Dentro la “mente” di ChatGPT: pensa davvero o ci sembra soltanto?

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Come funzionano i grandi modelli di intelligenza artificiale, perché possono sembrare intelligenti come un essere umano e perché, nonostante la loro straordinaria capacità, possono ancora sbagliare o inventare informazioni.

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Digitiamo una domanda, premiamo invio e dopo pochi secondi compare sullo schermo una risposta articolata, spesso sorprendentemente precisa e scritta con un linguaggio naturale. Possiamo continuare la conversazione, correggere una frase, chiedere un approfondimento, cambiare argomento e ritrovare il filo del discorso.

È difficile, in queste condizioni, non avere la sensazione di parlare con qualcuno che comprende ciò che gli stiamo dicendo.

Ma cosa succede realmente dall’altra parte dello schermo?

Un recente approfondimento pubblicato dall’agenzia Dire prova a entrare nella “mente” di ChatGPT e degli altri grandi modelli linguistici, spiegando alcuni dei meccanismi che stanno alla base dell’intelligenza artificiale generativa.

Non c’è una mente dentro il computer

La prima cosa da chiarire è forse anche la più difficile da accettare: ChatGPT non è una persona e non possiede una coscienza umana.

I grandi modelli linguistici, conosciuti come LLM, elaborano il testo attraverso una complessa rappresentazione matematica. Le parole che scriviamo vengono trasformate in unità chiamate token e il sistema utilizza il contesto disponibile per generare una risposta.

La spiegazione secondo cui ChatGPT sarebbe semplicemente un gigantesco “autocompletamento” è utile per comprendere il principio di base, anche se la realtà tecnica è enormemente più complessa. Il modello non si limita a scegliere meccanicamente la parola successiva: utilizza una rete di relazioni matematiche costruite durante l’addestramento per produrre sequenze di testo coerenti con la richiesta e con il contesto della conversazione.

Il risultato, dal nostro punto di vista, è comunque sorprendente: una macchina senza esperienza personale può produrre una risposta che sembra ragionata, costruire un testo, tradurre, riassumere, spiegare un argomento e persino partecipare a una conversazione molto articolata.

E quando l’intelligenza artificiale sbaglia?

Qui arriviamo a uno dei problemi più importanti.

Un sistema di intelligenza artificiale può fornire una risposta formulata perfettamente e, nello stesso tempo, contenere un’informazione falsa.

Sono le cosiddette allucinazioni dell’intelligenza artificiale: il modello può generare nomi, fatti, date o perfino fonti che sembrano credibili ma che non corrispondono alla realtà.

Il problema è che la risposta non appare necessariamente falsa. Al contrario, può essere scritta con grande sicurezza e con una forma perfettamente convincente.

Per questo l’IA non dovrebbe essere considerata un oracolo.

Quando una risposta riguarda una notizia recente, un dato statistico, una questione giuridica, una persona, una dichiarazione o un avvenimento ancora in corso, la verifica delle fonti rimane fondamentale. È proprio uno dei motivi per cui l’utilizzo dell’IA nel giornalismo richiede particolare attenzione.

Perché allora sembra così intelligente?

La forza dei modelli linguistici sta anche nella quantità e nella varietà delle informazioni utilizzate durante il loro addestramento e nella capacità di riconoscere relazioni estremamente complesse tra le informazioni.

A questo si aggiunge il lavoro umano che ha contribuito a rendere i sistemi più utili, coerenti e sicuri. I modelli vengono infatti sottoposti a processi di valutazione e addestramento nei quali il feedback umano contribuisce a indirizzare il comportamento delle risposte.

È questa combinazione di capacità matematiche, enormi quantità di dati e addestramento che permette all’intelligenza artificiale di produrre testi che, per un essere umano, possono essere difficili da distinguere da quelli scritti da un’altra persona.

La vera sfida non è soltanto tecnologica

L’intelligenza artificiale sta ormai entrando rapidamente nella vita quotidiana. La utilizziamo per scrivere, tradurre, cercare informazioni, creare immagini, programmare, studiare e lavorare.

La questione, quindi, non è più soltanto quanto siano potenti questi sistemi.

La domanda è quanto siamo preparati noi a utilizzarli correttamente.

Il rischio maggiore potrebbe non essere una macchina che improvvisamente sviluppa una coscienza e decide di ribellarsi all’uomo, come raccontato per decenni dalla fantascienza. Il problema più immediato è molto più semplice: che gli esseri umani comincino a fidarsi ciecamente di una macchina soltanto perché quella macchina risponde in modo convincente.

È una differenza fondamentale.

Una risposta elegante non è necessariamente una risposta vera.

L’IA non sostituisce il giudizio umano

L’intelligenza artificiale può essere uno strumento straordinariamente potente, ma il suo valore dipende anche dal modo in cui viene utilizzata.

Chi la usa soltanto per ottenere rapidamente una risposta rischia di trasformarla in una scorciatoia.

Chi invece la utilizza per confrontare idee, elaborare informazioni, correggere un testo, cercare nuove prospettive e poi verificare ciò che è importante può trasformarla in un vero strumento di lavoro.

La differenza, in fondo, rimane tutta nella persona che sta davanti allo schermo.

E questo vale anche per il giornalismo.

L’intelligenza artificiale può aiutare a scrivere un articolo, ma non può assumersi la responsabilità dell’articolo. La responsabilità rimane di chi lo pubblica.

La domanda che resta aperta

Siamo ancora lontani dall’intelligenza artificiale generale, quella ipotetica tecnologia capace di apprendere e ragionare in modo paragonabile all’essere umano in qualsiasi campo.

Ma la distanza tra uomo e macchina, almeno nella comunicazione, si è già ridotta enormemente.

ChatGPT non ha bisogno di essere una persona per sembrare una persona.

Ed è proprio questo il punto che dovremmo ricordare ogni volta che iniziamo una conversazione con un’intelligenza artificiale: non dobbiamo chiederci soltanto quanto sia intelligente la macchina. Dobbiamo chiederci quanto siamo capaci noi di utilizzarla senza rinunciare al nostro giudizio.

