11 settembre, 25 anni dopo: il giorno che cambiò il mondo

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Un quarto di secolo dopo gli attentati che sconvolsero gli Stati Uniti e il mondo, New York, il Pentagono e Shanksville tornano oggi a ricordare le 2.977 vittime. Tra loro anche dieci cittadini italiani e centinaia di persone di origine italiana.

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Ci sono date che appartengono alla storia e altre che sembrano appartenere ancora alla memoria di chi le ha vissute.

L’11 settembre 2001 è entrambe le cose.

Sono passati 25 anni da quella mattina in cui quattro aerei di linea furono dirottati da 19 terroristi di Al Qaeda. Due colpirono le Torri Gemelle del World Trade Center a New York, uno il Pentagono e il quarto precipitò in Pennsylvania dopo la reazione dei passeggeri.

Il bilancio fu di 2.977 vittime, escluse le persone che parteciparono agli attentati, e oltre 6.000 feriti. Oggi le commemorazioni si svolgono nei tre luoghi simbolo di quella tragedia: Ground Zero, il Pentagono e Shanksville.

8.46: il momento in cui tutto cambiò

Alle 8.46 del mattino, ora di New York, il volo American Airlines 11 colpì la Torre Nord.

Diciassette minuti dopo, alle 9.03, il secondo aereo centrò la Torre Sud.

A quel punto non c’erano più dubbi: quello che stava accadendo non era un incidente, ma un attacco terroristico senza precedenti.

Alle 9.37 un terzo aereo colpì il Pentagono.

Alle 10.03 il volo United Airlines 93 precipitò nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania. I passeggeri avevano tentato di riprendere il controllo dell’aereo dopo avere compreso cosa stava accadendo.

Poco dopo, a New York, crollarono entrambe le Torri Gemelle.

Le immagini entrarono nelle case di tutto il mondo e cambiarono per sempre il modo in cui una generazione avrebbe guardato alla sicurezza, ai viaggi, alle guerre e ai rapporti internazionali.

Anche l’Italia pagò un prezzo

Tra le vittime dell’11 settembre ci furono anche dieci cittadini italiani.

Non furono però soltanto loro a rappresentare il legame con l’Italia.

La comunità italo-americana di New York fu colpita duramente. Tra le vittime c’erano persone nate in Italia, figli e nipoti di immigrati italiani e cittadini americani con forti legami con il nostro Paese.

Un progetto realizzato per il 25° anniversario ha raccolto 411 storie di vittime di origine italiana e italo-americana, ricostruendone nomi, volti e biografie. È un numero che aiuta a capire quanto profondo sia stato l’impatto della tragedia anche sulla comunità italiana negli Stati Uniti.

Tra queste storie c’è quella di Arturo Angelo Sereno, tecnico di sistemi di climatizzazione. Aveva 29 anni e sognava di diventare pompiere. Quando vide il primo aereo colpire la Torre Nord e i soccorritori dirigersi verso l’edificio, decise di seguirli per aiutare. Non tornò più a casa.

Il prezzo pagato dai soccorritori

L’11 settembre non furono colpite soltanto le persone che lavoravano nelle Torri o che si trovavano sugli aerei.

Il bilancio comprende anche 343 vigili del fuoco di New York e 60 agenti di polizia morti durante le operazioni di soccorso.

Molti di quei pompieri avevano origini italiane.

La comunità italo-americana continua ancora oggi a ricordare quel sacrificio, insieme a quello di tutti gli altri soccorritori che entrarono negli edifici mentre migliaia di persone cercavano disperatamente di uscirne.

Un mondo diverso dopo quel giorno

L’11 settembre non cambiò soltanto New York.

Dopo gli attentati gli Stati Uniti lanciarono la cosiddetta “guerra al terrorismo”, con l’intervento militare in Afghanistan e, due anni dopo, la guerra in Iraq.

Cambiarono i controlli negli aeroporti, le procedure di sicurezza, la legislazione antiterrorismo e il modo in cui gli Stati affrontavano la minaccia terroristica.

