Messico: successo per la conferenza su settore privato e cambiamento climatico organizzata dall’Ambasciata

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29mexicoL’Ambasciata d’Italia in Messico ha organizzato una conferenza sul rapporto fra settore privato e mutamenti climatici. L’evento, dal titolo “Settore privato e cambiamento climatico: come partecipare in forma attiva alla transizione energetica globale?”, si è svolto il 20 luglio a Città del Messico.
Fra gli argomenti discussi, l’impatto del cambiamento climatico sul settore privato e l’adozione di criteri di sostenibilità nei processi produttivi che definiranno sempre più le condizioni di concorrenza fa le imprese. Scopo della conferenza, anche quello di fornire indicazioni pratiche su come il settore privato può partecipare attivamente alla transizione energetica globale e promuovere lo sviluppo sostenibile.

Per l’ambasciatore Luigi De Chiara, l’Italia “vuole profilarsi sempre più in Messico nel settore dell’economia verde e circolare dove esistono enormi opportunità”. La conferenza, ha osservato, è stata “molto tempestiva e di attualità, considerato l’annuncio delle autorità statunitensi sull’avvio di una procedura contro il Messico sulla sua politica energetica ai sensi dello USMCA (Accordo Stati Uniti-Messico-Canada) e fa seguito allo svolgimento la scorsa settimana a Leon della prima edizione della Fiera ECOMONDO di Italian Exihibition Group di Rimini”.
Al dibattito, sono, fra gli altri, intervenuti Alicia Bárcena, segretaria esecutiva della Commissione economica per l’America latina (Cepal), e Simone Lucatello, membro del Gruppo di esperti dell’Onu sul cambiamento climatico (IPCC). (aise)




Intelligenza artificiale: il ministro Messa firma l’accordo di cooperazione Italia-Usa

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29messausaSono stati diversi in questi giorni gli incontri, in video collegamento, del ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, organizzati grazie al supporto dell’Ambasciata italiana negli Stati Uniti guidata da Mariangela Zappia, con rappresentanti di istituzioni statunitensi per consolidare rapporti bilaterali nell’ambito della ricerca scientifica.
Il primo appuntamento è stato con il direttore della National Science Foundation (NSF) degli Stati Uniti d’America, Sethuraman Panchanathan. Con lui, il ministro Messa ha firmato un accordo di cooperazione strutturata sull’intelligenza artificiale, incentrata su attività congiunte di ricerca, innovazione e formazione tra Italia e Usa. Dopo Germania e Svizzera, l’Italia è il terzo Stato ad aver sottoscritto una intesa di ricerca di questa tipologia. Il protocollo, che ha una durata di tre anni, intende favorire lo scambio di idee e di esperienze tra ricercatori per la promozione di iniziative scientifiche congiunte.

Tra gli incontri “statunitensi” di questi giorni c’è stato anche quello con Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID). Tra i punti del confronto, il nuovo Centro Nazionale per la Preparazione Pandemica (National Center for Pandemic Preparedness – NCPP) a Siena che sarà cofinanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca, insieme ai Ministeri della Salute e dell’Economia e dello Sviluppo Economico.
Importante è stato l’incontro con i ricercatori rappresentanti delle principali associazioni di scienziati italiani negli Stati Uniti. Il ministro Messa ha presentato le nuove misure previste dal PNRR, in particolare l’investimento che mira ad attrarre giovani ricercatori beneficiari di grant internazionali di alto profilo, la riforma dei programmi di dottorato, quella per favorire la mobilità e la semplificazione e i nuovi stanziamenti previsti per la ricerca: dal Fondo Italiano per la Scienza al Fondo Italiano per la Scienza Applicata, ai Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale.
“Dobbiamo consolidare e rafforzare confronti e collaborazioni”, ha spiegato Messa. “Favorire gli scambi a livello internazionale, condividere esperienze e risultati è indispensabile per poter vincere le sfide che ci attendono. È essenziale investire sui giovani, sulla formazione e sulla ricerca”, ha concluso. (aise)




Spazio, Samantha Cristoforetti prima spacewalker europea

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samantha cristoforetti minSamantha Cristoforetti uscirà per la prima volta dalla International Space Station (ISS) per una attività extraveicolare che domani, 21 luglio, la vedrà impegnata a lavorare fuori dal segmento russo. Sarà possibile seguire, in presenza o in diretta streaming (alle 15.30 ora italiana su https://asitv.it/media/live ), con il commento a cura di Gabriele Mascetti, responsabile unità coordinamento scientifico e volo umano dell’ASI, l’attività extraveicolare (EVA) che vedrà protagonisti l’astronauta italiana insieme al comandante russo Oleg Artemyev.