 




Italia e Stati Uniti rafforzano la cooperazione ambientale: accordo a Houston

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Italia e Stati Uniti rafforzano la collaborazione sui temi ambientali. A Houston, durante i lavori del G20 Energia, la viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Vannia Gava ha firmato con l’amministratore della U.S. Environmental Protection Agency (EPA), Lee Zeldin, un Memorandum of Understanding (MoU) destinato a intensificare lo scambio di esperienze e competenze tra i due Paesi.

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Rifiuti, acqua ed economia circolare

L’accordo comprende diversi settori della politica ambientale: dalla gestione dei rifiuti all’economia circolare, dal contrasto allo spreco alimentare al riutilizzo delle risorse idriche.

L’obiettivo indicato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica è favorire una collaborazione concreta, basata sull’innovazione e sulla condivisione di soluzioni che possano essere applicate da cittadini, imprese e amministrazioni territoriali.

Il memorandum arriva al termine della partecipazione italiana al G20 Energia di Houston, dove la delegazione guidata da Gava ha affrontato anche i temi della sicurezza energetica, dei materiali critici e della cooperazione internazionale.

Dall’esperienza di Milano-Cortina a Los Angeles 2028

Uno dei passaggi più particolari dell’intesa riguarda i grandi eventi internazionali.

L’EPA statunitense ha infatti chiesto il supporto italiano in materia di sostenibilità in vista dei Giochi olimpici di Los Angeles 2028, facendo riferimento all’esperienza maturata dall’Italia con Milano-Cortina 2026.

L’obiettivo è valorizzare le competenze e le pratiche sviluppate in Italia nella gestione sostenibile di eventi di grandi dimensioni e trasferire queste esperienze al prossimo appuntamento olimpico statunitense.

Un rapporto che si allarga

Il memorandum si inserisce in un quadro più ampio di collaborazione tra Italia e Stati Uniti. La missione italiana a Houston ha infatti rappresentato anche un’occasione di confronto sulle questioni energetiche e sulle nuove sfide legate alla sicurezza degli approvvigionamenti e alla sostenibilità.

La cooperazione ambientale aggiunge così un altro settore a un rapporto bilaterale che comprende già energia, tecnologia, ricerca e industria.

Per l’Italia, inoltre, la richiesta americana di condividere l’esperienza di Milano-Cortina rappresenta un riconoscimento delle competenze sviluppate nella progettazione e nella gestione sostenibile dei grandi eventi.

L’accordo firmato a Houston punta ora a trasformare questo confronto in una collaborazione più strutturata, attraverso lo scambio di conoscenze, tecnologie e buone pratiche tra le istituzioni dei due Paesi.




Un cielo pieno di aerei: oltre 100 mila voli al giorno e milioni di tonnellate di CO₂

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Guardiamo il cielo e vediamo passare un aereo.

Poi un altro.

E magari, qualche minuto dopo, una terza scia bianca attraversa l’orizzonte.

Ma quanti aerei stanno realmente volando in questo momento sopra le nostre teste? E soprattutto: quanto pesa sull’ambiente il modo in cui oggi ci muoviamo da un continente all’altro?

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La risposta alla prima domanda è sorprendente.

Nel 2026 il numero medio dei voli commerciali programmati nel mondo è di circa 105.700 al giorno. Il dato di OAG, aggiornato a settembre, considera oltre 27 milioni di voli programmati dall’inizio dell’anno.

Sono quasi 4.400 voli ogni ora, in media.

Vale a dire più di 70 voli ogni minuto.

Naturalmente non tutti gli aerei sono contemporaneamente in volo: il traffico è distribuito tra giorno e notte e tra le diverse aree del pianeta. Ma il numero dà comunque un’idea delle dimensioni gigantesche dell’aviazione civile mondiale.

Quanta CO₂ producono?

Qui arriviamo alla seconda domanda.

Secondo i dati IATA, nel 2024 le compagnie aeree hanno prodotto complessivamente circa 942 milioni di tonnellate di CO₂ dalle operazioni di volo. Il dato comprende le emissioni dirette degli aerei e rappresenta un aumento rispetto agli 882 milioni di tonnellate del 2023.

Se dividiamo semplicemente il dato annuale per 365 giorni, arriviamo a circa:

2,58 milioni di tonnellate di CO₂ al giorno.

Oppure, in termini ancora più impressionanti:

circa 30 tonnellate di CO₂ ogni secondo.

Naturalmente si tratta di una media matematica: le emissioni reali variano in funzione del traffico, delle rotte, degli aerei utilizzati e di molti altri fattori.

Ma il dato resta impressionante.

L’aviazione è responsabile di tutto questo?

No. E qui è importante evitare semplificazioni.

L’aviazione rappresenta una quota relativamente piccola delle emissioni globali di CO₂ rispetto a settori come produzione di energia, industria, trasporti terrestri e agricoltura.

L’ICAO stima che l’aviazione rappresenti circa il 2,4% delle emissioni globali di CO₂.

Ma c’è una particolarità.

Gli aerei non emettono soltanto CO₂.

Volano a quote dove l’atmosfera è molto diversa da quella vicino alla superficie terrestre e i loro motori rilasciano anche ossidi di azoto, particolato e vapore acqueo.

E soprattutto lasciano quelle strisce bianche che tutti conosciamo.

Quelle scie bianche non sono soltanto “fumo”

Le scie di condensazione, o contrails, si formano quando il vapore acqueo contenuto nei gas di scarico degli aerei incontra l’aria molto fredda ad alta quota e forma cristalli di ghiaccio.

In determinate condizioni atmosferiche possono persistere a lungo, allargarsi e trasformarsi in nubi sottili chiamate cirri indotti dall’aviazione.

L’IPCC considera proprio le contrails e i cirri prodotti dall’aviazione tra i principali effetti climatici dell’aviazione oltre alla CO₂.