Per milioni di persone cambiò anche qualcosa di molto più quotidiano: viaggiare in aereo non sarebbe più stato esattamente come prima.

Venticinque anni dopo

Per chi quel giorno c’era, le immagini delle Torri in fiamme sono ancora un ricordo personale.

Per chi è nato dopo il 2001, invece, l’11 settembre appartiene già ai libri di storia.

Ed è forse questo uno dei significati più importanti del venticinquesimo anniversario.

Ricordare non significa soltanto ripetere il numero delle vittime o mostrare ancora una volta le immagini degli aerei contro le Torri.

Significa restituire un nome e una storia alle persone che morirono.

Tra quelle quasi tremila vite c’erano americani e stranieri, uomini e donne, lavoratori, passeggeri, soccorritori. E c’erano anche italiani e persone che portavano nel proprio nome, nella propria famiglia o nella propria storia un pezzo d’Italia.

Venticinque anni dopo, il mondo è molto diverso da quello dell’11 settembre 2001.

Ma una cosa non è cambiata: quelle persone continuano ad avere bisogno di essere ricordate.




Repubblica Dominicana, i distributori di carburante minacciano di eliminare i pagamenti con carta

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Fare rifornimento di carburante con carta di credito o di debito potrebbe presto diventare più complicato nella Repubblica Dominicana.

L’Associazione nazionale dei distributori di carburante (Anadegas) ha annunciato l’intenzione di ritirare i terminali elettronici Verifone dalle circa 780 stazioni di servizio aderenti, come forma di protesta contro le elevate commissioni applicate dalle società che gestiscono i pagamenti elettronici.

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Secondo il presidente di Anadegas, Juan Elías Pérez, i gestori ricavano un margine lordo di circa 25 pesos per ogni gallone di carburante venduto, ma fino a 7 pesos vengono assorbiti dalle commissioni sui pagamenti con carta, pari a circa il 27% del margine. Per questo motivo il settore chiede una forte riduzione dei costi delle transazioni elettroniche.

L’associazione propone una tariffa fissa di 30 centesimi per transazione e avverte che, in mancanza di un accordo con gli operatori finanziari, potrebbe procedere alla rimozione dei terminali di pagamento dalle stazioni di servizio.

Se la misura dovesse essere adottata, gli automobilisti sarebbero costretti a pagare il carburante esclusivamente in contanti o attraverso eventuali sistemi alternativi che dovessero essere introdotti.

La vicenda interessa da vicino anche i numerosi italiani residenti o in vacanza nella Repubblica Dominicana, dove il pagamento con carta è ormai diventato un’abitudine per molti automobilisti. Nelle prossime settimane saranno determinanti le trattative tra i gestori delle stazioni di servizio, le società finanziarie e le autorità per evitare disagi ai consumatori.

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Cuba ancora al buio: nuovo blackout di massa paralizza l’isola

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La crisi energetica cubana sembra non avere fine. Ancora una volta milioni di persone sono rimaste senza elettricità a causa di un nuovo blackout di vaste proporzioni che ha colpito gran parte dell’isola, aggravando una situazione già definita “critica” dalle stesse autorità cubane.

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Secondo l’Unión Eléctrica (UNE), il sistema elettrico nazionale continua a soffrire un enorme squilibrio tra domanda e produzione di energia. Nelle ore di maggiore consumo, il deficit supera ampiamente i 1.600 megawatt, costringendo i gestori della rete a programmare lunghi blackout che, in alcune aree del Paese, possono durare anche oltre venti ore al giorno.

Le cause della crisi sono molteplici. Le centrali termoelettriche cubane, costruite decenni fa, soffrono continui guasti per la mancanza di investimenti e manutenzione. A questo si aggiunge la scarsità di carburante importato, indispensabile per alimentare gran parte degli impianti di generazione elettrica. Il governo cubano attribuisce le difficoltà anche alle sanzioni statunitensi e alle limitazioni sulle forniture di petrolio, mentre numerosi esperti sottolineano il peso dell’obsolescenza delle infrastrutture energetiche.

