Perché tornare sulla Luna?

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downloadIn una delle scene più significative (e disturbanti) del film ‘Don’t look up’, un personaggio – evidentemente ispirato a Elon Musk – fa abortire la missione destinata a distruggere un asteroide diretto verso la Terra per non disperdere nello spazio un’immensa risorsa di minerali pregiati. Le conseguenze di questa scelta sono note a chi ha visto il film e facilmente immaginabili da chi non l’ha visto e sono il perfetto paradigma dell’avidità che governa le intenzioni meno nobili nascoste dietro la nuova corsa alla Luna.

I detrattori delle rinnovate ambizioni extraplanetarie dell’industria aerospaziale mondiale si affidano a un assioma molto semplice: se da mezzo secolo non torniamo sulla Luna ci sarà pure un buon motivo. I sostenitori delle suddette ambizioni, da parte loro, spiegano che le condizioni sono radicalmente cambiate rispetto a cinquant’anni fa e che quella che all’epoca era solo una sfida geopolitica – dopo che i sovietici erano stati a sorpresa i primi a mandare un uomo nello spazio, Kennedy aveva deciso che gli americani sarebbero stati i primi a portarne uno sulla Luna – ora si è trasformata in una competizione squisitamente economica, lì dove per economia si intende anche il controllo di risorse che finiranno per condizionare la geopolitica.

Perché tornare sulla Luna

Se si va sulla Luna alla ricerca di risorse, comunque, non lo si fa tanto da riportarle sulla Terra, ma per permettere la creazione di una base quasi autosufficiente per preparare il salto successivo: quello verso Marte.

Ma di cosa andranno in cerca sulla Luna i novelli conquistadores? Sulla carta materiali rari, tra cui un misterioso minerale riportato sulla Terra nel 2020 dalla missione cinese Chang’e-5 e contenente fosfato ed elio-3. Il primo è un nutriente importantissimo per le piante che potrebbe essere utilizzato nelle serre in cui coltivare il necessario a produrre vegetazione anche a scopo alimentare. Il secondo potrebbe essere usato come carburante.

Destinazione Marte

Ma prima ancora di andare alla ricerca di minerali rari, bisogna trovare l’acqua. Trasportarla sulla Luna è quasi impensabile e quindi gli sforzi si concentreranno sui metodi per estrarla dalle riserve presenti in forma di ghiaccio. Un ghiaccio molto particolare perché molto più freddo di quello che conosciamo per uso domestico e che bisogna ancora studiare approfonditamente. Servirà agli astronauti per avere acqua potabile, ma anche per produrre l’ossigeno per rendere abitabili le basi lunari e l’idrogeno che in futuro potrebbe servire ad alimentare i razzi diretti verso Marte.

Una sequela di fallimenti

Che Marte sia la destinazione finale e la Luna solo una tappa è un dato assodato, ma per capire cosa andrebbe a fare l’uomo sul Pianeta Rosso bisognerebbe riaprire il capitolo di cui sopra: lo sfruttamento delle risorse. C’è chi sostiene che sia un’impresa economicamente svantaggiosa, eppure negli anni si sono moltiplicate le aziende dedicate alle estrazioni minerarie extraterrestri. C’era, ad esempio, ‘Planetary Resources’, creata nel 2009 nientedimeno che da James Cameron con i fondatori di Google, Larry Page ed Eric Schmidt, e con gli imprenditori aerospaziali Eric Andersen e Peter Dimandis. Lo scopo era quello di estrarre minerali preziosi dagli asteroidi e raffinarli in forma di schiuma per portarli sulla Terra, ma anche di creare entro il 2020 un serbatoio orbitante per l’idrogeno prodotto con l’acqua estratta dagli asteroidi. È stata liquidata – il destino sa essere sarcastico – nel 2020. Nel 2010 è stata create in Giappone iSpace, pensata per sfruttare le risorse idriche sulla Luna. Il suo lander Hakuto dovrebbe partire a giorni verso la Luna a bordo di un Falcon-9. Nel 2013 era stata fondata Deep Space Industries, per cominciare a estrarre minerali dagli asteroidi nel 2023, ma sei anni dopo è stata veduta alla Bradford Space che ne ha ridimensionato le ambizioni riportandola se non con i piedi sulla Terra, almeno in orbita: dovrà sviluppare sistemi di volo orbitale e componenti aeronautiche. Nonostante la strada delle estrazioni minerarie sia costellata di fallimenti, proprio pochi mesi fa è stata creata AstroForge, un’azienda che sostiene di aver sviluppato una tecnologia apposita. Dopo un round d’investimenti da 13 milioni di dollari chiuso a giugno, non si sono avute altre novità sulle sue attività.