Ed è qui che il calcolo diventa più complicato.

Non possiamo dire semplicemente: “942 milioni di tonnellate di CO₂ più un’altra quantità equivalente”.

Gli effetti non-CO₂ non sono una quantità di CO₂ aggiuntiva realmente emessa. Sono un effetto climatico che deve essere stimato attraverso modelli e misure di radiative forcing.

L’IPCC sottolinea infatti che proprio questi effetti sono tra gli aspetti più incerti nella valutazione dell’impatto climatico dell’aviazione.

Gli aerei diventano più efficienti. Ma continuiamo a volare di più

Ed ecco uno dei paradossi più interessanti.

Gli aerei moderni consumano meno carburante per passeggero e per chilometro rispetto alle generazioni precedenti. I motori sono più efficienti, gli aerei sono più leggeri e le compagnie riescono a riempire meglio i velivoli.

Nel 2024, secondo IATA, le emissioni per unità di traffico sono diminuite del 3,7% rispetto all’anno precedente.

Eppure le emissioni complessive sono aumentate.

Perché?

Perché voliamo sempre di più.

IATA registra infatti un aumento del traffico superiore ai miglioramenti ottenuti nell’efficienza. Il risultato è che ogni passeggero può viaggiare in modo relativamente più efficiente, ma il sistema nel suo complesso continua a produrre più emissioni.

È lo stesso paradosso che si presenta in molti altri settori della tecnologia: rendiamo il singolo prodotto più efficiente, ma ne utilizziamo sempre di più.

E allora dovremmo smettere di volare?

È probabilmente la domanda sbagliata.

L’aviazione moderna non serve soltanto al turismo.

Trasporta merci, collega famiglie separate da oceani, permette alle imprese di lavorare su mercati internazionali, consente interventi umanitari e sanitari e rende possibile, in poche ore, quello che un secolo fa avrebbe richiesto settimane.

Il problema non è quindi semplicemente l’esistenza dell’aereo.

È la quantità di traffico aereo e il carburante utilizzato per alimentarlo.

E qui la partita diventa tecnologica.

Carburanti sostenibili, nuovi motori, aerei più efficienti, migliore gestione delle rotte e, nel lungo periodo, nuove forme di propulsione potrebbero ridurre l’impatto.

Ma nessuna di queste soluzioni è ancora in grado di eliminare rapidamente il problema.

Il paradosso del nostro cielo

C’è qualcosa di simbolico in tutto questo.

Ogni giorno più di centomila voli commerciali attraversano il pianeta.

Noi vediamo soltanto quelli che passano sopra la nostra testa.

Dietro ogni puntino bianco nel cielo ci sono carburante bruciato, passeggeri, merci, lavoro, turismo, commercio e collegamenti tra Paesi.

E ci sono anche emissioni.

L’aviazione non è il principale responsabile del cambiamento climatico, ma è uno dei settori nei quali la crescita della domanda rischia di rendere più difficile il raggiungimento degli obiettivi climatici.

Perché possiamo costruire un aereo che consuma meno.

Possiamo migliorare il motore.

Possiamo ottimizzare la rotta.

Possiamo utilizzare carburanti alternativi.

Ma c’è una domanda alla quale la tecnologia da sola non può rispondere: quanto vogliamo continuare a volare?

Perché il cielo del futuro potrebbe essere ancora più affollato di quello di oggi.

E se il numero dei voli continuerà a crescere più rapidamente dell’efficienza degli aerei, anche un’aviazione tecnologicamente migliore potrebbe continuare a produrre sempre più emissioni.

Il vero problema, quindi, non è l’aereo che vediamo passare sopra casa.

È la somma di tutti gli aerei che, nello stesso momento, stanno attraversando il cielo del pianeta.




Intelligenza artificiale, Anthropic lancia l’allarme: Claude usato in ricerche biologiche potenzialmente pericolose

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L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più profondamente nei laboratori scientifici. E proprio questa capacità, che può accelerare la ricerca di nuovi farmaci e terapie, sta aprendo anche una zona grigia difficile da controllare: quella delle applicazioni biologiche che possono essere utilizzate tanto per curare quanto per provocare danni.

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A lanciare l’allarme è Anthropic, la società che sviluppa Claude, uno dei principali modelli di intelligenza artificiale generativa. In un rapporto pubblicato questa settimana, l’azienda afferma di avere individuato e bloccato cinque casi nei quali i propri modelli erano stati utilizzati in attività di ricerca potenzialmente riconducibili allo sviluppo di armi biologiche.

La precisazione è importante: Anthropic non sostiene che siano state costruite armi biologiche utilizzando Claude e non afferma neppure che i ricercatori coinvolti avessero necessariamente intenzioni criminali. La società ha scelto di non rendere pubblici i nomi degli istituti, dei Paesi e degli agenti biologici coinvolti, proprio perché si tratta di scienziati e perché non è possibile stabilire con certezza le loro intenzioni.

Il problema è la ricerca “dual use”

È questo il punto più delicato dell’intera vicenda.

La ricerca biologica non può essere facilmente divisa in attività buone e cattive. Una stessa conoscenza può servire a comprendere meglio un virus e sviluppare un vaccino oppure, in mani diverse, a rendere un agente patogeno più pericoloso.

È quello che gli esperti definiscono dual use, cioè uso duale.

Anthropic sostiene che proprio questa caratteristica rende molto più difficile affidarsi esclusivamente ai filtri automatici. Un sistema può riconoscere una richiesta apertamente pericolosa, ma può avere molte più difficoltà quando una serie di domande apparentemente legittime, considerate nel loro insieme, rivela un’attività potenzialmente rischiosa.

Cinque casi sotto osservazione

Nel primo caso individuato dall’azienda, una piattaforma utilizzata da ricercatori nel settore delle scienze della vita avrebbe cercato di aggirare le restrizioni territoriali di Anthropic. Tra le attività individuate figurava la preparazione di una richiesta di finanziamento relativa a una ricerca sul virus chikungunya.

