Sono autentici i tre video del Pentagono sugli Ufo

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unnamedAGI – I tre video di oggetti volanti non identificati rilasciati nel 2019 dal Pentagono sono autentici. Lo conferma proprio il Dipartimento della difesa (Dod) degli Stati Uniti, dichiarando che i tre filmati realizzati nel 2004 e nel 2015 sono stati effettivamente girati dal personale della Marina militare statunitense.

Ad alimentare l’interesse nei confronti di quelli che vengono definiti fenomeni aerei non identificati (Uap), è stato anche il rilascio, avvenuto nel mese di gennaio da parte della Cia, di migliaia di file con la documentazione di tutti gli avvistamenti di Ufo dagli anni ’50 fino a oltre il Duemila.

Pur non essendo tutti autentici, i video e gli avvistamenti del dossier si aggiungono al numero crescente di episodi privi di spiegazione che hanno portato il Congresso federale a istituire la Unidentified Aerial Phenomena Task Force (UAPTF), un’unità operativa con il compito d’indagare sugli Uap.

È atteso per la prossima settimana il rapporto della UAPTF al Congresso per documentare l’attività svolta. I tre video in questione mostrano un ‘transmedium vehicle’, in grado di muoversi nel vuoto, e attraverso aria e acqua. “Posso confermare che i filmati sono stati ripresi dal personale della Marina – ha dichiarato Susan Gough, portavoce del Pentagono – e che sono in corso ulteriori indagini”. Divulgati in modo non autorizzato già nel 2007 e nel 2017, i video erano stati poi pubblicati dal Pentagono insieme alle registrazioni audio dei piloti americani, di cui si evince lo stupore nel constatare le capacità del veicolo, entrato nell’Oceano senza subire alcun danno.

“Incursioni come questa – riporta la dichiarazione del 2019 – possono rappresentare un rischio per l’aviazione della Marina e per l’Aeronautica militare. Per questioni di sicurezza, è necessario valutare attentamente ogni rapporto di questo genere”.




La scoperta che permetterà di ‘conquistare’ la Luna

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092216461 95c5bcd7 3bb4 49a9 9a33 8309034e4b5fAGI – Da oggi è possibile produrre acqua sulla superficie della Luna grazie ad un processo chimico-fisico che permette di estrarre l’ossigeno dalla sabbia lunare (regolite). Gli esperimenti sono stati condotti dal Politecnico di Milano e da OHB Italia. Il progetto parte dall’ESA (Agenzia Spaziale Europea) con il contributo dell’ASI (Agenzia Spaziale Italiana). Si tratta di un programma a lungo termine di colonizzazione umana della Luna e prevede l’utilizzo in loco delle risorse lunari.

La scoperta permetterà di produrre acqua direttamente sulla Luna, e di conseguenza ossigeno e idrogeno, svincolando le future missioni e basi lunari dai rifornimenti dalla terra. Ci sarà una semplificazione enorme per la logistica e una drastica riduzione dei costi del trasporto di materiali. Il gruppo di ricerca, guidato dalla professoressa Michèle Lavagna, ha utilizzato un impianto prototipale realizzato ed installato presso i laboratori del dipartimento di Scienze e Tecnologie Aerospaziali del Politecnico.

Alimentando l’impianto con sabbia simulante il suolo lunare polare, è riuscito a produrre acqua, estraendo ossigeno dagli ossidi presenti nei minerali che compongono il terreno del nostro satellite. Il sottile strato di sabbia polverosa che ricopre la Luna contiene minerali che si trovano anche sulla Terra, consentendo l’impiego di processi di trasformazione chimica noti nelle applicazioni industriali terrestri.

Si apre una nuova era

“Il risultato ottenuto dal Politecnico di Milano e da OHB Italia – afferma Lavagna – apre nuove stimolanti prospettive nell’ambito dell’esplorazione lunare e di una presenza umana permanente e sostenibile. Si tratta di un processo che presenta elementi innovativi di matrice squisitamente italiana che pone il nostro Paese in una posizione di rilevanza internazionale nello scenario delle prossime attività di esplorazione umana extra-terrestre”.