Le conseguenze sulla vita quotidiana sono pesantissime. Famiglie costrette a vivere per ore senza ventilatori o condizionatori nel pieno dell’estate caraibica, alimenti che si deteriorano nei frigoriferi, attività commerciali ferme e ospedali costretti a fare affidamento sui generatori di emergenza.

La situazione alimenta anche il malcontento della popolazione. Negli ultimi mesi si sono registrate proteste spontanee in diverse città, con cittadini esasperati dai continui tagli dell’energia elettrica e dalle difficoltà economiche che continuano a colpire il Paese.

Per il momento non si intravedono soluzioni rapide. Secondo gli specialisti, sarebbero necessari investimenti miliardari per ammodernare il sistema elettrico nazionale e riportare la produzione ai livelli necessari per soddisfare il fabbisogno dell’isola. Fino ad allora, i blackout continueranno purtroppo a far parte della vita quotidiana dei cubani.




Turismo delle Radici, il 14 giugno grande evento alla Farnesina 

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Oltre ottanta milioni di italo-discendenti nel mondo rappresentano una straordinaria risorsa culturale, affettiva ed economica per l’Italia. Proprio a loro sarà dedicato l’importante evento sul “Turismo delle Radici” che si terrà domenica 14 giugno nel Piazzale della Farnesina, alla presenza del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro del Turismo Gianmarco Mazzi.

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L’iniziativa nasce con l’obiettivo di rafforzare il legame tra l’Italia e le comunità di origine italiana sparse nei cinque continenti, incoraggiando figli, nipoti e pronipoti degli emigrati a riscoprire i luoghi da cui partirono i loro antenati. Un fenomeno che negli ultimi anni sta assumendo un’importanza crescente per numerosi piccoli comuni italiani, soprattutto nei borghi che hanno vissuto grandi flussi migratori verso le Americhe, l’Australia e altre destinazioni.

Per la prima volta l’evento riunirà in un’unica occasione tutti i protagonisti del Turismo delle Radici: circa 800 sindaci coinvolti nei progetti dedicati, rappresentanti delle istituzioni, imprese del settore e i Consoli d’Italia nel mondo, riuniti a Roma per la loro conferenza annuale.

Il programma prevede una serie di iniziative culturali e popolari. Dalle 19 prenderanno il via le esibizioni di bande, cori e gruppi musicali vincitori del concorso dedicato alla valorizzazione della musica popolare e amatoriale italiana. Spazio anche ai giovani italo-discendenti provenienti da Argentina, Australia, Brasile, Canada, Svizzera, Stati Uniti e Venezuela, protagonisti dei Giochi CONI Fair Play. Seguiranno una dimostrazione culinaria dello chef Alessandro Circiello e una degustazione aperta ai partecipanti.

L’apertura ufficiale dell’evento è prevista alle ore 20 con l’esecuzione dell’Inno di Mameli, seguita dagli interventi dei ministri Tajani e Mazzi. Interverrà inoltre il presidente del CONI Luciano Buonfiglio.

Secondo il ministro Mazzi, il Turismo delle Radici rappresenta uno dei segmenti più dinamici del settore turistico italiano, capace di attrarre visitatori interessati non soltanto alle città d’arte ma anche ai piccoli centri e ai territori meno conosciuti. Un turismo legato alla memoria familiare, all’identità e alla scoperta delle proprie origini.

Per milioni di italiani all’estero e per i loro discendenti, il viaggio delle radici non è soltanto una vacanza. È il desiderio di ritrovare una casa mai conosciuta, percorrere le strade raccontate dai nonni e ricostruire un pezzo della propria storia familiare. Ed è proprio questo legame profondo che l’Italia punta oggi a valorizzare e rafforzare.

Il Turismo delle Radici continua a essere presentato come una grande opportunità per gli oltre 80 milioni di italo-discendenti nel mondo. Tuttavia, molti si chiedono quali siano i benefici concreti riservati a chi decide di intraprendere questo viaggio. Al di là degli eventi promozionali e delle iniziative culturali, resta aperta la domanda su quali agevolazioni effettive siano oggi disponibili per i visitatori interessati a riscoprire le proprie origini italiane.