In un secondo caso, un ricercatore avrebbe utilizzato Claude per settimane nell’ambito di uno studio sull’adattamento dell’influenza aviaria ai mammiferi.

Un terzo caso riguardava la preparazione, con l’aiuto del modello, di una proposta di ricerca relativa agli orthopoxvirus, la famiglia di virus alla quale appartengono anche il vaiolo e il mpox.

Gli altri due casi riguardavano ricerche su veleni e tossine. Anche qui la distinzione tra applicazioni terapeutiche e potenziali applicazioni dannose risultava particolarmente difficile.

Anthropic afferma di avere bloccato gli account collegati alle attività individuate e di av




Intelligenza artificiale, cresce l’allarme sui rischi estremi: “Oltre il 10% di possibilità di estinzione”

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Un ricercatore di Anthropic ritiene superiore al 10% la probabilità che l’IA possa provocare l’estinzione dell’umanità entro un decennio. Non è una previsione, ma una valutazione sul rischio futuro della superintelligenza.

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Quanto è grande il rischio che l’intelligenza artificiale possa un giorno sfuggire al controllo umano? La domanda, fino a pochi anni fa confinata soprattutto nei dibattiti tra esperti e filosofi della tecnologia, sta diventando sempre più centrale anche all’interno delle aziende che sviluppano i sistemi di IA.

A riaccendere il dibattito è stato Evan Hubinger, ricercatore di Anthropic specializzato proprio nella sicurezza e nell’allineamento dell’intelligenza artificiale. In un intervento pubblicato sui social, Hubinger ha affermato di ritenere superiore al 10% la possibilità che l’IA possa portare all’estinzione dell’umanità nei prossimi dieci anni.

È una dichiarazione estremamente forte, ma va letta nel suo corretto contesto: non significa che esista una previsione secondo cui tra dieci anni l’umanità avrà una probabilità del 10% di essere sterminata. Si tratta della stima soggettiva di un ricercatore sul rischio di uno scenario estremo legato allo sviluppo di sistemi di IA molto più avanzati di quelli attualmente disponibili.

Il problema del controllo

Hubinger lavora sul cosiddetto AI alignment, cioè sull’obiettivo di fare in modo che sistemi sempre più potenti rimangano coerenti con gli obiettivi e i valori stabiliti dagli esseri umani.

Ed è proprio questo il nodo della sua preoccupazione.

Secondo il ricercatore, Anthropic considera realmente il rischio esistenziale dell’IA, ma non avrebbe ancora un piano risolutivo per garantire che una futura superintelligenza rimanga sotto controllo umano. Ha anche sostenuto che l’attuale ritmo di sviluppo potrebbe essere troppo rapido rispetto alla capacità della ricerca sulla sicurezza di tenere il passo.

Il timore non riguarda necessariamente una macchina che “decide di distruggere l’umanità” nel senso cinematografico del termine. Gli scenari studiati dagli esperti sono molto più complessi e possono riguardare perdita di controllo, uso autonomo di risorse, cyberattacchi, manipolazione delle informazioni, armi autonome o sistemi capaci di perseguire obiettivi non compatibili con quelli umani.

Non è l’unico allarme

Le dichiarazioni di Hubinger arrivano dopo quelle di Jacob Coxon, un altro ricercatore che ha recentemente lasciato Anthropic e ha accusato l’industria dell’IA di procedere troppo velocemente nello sviluppo di sistemi sempre più potenti. Anche Coxon ha espresso la convinzione che i rischi di una futura IA sovrumana non vengano affrontati adeguatamente.

Le sue parole e quelle di Hubinger hanno provocato reazioni anche fuori dal settore tecnologico. Wendy Hall, informatica britannica e consulente delle Nazioni Unite sull’IA, ha definito sorprendenti le dichiarazioni, pur invitando a considerare anche la possibilità che dietro alcuni degli allarmi possa esserci una componente di comunicazione e marketing aziendale.

La discussione è quindi tutt’altro che chiusa.

Cosa dicono gli altri esperti

L’idea che l’IA possa comportare rischi catastrofici non appartiene soltanto ad Anthropic.

Uno studio condotto da ricercatori del MIT e dell’Università del Queensland, basato sulle valutazioni di 272 specialisti dell’IA provenienti da 37 Paesi, ha rilevato preoccupazioni significative per diverse categorie di rischio: cyberattacchi, armi basate sull’IA, concentrazione del potere, disinformazione e capacità autonome sempre più avanzate.

In un altro grande sondaggio, che ha coinvolto 2.778 ricercatori di IA, una parte consistente degli intervistati ha attribuito almeno una probabilità del 10% a scenari estremamente negativi, compresa l’estinzione umana. I risultati mostrano però anche una forte incertezza e profonde divisioni tra gli stessi esperti.

Questo è forse l’elemento più importante: non esiste oggi un consenso scientifico sulla probabilità che l’IA possa causare l’estinzione dell’umanità.

Il vero problema è quanto velocemente stiamo correndo

La questione non è quindi stabilire se dobbiamo credere o meno al “10%” indicato da Hubinger.

La domanda più concreta è un’altra: la ricerca sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale sta procedendo abbastanza velocemente da accompagnare lo sviluppo delle sue capacità?

I sistemi di IA stanno diventando sempre più autonomi e capaci di utilizzare strumenti esterni, scrivere codice, analizzare grandi quantità di informazioni e svolgere compiti complessi. Parallelamente, sono già emersi casi nei quali strumenti basati sull’IA sono stati utilizzati in attività informatiche offensive, anche se molto lontane dallo scenario dell’estinzione umana.

Per questo il dibattito non riguarda più soltanto il futuro remoto.

Riguarda quanto controllo vogliamo mantenere sugli strumenti che stiamo costruendo oggi.

E, soprattutto, se saremo capaci di stabilire regole e sistemi di sicurezza prima che le macchine diventino molto più potenti di quanto possiamo prevedere.




