigante grazie alla combinazione degli aromi di frutta rossa del vino e i sapori affumicati del pesce

Ma le possibilità di abbinamento pinot nero non si fermano alla carne, la sua versatilità lo rende un ottimo partner dei formaggi stagionati. La complessità aromatica del pinot nero si sposa alla grande con formaggi come il Parmiggiano Reggiano, Grana Padano, il Pecorino e il Gorgonzola, creando un equilibrio armonioso tra la dolcezza dei formaggi e la freschezza e leggera acidità del vino.

Un altro giusto ossequio a cui abbinare il Pinot nero sono i piatti a base di funghi, come i risotti cremosi o funghi porcini alla griglia, una scelta naturale per esaltare e richiamare le note terrose e minerali di questo vino.




Dialogo sulla consapevolezza vaccinale con il Comites Houston e 2 esperti

7vaccine

7vaccineUna conversazione aperta sulla consapevolezza vaccinale con due esperti di fama internazionale. È questo l’evento che il Comites di Houston, negli Stati Uniti, ha organizzato in collaborazione con la Sezione dell’ISSNAF – South Central, e la Comunità IWUSA. L’evento si terrà il prossimo 16 settembre, dalle 18.30 alle 21.30, presso la Rio Grande Room dello Houston Methodist Hospital, in Texas, e vedrà la partecipazione in qualità di ospiti di Maria Elena Bottazzi e di Peter Hotez.
L’evento offrirà l’opportunità di approfondire domande comuni, dati scientifici e le numerose narrazioni, vere e false, che circondano la vaccinazione, il tutto in un formato chiaro e accessibile.
La discussione si svolgerà sotto forma di un dialogo moderato tra i due esperti, progettato per favorire uno scambio dinamico e coinvolgente. Seguirà una sessione di domande e risposte aperte, che darà ai partecipanti l’opportunità di porre domande e partecipare alla conversazione.
Maria Elena Bottazzi e Peter Hotez sono professori presso il Baylor College of Medicine e co-direttori del Texas Children’s Center for Vaccine Development. Sono noti a livello internazionale per il loro contributo alla salute globale, in particolare per lo sviluppo di vaccini a basso costo e senza brevetto, tra cui un vaccino contro il COVID-19 progettato per supportare un accesso equo nei paesi a basso e medio reddito. Il loro lavoro combina la scienza all’avanguardia con un forte impegno per l’impatto sociale e l’equità vaccinale. (aise) 




Refosco…….. un vino suggestivo

refosco grappolo

refosco grappoloVorrei parlare  di un vitigno affascinante e dal nome suggestivo: il Refosco dal peduncolo rosso, vitigno autoctono e vero e proprio tesoro enologico da divulgare. Conobbi questo vino 30-35 anni fa, quando un amico che lavorava a Milano mi parlo’,di una vecchia trattoria dove il vino della casa offerto era il Refosco, me lo fece assaggiare, e da li cominciai ad amare questo meraviglioso vino. Il proprietario di questa trattoria che si chiamava : “Albero Fiorito ” (che ormai da decenni ha chiuso ai battenti)vendeva questo vino in damigiane e da quel momento cominciai ad acquistare questo meraviglioso nettare.

Una teoria più in voga è che il Refosco dal peduncolo rosso sarebbe un vitigno rosso autoctono del Friuli, progenitore di altri vitigni importanti come il Marzemino, ma anche del Refosk Istarski, o Terrano. Gli studiosi lo considerano un vitigno autoctono del Friuli Venezia Giulia e lo ricollegano al vino “Picinum” citato e lodato, già nel corso del I secolo d.C., da Plinio Il Vecchio, sottolineandone la provenienza friulana.                                                                                        Secondo alcuni studiosi, il Refosco dal Peduncolo Rosso è il massimo rappresentante, sicuramente il più prestigioso, della grande famiglia dei “Refoschi”, Refosco dall’espressione dialettale “ràp fosc”, ovvero “grappolo scuro”, un gruppo di vitigni a bacca nera diffusi in Friuli Venezia Giulia.