Usa isolati e alleati in fuga: l’Iran resiste e mette all’angolo Trump

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robert kagan fot mariusz kubik 03“Questo conflitto ha rivelato che l’America è inaffidabile e incapace di finire ciò che ha cominciato. Una sconfitta per gli Stati Uniti non è dunque possibile ma probabile”. Lo ha detto Robert Kagan della Brookings Institution in una recente intervista alla Public Broadcasting Company, Pbs, la rete televisiva pubblica. Kagan non è certamente una colomba e infatti è un grande sostenitore di interventi militari all’estero ma nel caso dell’Iran la vede dura.

Nei bombardamenti del giugno dell’anno scorso Donald Trump e il suo Ministro di difesa Pete Hegseth avevano detto che l’arsenale nucleare iraniano era stato “annientato”. Non era vero come ha poi indicato il servizio di intelligence statunitense. Trump, seguendo Benjamin Netanyahu, Primo Ministro di Israele, ha poi deciso di bombardare una seconda volta, dichiarando di nuovo vittoria. In realtà nonostante i notevoli danni e l’eliminazione di parecchi leader del regime iraniano, il Paese è riuscito a resistere. L’Iran non ha vinto ma il semplice fatto di avere resistito consiste in una mezza vittoria soprattutto perché gli iraniani sono riusciti in grande misura a chiudere lo Stretto di Hormuz. Hanno infatti preso in ostaggio l’economia mondiale e avevano indicato che le petroliere avrebbero dovuto pagare un pedaggio. Trump ha agito smorzando questo controllo totale con il blocco navale dello stretto ma il danno per il futuro è già stato fatto. Gli iraniani hanno capito di possedere una carta vincente.

Kagan nell’intervista e in un recente articolo pubblicato sulla rivista Atlantic non vede vie di uscita eccetto per un’invasione sul territorio dell’Iran che sarebbe molto problematica e causerebbe moltissime vittime. Trump, nonostante la sua minaccia di distruggere l’Iran dalla faccia della terra, non sarebbe favorevole a un’invasione. Ha continuato la tregua sperando nei negoziati mediati dal Pakistan che fino adesso non hanno ottenuto risultati positivi.

Trump avrà capito che ha bisogno di aiuto nel conflitto ma ha alienato tutti gli alleati europei e nel suo recente incontro con Xi Jinping avrebbe chiesto assistenza al leader cinese per influenzare gli iraniani ad aprire lo Stretto di Hormuz. La Cina non ha dato segnali al riguardo ma ha reiterato che la vendita americana di armi a Taiwan creerebbe conflitti tra i due Paesi. Al ritorno in Usa dopo il viaggio Trump ha dichiarato ai giornalisti che non ha deciso se completare la vendita delle armi. Ovviamente ha creato costernazione a Taiwan ma ha anche sollevato dubbi sull’affidabilità di Trump da parte degli alleati asiatici come la Corea del Sud e il Giappone. A ciò si aggiunge ovviamente lo strappo creato da Trump con gli alleati europei e la sua diffidenza sulla Nato. Ma anche i Paesi arabi del Golfo hanno già capito che l’America non è un alleato affidabile e si sentono intimoriti da un Iran che potrebbe uscire dal conflitto non solo vivo e vegeto ma ancora più potente.

Trump è ovviamente impaziente e sta cercando di concludere il conflitto in qualche modo che gli permetterebbe di cantare vittoria. Ciò diventa sempre più difficile aumentando il consenso sulla tesi che l’Iran, resistendo agli attacchi, ne uscirà vincitore. Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha recentemente dichiarato che l’Iran, e in particolar modo, i Guardiani della Rivoluzione, stanno “umiliando” gli Stati Uniti. Merz ha rilevato che gli Usa sono entrati in guerra senza un piano strategico efficace rievocando le dolorose esperienze americane in Afghanistan e Iraq.