Italia e Canada scommettono insieme sulle tecnologie quantistiche

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Non è soltanto una collaborazione tra istituzioni scientifiche. Gli accordi firmati a Toronto segnano un passo verso una cooperazione più strutturata tra Italia e Canada in uno dei settori tecnologici considerati strategici per il futuro: quello delle tecnologie quantistiche.

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Il nuovo capitolo della collaborazione è stato presentato il 1° settembre a Toronto, durante il seminario “Building Quantum Bridges: Italy–Canada Partnership for the Quantum Future”, organizzato dall’Ufficio Scientifico dell’Ambasciata d’Italia in Canada presso l’Istituto Italiano di Cultura.

L’occasione è stata la firma di due Protocolli di Intesa. Il primo coinvolge il Centre for Quantum Information and Quantum Control (CQIQC) e tre importanti enti italiani: INFN, CNR ed ENEA. Il secondo mette invece in relazione gli stessi enti italiani con il Perimeter Institute for Theoretical Physics e con l’Institute for Quantum Computing dell’Università di Waterloo.

Dalla ricerca alle applicazioni

L’obiettivo non è soltanto favorire nuovi rapporti accademici. Le intese prevedono la possibilità di sviluppare iniziative scientifiche congiunte, scambi tra ricercatori e nuove sinergie tra gli ecosistemi della ricerca dei due Paesi.

Il settore quantistico comprende infatti ambiti molto diversi: dal calcolo e dalla simulazione alla comunicazione, dalla sensoristica fino alla ricerca fondamentale. Per l’Italia si tratta di un comparto nel quale il governo ha definito una strategia nazionale che punta a collegare ricerca, industria, sicurezza e internazionalizzazione.

Il Canada, dal canto suo, dispone di importanti centri di ricerca specializzati, tra cui quelli coinvolti nei nuovi accordi. La collaborazione può quindi mettere in contatto competenze complementari e favorire il passaggio dalla ricerca scientifica allo sviluppo di tecnologie e applicazioni.

Un ponte scientifico tra i due Paesi

Al seminario di Toronto hanno partecipato esponenti del mondo scientifico e accademico italiano e canadese. Tra i presenti il console generale d’Italia a Toronto Andrea Bertozzi, la direttrice regionale per l’Ontario di Global Affairs Canada Janice Vogtle, il presidente dell’INFN Antonio Zoccoli, Luigi De Dominicis per ENEA e Stefano Fabris per il CNR.

Per l’Italia, l’iniziativa rappresenta anche un esempio di quella diplomazia scientifica che negli ultimi anni sta assumendo un ruolo sempre più importante nelle relazioni internazionali.

La partita delle tecnologie quantistiche è appena iniziata e coinvolge ricerca, industria e sicurezza. Per questo, costruire oggi collaborazioni internazionali può significare conquistare domani una posizione più forte in un settore destinato a cambiare profondamente il modo in cui vengono elaborati dati, comunicazioni e informazioni.




Ricerca e innovazione, tre premi italiani aprono nuove opportunità in Messico

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Dalla scienza all’imprenditoria tecnologica: l’Italia rafforza la collaborazione con il Messico.

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La ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica diventano ancora una volta un terreno privilegiato per rafforzare i rapporti tra Italia e Messico.

L’Ambasciata d’Italia a Città del Messico ha presentato tre iniziative promosse dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, rivolte a ricercatrici, ricercatori e imprenditori che operano nei settori della scienza e della tecnologia.

Non si tratta soltanto di premi.

Sono strumenti pensati per creare collegamenti, favorire la collaborazione scientifica e dare visibilità internazionale a chi sta sviluppando nuove idee e nuove tecnologie.

Science, She Says!: spazio alle giovani scienziate

La prima iniziativa è la quarta edizione di “Science, She Says!”, premio dedicato a una giovane ricercatrice straniera che abbia dato un contributo particolarmente significativo alla scienza e alla tecnologia.

Per l’area dell’America Latina e dei Caraibi, la candidatura riguarda ricercatrici straniere residenti in Messico da almeno il 1° gennaio 2024, che non abbiano compiuto 40 anni alla data del 15 settembre 2026.

La vincitrice riceverà una medaglia e un diploma, che saranno consegnati durante una cerimonia organizzata dall’Ambasciata italiana.

L’iniziativa ha anche un valore simbolico importante: riconoscere il ruolo delle giovani donne nella ricerca scientifica e dare visibilità a talenti che spesso faticano a emergere.

Un premio per la cooperazione scientifica Italia-Messico

La seconda iniziativa è il Premio per la cooperazione scientifica bilaterale italiana.

È rivolto a un ricercatore italiano under 35 che si sia distinto non soltanto per la qualità della propria attività scientifica, ma anche per la capacità di costruire rapporti e reti di collaborazione durature.

Il premio prevede un finanziamento di 15.000 euro, destinato a sostenere un progetto di ricerca bilaterale e a coprire le spese di un soggiorno di studio di tre mesi in Italia.

È un modo concreto per trasformare un riconoscimento in una nuova opportunità di ricerca.

E soprattutto per creare rapporti che possano continuare nel tempo tra ricercatori italiani e messicani.

L’innovazione che parla italiano

La terza iniziativa guarda invece al mondo dell’impresa.

È la nona edizione di “L’innovazione che parla italiano”, il premio dedicato agli imprenditori italiani che hanno fondato startup tecnologiche in Messico da non più di cinque anni.

È un riconoscimento particolarmente interessante per gli italiani che hanno scelto il Messico come luogo per sviluppare una nuova impresa.

Il vincitore sarà invitato a presentare il proprio progetto e il proprio piano d’impresa alla Conferenza degli addetti scientifici, spaziali e degli esperti agricoli, prevista a Reggio Calabria nel mese di novembre.

In questo caso il premio diventa anche una vetrina internazionale per l’imprenditoria italiana.

Un ponte tra due sistemi di ricerca

Le tre iniziative hanno un elemento comune: creare ponti.

Il Messico dispone di un sistema universitario e scientifico importante e di un ecosistema imprenditoriale in crescita.