Si chiama Refosco dal refosco bottigliaPeduncolo Rosso  perché il peduncolo è la parte terminale del raspo che collega il grappolo al resto della vite. Nel caso del Refosco, il peduncolo ha una colorazione rosso-porpora e quindi, anche per distinguere il vitigno dai suoi cugini come il Refosco nostrano (o Cagnina) e il Refosk, il “Refosco d’Istria” e il “Refosco Gentile”, si è deciso di chiamarlo Refosco dal peduncolo rosso.                                                                            Il Refosco è un vitigno ostico, l’importante é l’affinamento in legno, più o meno prolungato. Quello che in origine è un vino spigoloso rivela con l’età, e dopo un passaggio in legno, aromi di frutti di bosco, confettura di frutta nera e note terziarie (quelle dovute al legno della botte) di pepe nero e tabacco. Al palato è un vino strutturato, dal grado alcolico mediamente alto e con buona persistenza, i tannini, pur ammorbiditi dall’invecchiamento, si fanno comunque sentire. Insomma, grazie all’azione del tempo il Refosco si trasforma: da vino (troppo) acido e ribelle a vino rosso pregiato.

Il terroir é un parametro molto importante per il vino, quindi In base alla zona di produzione avremo un Refosco con sfumature diverse, i più importanti rimanendo in Friuli sono:

1.Refosco di Cormons: la zona di Cormons è famosa per la produzione di Refosco di qualità. Il suolo calcareo e le argille conferiscono ai vini una buona acidità e una bella ricchezza di aromi.                                                                                         2. Refosco dal Peduncolo Rosso di Ronchi di Cialla: la zona di Cialla, situata nel comune di Prepotto (zona rinomata per lo Schioppettino), offre ottimi vini Refosco. Il terreno composto da marne e argille conferisce ai vini una grande complessità aromatica, con note di frutta nera, spezie e una buona componente tannica.                                                                                                            3. Refosco del Carso: il Carso, una zona tra l’Italia e la Slovenia, è caratterizzato da suoli calcareo-argillosi e un clima ventoso. I vini prodotti in questa zona possono offrire un profilo di gusto più terroso, con una buona acidità e una mineralità distintiva. Questo terroir in particolare è stato premiato con la “Refosco dal Peduncolo rosso DOC”.

Una nota importante in Slovenia è possibile trovare il Refosco dal peduncolo verde

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Uno tsunami non è solo un’onda molto grossa

tsunami

tsunamiUno tsunami non è “solo” un’onda molto grossa. Funziona in maniera diversa ed è molto più pericoloso e distruttivo. Le onde “normali” sono generate dal vento che agisce sulla superficie dell’oceano. Il loro impatto resta per lo più limitato allo strato più superficiale dell’acqua. Gli tsunami, invece, nascono da uno spostamento improvviso e massiccio della colonna d’acqua, spesso causato da terremoti sottomarini, frane, eruzioni vulcaniche o persino impatti meteorici. A differenza delle onde convenzionali, gli tsunami agiscono su tutto il corpo d’acqua, dalla superficie fino al fondale.

Gli tsunami portano una colossale quantità di energia, che si libera in modo violento in prossimità della costa. Le onde successive all’impatto (anche se inizialmente basse) possono generare inondazioni devastanti e correnti prolungate, cariche di detriti e materiali distruttivi. Nel 2004 nell’Oceano Indiano, il terremoto di magnitudo 9.1 generò onde fino a 25–30 metri, che provocarono tra 230.000 e 280.000 vittime in 14 paesi. In Giappone nel 2011, lo tsunami raggiunse un’altezza massima di 40 metri, inondando circa 500 km quadrati, distruggendo quasi un milione di edifici e causando oltre 18.000 morti, con costi stimati in 220 miliardi di dollari solo in Giappone. Nel 1946 alle Aleutine (Alaska), un evento tsunami provocò un’onda di 42 metri, spazzando via innumerevoli edifici e causando circa 156 vittime a Hilo (Hawaii).

Per capirci: un’onda di appena mezzo metro può trascinare una persona per terra, onde da un metro possono aprire porte blindate e distruggere muri. Onde più grandi possono trasportare via automobili, tronchi e barche anche per centinaia di metri nell’entroterra.