IL PROGRAMMA ERA

Per la Cristoforetti si tratta della prima EVA della sua carriera e sarà la prima donna europea a compiere un’attività nello spazio aperto indossando una tuta russa Orlan. I due lavoreranno, tra le altre cose, al programma ERA (European Robotic Arm) il primo robot in grado di ‘camminare’ attorno al segmento russo della Stazione Spaziale Internazionale. Leggero e potente, lungo oltre 11 metri, il braccio ha la capacità di ancorarsi a dei punti fissi della Stazione e di muoversi avanti e indietro da solo. Servirà come braccio manipolatore principale nella parte russa della Stazione Spaziale. I suoi sette giunti possono gestire carichi utili di diverse tonnellate con un’ampia gamma di movimenti per le attività di assemblaggio.

LE MISSIONI DELLA CRISTOFORETTI

Cristoforetti è in orbita per la missione europea Minerva dallo scorso 27 aprile ed è alla sua seconda missione dopo quella avvenuta a cavallo del 2014 ed il 2015 per la missione FUTURA dell’Agenzia Spaziale Italiana nel corso della quale stabilì il record di permanenza in orbita in una singola missione per una donna totalizzando 199 giorni e 16 ore consecutivi nello spazio. L’equipaggio della Crew-4 a bordo della Stazione Spaziale è parte dell’Expedition 67 e rimarrà in orbita fino alla fine di settembre.

ag. DIRE – www.dire.it




Il segnale radio ‘lampeggiante’ captato a miliardi di anni luce dalla Terra

james webb telescope

james webb telescopeSi chiama FRB 20191221A, è un segnale radio rilevato a miliardi di anni luce dalla Terra che potrebbe derivare da una lontanissima stella di neutroni. Riportato sulla rivista Nature, questo particolare e persistente FRB (lampo radio veloce) è stato identificato dagli scienziati del Massachusetts Institute of Technology, della McGill University, e del Canadian Hydrogen Intensity Mapping Experiment (CHIME), un radiotelescopio interferometrico che si trova presso il Dominion Radio Astrophysical Observatory, in Canada. Il team, guidato da Daniele Michilli, ha descritto un segnale radio che sembra lampeggiare con sorprendente regolarità. Gli FRB, spiegano gli autori, sono esplosioni intense di onde radio di origine astrofisica sconosciuta, che generalmente durano pochi millisecondi e raramente si ripetono con regolarità. A differenza dei segnali precedenti, però, 20191221A è stato osservato per circa tre secondi. All’interno di questa finestra di tempo, gli astronomi hanno identificato onde radio che si ripetevano ogni 0,2 secondi in uno schema periodico chiaro, simile a un cuore che batte. In particolare, l’FRB consisteva in una finestra di quattro giorni di esplosioni casuali che si reiteravano ogni 16 giorni, in un pattern periodico di attività. La misteriosa fonte di questa onda si trova a diversi miliardi di anni luce dalla Terra, ma gli astronomi non sono in grado di stabilire di cosa si tratti. Il gruppo di ricerca ipotizza però che il segnale possa provenire da una pulsar o una magnetar, entrambe classi di stelle di neutroni, nuclei di stelle giganti collassati, estremamente densi e in rapida rotazione. “Non ci sono molti elementi noti che possono generare questo tipo di segnale – commenta Daniele Michilli, del MIT – l’alternativa più plausibile resta una pulsar o una magnetar che, ruotando, produce un’emissione di raggi simile a un faro. Speriamo di rilevare ulteriori impulsi provenienti da questa fonte in modo da approfondire la nostra conoscenza di questo fenomeno così particolare, di cui non siamo ancora in grado di delineare i contorni. I radiotelescopi di prossima generazione potrebbero aiutarci a svelare alcuni dei misteri dell’Universo che ci sono ancora ignoti”.

agi.it




La prima immagine del James Webb Telescope e le altre che arriveranno

james webb telescope

james webb telescopeSembra un quadro, ma in realtà è una foto che ha già fatto storia. L’ammasso di galassie SMACS 0723, una regione celeste visibile dall’emisfero australe, è la prima foto scattata dal James Webb Telescope mostrata in anteprima dal presidente americano Joe Biden durante un evento alla Casa bianca. “I dati presentati dal presidente Biden sono la dimostrazione che è valsa la pena di aspettare tutti questi anni. Le capacità di James Webb sono molte volte superiori a quelle che qualsiasi telescopio da terra può ottenere oggi o nel prossimo futuro.