L’Italia, dal canto suo, può mettere a disposizione competenze, università, centri di ricerca e imprese innovative.

La collaborazione tra i due Paesi nel settore scientifico non è una novità. L’Ambasciata italiana ricorda infatti l’esistenza di numerosi accordi tra università e centri di ricerca italiani e messicani e di diversi progetti bilaterali in corso.

Anche gli italiani all’estero protagonisti

Per Fatti Nostri c’è un elemento particolarmente interessante.

Uno dei tre premi è rivolto direttamente agli italiani che hanno costruito la propria esperienza professionale fuori dall’Italia.

È un altro esempio di come l’emigrazione italiana contemporanea sia molto diversa da quella di un tempo.

Oggi non partono soltanto persone in cerca di un lavoro.

Partono ricercatori, ingegneri, informatici, imprenditori e professionisti che scelgono un altro Paese per sviluppare le proprie competenze e le proprie idee.

E possono diventare, allo stesso tempo, un ponte tra l’Italia e il Paese che li accoglie.

Il Messico come laboratorio di innovazione

La scelta del Messico non è casuale.

Il Paese sta sviluppando rapidamente settori legati alla tecnologia, alla ricerca, all’intelligenza artificiale, alla manifattura avanzata e alle startup.

Per le imprese e i ricercatori italiani rappresenta quindi un mercato importante e un ambiente nel quale creare nuove collaborazioni.

Questi premi possono contribuire proprio a far emergere le esperienze più interessanti.

Non soltanto medaglie

Il valore di iniziative come queste non si misura soltanto nel premio finale.

Una medaglia o un finanziamento sono certamente importanti.

Ma forse ancora più importante è la possibilità di entrare in una rete di contatti internazionali, incontrare altri ricercatori, presentare il proprio lavoro e creare nuove collaborazioni.

In altre parole, il vero premio può essere quello che arriva dopo il premio.

Un progetto può trovare nuovi partner.

Una startup può incontrare nuovi investitori.

Un giovane ricercatore può aprire una collaborazione con un’università italiana.

Una giovane scienziata può ottenere una visibilità che altrimenti sarebbe molto più difficile raggiungere.

La scadenza è vicina

Per tutte e tre le iniziative le candidature dovranno essere presentate entro il 20 settembre 2026, secondo le informazioni pubblicate da Punto d’Incontro.

Chi possiede i requisiti ha quindi ancora qualche settimana per preparare la propria candidatura.

E per gli italiani residenti in Messico impegnati nella ricerca o nell’innovazione, può essere un’opportunità da non lasciarsi sfuggire.

Italia e Messico guardano insieme al futuro

La collaborazione tra i due Paesi non passa soltanto dalla cultura, dalla gastronomia, dalle imprese o dal commercio.

Passa anche dalla conoscenza.

E forse è proprio questo uno dei terreni sui quali Italia e Messico possono costruire i rapporti più importanti per il futuro.

Perché la ricerca non conosce confini.

E quando due Paesi mettono in comune idee, competenze e talento, il risultato può essere molto più grande della somma delle singole esperienze.

Tre premi, tre strade diverse, un unico obiettivo: fare della ricerca e dell’innovazione un ponte sempre più solido tra Italia e Messico.




Una polizza contro gli uragani per salvare le barriere coralline dei Caraibi

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Può sembrare una di quelle notizie che appartengono a un futuro ancora lontano.

Invece è già realtà.

Per la prima volta è stata lanciata una polizza assicurativa parametrica dedicata alle barriere coralline, con l’obiettivo di fornire rapidamente le risorse necessarie per intervenire dopo il passaggio di un uragano.

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E tra i territori interessati c’è anche la Repubblica Dominicana.

Il progetto pilota, sviluppato da Willis in collaborazione con il Caribbean Biodiversity Fund, proteggerà circa 1.800 chilometri quadrati di barriere coralline distribuite lungo le coste di Repubblica Dominicana, Giamaica, Saint Lucia e Saint Vincent e Grenadine.

Ma come si può assicurare una barriera corallina?

È questa la parte più curiosa della storia.

Non si tratta di assicurare un bene materiale come una casa, un’automobile o un’attività commerciale.

La polizza è costruita per finanziare gli interventi di emergenza e di ripristino dell’ecosistema corallino quando un uragano raggiunge determinate caratteristiche e interessa l’area assicurata.

Il sistema è chiamato “Dynamic Cat-in-Circle”.

La caratteristica innovativa consiste nel fatto che l’area interessata dalla copertura può adattarsi alla traiettoria dell’uragano, riducendo il problema dei cosiddetti near miss: situazioni nelle quali un ciclone passa molto vicino all’area assicurata, provocando comunque danni, ma senza entrare nel perimetro fisso previsto da una polizza tradizionale.

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Perché proprio le barriere coralline?

Perché il corallo non è soltanto qualcosa di bello da osservare durante un’immersione.

È una difesa naturale delle coste.

Le barriere contribuiscono a ridurre l’energia delle onde e quindi a proteggere le comunità costiere dall’erosione e dall’impatto delle tempeste.

E nei Caraibi questa funzione assume un’importanza enorme.

La barriera corallina sostiene inoltre attività economiche fondamentali come pesca e turismo.

Quando un uragano danneggia un reef, quindi, non viene distrutto soltanto un ambiente naturale.

Viene indebolita anche una parte della protezione naturale della costa e può essere colpita un’economia che dipende dal mare.

La Repubblica Dominicana è direttamente coinvolta

Per noi che viviamo nella Repubblica Dominicana la notizia ha un interesse particolare.

Le coste dominicane sono una delle grandi risorse naturali e turistiche del Paese.

Il mare, le spiagge e gli ecosistemi marini rappresentano una componente fondamentale dell’economia turistica.

Ma i Caraibi sono anche una delle regioni del mondo maggiormente esposte agli uragani.

E quando un ciclone particolarmente forte attraversa una zona costiera, i danni possono essere enormi.