Gli tsunami viaggiano a velocità analoghe a quelle di un aereo in crociera e arrivano in pochi minuti nelle aree costiere, spesso prima che si possano attivare avvisi o evacuazioni efficaci. A differenza delle onde normali che si infrangono e ritornano rapidamente, gli tsunami possono invadere aree costiere profondamente, proseguire per chilometri nell’entroterra e ripetersi per ore con più ondate. Provocando anche danni di lungo termine: la deposizione di sale, sabbia, fango e detriti marini sui terreni agricoli può rendere la terra sterile per anni, compromettendo le attività agricole e l’ecosistema locale.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Diabete e pasta: davvero un italiano è condannato a morte?

images

imagesPer un italiano, ricevere una diagnosi di diabete o prediabete può sembrare una tragedia annunciata. Addio pasta, pane, pizza? Addio Italia?
Ma le cose non stanno proprio così. Anzi: questa malattia, se presa per tempo, può essere l’occasione per riscoprire la vera dieta mediterranea, quella che ci ha resi famosi nel mondo. Non quella moderna, deformata da consumismo e fretta, ma quella di nonna, contadina e saggia.

Un popolo cresciuto col pane

Pensiamoci un attimo: chi ha inventato la pizza? Gli italiani.
Chi ha reso il piatto di spaghetti un simbolo nazionale? Gli italiani.
Chi ha diffuso ovunque il pane caldo, il risotto, la lasagna? Sempre noi.
Siamo cresciuti con il culto del carboidrato. E se per secoli siamo stati sani, il problema non può essere la pasta in sé — ma quanto e come la mangiamo oggi.

Da medicina a veleno (se abusata)

Un tempo si mangiava pasta una volta al giorno, spesso integrata da legumi, verdure, un filo d’olio. Oggi, tra brioche al mattino, piatto abbondante a pranzo, pizza la sera e snack tra un pasto e l’altro, il nostro corpo esplode di zuccheri. E il pancreas si arrende.

Il risultato? Il diabete di tipo 2 è in aumento, anche tra chi vive all’estero.

Che fare per non morire (né di fame né di zucchero)?

  • 🟢 Non rinunciare, ma riscoprire. Pasta integrale, pane di segale, riso basmati: sono carboidrati “intelligenti”, che non impennano la glicemia.
  • 🟢 Porzioni umane. 80 grammi di pasta sono una porzione normale. Non 300.
  • 🟢 Piatto unico, ma bilanciato. Pasta con legumi, con verdure, con pesce. Il trucco è combinare.
  • 🟢 Il dolce? Sì, ma solo se è una festa. Una volta a settimana, non ogni sera. E meglio se fatto in casa.
  • 🟢 Muoversi è medicina. Una passeggiata dopo cena abbassa lo zucchero nel sangue più di una pillola.
  • 🟢 Imparare dai nonni. Il contadino non mangiava merendine. Mangiava semplice, e viveva a lungo.

Un italiano senza pasta non è un italiano?

Sbagliato. Un italiano senza equilibrio, questo sì che è un problema.
La pasta non uccide. La pizza nemmeno. A uccidere è l’eccesso, l’ignoranza, la routine sregolata.
Il segreto non è dire addio alla cucina italiana. È tornare alle origini, con intelligenza e moderazione.

Morale? La nostra salute può (e deve) essere patrimonio dell’umanità. Come la pizza.

 