La sua specialità è vedere nell’infrosso, cioè alle lunghezze d’onda che ci permettono di osservare le galassie più lontane dell’universo, oppure nel cuore delle nebulose in cui nascono nuovi pianeti e le nuove stelle. Zone dell’universo che neanche l’Hubble Space Telescope o i telescopi da terra possono osservare”.

Lo dice Adriano Fontana, responsabile della divisione nazionale abilitante dell’astronomia ottica ed infrarossa dell’INAF.

IL SATELLITE PIÙ COMPLESSO MAI LANCIATO NELLO SPAZIO

James Webb “è con ogni probabilità il satellite astronomico più complesso che sia mai stato lanciato nello spazio. Oltre allo specchio, composto da segmenti perfettamente allineati tra di loro, James Webb è dotato di 4 strumenti straordinariamente sofisticati, ognuno dei quali ha molte configurazioni e modalità operative- sottolinea Fontana- Un’altra cosa straordinaria dimostrata dai dati rilasciati ieri notte è che questi strumenti stanno funzionando perfettamente, meglio di quanto si aspettassero i progettisti. Che un oggetto così complesso sia stato lanciato nello spazio e funzioni perfettamente a 1,5 milioni di chilometri dalla Terra, e alla temperatura di soli 40 gradi dallo zero assoluto, è davvero uno straordinario risultato tecnologico. Scientificamente, i dati aprono una nuova finestra su un’epoca della storia dell’universo che non è ancora stata esplorata. Grazie alla potenza di James Webb, siamo in grado di osservare galassie la cui luce ha viaggiato per quasi tutta l’età dell’Universo prima di giungere a noi. In questo modo, possiamo vedere l’universo come era poco tempo dopo il Big Bang, quando le sue prime stelle si formavano nelle galassie che si affacciavano sull’universo giovane.

Credit NASA, ESA, CSA, STScI, Webb ERO

L’aver puntato il telescopio su un ammasso di galassie ci ha permesso di sfruttare l’effetto di amplificazione della luce – un effetto previsto dalla relativà generale di Einstein – per rendere visibili gli oggetti molto distanti che sono dietro l’ammasso stesso. Questi dati – e altri analoghi – ci permetteranno di studiare nel dettaglio come si sono formate le prime galassie, e anche di studiare il mistero della materia oscura che domina l’ambiente dell’ammasso” conclude. SMACS 0723 in realtà è stata spesso oggetto di osservazione da parte di altri telescopi, ma nessuno era mai riuscito a immortalarla con questa definizione. Si tratta di un enorme ammasso di galassie a circa quattro miliardi di anni luce dalla Terra che viene usato dagli astronomi come lente per amplificare la luce delle altre galassie che vi si celano dietro e che, senza la sua luce, sarebbero troppo poco luminose per essere viste.

IN ARRIVO 12 FOTO VISIBILI SUI CANALI DELL’ESA

Si tratta solo di un’anteprima delle 12 foto che verranno mostrate oggi pomeriggio, alle 16.30, in diretta sui canali dell’Esa. Ma cosa vedremo oggi pomeriggio? Come detto sono 12 foto, fra queste troveremo:
La Nebulosa Anello, nota anche come M57 o NGC 6720, una delle più famose nebulose planetarie distante circa 2000 anni luce dalla Terra con un diametro di circa due anni luce e visibile nella costellazione boreale della Lira. La Nebulosa Carina, una distesa di stelle e gas che include alcuni dei sistemi stellari più massici e potenzialmente esplosivi della Via Lattea. Il Quintetto di Stephan, il primo gruppo di galassie, scoperto nel 1877 dall’astronomo francese Édouard Stephan, che si trova nella costellazione del Pegaso a circa 290 milioni di anni luce dalla Terra. Nebulose, esopianeti, asteroidi, galassie lontane o di nuova formazione, sono tutti obiettivi scelti per mostrare le capacità del nuovo telescopio che riesce a vedere l’Universo sulle frequenze dell’infrarosso.