Le ultimissime notizie ci dicono che Trump ha deciso di rimandare gli attacchi, citando progressi nei negoziati. L’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti starebbero prendendo un ruolo attivo nei negoziati, avendo capito che la loro fiducia nel presidente americano sta diminuendo. Riusciranno a porre fine al conflitto? Per Trump sarebbe una vittoria. Gli toglierebbe le castagne dal fuoco specialmente data l’impopolarità della guerra approvata solo dal 34 percento degli americani.

foto da Wikipedia




25 Aprile in Italia: il “ponte” che unisce memoria e vacanze

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brwcofvik1hi5aymoxnh2jzlq2n3tksqidwfojru64ga 94f8faxeguskrgzeq2d4co5dbdsuncsahlxrwjs6eniihu9fah48k4jhbscwp7rvaybhylhysdi7dlvz7l4qd8xvtl11ti9531tcfoyf8gl qb1frianfficfwkfjeIl 25 aprile, Festa della Liberazione, non è solo una ricorrenza storica fondamentale per l’Italia. Negli ultimi anni è diventato anche uno degli appuntamenti più attesi per chi vive nel Paese: il celebre “ponte del 25 aprile”.

Quando il calendario lo permette, infatti, molti italiani approfittano della vicinanza con il fine settimana per concedersi qualche giorno di pausa. Un’occasione perfetta per viaggiare, rilassarsi e, allo stesso tempo, partecipare alle celebrazioni ufficiali.

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Il ponte del 25 aprile segna di fatto l’inizio della stagione turistica primaverile. Le mete più amate restano le grandi città d’arte come Roma, Firenze e Venezia, ma cresce anche il richiamo delle località di mare e delle zone collinari.

Se il tempo è favorevole, non è raro vedere le prime spiagge affollate, soprattutto nel Centro-Sud, mentre al Nord molti scelgono laghi e montagne per una fuga nella natura.

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Il ponte del 25 aprile è anche sinonimo di grandi spostamenti. Autostrade affollate, treni pieni e aeroporti in fermento raccontano un’Italia in movimento.

Le principali arterie stradali registrano spesso traffico intenso, soprattutto nelle giornate di partenza e rientro. Non mancano i consigli delle autorità per evitare le ore di punta, ma ogni anno si ripete lo stesso rituale: milioni di persone in viaggio per pochi giorni di libertà.

Non manca, però, il lato più profondo della ricorrenza. In molte città si svolgono cerimonie ufficiali, cortei e momenti di commemorazione legati alla Liberazione.

Il ponte del 25 aprile diventa così un equilibrio tutto italiano: da un lato la memoria storica, dall’altro il desiderio di staccare dalla routine.

Una combinazione che racconta bene lo spirito del Paese: capace di ricordare il proprio passato, ma anche di vivere il presente con leggerezza.

Per molti italiani, il ponte del 25 aprile è anche un’anticipazione delle vacanze estive. È il primo vero banco di prova per il turismo e spesso dà il tono alla stagione.

E mentre valigie e programmi si moltiplicano, resta sempre sullo sfondo il significato originario della data: la libertà.

Una parola che, ancora oggi, dà senso sia al viaggio che alla memoria.




Repubblica Dominicana, emergenza stradale: oltre 650 morti nel 2026, i trasportatori chiedono misure urgenti

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Una cifra che non sorprende chi vive la realtà quotidiana delle strade dominicane, dove l’imprudenza alla guida, l’uso massiccio di motociclette e il rispetto limitato delle norme continuano a rappresentare un problema diffuso.

txrie6zjeunzxfs1y3ntrdjgvcmgomfngxlnd7wwdwtt7xnyyo3i3bdmbtak84tz1dwin f8qejf7mamy usxgavvfej rhrg1iacaexfupkri42lcm7kmcd7blwzqsud eosauwgfm9u s1gu6rehpw19tkobvzakwak8 uous9uopfjpcofew6eophwl0Gli incidenti stradali restano tra le principali cause di morte nel Paese. Alla base del fenomeno, secondo operatori del settore, ci sono soprattutto: eccesso di velocità, mancato rispetto delle regole, guida pericolosa, in particolare tra motociclisti, controlli insufficienti.