Il Politecnico di Milano in El Salvador

10polimi

10polimiSi è conclusa venerdì scorso, 4 luglio, la missione del Politecnico di Milano in El Salvador, culminata nella Biblioteca Nazionale con un evento di presentazione dei lavori e consegna dei diplomi agli studenti partecipanti al workshop dedicato al centro storico di San Salvador.
La missione, giunta nel Paese centroamericana due settimane prima, è stata organizzata nell’ambito del progetto “PLANES – Recupero e valorizzazione dei centri storici di San Miguel e San Salvador”, inaugurato il 23 giugno scorso nel Palazzo Nazionale di San Salvador.
Il progetto, finanziato dal Governo Italiano, attraverso l’Ambasciata d’Italia di El Salvador e l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), prevede un intervento triennale di tre milioni di euro che contribuirà alla pianificazione strategica integrata e dinamizzazione socioculturale dei centri storici di San Salvador e San Miguel.
Nell’ambito del Master Design for Development, Architecture, Urban Planning and Heritage in the Global South, professori e dottorandi del Dipartimento di Architettura e Sviluppo Urbano del Politecnico di Milano, capofila del progetto PlanES, hanno guidato circa 19 studenti internazionali dell’ateneo milanese e 15 studenti di cinque università salvadoregne in un esercizio di esplorazione, analisi e progettazione accademica per la pianificazione del centro di San Salvador.
Studenti e professori hanno lavorato intensamente per presentare sei proposte che rispecchiano uno studio attento di alcuni settori del centro, in particolare quelli che si sviluppano a nord e a sud della centrale Calle Rubén Darío. Le proposte coniugano la valorizzazione del patrimonio artistico culturale del passato con la trasformazione di spazi urbani disegnati sulla base delle esigenze del presente e del futuro.
“Il progetto PlanES contribuirà alla rivitalizzazione dei centri urbani con una prospettiva integrale, sostenibile e innovativa. Il suo punto di forza è la capacità di valorizzare quello che i giovani oggi presenti, provenienti da contesti così diversi, sono capaci di vedere, interpretare e restituirci secondo il loro punto di vista multiculturale, fresco e unico” ha dichiarato Paolo Gallizioli, Direttore della Sede AICS di San Salvador.
Adriana Larín, Direttrice dell’Autorità di Pianificazione del Centro Storico, socio strategico del progetto, ha espresso ammirazione per l’impegno degli studenti e ha ribadito l’importanza di considerare i centri storici come nuclei di cultura, storia, commercio e benessere.
All’evento hanno partecipato anche il Professore Camillo Magni, Direttore del Master Design for Development del Politecnico di Milano, il Professor Luis Barrera, Decano della Facoltà di Ingegneria e Architettura dell’Università di El Salvador, docenti e ricercatori del Politecnico di Milano e di varie università salvadoregne, oltre a rappresentanti di istituzioni locali. (aise) 




Salute, Mirone (Urologo): “Ipertrofia prostatica e carcinoma non correlati, ma attenzione alle prostatiti croniche”

unnamed 7 1024x705

unnamed 7 1024x705Le differenze di genere influiscono in modo significativo sia sull’insorgenza delle malattie sia sulla risposta alle terapie, oltre che sugli stili di vita. In particolare, sul fronte della prevenzione, gli uomini tendono a essere più restii rispetto alle donne. A sottolinearlo è il professor Vincenzo Mirone, urologo e presidente della Fondazione PRO.

“L’attenzione del maschio per la salute è 30 volte inferiore rispetto a quella della donna – ha spiegato Mirone – e questo ha contribuito all’aumento del carcinoma prostatico nelle statistiche. Oggi è il tumore più frequente nell’uomo, con 36mila nuovi casi all’anno in Italia e circa 7mila decessi”.

Il professor Mirone fa il punto su alcune delle principali patologie dell’apparato urogenitale maschile, come l’ipertrofia prostatica benigna e il carcinoma prostatico, evidenziando l’importanza della prevenzione.

“Le prostatiti croniche devono essere seguite con attenzione – ha ricordato – perché possono aprire la strada al carcinoma”.

L’ipertrofia prostatica benigna è una condizione molto diffusa, legata all’invecchiamento, che porta la prostata ad aumentare di volume fino a 10-12 volte rispetto alla norma. È importante sottolineare che non esiste alcun legame diretto con il tumore.

Per quanto riguarda il carcinoma prostatico, Mirone ribadisce la necessità di una prevenzione mirata: non basta il test del PSA, è fondamentale aggiungere anche l’ecografia prostatica e l’esplorazione digito-rettale. Sono esami che andrebbero effettuati una volta l’anno a partire dai 45 anni.

Sul fronte delle terapie per l’ipertrofia prostatica benigna, esistono tre approcci farmacologici: gli alfa-litici, gli inibitori della 5-alfa reduttasi, e i farmaci per la disfunzione erettile, che contribuiscono anche a migliorare lo svuotamento vescicale.