ag Dire – www.dire.it




Il nuovo razzo italiano Vega-C è pronto a decollare dalla Guyana francese

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07e7a2e9d60e3f75eb82ded71a6891c6Il razzo Vega-C, una versione rinnovata e più potente del vettore italiano Vega, sarà lanciato nello spazio per la prima volta mercoledì dalla base di Kourou nella Guyana francese, un progetto europeo essenziale in un mercato satellitare in rapida espansione.
Il lancio è previsto per le 11:13 GMT. Due ore dopo, Vega-C (“Consolidation”) doveva lanciare in orbita diversi manufatti scientifici, tra cui LARES-2, una sfera utilizzata per studiare l’effetto della gravità in orbita.
Il Vega-C utilizza elementi comuni alla sua “sorella maggiore”, l’Ariane 6, il razzo stellare dell’Agenzia Aerospaziale Europea (ESA).
Il suo produttore, l’azienda italiana Avio, ha iniziato il suo viaggio nello spazio nel 2012 con Vega, una navetta leggera che è stata inviata nello spazio venti volte (con due guasti).
Questo volo inaugurale del Vega-C “segna l’inizio di una nuova era, l’inizio della nuova famiglia di missili europei”, spiega Daniel Neuenschwander, direttore dei trasporti spaziali dell’ESA.
“E rappresenta anche una nuova tappa per Ariane 6: il booster (elica) è un elemento chiave dell’A6”, ha aggiunto Stéphane Israël, presidente di Arianespace, la società responsabile dello sfruttamento commerciale di Vega e Ariane.
Il Vega-C utilizza uno di questi propulsori P120C, mentre l’Ariane 6 ne usa due e nella sua versione più avanzata quattro.
Con questa nuova versione più potente, Vega-C può coprire il 90% del mercato dei satelliti in orbita bassa, alti centinaia di chilometri, un aumento considerevole rispetto al 50% del suo predecessore Vega, secondo Avio.
La concorrenza è agguerrita, in particolare dalla navetta statunitense SpaceX. Da qui al 2031 devono essere lanciati più di 17.000 satelliti, ovvero 4,5 volte di più rispetto all’ultimo decennio, secondo il gabinetto specializzato Euroconsult. Tra questi, una grande maggioranza di piccoli satelliti (meno di 600 kg).

Motori ucraini 
Con un’apertura alare di 35 metri, Vega-C è leggermente più grande e più largo di Vega e sarà in grado di trasportare satelliti di peso fino a 2,2 tonnellate su un’orbita polare di riferimento di 700 chilometri di altezza, rispetto alle 1,5 tonnellate caricate da Vega.
Secondo il suo costruttore, lo shuttle Vega ha 3 stadi di propulsione: il P120C ha una capacità di 144 tonnellate di propellente solido (propellente), rispetto alle 88 tonnellate del Vega. Anche la seconda fase, Zephiro 40, è nuova e più potente, mentre la terza fase, Zephiro 9, è la stessa del suo predecessore.
Rimane un modulo superiore, Avum+, “dotato di nuove funzioni per aumentare la durata della missione”, spiega Alessandro Tamburini, responsabile di Avio durante una recente visita a Kourou.
L’Avum+ può essere riattivato dopo il decollo per posizionare i satelliti su orbite diverse e, a sua volta, è in grado di lasciare l’orbita per evitare di lasciare detriti nello spazio.
I motori dei moduli Avum+ sono prodotti a Dnipro, a sud-est di kyiv, ma Avio assicura che la guerra in Ucraina non influirà sulla catena di produzione.
“Non siamo preoccupati per la continuità dei voli. Avio ha riserve strategiche e sta riflettendo su altre alternative”, ha spiegato Stéphane Israël.
Dopo questo lancio inaugurale, Arianespace prevede nove lanci a medio termine, sette per Vega-C e due per Vega, a un ritmo da quattro a sei lanci all’anno.
Dodici paesi contribuiscono al programma Vega. L’Italia copre il 52% dei contributi finanziari.