Base Luna

Tornando sulla Luna, che – in forza anche del successo della prima missione Artemis – è l’obiettivo più a portata di mano, la sfida è creare una stazione spaziale usando quanto disponibile in loco. Prima fra tutti la polvere lunare, che dovrebbe essere usata come materiale da costruzione grazie alle stampanti 3D. Un’impresa non di poco conto, considerando quanto poco maneggevole siano i pulviscoli pieni di spigoli vivi e con una forte carica elettrostatica. Resta sempre in piedi anche l’idea di creare una piccola centrale nucleare per garantire l’elettricità alla base lunare, ma per i prossimi anni l’obiettivo più a portata di mano è la realizzazione di ‘Gateway’, una stazione spaziale orbitante intorno alla Luna dalla quale fare su e giù con la superficie.

La Nasa ha già firmato un contratto con Northrop Grumman (la stessa, per intenderci, che ha prodotto il B-21 Raider, il primo bombardiere strategico dopo più di 30 anni) per lo sviluppo di un modulo abitativo e di uno energetico al quale si aggiungeranno componenti realizzati dall’Esa e da altre imprese private.

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Due astronauti italiani entrano a par parte dell’ESA

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171947402 0f2fc128 c578 477b b061 6334947c4534Antea Comellini e Andrea Patassa sono i nuovi astronauti italiani che entrano a far parte della squadra dell’Agenzia Spaziale Europea in qualità di “membro della riserva degli astronauti”. L’Agenzia spaziale europea ha scelto oggi 17 nuovi candidati astronauti tra oltre 22 500 candidati provenienti da tutti i suoi Stati membri.

In questa nuova classe 2022 di astronauti dell’ESA ci sono cinque astronauti in carriera, 11 membri di una riserva di astronauti e un astronauta con disabilità. Il direttore generale dell’ESA, Josef Aschbacher, ha presentato oggi al Grand Palais Ephemere di Parigi, in Francia, i membri della classe di astronauti dell’ESA del 2022, le prime nuove reclute in 13 anni, poco dopo la conclusione del Consiglio dell’ESA a livello ministeriale.

“Oggi diamo il benvenuto ai 17 membri della nuova classe di astronauti dell’ESA 2022. Questa classe di astronauti dell’ESA sta portando ambizione, talento e diversità in molte forme diverse, per guidare i nostri sforzi e il nostro futuro. “La continua esplorazione in orbita terrestre bassa sulla Stazione Spaziale Internazionale, andando avanti verso la Luna e oltre“, ha affermato il direttore generale dell’ESA Josef Aschbacher.

Il direttore dell’Esplorazione umana e robotica dell’ESA, David Parker, ha aggiunto: “Questo e’ un momento straordinario per il volo spaziale umano e per l’Europa. Dopo il successo del lancio di Artemis I con il modulo di servizio europeo dell’ESA che alimenta Orion sulla Luna, siamo in prima linea nell’esplorazione umana dello spazio. Siamo lieti di avere questo gruppo di persone di grande talento, per continuare la scienza e le operazioni europee sulla Stazione spaziale internazionale e oltre”.

I nuovi candidati astronauti dell’ESA prenderanno servizio presso l’European Astronaut Centre di Colonia, in Germania. Saranno addestrati al piu’ alto livello di standard come specificato dai partner della Stazione Spaziale Internazionale. Frank De Winne, capo del Centro Astronautico Europeo e Responsabile del programma della Stazione Spaziale Internazionale dell’ESA, ha dichiarato: “Siamo entusiasti di dare il benvenuto alla nuova classe di astronauti dell’ESA del 2022 e non vedo l’ora di vedere tutti questi giovani e ambiziosi candidati astronauti in carriera unirsi a noi per il loro primo addestramento presso il Centro Astronautico Europeo dell’ESA nella primavera del 2023, andando avanti per esplorare e plasmare l’esplorazione dello spazio”.

Dopo il completamento dell’addestramento di base di 12 mesi, i nuovi astronauti saranno pronti per entrare nella successiva fase di addestramento della Stazione Spaziale e, una volta assegnati a una missione, il loro addestramento sarà adattato a specifici compiti della missione. Per la prima volta, l’ESA ha istituito un pool di riserva di astronauti.

Questo elenco di riserva è composto da candidati astronauti che hanno superato l’intero processo di selezione ma che non possono essere reclutati in questo momento. Gli astronauti nella riserva rimangono con i loro attuali datori di lavoro e riceveranno un contratto di consulenza e supporto di base. Inizieranno l’addestramento di base nel caso in cui sia stata identificata un’opportunità di volo.

L’ESA ha anche selezionato un candidato astronauta con una disabilità fisica. Prenderà parte al Parastronaut Feasibility Project per sviluppare opzioni per l’inclusione di astronauti con disabilita’ fisiche nel volo spaziale umano e possibili missioni future. La classe di astronauti ESA 2022 comprende cinque astronauti in carriera, 11 astronauti di riserva e un astronauta con disabilità fisica.