Una combinazione che rende la circolazione sempre più rischiosa, sia nelle grandi città come Santo Domingo, sia nelle aree periferiche.

Di fronte a questa situazione, il settore del trasporto ha alzato la voce chiedendo misure concrete e rapide.

Secondo i rappresentanti delle associazioni di categoria, il Paese continua a “pagare con la vita” la mancanza di disciplina sulle strade e l’applicazione debole delle norme esistenti.

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Tra i problemi segnalati: assenza di controlli tecnici regolari, veicoli in condizioni non adeguate, manutenzione insufficiente (freni, luci, pneumatici), scarsa presenza delle autorità sulle strade.

Nonostante esista una normativa specifica, la sua applicazione resta discontinua, limitando l’efficacia delle misure di prevenzione.

Oltre agli aspetti tecnici, molti osservatori sottolineano che il problema è anche culturale.

L’educazione stradale è ancora carente, il rispetto delle regole non è sempre percepito come necessario, comportamenti rischiosi vengono spesso tollerati,

Senza un cambiamento in questo senso, avvertono gli esperti, sarà difficile invertire la tendenza.

Con oltre 650 vittime in pochi mesi, la sicurezza stradale si conferma una delle sfide più urgenti per la Repubblica Dominicana.

Il tempo delle analisi, secondo i trasportatori, è finito: ora servono decisioni concrete per evitare che il bilancio continui a peggiorare.




Il Blind Chef Anthony Andaloro e i suoi bucatini cremosi con guanciale, pomodorini e fonduta di formaggi

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0f856498 a5bc 4d30 be2f e7b7f9ab0721Oggi parliamo dello Chef Anthony Andaloro, già da tempo entrato a far parte della famiglia di CHEF Italia con la carica di Coordinatore di Delegazione Nazionale per il Settore Disabilità.

Classe 1966, originario di Spadafora in provincia di Messina, Anthony Andaloro, Maestro Sensoriale e Blind Chef, è, sicuramente, molto più di questo: è un simbolo di resilienza, inclusione e rinascita.

Nasce come Maestro Decoratore, costruendo la sua carriera sulle sfumature dell’arte visiva, giocando con i colori, le forme e l’estetica. Ma quando la vita lo ha messo alla prova con la perdita della vista non si è arreso. Ha scelto, invece, di reinventarsi completamente, trasformando il buio in una nuova luce: quella dei sensi. La perdita della vista lo ha messo a dura prova durante la vita di tutti i giorni, ma, come spesso racconta, non ha mai smesso di rincorrere i suoi sogni e soprattutto non ha mai accettato l’idea di privarsi di qualche esperienza.

L’originalità delle sue ricette, la cura nell’esaltare gli aromi e la precisione nelle operazioni superano ogni ostacolo visivo: il nostro Chef Anthony Andaloro ha fatto della sua disabilità un punto di forza, prima studiando i testi in Braille della cucina, poi frequentando un corso di specializzazione ad hoc. È un autentico esempio di forza e tenacia, specialmente nel trasmettere messaggi di speranza per abbattere le barriere mentali.

È dal 2006 che è afflitto da cecità per condizione a causa di una malattia congenita ereditaria e, da lì, nasce una nuova persona che decide con forza di rimettersi in gioco e di affrontare le sfide che la vita gli ha riservato, con un diverso e grande progetto in un percorso completamente differente.

“Prima mi piaceva cucinare – ci dice lo Chef Anthony – ma una cosa è da vedente, un’altra cosa è da cieco, dover affinare i sensi, giocare con i coltelli, giocare con i fuochi, giocare con le fiamme, cercare di percepire gli odori, gli ingredienti, le spezie, tutto questo non è stato semplice”.

La confidenza con gli spazi e gli utensili è un traguardo che richiede molta applicazione: in cucina un non vedente deve sapere cosa può fare e come. Il tempo per diventare autonomi varia da persona a persona: c’è chi impara in una settimana e chi invece ha bisogno di più di un anno.