Nei casi più avanzati si può ricorrere alla chirurgia. Per l’ipertrofia, oggi è disponibile la vaporizzazione laser, che riduce il volume prostatico agendo in modo mirato. Per il tumore, invece, si può intervenire con la chirurgia robotica, che consente la rimozione completa della prostata e la successiva riconnessione tra vescica e uretra. Per chi non può essere sottoposto a intervento, esistono valide alternative come la radioterapia, l’immunoterapia e la chemioterapia.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Cosa mangiare con il caldo asfissiante? I consigli dell’Istituto Superiore di Sanità. Sorpresa gelato

gelato 1024x683

gelato 1024x683Sì ad anguria, melone, cetrioli e zucchine che aiutano a reintegrare i liquidi persi col sudore. Sì anche ai gelati, meglio se piccoli e semplici. Non saltare la colazione, preferendo yogurt e frutta fresca. Evitare i cibi grassi o troppo elaborati. Questi alcuni consigli per contrastare il caldo con una corretta alimentazione elaborati dal Reparto alimentazione, nutrizione e salute dell’Istituto Superiore di Sanità. “Per affrontare il caldo- sottolinea Laura Rossi, direttrice del reparto alimentazione, nutrizione e salute dell’Iss- è consigliabile seguire una dieta leggera e ricca di liquidi e sali minerali, consumando molta frutta e verdura fresca di stagione”.

Ecco il decalogo con i consigli specifici: Bere almeno 2 litri di acqua al giorno, preferibilmente fuori dai pasti, per mantenere il corpo idratato. Infatti, il caldo e il sudore corporeo che ne deriva portano inoltre a una disidratazione più veloce, per questo la regola dei due litri d’acqua al giorno, nei mesi estivi, diventa ancora più necessaria. È importante quindi ricordarsi di bere senza aspettare di avvertire la sete: si tratta infatti di uno stimolo che è già di per sé sintomo di disidratazione. Consumare abbondanti porzioni di frutta e verdura fresca, preferibilmente di stagione, ricche di vitamine e sali minerali. Alimenti come anguria, melone, cetrioli, zucchine, pesche, fragole, ciliegie, albicocche, fichi, frutti di bosco, pomodori, melanzane, sedano sono particolarmente adatti. Prediligere pasti leggeri, poco calorici e facilmente digeribili, come insalate miste, pasta fredda con verdure, pesce poco condito, carne bianca o legumi.

“Evitiamo i menù con primo, secondo e contorno- sottolinea Rossi- soprattutto quando si è in viaggio o si soggiorna in albergo è più facile che si cada nella voglia di mangiare più portate, anche a causa della vasta scelta e del buffet. Meglio optare per il primo o per il secondo, alternando le portate a pranzo e a cena, accompagnandole sempre con il contorno, in modo da creare pasti completi e piatti unici, bilanciati e ricchi di nutrienti. Tra gli abbinamenti possibili possiamo consigliare: pasta con legumi e/o verdure, riso con le verdure, carne con l’insalata, pesce con verdure e/o uova con verdure e così via”. 7

LA FRITTURA

Limitare il consumo di cibi ricchi di grassi, fritti, salse, troppo conditi o elaborati, che possono appesantire la digestione. Non saltare la colazione: è un pasto molto importante che si tende a saltare in particolare quando fa caldo. È il pasto che interrompe il digiuno notturno. Quando fa caldo evitiamo colazioni troppo ricche di zuccheri e grassi, favorendo un apporto nutritivo bilanciato. Particolarmente consigliati, per far fronte al caldo estivo, lo yogurt al naturale e la frutta fresca di stagione, magari accompagnati da una manciata di frutta secca e di cereali. Ridurre il consumo di sale, preferendo quello iodato, e moderare l’uso di salse e condimenti molto saporiti. Evitare alcolici e bevande zuccherate: possono contribuire alla disidratazione e rallentare la digestione. Così come è importante bere molta acqua, lo è altrettanto limitare il consumo di alcolici, che sembrano dissetarci, ma in realtà contribuiscono ad aumentare la disidratazione. Anche i cocktail, alcolici e analcolici, e le bibite gassate sono da evitare. L’effetto dissetante, come abbiamo detto, nel caso degli alcolici è solo apparente, mentre l’apporto di zuccheri è effettivo. Lo stesso vale per le bibite analcoliche, che contribuiscono ad aumentare i livelli di zuccheri nel nostro organismo. A queste, dunque, sono da preferire gli infusi freddi con frutta ed erbe di stagione. Spuntini freschi: Includere nella dieta spuntini freschi e leggeri, come yogurt, frutta fresca, frullati o centrifugati di verdura, per mantenere costante l’apporto di liquidi e nutrienti.