La nuova assicurazione introduce quindi un concetto interessante:

non aspettare che il danno sia diventato irreversibile per cominciare a cercare i soldi necessari per ripararlo.

I soldi arrivano quando servono

È proprio questa la forza delle assicurazioni parametriche.

In una polizza tradizionale bisogna normalmente valutare i danni prima di procedere al risarcimento.

In questo caso, invece, il pagamento viene attivato quando vengono raggiunti determinati parametri meteorologici prestabiliti.

Se un uragano raggiunge le condizioni previste dalla polizza, le risorse possono essere messe rapidamente a disposizione.

Questo è particolarmente importante per un ecosistema fragile.

Dopo una tempesta, infatti, il tempo può essere determinante.

Un intervento rapido può contribuire a salvare coralli danneggiati, ripristinare strutture e impedire che un danno iniziale si trasformi in una perdita molto più grande.

Non è soltanto una questione ambientale

C’è anche una questione economica.

Una barriera corallina in buona salute significa turismo, pesca, biodiversità e protezione della costa.

Il turista che arriva nei Caraibi non cerca soltanto una spiaggia.

Cerca il mare trasparente, i pesci tropicali, le immersioni, lo snorkeling e tutto quell’ecosistema che rende queste isole così diverse da molte altre destinazioni.

Se la barriera si deteriora, a lungo termine può deteriorarsi anche l’attrattiva turistica del territorio.

Proteggere il reef significa quindi proteggere anche una parte dell’economia caraibica.

Una nuova frontiera delle assicurazioni

La novità più interessante è forse proprio questa.

Per decenni abbiamo considerato l’assicurazione come uno strumento destinato a proteggere persone, aziende e beni.

Ora si comincia a pensare che possa essere utilizzata anche per proteggere i servizi che la natura offre gratuitamente.

Una barriera corallina non ha un proprietario nel senso tradizionale del termine.

Ma ha un valore enorme per milioni di persone.

Proteggerla significa quindi investire nella sicurezza e nell’economia delle comunità che vivono lungo le coste.

Il cambiamento climatico rende tutto più urgente

Il progetto arriva inoltre in un momento nel quale gli ecosistemi corallini sono sottoposti a pressioni sempre maggiori.

L’aumento delle temperature marine, lo sbiancamento dei coralli, l’inquinamento e gli eventi meteorologici estremi stanno mettendo a dura prova queste strutture naturali.

Gli uragani rappresentano una delle minacce più immediate.

Una barriera già indebolita dalle alte temperature può avere infatti maggiore difficoltà a recuperare dopo il passaggio di una tempesta.

Ecco perché prevenzione, protezione e intervento rapido diventano sempre più importanti.

Una buona notizia per i Caraibi

La nuova polizza non risolverà certamente tutti i problemi delle barriere coralline.

Non fermerà il cambiamento climatico.

Non impedirà agli uragani di arrivare.

Ma introduce qualcosa di nuovo: un meccanismo finanziario specificamente pensato per aiutare la natura a riprendersi dopo una catastrofe.

E il fatto che tra le prime aree interessate ci siano proprio le coste della Repubblica Dominicana rende questa esperienza particolarmente importante per noi.

Perché nei Caraibi la barriera corallina non è soltanto un patrimonio naturale.

È parte del paesaggio, dell’economia e della vita quotidiana.

E adesso, per la prima volta, c’è anche una polizza che prova ad assicurare il suo futuro.




Repubblica Dominicana, quanto è davvero vulnerabile a un grande terremoto? Gli esperti lanciano l’allarme

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La domanda non è se la Repubblica Dominicana sia esposta ai terremoti.

La domanda è quanto il Paese sarebbe preparato ad affrontarne uno di grande intensità.

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Un nuovo approfondimento sulla vulnerabilità sismica delle infrastrutture dominicane riporta al centro dell’attenzione un problema che spesso viene dimenticato fino a quando la terra non ricomincia a tremare: la Repubblica Dominicana si trova in una zona geologicamente molto attiva e presenta diverse faglie capaci di generare terremoti importanti.

Gli specialisti che hanno partecipato a un recente panel sulla vulnerabilità sismica e sulla sicurezza strutturale hanno sottolineato che il rischio non può essere ignorato.

Circa 18 faglie attive

Secondo gli esperti, nella Repubblica Dominicana sono conosciute circa 18 strutture sismiche attive.

Tra quelle considerate maggiormente importanti ci sono la faglia Septentrionale, che attraversa la parte settentrionale dell’isola arrivando fino alla zona di Samaná, e la faglia di Enriquillo, che interessa il sud del Paese e l’area della frontiera con Haiti.

A queste si aggiungono strutture sottomarine come la Fossa di Hispaniola, a nord, e la Fossa dei Morti, che interessa anche l’area di Santo Domingo.

Insomma, la posizione geografica della Repubblica Dominicana non lascia molto spazio alla tranquillità.

Il ricordo del terremoto del 1946

C’è una data che gli esperti continuano a ricordare: 4 agosto 1946.

Quel giorno un terremoto di grande intensità colpì la Repubblica Dominicana e provocò anche uno tsunami.

Sono trascorsi ottant’anni.

Secondo quanto spiegato dagli specialisti, il tempo di ritorno che in passato veniva considerato per un grande evento lungo la faglia Septentrionale era nell’ordine dei 50 anni.

Naturalmente questo non significa che un terremoto debba necessariamente verificarsi perché è trascorso un determinato numero di anni.

La sismologia non funziona come un orologio.

Ma significa che il rischio deve essere preso seriamente e che il Paese non può permettersi di considerarsi al sicuro soltanto perché negli ultimi decenni non si è verificato un evento catastrofico.

Il terremoto non è il vero nemico

C’è una frase pronunciata durante il panel che merita di essere ricordata:

«I terremoti non uccidono. Quello che uccide sono le strutture».

Il concetto è fondamentale.

Un terremoto è un fenomeno naturale.