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Artemis I: direzione Luna

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artemis lanciato 1020x680Dopo la delusione dello scorso 29 agosto, e dei successivi tentativi, quando la partenza di Artemis I fu rinviata per un problema a uno dei 4 motori RS-25, il momento tanto atteso è arrivato alle ore 7:47 (ora italiana) di oggi 16 novembre 2022: l’enorme razzo Sls (Space Launch System), un bestione alto ben 98 metri con a bordo la capsula Orion (in questa occasione, priva di equipaggio umano), si è staccato come da programma dalla rampa di lancio del complesso 39 del Kennedy Space Center in Florida (Usa). È dunque iniziata, ora per davvero, la missione Artemis I, una missione storica.

La destinazione è infatti la Luna a 450mila km di distanza. O meglio, una serie di orbite che la Orion, che nel frattempo si sarà staccata dall’Sls, compirà attorno al nostro satellite naturale (con ampiezze diverse), prima di riprendere la via di casa, circa 25 giorni più tardi, l’11 dicembre, dopo avere percorso un totale di circa 2.100.000 km.
L’articolo prosegue sotto l’illustrazione

LA MISSIONE IN BREVE. Perché è cosi importante una missione dimostrativa senza equipaggio che durerà soltanto 25 giorni, dal 16 novembre all’11 dicembre?

Bhe, prima di tutto, la missione non è così breve, sebbene siamo abituati a rover che girano su Marte per anni. Ma soprattutto la capsula Orion eseguirà precisamente le stesse manovre che in futuro verranno effettuate dagli astronauti a bordo della missione Artemis II che nel 2024 riporterà l’uomo in orbita lunare. Una cosa che non avveniva da più di 50 anni, dalla fine del programma Apollo.

Dalla sua riuscita dipende dunque il futuro della missione Artemis e il nostro ritorno sulla Luna. Ma come si svolgerà il viaggio della capsula Orion?

Logo Artemis
Il significato del logo Artemis

In alto a destra c’è la Luna, nostra prossima destinazione e “fulcro” dei nostri sforzi attuali.

Il vertice della A è puntato non sulla Luna, ma oltre. Significa che gli sforzi attuali non si esauriranno con la Luna, ma sono una preparazione di ciò che verrà dopo.

La traiettoria va da sinistra a destra attraverso la barra della “A”, con una direzione opposta a quella del logo Apollo. Questo evidenzia una differenza: stavolta la Luna è una tappa del nostro percorso verso Marte, simboleggiato dal colore rosso della traiettoria.

L’arco blu, infine, è la Terra, nostro punto di partenza e di vista: tutto ciò che impareremo e acquisiremo “tornerà” sul nostro Pianeta blu.

Dopo la partenza da Terra ed essere entrata per breve tempo in orbita terrestre bassa, la capsula Orion verrà spinta verso la Luna dal secondo stadio del razzo Sls. Nel momento in cui leggerete questa notizia, probabilmente la rotta Terra-Luna sarà già stata imboccata: il programma prevede che Orion lasci l’orbita terrestre dopo 1 ora e 38 minuti dal decollo (riguarda la partenza e scopri le varie fasi del lancio).

Quando Orion dopo qualche giorno raggiungerà il nostro satellite, effettuerà un volo radente (un flyby molto ravvicinato) a soli 100 km di altezza. A quel punto, il modulo di servizio, costruito in Europa e in Italia, accenderà i suoi motori inserendo Orion in orbita lunare. Si tratta di una cosiddetta “orbita retrograda distante”, ovvero la capsula ruoterà in senso contrario rispetto alla rotazione lunare e a una distanza fino a 64.000 km dalla Luna (la Stazione Spaziale, per intenderci orbita a 400 km di altezza).

Si tratta di un record, rispetto  al precedente di 16.000 km circa, raggiunto con la missione Apollo 13.

Nella prima settimana di ottobre, dopo circa un mese di orbite, Orion effettuerà un secondo flyby ravvicinato e si dirigerà verso casa. Successivamente il modulo di servizio (vedi foto che segue) si separerà da quello di comando (sono i due componenti della navicella Orion) e rientreranno in atmosfera: il primo brucerà, il secondo la attraverserà toccando i 40mila km/h di velocità, verrà rallentato da un paracadute e infine completerà il suo rientro l’11 ottobre con un bel tuffo nel mare al largo di San Diego (California).

La capsula Orion. Nella parte alta vi è il modulo di comando e sotto quello di servizio. Alla costruzione di quest’ultimo ha partecipato anche l’Italia grazie ad Asi e Leonardo. Serve a dare energia (grazie ai pannelli solari, costruiti in Italia), acqua e ossigeno al modulo di comando, dove alloggerà l’equipaggio. © Nasa

LA CARICA DEI CUBESAT. A bordo non ci saranno astronauti in carne e ossa, ma tre manichini equipaggiati con una serie di sensori per raccogliere dati utili per le future missioni.