Da Yahoo Vita e Stile




Due italiani tra i candidati ai premi EIT 2022

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eitawards22Ieri, l’Istituto europeo di innovazione e tecnologia (EIT) ha annunciato i nomi dei 27 imprenditori e innovatori promettenti candidati ai premi EIT 2022. Tra loro quest’anno ci sono due italiani.
Per la categoria Change Award: Federico Barbieri, presidente dello European Youth Energy Network, nominato da EIT InnoEnergy.
Lo European Youth Energy Network (EYEN) è la prima e unica federazione di organizzazioni giovanili incentrate sull’energia, che pongono i giovani al centro della transizione energetica europea, valorizzandole, mettendole in contatto con i principali attori del settore energetico e condividendo conoscenza sia a livello europeo sia nazionale.
Per la categoria Venture Award è candidata invece Giulia Baccarin, co-fondatrice e amministratrice delegata presso il MIPU, nominata da EIT Digital.
Il MIPU è una PMI italiana che porta la predizione nelle fabbriche e nelle città di ridurre i rifiuti, i costi e le difficoltà per aumentare il valore delle attività esistenti. Il software offre un portfolio completo di servizi, formazione e tecnologie che aiutano le imprese a ottimizzare le loro strutture, dimostrando il reale valore dell’intelligenza artificiale per ridurre i rifiuti e aumentare l’efficienza.
“Il bacino di talenti e la portata delle innovazioni in Europa si sviluppano rapidamente”, ha osservato Mariya Gabriel, commissaria europea per l’Innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e i giovani. “I candidati ai premi EIT di quest’anno testimoniano il lavoro svolto dall’EIT e dalle sue comunità dell’innovazione in tutto il continente al fine di investire negli innovatori di domani, sostenerli e coltivarli. Mi congratulo con i candidati per questo riconoscimento ad alto livello e attendo con interesse la cerimonia di premiazione che si terrà a ottobre”.
I candidati sviluppano prodotti e servizi innovativi per affrontare sfide globali urgenti nei settori del clima, dell’energia, della digitalizzazione, dell’alimentazione, della sanità, dell’industria manifatturiera, della mobilità e delle materie prime. Quest’anno sono rappresentati 15 paesi: Austria, Belgio, Bulgaria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Lituania, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Ungheria.
La cerimonia di premiazione per il 2022 si terrà a Bruxelles in occasione del vertice dell’Istituto europeo di innovazione e tecnologia dell’11 ottobre 2022, nell’ambito della serie di eventi faro dell’Istituto, INNOVEIT WEEKS. Maggiori informazioni sono disponibili nel comunicato dell’Istituto europeo di innovazione e tecnologia. (aise)




Caricabatterie universale dal 2024 per cellulari, tablet e fotocamere

smartphone batteria ftg

smartphone batteria ftgL’Ue ha raggiunto l’accordo sul caricabatterie universale. A trovare l’intesa sulla direttiva sul caricatore unico per telefonini, tablet e altri apparecchi elettronici (in pratica la revisione della direttiva sugli equipaggiamenti radiofonici) sono stati i negoziatori del Consiglio e del Parlamento europeo. Lo comunica la commissione Imco, via social.

A partire dal 2024, tutti gli apparecchi elettronici di taglia medio-piccola venduti nell’Ue dovranno essere dotati di una porta di tipo Usb-C, per evitare la moltiplicazione degli standard e dei caricabatterie, che genera montagne di spazzatura elettronica. Consiglio e Parlamento hanno raggiunto un accordo in trilogo, a Strasburgo, sulla revisione della direttiva sugli equipaggiamenti radiofonici, in pratica sul caricatore unico, una misura di armonizzazione degli standard che punta a ridurre la produzione di rifiuti e a semplificare la vita a chi utilizza telefonini, laptop, tablet e simili.

Tra due anni la porta Usb-C, uno standard utilizzato anche dalla Apple, a lungo criticata per l’utilizzo di due standard differenti per la ricarica degli apparecchi, sarà obbligatoria, a prescindere dal produttore, per telefonini, tablet, e-reader, cuffie e auricolari, macchine fotografiche digitali, consolle per videogiochi, casse portatili ricaricabili via cavo. Anche i laptop dovranno averla, entro 40 mesi dall’entrata in vigore. In questo modo, dovrebbe ridursi la quantità di cavi che un utente medio deve portare con sé.

Anche le velocità di ricarica verranno armonizzate per gli apparecchi che supportano la ricarica rapida, cosa che dovrebbe permettere agli apparecchi di essere ricaricati alla stessa velocità con qualsiasi caricatore compatibile. Dovranno essere anche fornite informazioni chiare sulle caratteristiche di ricarica degli apparecchi, in modo da facilitare la ricerca di un caricatore compatibile.