Da parte sua l’amministratore delegato di OHB Italia, Roberto Aceti, ha sottolineato: “Per viaggiare nello Spazio e creare basi abitative sulla Luna e su Marte abbiamo bisogno di realizzare tecnologie pronte per sostenervi la presenza umana. Produrre ossigeno in ambiente lunare testimonia come la stretta collaborazione tra scienza, ricerca universitaria e imprese possa portare a sviluppare un prodotto industriale di altissimo valore tecnologico in grado di cambiare le prospettive del nostro futuro oltre a riconfermare le altissime competenze spaziali dell’Italia sulla scena mondiale”.




Covid, spray nasale anti-contagio “funziona anche su varianti”

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coronavirus3Un antivirale da spruzzare nel naso per prevenire il contagio da Covid-19, efficace anche sulle varianti del coronavirus. Lo spray, a base di lipopeptidi, è stato messo a punto da Matteo Porotto e Anne Moscona della Columbia University americana, e secondo un nuovo studio pubblicato su ‘Science’ riesce a bloccare la trasmissione di Sars-CoV-2 nei furetti. La speranza dei suoi inventori, docenti del Dipartimento di pediatria e direttori del Center for Host-Pathogen Interaction del Vagelos College of Physicians and Surgeons dell’ateneo, è che il prodotto possa evitare l’infezione anche negli esseri umani.

Lo spray nasale risulterebbe efficace anche contro le nuove varianti del coronavirus e potrebbe essere utile in particolare alle “persone che non possono essere vaccinate o che non sviluppano immunità”, spiegano Porotto e Moscona. Questo antivirale è inoltre facile da somministrare, sottolineano. In base alle evidenze emerse su altri virus respiratori, la protezione conferita sarebbe immediata e avrebbe una durata di almeno 24 ore. Non solo: i lipopeptidi sono poco costosi da produrre, assicurano gli scienziati, resistono a lungo e non richiedono refrigerazione per una conservazione corretta. Disporre di uno strumento simile potrebbe essere quindi importante specialmente per le popolazioni rurali, a basso reddito e difficili da raggiungere.

Il nuovo esperimento, condotto in collaborazione con Rory de Vries e Rik de Swart dell’Erasmus University Medical Center nei Paesi Bassi, ha utilizzato i furetti perché hanno polmoni molto simili a quelli umani. Questi mustelidi sono inoltre altamente suscettibili all’infezione da Sars-CoV-2, che fra l’altro si diffonde assai facilmente da un esemplare all’altro. Il lipopeptide antivirale è stato somministrato nel naso di 6 furetti. Coppie di animali trattati sono state poi messe in contatto con coppie di furetti controllo sui quali è stato usato uno spray nasale ‘placebo’, e con un furetto infettato da Sars-Cov-2. Dopo 24 ore di intensa ‘relazione’, i test hanno rilevato che nessuno degli animali trattati ha preso il virus dal compagno di gabbia contagioso. La loro carica virale era pari a zero, mentre tutti i furetti controllo risultavano altamente infetti.

Considerato l’allarme varianti che sta preoccupando le autorità sanitarie internazionali, con l’emergere di mutanti potenzialmente più trasmissibili e mortali, nonché in grado di eludere gli anticorpi neutralizzanti indotti da terapie e vaccini attualmente disponibili, Porotto e Moscona hanno successivamente testato il loro prodotto su cellule infettate con una serie di varianti di Sars-CoV-2 tra cui quelle inglese e sudafricana. Hanno così osservato che il lipopeptide impediva alla proteina Spike, la ‘chiave’ che il coronavirus utilizza per introdursi nell’ospite, di fondersi con la membrana delle cellule bersaglio. Questo accadeva con le varianti provate, esattamente come con il virus originario.

I due ricercatori in passato avevano già messo a punto lipopeptidi simili anche per prevenire l’infezione da altri virus quali morbillo, parainfluenza e virus Nipah. Hanno però faticato a trasferire i loro primi studi sull’uomo perché le malattie in questione sono oggi più diffuse o gravi in aree del mondo a basso reddito. Quando è scoppiata la pandemia di Covid-19, hanno adattato i loro prodotti al nuovo coronavirus, collaborando con Christopher Alabi della Cornell University. Un primo report sul trattamento sperimentale è stato pubblicato su ‘mBio’ il 20 ottobre scorso, e descriveva l’effetto del lipopeptide in un modello 3D di polmone. Il composto riusciva a ‘spegnere’ un’infezione iniziale, prevenendo la diffusione del virus all’interno del polmone, e non appariva tossico per le vie aeree.