Del carico faranno parte inoltre 10 minisatelliti, cubesat, grandi come scatole di scarpe e destinati a svolgere vari esperimenti: Icecube, per esempio, che una volta in orbita attorno al nostro satellite naturale, userà uno spettrometro per studiare il ghiaccio lunare; NEA Scout, che dopo essere stato “liberato” si dirigerà, spinto da una vela solare, verso un asteroide per studiarlo da vicino.

L’unico componente di bordo a toccare il suolo lunare sarà il minisatellite giapponese Omotenashi, parte di una missione che ha l’obiettivo di dimostrare la possibilità di atterrare sulla Luna con un piccolo satellite a basso costo.

Manichino  lunare
Il Moonikin Campos, che prende il nome da Arturo Campos, sarà presente in Artemis I, sulla navicella Orion. Il Moonikin Campos, insieme ad altri due manichini, Helga e Zohar, consentirà di misurare i dati relativi a radiazioni, accelerazioni e vibrazioni durante la missione; le informazioni raccolte da queste “repliche del corpo umano” saranno utili per le future missioni con equipaggio. © Nasa

IL MEGARAZZO. Se siete giunti fino a qui, vale la pena soffermarsi sul vero protagonista della partenza di oggi, il lanciatore Sls, alto 98 metri e con un diametro del primo stadio di 8,4 metri. È in grado di sprigionare una potenza di 39 meganewton e di lanciare verso la Luna 27 tonnellate di massa.

Si tratta di un lanciatore (vedi illustrazione qui sotto) che ha molto a che vedere con lo Space Shuttle. Come la navicella spaziale che fino al 2011 ha portato satelliti, telescopi e astronauti nello spazio, l’Sls ha motori principali RS-25 che bruciano idrogeno e ossigeno liquido. In più, come lo Shuttle, ha due booster laterali a combustibile solido.

Sia i motori principali del primo stadio sia i booster laterali sono riciclati dal programma dello Space Shuttle.

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sls, space launch system
La Space Launch System (Sls), il gigantesco razzo impiegato dalla Nasa per il programma Artemis è un colosso alto 98 metri il cui sviluppo (insieme alla capsula Orion) è costato, dal 2011 a oggi, oltre 23 miliardi di dollari. Pur riutilizzando motori e altri componenti, ogni lancio “costa” 2 miliardi di dollari. Al lancio, produce quasi 4.000 tonnellate di spinta. © Nasa / Focus

Al momento ci sono almeno 16 motori RS-25 riciclati sufficienti per 4 lanci del Sls (che adopera 4 motori ciascuno) e booster per otto lanci. Dopodiché la Nasa produrrà nuovi motori e nuovi booster.

ARTEMIS 1, 2 E 3. Come detto, questa è la prima di tre missioni che dovrebbero consentire di riportare gli Stati Uniti e i suoi alleati (tra i quali l’Europa, con l’Italia) sulla Luna.

Dopo Artemis I sarà infatti il turno di Artemis II (prevista per il 2024, con l’obiettivo di portare un equipaggio di astronauti a orbitare attorno alla Luna senza scendere sulla superficie) e a seguire Artemis III (non prima del 2025, con l’obiettivo dell’allunaggio).

Il nome Artemis – Artemide nella mitologia greca è la sorella di Apollo – richiama immediatamente alla mente il programma Apollo, che più di mezzo secolo fa consentì al genere umano di raggiungere uno dei traguardi più esaltanti si sia mai prefissato.

Ma, sottolineano alla Nasa, non si tratta semplicemente di un secondo tempo di quel film: con Artemis l’uomo torna dunque sulla Luna, esplorando parti a oggi sconosciute, ma si prepara anche per raggiungere la sua destinazione finale, Marte. Lo scopo è “imparare a vivere nello spazio”, sfruttando le risorse della Luna per generare l’energia, costruire gli strumenti e produrre il cibo necessario per chi dovrà abitarci.

LO SPAZIOPORTO. Con Artemis III inizierà anche la parte più ambiziosa del progetto, cioè la costruzione del Lunar Gateway: si tratta di uno “spazioporto” in orbita attorno alla Luna, dove le navicelle spaziali potranno attraccare e darsi il cambio, in modo simile a quanto accade oggi sulla Stazione spaziale internazionale.

Per sbarcare sulla Luna da lì gli astronauti useranno una navetta, la Starship, e dopo essere sbarcati raggiungeranno la base permanente al polo sud (Artemis Base Camp) a bordo di jeep lunari.