Dopo la pausa estiva, Parlamento e Consiglio dovranno approvare l’accordo, prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale Ue. Entrerà in vigore 20 giorni dopo e le disposizioni inizieranno ad applicarsi dopo 24 mesi. Le nuove regole non riguarderanno gli apparecchi commercializzati in precedenza.

adnkronos.it




Sequenziato il Dna di un abitante dell’antica Pompei

pompei

pompei“Ogni dato in più che risulta dalle indagini è un’importante conquista per la ricerca scientifica che contribuisce a completare il quadro storico di un’epoca e di una civiltà. È frutto di collaborazioni interdisciplinari, di un lavoro di squadra lungo e paziente, che necessita anche di una volontà comune di divulgare notizie rigorose, evitando facili protagonismi che possono rendere fuorviante l’informazione. Il parco archeologico di Pompei è campo privilegiato di sperimentazione di tali studi ed è il detentore dei conseguenti risultati che, raccolti e comparati, sono in grado di assicurare una comunicazione corretta della ricerca archeologica, antropologica e in generale scientifica”.

Così il direttore del parco archeologico Gabriel Zuchtriegel in merito alle recenti notizie sulla rilevazione del dna di un abitante di Pompei che – spiega una nota – si inseriscono all’interno di un più ampio filone di studi, condotto dal Parco archeologico di Pompei che da anni lavora – anche con il contributo di università e istituti scientifici – ad una mappatura di tutto il dna disponibile, riservandosi di diffondere tali risultati quando il quadro sarà completo e scientificamente esaustivo.

IL DNA DEGLI ABITANTI DI POMPEI

Il dna degli abitanti di Pompei – prosegue la nota – viene estratto dal 1998, profilandosi come uno dei più radicati ambiti di analisi scientifica nel sito. Non si può parlare dunque di una ‘prima mappa del dna’ emersa ora, ma di un tassello di una ricerca di lungo corso che andrà a integrare un quadro molto più vasto ed esauriente. Lo studio recente ha un suo punto di forza nell’individuazione per via genetica di una vistosa patologia, la tubercolosi, già rilevata autopticamente, sebbene l’individuo in esame abbia permesso l’estrazione di un genoma al 33%, quindi non completo. Il soggetto in studio, essendo stato scavato nel 1934 ed essendo rimasto a lungo esposto, presenta percentuali di un dna endogeno inferiori agli standard che si rilevano nella mappatura strutturata e ragionata ancora in corso.

LO STUDIO DEL DNA

Questa monumentale mappatura genetica che interessa l’intera popolazione pompeiana, avviata dal 2015, è in corso a cura del Parco con la collaborazione dell’Università di Firenze, con il fine di avere un vero e proprio ritratto di una popolazione di epoca imperiale. Questo progetto nasce dalla consapevolezza che il deposito vulcanico ha agito come “guscio” sui resti dei pompeiani, di fatto evitando che venissero “inquinati” da fattori esterni. L’ambizioso progetto ha portato alla vincita di un Prin finanziato per 800mila euro, dal titolo “Pompeii molecular portrait”.

Già in passato, lo studio del dna di vittime dell’eruzione del 79 d.C. ha portato a risultati importanti, a volte sorprendenti. Per esempio le analisi sui calchi del gruppo di un presunto nucleo familiare, rifugiatosi nella casa del Bracciale d’Oro, hanno rivelato – conclude la nota – che lo stesso era composto da due adulti e due bambini di sesso maschile, ma privi di rapporti di parentela genetica.

ag. DIRE – www.dire.it




Fotografato il buco nero al centro della Via Lattea

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131602533 1f326494 fe9c 4900 a35e 57017f597f19L’attesissima immagine mostra finalmente l’oggetto massiccio che si cela al centro della nostra galassia. Già in passato gli scienziati avevano scoperto stelle che si muovevano intorno a un corpo invisibile, compatto e molto massiccio al centro della Via Lattea.

Quelle osservazioni suggerivano che l’oggetto in questione, chiamato Sagittarius A (Sgr A), fosse un buco nero, e l’immagine resa pubblica oggi fornisce la prima prova visiva diretta a sostegno di questa ipotesi.

Com’è fatto il buco nero

Anche se non possiamo vedere il buco nero stesso, perché non emette luce, il gas che brilla attorno ad esso possiede un aspetto distintivo: una regione centrale scura (chiamata “ombra” del buco nero) circondata da una struttura brillante a forma di anello. La nuova immagine cattura la luce distorta dalla potente gravità del buco nero, che ha una massa pari a quattro milioni di volte quella del Sole.