94144367 c639 46c8 b953 5610cdfb6640“Questo nuovo percorso mi ha entusiasmato – ci dice ancora il nostro Chef – soprattutto mi ha entusiasmato ciò che volevo fare io della vita, dimostrare ai comuni vedenti, e alla società spesso bigotta che ci discrimina, che non ci sono limiti, perché le barriere esistono solo a livello mentale. Gesti naturali come affettare, mescolare, spadellare diventano così pura percezione: si scoprono i sensi del tatto e dell’olfatto, ci si riabitua a una quotidianità perduta,  come la dimensione conviviale del pranzo in famiglia, prendendo sicurezza e confidenza con gli attrezzi in cucina. Un non vedente interpreta i sapori in tutt’altro modo, li percepisce attraverso i sentori e le papille gustative sentendo i gusti più spiccati. In cucina aiuta moltissimo anche l’olfatto, e, in ultimo, anche il tatto,  che ci dà la possibilità di creare le opere d’arte, i piatti, al buio”.

Oggi lo Chef Anthony Andaloro è uno dei pochissimi Blind Chef al mondo e l’unico italiano ad essere riconosciuto come Maestro Sensoriale, una figura professionale che guida i vedenti a scoprire il mondo attraverso i sensi alternativi alla vista, in un viaggio culinario e umano profondo e toccante. Nei suoi percorsi sensoriali, gli ospiti vengono invitati a “spegnere” la vista per un breve momento e ad “accendere” il gusto, l’olfatto, il tatto e l’udito, vivendo la cucina non solo come nutrimento ma come esperienza emotiva e strumento di empatia.

Attraverso le sue celebri Cene Sensoriali, lo Chef Anthony accompagna i partecipanti in un mondo dove il piatto non si guarda ma si ascolta, si tocca e si assapora davvero, con l’anima prima ancora che con la bocca. La sua missione è quella di dare voce agli invisibili, lottando ogni giorno contro i pregiudizi sulla disabilità e promuovendo l’inclusione in ogni sua forma. Non è solo uno chef ma un attivista sociale, un volontario instancabile, un formatore e ambasciatore identitario.

Collabora con scuole, associazioni, ristoratori e istituzioni per costruire una società dove la diversità sia una ricchezza e non un ostacolo. Con la sua personalità travolgente e la sua dedizione verso il prossimo, il nostro Chef ha saputo trasformare il dolore in opportunità, e oggi rappresenta il cambiamento che molti vorrebbero vedere nel mondo.

È stato anche premiato nel 2015 e nel 2016 da Stella della Ristorazione come Blind Chef a cinque stelle d’oro e, nel 2017, ha ricevuto il premio come unico Chef Quality Food dall’Unesco; nel 2019 è stato nominato Ambasciatore Solidale del mondo, poi nel 2021 anche Fiduciario nel settore disabilità e, nello stesso periodo, è stato infine nominato Ambasciatore Identitario della Libera Università Rurale dei saperi e dei sapori.

Lo Chef Anthony è impegnato nel sociale, aiuta tutte le persone in difficoltà: “Sono molto orgoglioso di quello che faccio – ci racconta – sono fiero di essere un non vedente. Bisogna accettare la disabilità e andare avanti, non fermarsi mai e non piangersi addosso, perché oltre il buio ci siamo noi”. Ha il dono di trasmettere positività, speranza a chi è afflitto da una malattia, mostrando un uomo che è riuscito a superare il buio, a rialzarsi, a reinventarsi. La sua cucina non è solo buona da mangiare: è cura, speranza, arte e rivoluzione. È la dimostrazione vivente che, anche nel buio, si può creare bellezza. E che, a volte, i veri colori della vita sono quelli dell’anima.

Recentemente ha lanciato un nuovo fantastico progetto, “Radici & Orizzonti”, un programma che non è solo intrattenimento ma un viaggio esperienziale che parte dal cuore dell’Italia autentica alla scoperta delle nostre radici più profonde e dei nuovi orizzonti dell’inclusione. Un’avventura vissuta con i 4 sensi, da un’altra dimensione, quella dell’anima. Il tutto in 24 puntate, ogni 15 giorni e in onda su YouTube, TikTok, Instagram e Facebook: programmaradicieorizzonti@gmail.com

*Ed eccoci ad una delle tante ricette del Blind Chef Anthony Andaloro, i bucatini cremosi con guanciale, pomodorini campani e fonduta di formaggi, un primo piatto ricco che unisce la sapidità del guanciale croccante alla dolcezza dei pomodorini campani, il tutto avvolto da una morbida fonduta.