La Nasa ha dichiarato ufficialmente che Artemis III non arriverà prima del 2025, ma anche l’ipotesi del 2026 potrebbe essere ottimistica.

da focus.it




Europa: l’aumento delle temperature potrebbe portare eventi meteorologici estremi

cremona siccita' campi di mais

cremona siccita' campi di mais

In Europa le temperature sono aumentate di oltre il doppio della media mondiale negli ultimi 30 anni, il rialzo più alto di qualsiasi altro continente del mondo, ammonisce un nuovo rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), reso noto oggi a Ginevra.

Data la persistenza del riscaldamento, ondate di calore, incendi, inondazioni e altri impatti dei cambiamenti climatici colpiranno la società, le economie, gli ecosistemi, afferma il rapporto pubblicato in vista dei negoziati Onu sui cambiamenti climatici, COP27, in programma la settimana prossima a Sharm-El Sheikh, in Egitto.

E il prossimo futuro non sarà migliore.

Indipendentemente dai futuri livelli di riscaldamento climatico, “le temperature aumenteranno in tutte le aree europee a un ritmo superiore ai cambiamenti di temperatura media mondiale”, scrive l’Omm., “L’Europa presenta un’immagine dal vivo di un mondo che si riscalda e ci ricorda che anche società ben preparate non sono al sicuro dagli impatti di eventi meteorologici estremi”, ha commentato il segretario generale Petteri Taalas.

ansa.it

 




2035: stop alle auto a benzina e diesel

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4e752ec0964d778ab9d5f391a888ef81Stop alle auto inquinanti dal 2035: l’Ue dopo una lunghissima trafila trova l’accordo finale su uno dei pilastri del Fit for 55.

L’intesa è arrivata a tarda sera, al termine del trilogo tra Eurocamera, Consiglio Ue e Commissione ed era considerata una delle priorità dalla presidenza di turno ceca. Di fatto, si tratta di una rivoluzione.

A partire dal 2035 non potranno essere più vendute auto di nuova produzione a combustione interna, ovvero a benzina o diesel. “E’ una decisione storica”, ha esultato il macroniano Pascal Canfin, presidente della commissione Ambiente del Parlamento Ue. “Stiamo anche avviando il processo per avere nel 2025, dopo una precisa valutazione delle esigenze finanziarie, un Fondo di transizione dedicato ai dipendenti del settore e nel 2023 una nuova legge accelererà la diffusione delle flotte aziendali”, ha aggiunto Canfin toccando uno dei punti più delicati del pacchetto: gli effetti sull’occupazione. Il testo, non a caso, prevede alcune tappe intermedie. Entro il 2030 i costruttori dovranno ridurre del 55% le emissioni delle nuove auto immesse sul mercato e del 50% quelle dei nuovi veicoli commerciali. Mentre i piccoli produttori – grazie al cosiddetto emendamento Motor Valley, particolarmente caro all’Italia – dovrebbero vedere la conferma della deroga accordata già in estate dalla Plenaria: fino al 2035 potranno continuare a produrre auto tradizionali.

L’accordo persegue l’obiettivo del 100% di auto e furgoni a zero emissioni entro il 2035 ma ha avuto un percorso perlomeno accidentato e il voto sul testo, nel giugno scorso, aveva spaccato la maggioranza Ursula con la parte dell’emiciclo che aveva spinto per una riduzione al 90% – e non totale – a partire dal 2035. E il testo aveva seriamente rischiato di naufragare prima che Ppe e S&d raggiungessero il faticoso compromesso.
L’intesa, spiega il Consiglio Ue, prevede che il meccanismo di incentivi normativi sarà mantenuto per i veicoli a zero e basse emissioni fino al 2030. Nell’ambito di questo meccanismo, se un produttore raggiunge determinati parametri di riferimento per le vendite di veicoli a zero e basse emissioni, può essere premiato con obiettivi di C02 meno severi. I co-legislatori hanno deciso di aumentare il parametro al 25% per le auto e al 17% per i furgoni fino al 2030. L’accordo include una clausola di revisione che garantirà che nel 2026 la Commissione valuti attentamente i progressi compiuti verso il raggiungimento degli obiettivi di riduzione del 100% delle emissioni e la necessità di rivedere tali obiettivi tenendo conto degli sviluppi tecnologici, anche per quanto riguarda le tecnologie ibride.
L’intesa politica giunta al Trilogo dovrà essere formalmente approvata dall’Eurocamera e dal Consiglio Ue. Ma la strada è tracciata. Ed è sbarrata, dal 2035, alle nuove immatricolazioni di auto a benzina e diesel.