“Siamo rimasti sbalorditi da quanto le dimensioni dell’anello siano in accordo con le previsioni della teoria della relatività generale di Einstein“, commenta Geoffrey Bower, EHT Project Scientist all’Academia Sinica di Taipei, Taiwan e alla University of Hawaii at Mnoa, negli Stati Uniti. I risultati sono descritti in una serie di articoli pubblicati oggi, 12 maggio, su un numero speciale della rivista The Astrophysical Journal Letters.

Il buco nero, che si trova a circa 27 mila anni-luce dalla Terra in direzione della costellazione del Sagittario, appare nel cielo con una dimensione pari a quella che avrebbe una ciambella sulla Luna. Per realizzarne l’immagine, il team ha creato il potente EHT mettendo insieme otto osservatori radio-astronomici in tutto il mondo per creare un unico telescopio virtuale dalle dimensioni del pianeta Terra.

 

Come è stato osservato

EHT ha osservato Sgr A* per diverse notti nell’aprile 2017, raccogliendo dati per molte ore di seguito, in modo simile a quando si effettua un’esposizione lunga con una macchina fotografica.

Cruciale per raggiungere questo risultato è stato il contributo di ALMA, l’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array, il piu’ potente radiotelescopio esistente, che dal deserto di Atacama, in Cile, scruta il cosmo in banda radio a lunghezze d’onda millimetriche e submillimetriche.

L’Italia partecipa ad ALMA attraverso l’ESO, lo European Southern Observatory, e ospita il nodo italiano del Centro regionale europeo ALMA presso la sede dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) di Bologna.

Il confronto con il precedente

La scoperta arriva dopo la prima immagine di un buco nero, quello al centro della galassia lontana M87, resa pubblica dalla Collaborazione EHT nel 2019. I due buchi neri appaiono straordinariamente simili, anche se quello nel cuore della nostra galassia è oltre mille volte più piccolo e meno massiccio rispetto a quello di M87.

“Abbiamo due tipi completamente diversi di galassie e due buchi neri con masse molto diverse, ma vicino al bordo di questi buchi neri, l’aspetto e’ sorprendentemente simile”, dice Sera Markoff, professoressa di astrofisica teorica all’Universita’ di Amsterdam, Paesi Bassi, e Co-Chair del Consiglio Scientifico di EHT. “Questo ci dice che la relativita’ generale governa questi oggetti da vicino, e qualsiasi differenza vediamo in regioni piu’ lontane deve essere dovuta a differenze nel materiale che circonda i buchi neri”.

“Le osservazioni forniscono ulteriore supporto al fatto che lo spaziotempo nell’intorno dei buchi neri è descritto da soluzioni della relatività generale, indipendentemente dalla loro massa”, commenta Mariafelicia De Laurentis, professoressa di astrofisica presso l’Università Federico II di Napoli e ricercatrice all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), Deputy Project Scientist, membro del Consiglio Scientifico e coordinatrice del gruppo di Gravitational Physics di EHT, che ha guidato il paper sui test della gravità.

“Gli studi sul centro galattico hanno consentito negli anni di eseguire molti test di verifica della relatività generale, ma il risultato presentato oggi è senza precedenti perche’ permette molte misure originali sulla gravità e di fare nuova scienza sui buchi neri supermassicci e sul loro ruolo nell’evoluzione dell’universo: abbiamo aperto le porte di un nuovo straordinario laboratorio”.

Ottenere il nuovo risultato è stato molto più difficile rispetto al precedente, anche se Sgr A* è molto più vicino a noi. Il team ha dovuto sviluppare nuovi sofisticati strumenti di analisi dati per tener conto del moto del gas intorno a Sgr A*, che impiega pochi minuti a completare un’orbita attorno a questo buco nero.

Il buco nero al centro della galassia M87 è molto più grande e il gas, che si muove alla stessa velocità (prossima a quella della luce) attorno a entrambi i buchi neri, impiega giorni o addirittura settimane per orbitare intorno ad esso: era dunque un target piu’ stabile e quasi tutte le immagini avevano lo stesso aspetto. Non è accaduto lo stesso per Sgr A*. L’immagine del buco nero al centro della nostra galassia e’ una media delle diverse immagini estratte dal team, svelando finalmente questo oggetto per la prima volta.

agi.it