Dopo gli studi sul furetto, l’obiettivo è sperimentare lo spray nasale sull’uomo. Porotto e Moscona sono convinti che questo strumento-scudo possa essere utilizzato in qualsiasi situazione in cui una persona non infetta rischia di essere esposta a Sars-CoV-2: dalla famiglia alla scuola, a un contesto sanitario o di comunità. “Anche in uno scenario ideale con ampi segmenti di popolazione vaccinata – precisano gli autori – questi antivirali rappresenteranno un’importante arma complementare per proteggere le persone e controllare la trasmissione” del patogeno pandemico.

ADNKronos




A Santo Domingo la prima Conferenza dei Giovani sul Cambio Climatico nella R.D.

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17canepariSANTO DOMINGO\ aise\ – Nell’ambito degli eventi preparatori della rete diplomatico-consolare italiana in vista della CoP26 sul cambiamento climatico e al fine di promuovere una sempre maggiore collaborazione tra l’Italia e la Repubblica Dominicana nel settore ambientale, il 19 e 20 febbraio 2021 si terrà la 1^ Conferenza Locale dei Giovani sul Cambiamento Climatico nella Repubblica Dominicana, organizzata da EducAccion DR, con il supporto e la collaborazione dell’Ambasciata Italiana a Santo Domingo, del Ministero della Gioventù e del Consiglio Nazionale per il Cambiamento Climatico, oltre che con l’Ambasciata del Regno Unito a Santo Domingo.
L’ambasciatore Andrea Canepari sarà l’oratore principale durante la sessione di apertura, il 19 febbraio, alle 15:30. “Quest’anno”, ricorda Canepari, “l’Italia detiene la co-presidenza, insieme al Regno Unito, della COP26, e la nostra attenzione è sui giovani per l’importante ruolo che hanno in tutto il mondo nella lotta per mitigare gli effetti del cambiamento climatico”.
Per partecipare a questa “meravigliosa esperienza” occorre iscriversi attraverso il sito https://www.educaccionrd.com/lcoy-rd-2021.




L’elettricità nella Repubblica Dominicana

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Prese e spine RDAbbiamo pensato di dedicare una rubrica alla tecnologia e ai problemi riguardanti la tecnologia nella Repubblica Dominicana.

Verranno trattati argomenti di attualità,  ma anche temi riguardanti le differenze tecnologiche tra l’Italia e la RD.

Sarà dato spazio a domande e curiosità; pertanto vi invitiamo a scrivere alla redazione, saremo felici di sciogliere qualche dubbio o trattare argomenti da voi suggeriti.

Come primo articolo di presentazione abbiamo pensato di parlare della fornitura elettrica in Repubblica Dominicana e rispondere definitivamente a molte domande che spesso e volentieri si incontrano sui social, tipo:

“ I miei elettrodomestici funzioneranno in RD ? “, “ Posso portare la televisione ?” etc..

Prima di tutto parliamo delle caratteristiche della fornitura elettrica dominicana, confrontandole con quelle italiane. Non entreremo in tecnicismi, cercheremo di essere chiari e accessibili il più possibile:

In Repubblica Dominicana viene fornita una corrente alternata con una tensione di 120 V “bi-fasica” con una frequenza di 60Hz, in Italia si ha una corrente alternata con una tensione di 230V monofase a 50Hz, valori che sembrano molto distanti… ma non troppo, analizziamo nel dettaglio.

Il grande sergreto è che in Dominicana la fornitura è “bi-fasica”, questo significa che dal “contatore”, se lo richiediamo nel contratto, arriveranno 3 cavi, 120V – 120V e Neutro, e ciò da la possibilità di prelevare 230-240V quasi come in Italia!

La frequenza resta però differente a 60Hz, significa che è più alta rispetto all’Italia, di ben il 20%.  Questa caratteristica potrebbe creare dei problemi a tutti quegli elettrodomestici che hanno un motore elettrico.