ansa.it




Antartide: al via la 38a spedizione italiana

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19antarCon l’arrivo del primo contingente tecnico alla stazione Mario Zucchelli a Baia Terra Nova, prende il via la 38° spedizione italiana in Antartide che coinvolgerà 240 tra tecnici e ricercatori impegnati in 50 progetti, focalizzati principalmente su scienze dell’atmosfera, geologia, paleoclima, biologia, oceanografia e astronomia. Le attività di ricerca saranno condotte sia presso la base Zucchelli che in quella italo-francese di Concordia, ma anche sulla nave italiana per la ricerca oceanografica Laura Bassi e in alcune stazioni antartiche di altri Paesi.
La missione è finanziata dal Ministero dell’Università e Ricerca (MUR) nell’ambito del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), gestito dall’ENEA per la pianificazione logistica e dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) per la programmazione scientifica.
Le operazioni di apertura della stazione Zucchelli sono state condotte da un team di 20 tecnici italiani del PNRA, trasferiti dopo un volo di 50 minuti a bordo di un Basler BT-67 dalla base antartica statunitense di McMurdo. Oltre a riattivare gli impianti della base, chiusa dallo scorso febbraio, i tecnici italiani verificheranno le condizioni del ghiaccio marino dove allestire la pista di atterraggio dei successivi voli che saranno operati con il C130J della 46° Brigata Aerea dell’Aeronautica Militare Italiana, che trasporterà materiali e personale tecnico e scientifico impegnato nella spedizione.
Le Forze Armate partecipano alla spedizione con 23 esperti militari di Esercito, Marina, Aeronautica e Arma dei Carabinieri che affiancheranno sul campo i ricercatori durante tutto il corso della spedizione. Gli specialisti della Difesa, nell’ambito delle specifiche competenze della forza armata d’appartenenza, daranno supporto alle seguenti attività del PNRA: campagne esterne, attività navali e subacquee, operatività di elicotteri e aeromobili, previsioni meteorologiche e completamento della pista d’atterraggio su terra. Parteciperanno alle attività anche 4 componenti del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.
Tornerà nei mari polari anche la nave rompighiaccio italiana “Laura Bassi”, di proprietà dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) e gestita congiuntamente da Cnr, ENEA e OGS. Quest’anno le attività a bordo si svolgeranno in un’unica rotazione della durata di due mesi, nell’ambito della quale saranno realizzate due campagne oceanografiche.
La partenza dall’Italia verso il porto neozelandese di Lyttelton è prevista per il prossimo 15 novembre. Dalla Nuova Zelanda la nave partirà alla volta dell’Antartide a inizio gennaio 2023 con a bordo materiale e personale. Il rientro a Lyttelton è previsto nella prima settimana di marzo 2023.
Durante le due tratte nel Mare di Ross, i 28 ricercatori che si alterneranno porteranno avanti le attività di ricerca previste nell’ambito di 8 progetti finanziati dal PNRA oltre alle attività in collaborazione con l’Istituto Idrografico della Marina Militare.
Con l’arrivo a inizio novembre del primo personale PNRA a Concordia – la stazione italo-francese situata sul plateau antartico a oltre 3mila metri di altezza e a 1.200 chilometri dalla costa – si concluderà l’isolamento per i 13 invernanti (winterover) che dura dallo scorso febbraio, poiché a causa delle temperature esterne che arrivano a -80°C (fino a -100°C di percezione termica), non è possibile raggiungere la base per quasi nove mesi. A partire da febbraio 2023 saranno sempre 13 i futuri winterover– 5 del PNRA, 7 dell’Istituto polare francese (IPEV) e 1 medico dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) – che resteranno in completo isolamento fino a novembre 2023.
Con la nuova missione a Concordia saranno portati avanti 20 progetti di ricerca, tra cui “Beyond Epica Oldest Ice”, attività internazionale finanziata dall’Unione europea, il cui obiettivo è quello di ricostruire il clima del pianeta fino a 1,5 milioni di anni fa. Quest’anno nell’ambito del progetto Beyond Epica, coordinato dal Cnr a cui partecipano per l’Italia anche ENEA e Università Ca’ Foscari Venezia, partirà la fase di carotaggio del ghiaccio nel campo allestito a Little Dome C, a circa 40 chilometri da Concordia, con l’obiettivo di riportare entro l’anno i primi campioni di ghiaccio in Italia. (aise) 




Samantha Cristoforetti ha assunto il comando dell’Iss (VIDEO)

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145019784 37837d2e 784e 457e a8e1 0d6c5da7c7c0Samantha Cristoforetti è il nuovo comandante della Stazione Spaziale Internazionale. A suggellare il momento la cerimonia simbolica della consegna delle chiavi da parte del precedente comandante e compagno russo dell’Expedition 67, Oleg Artemyev e il rito della campanella.

Nei sei mesi di permanenza sulla Stazione spaziale internazionale, gli astronauti dovranno compiere circa 150 esperimenti, sei dei quali sono stati progettati da scienziati e ricercatori italiani

“Grazie davvero alle italiane e agli italiani che mi hanno sempre supportata e seguita in questa missione con affetto – queste le prime parole della Cristoforetti – è un privilegio e un onore per me poter rappresentare l’Italia nello spazio“.