IL GELATO

Sì al gelato con moderazione. “Anche il gelato- sottolinea Rossi- può essere un ottimo spuntino a patto che sia piccolo, altrimenti è un sostituto di un pasto. Scegliamo gelati semplici in cui le granelle, le glassature e le coperture di cioccolato siano al minimo. Non pensiamo che i gusti di frutta possano essere consumati di più di quelli alle creme, in verità la differenza calorica tra le due tipologie è abbastanza piccola”. Anche la frutta secca in guscio (nocciole, mandorle, arachidi, etc.) può costituire un buono spuntino durante l’estate al patto di scegliere porzioni adeguate (30 g) e prodotti al naturale, senza sale o zucchero aggiunti. Prestare attenzione alla corretta conservazione degli alimenti, soprattutto quelli deperibili, per evitare rischi di contaminazione, soprattutto se si pensa di fare un pic-nic o di andare in giornata al mare portandosi il cibo. In estate, con il caldo, è importante conservare i cibi e mantenere la catena del freddo per tutti quegli alimenti che lo richiedono. La corretta conservazione in frigo è significativa, non solo per la nostra salute e dei nostri cari, ma anche per garantire le proprietà e i valori nutrizionali degli alimenti. Il caldo è nemico della conservazione. A causa di esso tutti i cibi si deteriorano prima del dovuto con il rischio di provocare delle intossicazioni alimentari. Via libera ai legumi, fonte di proteine vegetali. In Italia mangiamo pochi legumi che invece sono una fonte importante di proteine vegetali. Inoltre, si tende infatti ad assumere i legumi soprattutto nei mesi invernali, mentre in estate abbiamo tante possibilità di integrarli nella nostra alimentazione aggiungendoli alle insalate o mangiandoli come contorno, per esempio, oppure in un zuppe fredde o in gustose creme. Anche le proteine animali sono importanti e in estate scegliamo le fonti proteiche meno grasse e meno ricche di sale come il pesce di stagione, dunque quei pesci che non sono nella loro stagione riproduttiva, come l’orata, la sogliola, la spigola e la sardina, e carni bianche. Limitiamo invece la assunzione di carne rossa e salumi ricchi di sale e grassi saturi.

Agenzia DIRE www.dire.it




Il gran caldo, l’assassino silenzioso

ap1694373354959 5a4b43e1 focus min0.05 0.82 896 504

ap1694373354959 5a4b43e1 focus min0.05 0.82 896 504Il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) avverte che le alte temperature possono provocare emergenze cardiache. Spiegano che il corpo cerca di raffreddarsi deviando il flusso sanguigno verso la pelle, il che costringe il cuore a pompare più velocemente e con maggiore forza. Secondo il Baptist Health System, sotto un sole cocente, il cuore può arrivare a quadruplicare il suo sforzo abituale.

Ma il problema non finisce qui. Il caldo intenso provoca disidratazione, altera i livelli di elettroliti come sodio e potassio (essenziali per il ritmo cardiaco) e rende il sangue più denso.

Quirón Salud avverte che ciò può favorire la formazione di coaguli, con il conseguente rischio di infarti o trombosi. Inoltre, può causare aritmie, svenimenti o pressione bassa.

E anche se può sembrare esagerato, non lo è: secondo The Guardian, le ondate di calore sono “l’assassino silenzioso” per la loro capacità di aumentare i ricoveri per infarti e ictus senza preavviso. Non fanno rumore, ma lasciano il segno.

I più a rischio: anziani, persone con diabete, ipertensione o insufficienza cardiaca. Anche chi assume diuretici, betabloccanti o antidepressivi. Harvard Health sottolinea che questi farmaci possono ostacolare il corretto raffreddamento del corpo. Il risultato? Una vera e propria bomba a orologeria interna.

E non dimentichiamo i lavoratori esposti direttamente al caldo: fattorini, operai, venditori ambulanti… Per loro, non trovare refrigerio non è un’opzione, è un rischio reale.

Cosa fare?

Il CDC e diversi esperti raccomandano misure semplici ma fondamentali:

  • Idratarsi costantemente, anche senza avvertire la sete.

  • Evitare il sole tra le 11:00 e le 16:00.

  • Indossare abiti chiari e leggeri.

  • Consultare un medico in caso di capogiri, palpitazioni o dolore al petto.

Inoltre, rivedere i farmaci durante l’estate può evitare situazioni pericolose.

da Diario Libre