Vediamo nel dettaglio cosa significa tutto ciò: la maggioranza degli utilizzatori elettrici e elettronici ormai è compatibile con tensioni differenti che normalmente variano dai 90-260V~ 50-60Hz, questo significa che sono costruiti per funzionare sia in Italia che in Repubblica Dominicana senza problemi. Perciò televisori, impianti stereo (a parte quelli professionali), computer, lampadine LED ecc… funzioneranno senza problemi anche a 110-120V.

Tutti quei dispositivi espressamente dichiarati a 220-240V / 50-60Hz potranno funzionare solo utilizzando la fornitura a tensione bi-fasica 120V+120V.

Come abbiamo anticipato, l’altra grande differenza della fornitura elettrica, a parte la tensione, è la frequenza, i famosi 60Hz. Questo significa, per i nostri cari elettrodomestici, che dove si utilizzano motori elettrici questi gireranno più velocemente, di conseguenza ci sarà una sollecitazione in più per i motori e le parti meccaniche ad essi collegate.

Dobbiamo specificare che moltissimi elettrodomestici che utilizzano motori, tipo frullatori, aspirapolvere, lavatrici, lavapiatti ecc. sono già costruiti per funzionare alle due frequenze di riferimento. Quindi molta attenzione nel leggere le specifiche di collegamento elettrico riportate sulle targhette di ogni singolo elettrodomestico.

Individuare l’etichetta e controllare è fondamentale. Dobbiamo verificare se è predisposta per le differenti tensioni e soprattutto per le differenti frequenze.

Ecco alcuni esempi:

90/240V –  50/60Hz ( significa che potrete tranquillamente collegare il “110V” )

230V 50/60Hz (significa che potrete collegare il 220V dominicano a 60Hz)

220/240V – 50Hz ( significa che non sarà possibile utilizzare l’elettrodomestico qui in RD)

Dove non vi è possibilità di avere la tensione bi-fasica, e quindi avere un 220V direttamente dal fornitore della energia elettrica, spesso si ricorre a trasformatori che innalzano la tensione da 110V a 220V. In questi casi è bene valutare la potenza, espressa in Watt “W”,  impiegata dall’utilizzatore che andremo a collegare al trasformatore, in modo da evitare surriscaldamenti, guasti o addirittura rischio di incendio. Anche in questo caso verificare l’etichetta posta sia sul trasformatore, che indicherà la potenza massima erogata ( espressa in Watt o volt ampere VA * ) e sia sull’elettrodomestico, che indicherà la potenza. È bene che l’energia richiesta dall’elettrodomestico sia  sempre inferiore minimo di un 20% rispetto al trasformatore .

Attenzione sempre alla frequenza: i trasformatori trasformano la tensione i Volt, non la frequenza, che resterà sempre a 60Hz, quindi verificare sempre l’etichetta con le specifiche dell’elettrodomestico.

Prese, spine e adattatori.

In Repubblica Dominicana le prese e le spine elettriche sono conformi allo standard USA , con due lamelle parallele verticali  + terra, per la linea a 110V , chiamate “Tipo A” se la terra non è presente e “Tipo B” se vi è anche la predisposizione per la terra

Quelle per il 220V hanno due lamelle parallele orizzontali + terra (ruotate di 90° rispetto a quelle del 110V ).

Quindi sarà necessario munirsi di adattatori o meglio sostituire le spine delle apparecchiature  con quelle normalmente in uso, in commercio troverete anche prese elettriche con frutti multi standard, ma sempre molta attenzione che sia presente il collegamento di terra.

Per ogni dubbio, curiosità contattate la redazione, saremo felici di aiutarvi con chiarimenti ed esempi.

*             Nota  Tecnica: Le apparecchiature elettriche  sono caratterizzate dal massimo assorbimento nominale (potenza) Watt e in VA (volt-ampere), per cui né i Watt né i VA nominali di un dispositivo possono essere superati dalle apparecchiature che li alimentano. I Watt si riferiscono alla massima potenza assorbita dall’apparecchiatura, mentre i volt-ampere rappresentano la “potenza apparente” e si ricavano moltiplicando la tensione applicata alle apparecchiature e la corrente da queste assorbita.  È più chiaro? Probabilmente non molto. Ciò che occorre sapere, in realtà, è che per le apparecchiature elettriche i Watt e i VA nominali possono variare sensibilmente e che i VA sono sempre uguali o superiori ai Watt. Se in un trasformatore la potenza viene espressa in VA, significa che è espresso un valore “ideale” che è in funzione di alcune caratteristiche del carico da voi applicato.