La quantità di vittime e di danni dipende invece in larga misura dalla qualità degli edifici, dalla progettazione, dal terreno sul quale vengono costruiti e dal rispetto delle norme antisismiche.

Ed è proprio qui che si trova una delle maggiori vulnerabilità della Repubblica Dominicana.

Quanto sono sicuri gli edifici?

È questa probabilmente la domanda più importante.

Non basta sapere dove si trovano le faglie.

Bisogna sapere come reagirebbero gli edifici costruiti sopra di esse.

Una casa moderna progettata secondo criteri antisismici può sopportare una scossa molto meglio di una costruzione vecchia, modificata senza controlli o realizzata senza rispettare adeguatamente le norme.

E il problema riguarda tanto le abitazioni private quanto gli edifici pubblici, le scuole, gli ospedali e le infrastrutture essenziali.

Per questo gli studi di vulnerabilità delle costruzioni rappresentano uno strumento fondamentale di prevenzione.

La microzonizzazione può fare la differenza

Le autorità hanno avviato anche studi di microzonizzazione sismica in diverse aree urbane, tra cui Santo Domingo, Santo Domingo Oeste, Santiago e Barahona.

L’obiettivo è capire come i diversi tipi di terreno possano amplificare o attenuare le onde sismiche e utilizzare queste informazioni per migliorare la progettazione degli edifici.

È un lavoro che forse non fa notizia quanto un terremoto.

Ma è molto più importante.

Perché la prevenzione si costruisce prima della scossa.

Anche la popolazione deve essere preparata

La sicurezza antisismica non riguarda soltanto ingegneri e autorità.

Riguarda tutti.

Sapere dove ripararsi durante una scossa, quali oggetti possono diventare pericolosi, come interrompere eventualmente gas ed elettricità e soprattutto come comportarsi dopo il terremoto può salvare vite.

E c’è un altro elemento fondamentale: non aspettare il terremoto per informarsi.

Quando la terra trema, il tempo per prendere decisioni è pochissimo.

Una lezione che arriva anche da altri Paesi

Durante il panel è stato citato il caso del Giappone, Paese che ha sviluppato nel corso dei decenni una delle più avanzate culture antisismiche del mondo.

Il Giappone non può impedire ai terremoti di verificarsi.

Può però ridurre drasticamente le loro conseguenze attraverso edifici progettati per resistere, sistemi di allerta, esercitazioni e una popolazione abituata a sapere cosa fare.

È una lezione che potrebbe essere particolarmente importante anche per la Repubblica Dominicana.

Non bisogna aspettare la tragedia

La cosa più preoccupante sarebbe trasformare queste informazioni in una previsione.

Nessuno può sapere quando avverrà il prossimo grande terremoto.

Ma proprio per questo non bisogna aspettare che avvenga.

Il vero significato degli studi sulla vulnerabilità sismica è un altro: capire oggi quali sono gli edifici più esposti, quali infrastrutture devono essere rafforzate e quali norme devono essere rispettate.

La Repubblica Dominicana ha già fatto passi avanti nel monitoraggio e nella conoscenza del proprio territorio. Ora la sfida è trasformare queste conoscenze in prevenzione concreta.

Una domanda che riguarda tutti

Chi vive a Santo Domingo, Santiago, Samaná, Puerto Plata, Barahona o in qualsiasi altra parte del Paese dovrebbe porsi una domanda molto semplice:

Se domani arrivasse una forte scossa, quanto sarebbe sicuro l’edificio nel quale vivo o lavoro?

Non è una domanda catastrofista.

È una domanda di buon senso.

Perché il terremoto non possiamo impedirlo.

Possiamo però fare molto per evitare che un terremoto naturale si trasformi in una catastrofe provocata dalla nostra impreparazione.




Aerospazio, Italia e Canada rafforzano l’alleanza: a Montréal la conferenza “Sovereign Skies”

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L’industria aerospaziale italiana guarda con sempre maggiore interesse al Canada. Il prossimo 22 settembre, Montréal ospiterà la Canada–Italy Aerospace Conference, un appuntamento che riunirà istituzioni, imprese e protagonisti dell’innovazione dei due Paesi per rafforzare la collaborazione nei settori della difesa, dello spazio e della manifattura avanzata.

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L’evento, intitolato “Sovereign Skies: Building the New Canada–Italy Industrial Alliance in Defence, Space and Advanced Manufacturing”, è organizzato dalla Camera di Commercio Italiana in Canada e nasce con l’obiettivo di creare nuove opportunità di cooperazione industriale in un contesto internazionale caratterizzato da profonde trasformazioni geopolitiche e tecnologiche.

La conferenza offrirà un’occasione di confronto sui temi della sovranità industriale, della sicurezza delle catene di approvvigionamento, dell’innovazione tecnologica e delle partnership transatlantiche. Attraverso tavole rotonde e incontri tra operatori del settore, imprese e rappresentanti istituzionali potranno individuare nuove prospettive di sviluppo e consolidare rapporti commerciali tra Italia e Canada.

Il programma prevede una sessione di registrazione e networking, i saluti istituzionali, due panel dedicati rispettivamente agli aspetti industriali e al quadro normativo, seguiti da un pranzo di lavoro e da incontri B2B destinati a favorire la nascita di nuove collaborazioni imprenditoriali.

Tra i relatori figurano esponenti di primo piano dell’industria aerospaziale nordamericana e internazionale, tra cui rappresentanti di MDA Space, CAE Defence & Security, Leonardo Canada e Boeing Global Services, con la moderazione della presidente di Aéro Montréal, Mélanie Lussier.

L’iniziativa conferma il crescente interesse verso un settore strategico che rappresenta uno dei motori dell’innovazione tecnologica. Per le aziende italiane, il mercato canadese offre opportunità significative nei comparti dell’aeronautica, dello spazio, dei sistemi di difesa e delle tecnologie avanzate, mentre per il Canada la collaborazione con l’industria italiana costituisce un’importante occasione per rafforzare i legami economici con uno dei principali partner europei.