Guidoni: “Un grande risutlato per l’Europa e l’Italia”

“Il passaggio del comando della Stazione spaziale internazionale a Samantha Cristoforetti è innanzitutto un grande risultato per lei, che corona la sua carriera raggiungendo il livello più alto dell’equipaggio”, ha commentato all’AGI Umberto Guidoni, il primo astronauta italiano salito a bordo della Stazione internazionale spaziale. “Ma è anche un risultato importante per l’Europa – aggiunge Guidoni – perché sancisce il fatto che i nostri astronauti sono ormai, come esperienza e qualifica, all’altezza dei russi e degli americani che all’inizio erano gli unici che comandavano la stazione. E infine, per l’Italia è un riconoscimento del ruolo che ricopre all’interno dell’Europa: basti pensare che circa la meta’ dei moduli attualmente in orbita sono stati realizzati in Italia”.

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La luce blu dei led ci sta facendo perdere il sonno

cattura

catturaLa transizione alla radiazione di luce blu in tutta Europa aumenta la soppressione dell’ormone del sonno, la melatonina, affermano gli scienziati. Con danni per la salute umana e animale. Ad affermarlo sono gli accademici dell’Università di Exeter, capoluogo della contea inglese di Devon, che hanno rilevato un cambiamento nelle tecnologie d’illuminazione che i paesi europei hanno adottato per la notte dopo aver utilizzato le immagini della Stazione Spaziale Internazionale (Iss).

Il punto è che le emissioni di colore arancione delle vecchie luci al sodio vengono rapidamente e progressivamente sostituite da emissioni di colore bianco dei Led, che hanno luce più intensa. E sebbene l’illuminazione a Led sia più efficiente in termini energetici e costi meno, i ricercatori rilevano che l’aumento della radiazione blu sta causando “importanti impatti biologici” in tutto il continente. Non mancano appunti agli studi precedenti, che “hanno sottovalutato l’impatto delle radiazioni di luce blu e gli effetti dell’inquinamento luminoso”.

Tra le conseguenze sulla salute, scrive il Guardian, “c’è la sua capacità di sopprimere la produzione di melatonina, l’ormone che regola il sonno negli esseri umani e in altri organismi”. Numerosi studi scientifici avvertono che una maggiore esposizione alla luce blu artificiale può peggiorare il sonno e può portare a una varietà di condizioni di salute che nel tempo diventano “croniche”.

Le ricadute del fenomeno della luminosità del pianeta sono di diverso ordine e grado. Ha ridotto la visibilità delle stelle nel cielo di notte, ciò che “potrebbe avere un impatto sul senso della natura delle persone”. Di sicuro ce l’ha sull’alterazione dei modelli comportamentali degli animali, come pipistrelli e falene, “può cambiare i loro movimenti verso o da fonti di luce”. Tra i paesi individuati per essere i più colpiti dai Led c’è il Regno Unito, specie per il rischio di soppressione della melatonina. Pubblicato sulla rivista Science Advances, lo studio sottolinea come anche Italia, Romania, Irlanda e Spagna siano state identificate come paesi vulnerabili agli impatti delle radiazioni di luce blu a Led, avvertiti molto meno in Austria e Germania, che ancora alimentano gran parte dell’illuminazione notturna con gas più vecchi e lampadine fluorescenti.

“Dovremmo considerare la luce da una prospettiva biologica più ampia rispetto a quella dei soli esseri umani – consigliano gli scienziati – per concentrarci su un’illuminazione di migliore qualità e armoniosa con il nostro mondo naturale. Una migliore qualità e livelli di illuminazione inferiori aiuterebbero a risparmiare energia e a ridurre i costi finanziari, rendendo anche il nostro ambiente più sicuro per gli invertebrati”. Ed esortano il governo del Regno Unito a ridurre i livelli di inquinamento luminoso, perché finora la misurazione nel paese è stata “irregolare e non coordinata”.




Cile: nasce la Associazione Ricercatori e Accademici Italiani

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Con la presenza dei Sottosegretari alla Scienza e Tecnologia, Carolina Gainza, e ai Beni Culturali, María Paulina Soto, è stata costituita l’Associazione Ricercatori e Accademici Italiani in Cile (ARSIC),