Per farla semplice dovete considerare un valore minore di potenza applicabile in Watt rispetto ai VA dichiarati. In un ambiente domestico con utilizzatori civili mediamente un 20% in meno (1000VA tenete conto 800W, ci sarebbero molte più considerazioni da fare ma si entrerebbe in un campo decisamente tecnico, parlano di fattori di potenza cos  φ ecc… )

La Redazione Tecnica




La NASA ha scoperto una luce inspiegabile nell’universo

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Su almeno una cosa scienza e fantascienza sembrano andare d’accordo: lo Spazio è un posto decisamente freddo e buio, e quindi inospitale (anche la mancanza di ossigeno è un buon motivo per non farci una scampagnata, a dire il vero). Che sia freddo non ci piove (ah ah) ma siamo davvero sicuri che sia completamente buio?

La missione New Horizons della NASA ha deciso di dare una risposta a questo quesito scientifico ma se vogliamo anche esistenziale, grazie a una navicella spaziale che ha superato il pianeta nano Plutone.

New Horizons è servito in origine per esplorare appunto Plutone, ma dopo aver superato oltre il pianeta nano nel 2015 l’intrepida astronave non ha smesso di funzionare e inviare dati agli studiosi. Ora è a più di 7 miliardi di miglia da casa, quasi 50 volte più lontano dal Sole di quanto lo sia la Terra.

Photo credit: heibaihui - Getty Images
Photo credit: heibaihui – Getty Images

Ai fini della nostra ricerca questo è importantissimo, perché significa che la navicella è lontana dalle principali fonti di contaminazione della luce, che rendono impossibile rilevare da qui i minimi segnali luminosi che possono trovarsi nell’Universo. Intorno alla Terra e nel sistema solare interno, ad esempio, lo Spazio è pieno di particelle pulviscolari che vengono illuminate dal sole, creando un bagliore diffuso.

Per cercare luce nell’Universo, i ricercatori hanno esaminato le immagini scattate dal telescopio e dalla fotocamera della sonda, selezionando se vogliamo quelle più “noiose”, le inquadrature di porzioni di cielo più vuote possibile. Quindi le hanno elaborate al computer per rimuovere tutte le fonti conosciute di luce: la luce dalle stelle, quella della Via Lattea e qualsiasi luce vagante o potenzialmente imputabile a effetti distorsivi della fotocamera: è rimasta quindi solo la luce che entrava da oltre la nostra galassia. A quel punto hanno sottratto anche tutta la luce che poteva in qualche modo provenire da galassie conosciute o presunte. E hanno scoperto che, a quel punto, c’era ancora molta luce inspiegabile.

Addirittura, la quantità di luce proveniente da sorgenti misteriose era quasi equivalente a quella rimossa, proveniente dalle galassie conosciute. Quindi là fuori ci sono intere galassie sconosciute, o qualche altra fonte di luce ancora più misteriosa.

da Esquire




Visioni per l’artico: Italia e Canada a confronto

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11articoIl Centro Studi Italia Canada sarà tra i protagonisti del Festival “Italia Chiama Artico” organizzato da Osservatorio Artico, in programma online dal 14 al 16 gennaio.
Geopolitica e relazioni internazionali, risorse e sviluppo sostenibile, cambiamenti sociali e culturali i temi al centro della manifestazione che vedrà avvicendarsi ospiti e relatori a confronto sul ruolo e l’iniziativa italiana nell’Artico.
Al Centro Studi, in particolare, è stato affidato l’evento di apertura del 14 gennaio alle 15.00 sul tema “Italia e Canada, Visioni per l’Artico”.
All’incontro interverranno Alexandra Bugailiskis, ambasciatrice del Canada in Italia, Claudio Taffuri, ambasciatore italiano in Canada, Francesco Norante, Presidente di LEONARDO Canada, Paolo Quattrocchi, Direttore del Centro Studi Italia-Canada, Laura Borzi, Analista del Centro Studi Italia-Canada, e un rappresentante del governo canadese.
La conferenza sarà trasmessa online sui profili social dell’Osservatorio Artico e del Centro Studi Italia Canada.




Quando il ghiaccio sparì dal Nord Atlantico

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21cnrghiaccioGli improvvisi eventi di riscaldamento climatico nell’emisfero Nord, avvenuti durante l’ultima era glaciale, sono stati accompagnati da una egualmente rapida riduzione dell’estensione di ghiaccio marino nel Nord Atlantico. A sostenerlo è un lavoro sul paleoclima pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) e realizzato da un team di ricerca internazionale di cui hanno fatto parte l’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isp) e l’Università Ca’ Foscari Venezia, e coordinato dall’Università di Bergen (Norvegia).
“Tra 10 e 100 mila anni fa, durante l’ultimo periodo glaciale, l’emisfero Nord si presentava bianco a causa delle grandi calotte glaciali che avvolgevano i continenti settentrionali e dell’esteso ghiaccio marino che copriva i mari del Nord”, spiega Andrea Spolaor, ricercatore Cnr-Isp, tra gli autori dello studio. “Il freddo clima glaciale è stato però più volte interrotto da una serie di eventi di forte e improvviso aumento delle temperature, noti come eventi di Dansgaard-Oeschger, fino a 16 °C sulla piattaforma glaciale groenlandese”.
Le cause di questi eventi di riscaldamento, scoperti già a metà degli anni ‘80 dall’analisi di carote di ghiaccio groenlandese, sono tuttora oggetto di dibattito benché la pubblicazione di questa ricerca abbia contribuito a una loro maggiore comprensione. I risultati dello studio indicano infatti che la forte riduzione dell’estensione del ghiaccio marino potrebbe essersi verificata nell’arco di 250 anni o meno, contemporaneamente all’inizio di una fase di rimescolamento della stratificazione delle acque del Nord Atlantico, causando così un forte rilascio di calore e conseguente riscaldamento atmosferico.
“Mentre il Nord Atlantico perdeva rapidamente la copertura di ghiaccio, il calore dell’acqua oceanica veniva trasmesso all’atmosfera sovrastante, portando così ad un’amplificazione degli eventi di riscaldamento climatico in atto”, afferma Niccolò Maffezzoli, ricercatore Marie Curie all’Università Ca’ Foscari Venezia, coautore dello studio.
Per questo lavoro l’équipe di ricerca ha combinato insieme per la prima volta dati climatici da carote di sedimenti marini e carote di ghiaccio. “I colleghi norvegesi hanno analizzato le due carote di sedimento prelevate nel Mare di Norvegia, mentre nei laboratori di Ca’ Foscari e Cnr-Isp abbiamo misurato nel ghiaccio della carota groenlandese di Renland le concentrazioni di bromo e sodio, due elementi sensibili alla presenza di ghiaccio marino stagionale nell’Oceano Nord Atlantico, in particolare nell’area tra Norvegia e Groenlandia”, prosegue Maffezzoli. “A segnalare l’estensione del ghiaccio marino stagionale è specialmente il bromo, che viene emesso in atmosfera durante la primavera artica per poi depositarsi sulla calotta polare. Queste ‘esplosioni di bromo’ stagionali registrate nelle carote di ghiaccio ci hanno permesso di ricostruire le dinamiche del ghiaccio marino nei millenni passati”.
“I dati sono stati poi allineati tra loro attraverso l’identificazione, in tutte le carote, di diversi strati di tephra, strati di cenere vulcanica provenienti da eruzioni islandesi passate, che ne ha permesso la sincronizzazione temporale”, conclude Spolaor. “Il nostro studio ha evidenziato l’utilità di effettuare ricostruzioni climatiche combinando carote di sedimento oceanico e glaciali, fornendo così una più solida comprensione delle variazioni passate del ghiaccio marino nei mari del Nord”.