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Motivati ​​a creare “un legame più stretto tra scienza, tecnologia e cultura” tra i due Paesi, cinquanta ricercatori e personalità della cultura e del mondo accademico si sono incontrati presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura, diretto da Cristina di Giorgio.
Il sottosegretario Gainza, spiegando “La strategia di sviluppo scientifico in Cile”, ha affermato che l’obiettivo del governo del presidente del Fronte, Gabriel Boric, è “mettere la ricerca che si fa nel Paese al servizio della persone” e “per questo è necessario rafforzare le scienze”.
Ha aggiunto che è necessario “avanzare verso un nuovo modello di sviluppo, che non si riduca a mera crescita economica, ma incorpori ecologia, sostenibilità, ricerca”.
A sua volta, il sottosegretario Soto ha sottolineato l’importanza del patrimonio immateriale e collettivo e ha fatto riferimento all’importanza di “desmonumentalizzare” sottolineando che il patrimonio non si riduce agli edifici.
L’astronomo Ivo Saviane, eletto primo presidente dell’ARSIC, ha indicato gli obiettivi e gli statuti che avrà la neonata Associazione.
L’addetto scientifico italiano in Cile, Massimo Turatto, ha affrontato il rapporto scientifico tra i due Paesi e ha spiegato come funziona il sistema Ricerca e Sviluppo in Italia con 91 università, istituti di ricerca pubblici e aziende private.
Ha anche fatto riferimento al declino dei ricercatori, alla “fuga di cervelli” dei giovani e all’invecchiamento in quest’area.
Al termine della cerimonia, l’ambasciatore italiano in Cile, Mauro Battocchi, ha spiegato all’ANSA che “l’attuale diplomazia ha la sua nuova frontiera nella conoscenza e scienza e tecnologia fanno parte di questa frontiera come nuovo modo di sviluppare le relazioni internazionali. Cile It è in una fase molto interessante in cui il Paese vuole cambiare la propria matrice produttiva e conoscitiva, quindi penso che sia una fase in cui la collaborazione con l’Italia, il sistema di conoscenza italiano, può essere fondamentale per entrambi i Paesi”.
Ha ricordato il progetto biotecnologico di alta qualità in costruzione in Cile, dove “saranno realizzati prodotti tecnologici e vaccini all’avanguardia con tecnologia italiana, ma con la formazione di capitale umano cileno, che sarà formato a Roma. È un “win win” in cui l’Italia esporta la propria tecnologia e il Cile cresce e sviluppa la propria capacità produttiva manifatturiera”.
Ha sottolineato che questa nuova rete di scienziati ha un potenziale molto alto, “abbiamo già 150 persone che conosciamo dalla rete di scienziati, ma Massimo (Turatto) sta contando che probabilmente è il doppio e di più, perché sono nelle regioni. Creando la rete si creeranno tante sinergie, tante possibilità di cooperazione, conoscenza e sviluppo. È un primo passo, ma sono sicuro che continueremo a dargli nuovi contenuti con enormi potenzialità”.
Interrogato sull’importanza che l’Italia attribuisce al Cile per aver nominato un addetto scientifico, il diplomatico ha affermato che “la qualità delle università e della ricerca in Cile è molto buona, quindi per me personalmente era fondamentale avere una persona che potesse e possa ora lavorare giorno per giorno in quest’area della cooperazione scientifica e tecnologica. Il Paese se lo merita”.
Inoltre, ha affermato, “il paese ha un territorio incredibile per tutti i tipi di studi, astronomia, vulcanologia, sismologia, Antartide, quindi dobbiamo approfittarne”.
Riguardo al messaggio che il suo Paese vuole trasmettere con questo incontro tra scienza e cultura, Battocchi ha sottolineato che “l’Italia esporta prima la cultura, l’Italia è un Paese fondato su un forte senso dell’umanesimo e una forte presenza culturale artistica nella vita del Paese. Per per noi è naturale esportarlo e la scienza fa parte di questa costellazione, di questa galassia di conoscenza, così come la collaborazione, per noi è fondamentale Abbiamo una rete di 50 addetti scientifici, è naturale che ne abbiamo uno in Cile e di lavorare per sviluppare questo tipo di collaborazione”, ha aggiunto. (ANSA).




Anche un italiano lavora all’auto supertecnologica di Apple

lambo

lamboSebbene non ne abbia mai fatto menzione esplicitamente, Apple è al lavoro da anni sul progetto della Apple Car, una automobile iper tecnologica firmata dall’azienda di Cupertino.

Bloomberg riporta oggi che Apple ha assunto una nuova figura chiave per arricchire il team del progetto, ovvero l’italiano Luigi Taraborelli, veterano dell’industria delle auto con venti anni di esperienza in Lamborghini. Taraborelli ha lavorato a lungo nel reparto ricerca e sviluppo dell’azienda emiliana, per poi specializzarsi nello sviluppo di concept legati agli chassis e dinamica dei veicoli. Ha collaborato allo sviluppo di diversi modelli di Lamborghini, quali Urus, Huracan e Aventador. Ha iniziato nel 2001 e ha lasciato la compagnia nel maggio di quest’anno.

Taraborelli diventerà uno dei senior manager del “Project Titan”, questo il nome in codice di Apple Car, che dovrebbe vedere finalmente la luce entro la fine del decennio sotto forma di un veicolo completamente elettrico con capacità di guida autonoma al cento per cento. A capo del progetto c’è il VP di Apple Kevin Lynch, che per la Mela ha già realizzato il concept originale di Apple Watch.

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