Al 2020 mancavano solo gli alieni: captato un misterioso segnale radio

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5fdf6a75270000b5016860f7Dopo una pandemia globale, al 2020 mancavano solo gli alieni. E non è detto che la fine dell’anno o l’inizio del nuovo non ci stupiscano: è attesa nei primi mesi del 2021 la pubblicazione dei risultati di uno studio condotto su un segnale radio osservato nel 2019 e proveniente dal sistema stellare a noi più vicino Proxima Centauri, situato ad appena 4,2 anni luce. In sintesi, il segnale sembra essere concentrato in una singola frequenza, quella dei 982 MHz, una caratteristica più tipica dei fenomeni artificiali che di quelli naturali ed è quindi stato giudicato “degno di attenzione”.

La notizia è stata riportata dal quotidiano britannico The Guardian e gli scienziati che stanno lavorando all’analisi dei dati hanno confermato al periodico Scientific American che c’è ancora molto lavoro da fare, ma l’interesse è giustificato. Andew Siemion dell’Università della California, Berkeley ha spiegato che, allo stato attuale, il fenomeno “non può essere ancora spiegato” e va, dunque, approfondito. “La cosa più curiosa è che il segnale occupa una banda molto ristretta dello spettro radio: 982 megahertz, in particolare, che è una regione tipicamente priva di trasmissioni da satelliti e veicoli spaziali di fabbricazione umana. Non conosciamo alcun modo naturale per comprimere l’energia elettromagnetica in un singolo contenitore di frequenza”, ha affermato.

I “cacciatori di segnali alieni” sono quindi in fibrillazione perché se venisse confermata la natura “non naturale” del segnale, si potrebbe pensare che il sistema planetario più vicino al nostro ospiti una civiltà tecnologica.




Gli animali provano emozioni simili agli esseri umani

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unnamedGli animali sono in grado di sperimentare stati emotivi simili a quelli degli esseri umani, esibendo stati d’animo positivi in caso di successo e una condizione simile al pessimismo in caso di sconfitta. A sostenerlo uno studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the Royal Society B, condotto da ricercatori della Queen’s University di Belfast, che hanno revisionato una serie di lavori precedenti basati sull’esempio delle competizioni tra animali volta alla conquista di risorse o di compagni, per verificare l’impatto delle emozioni sul loro comportamento.

“Valutare lo stato emotivo di un animale è piuttosto complesso – afferma Andrew Crump, della Queen’s University di Belfast – ma è possibile notare che l’esito di una competizione sembra distinguere atteggiamenti differenti tra gli esemplari che risultano, in un certo senso, vincitori e quelli che invece vengono sconfitti”.

Il team ha scoperto che gli stati d’animo negli animali potrebbero svolgere un ruolo fondamentale nel processo decisionale e negli atteggiamenti futuri. “Questo lavoro potrebbe avere implicazioni per il benessere degli animali – commenta Crump – e di come potrebbe essere migliorato. Le persone, ad esempio, valutano la propria soddisfazione di vita complessiva più alta nei giorni di sole, rispetto a quelli di pioggia, fenomeni simili possono essere osservati anche nei nostri amici a quattro zampe”.

Lo scienziato aggiunge che le emozioni degli animali influenzano anche la cognizione e il comportamento non strettamente correlati. “Gli animali che superano un contrasto – prosegue il ricercatore – sperimentano uno stato d’animo più positivo rispetto a coloro che risultano sconfitti, che invece sono meno motivati a misurarsi con altri rivali in futuro. Stimoli ed eventi che suscitano risposte emotive potrebbero influenzare praticamente qualsiasi decisione”.

Gli esperti suggeriscono che potrebbe essere necessario considerare l’aspetto emotivo nello studio del comportamento animale, dato che il ruolo delle emozioni potrebbe essere cruciale per la comprensione del comportamento degli esemplari. “Capire questi emozioni – conclude Gareth Arnott della Queen’s University di Belfast, seconda firma dell’articolo – avrebbe anche vantaggi pratici per il futuro del benessere degli animali, dato che i nostri amici a quattro zampe dovrebbero poter avere molte opportunità per esperienze positive. Comprendere le emozioni degli animali e il motivo per cui si sono evolute ci aiuterà, quindi, a misurare e migliorare i loro stati emotivi e il loro benessere”.  AGI