Ma veniamo agli ingredienti per 4 persone: 400 gr. di bucatini, ⁠150 gr. di guanciale, ⁠250 gr. di pomodorini campani (ideali quelli del Piennolo o i datterini), ⁠1/2 cipolla, ⁠40 gr. di burro, ⁠50 gr. di parmigiano reggiano grattugiato, ⁠50 gr. di pecorino grattugiato, pepe nero q.b., basilico fresco q.b., sale q.b.

Preparazione – base aromatica: tritate finemente la cipolla. Fatela appassire dolcemente in padella con metà del burro (20 gr.) senza farla colorire troppo. Guanciale croccante: tagliate il guanciale a listarelle. In una padella ampia, rosolate il guanciale senza aggiungere altri grassi fino a renderlo croccante e dorato e nel contempo consentire di rilasciare il suo grasso. Una volta pronto, aggiungetelo alla cipolla.

Pomodorini: tagliateli a metà e uniteli nella stessa padella con il grasso del guanciale, scottateli finché non appassiscono creando un sughetto leggero. Cuoceteli a fuoco medio per 10-12 minuti finché diventano morbidi ma ancora freschi. Aggiungete una macinata generosa di pepe nero.

Fonduta veloce: in un pentolino sciogliete il burro restante, quindi, a fuoco spento, aggiungete parmigiano e pecorino grattugiati con un mestolino di acqua di cottura della pasta. Mescolate con una frusta fino a ottenere una crema liscia (non troppo densa); se necessario, aggiungete un cucchiaio di acqua di cottura della pasta per regolare la consistenza.

Pasta: cuocete i bucatini in acqua salata. Scolateli al dente e trasferiteli direttamente nella padella con il condimento. Mantecatura: a fuoco basso, aggiungete la crema di formaggi e amalgamate bene. Se serve, aggiungete altra acqua di cottura per rendere il tutto cremoso. Saltate la pasta, facendo mescolare bene il tutto per amalgamare i sapori.

Finitura: completate con basilico fresco spezzettato e ancora pepe nero, quindi impiattate a piacimento e buona degustazione.




Bombardamenti in Iran: escalation militare e allarme per gli italiani

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0ncs0ltvym hztpn8a 3gqlvqbc7xtqvp8d1oz meu4suhkeh 4elxh3izxvu3ybqlayuixckc7hzfn7qenk9k rtrt1btrovqf g9 sercIn un clima di tensione che si stava aggravando da mesi, la mattina di oggi, sabato 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato una serie di bombardamenti coordinati sull’Iran, colpendo obiettivi in diverse regioni, tra cui aree intorno alle principali città come Teheran, Isfahan e Tabriz. Testimoni e media internazionali hanno riportato esplosioni e allarmi antiaerei, con la popolazione costretta a rifugiarsi nei rifugi e gli ospedali posti in stato di massima allerta.

L’offensiva è stata giustificata da Washington e Tel Aviv come una risposta preventiva al presunto rafforzamento delle capacità militari e nucleari iraniane dopo mesi di colloqui diplomatici inconcludenti. Nel frattempo, Teheran ha reagito lanciando missili diretti verso obiettivi israeliani, intensificando così la crisi regionale e scatenando l’allarme anche nei Paesi vicini.

Questa escalation segna una svolta significativa nelle relazioni tra gli Stati Uniti, Israele e l’Iran, con il rischio concreto di una guerra su larga scala in Medio Oriente, un’area già fragile dal punto di vista geopolitico.

La posizione dell’Italia: allerta e invito alla prudenza

fb tiom7s1dzgc2t7gohk2voy2txg9hqnk3uqfjmzgwechw ya2njckfatelit ezgffzznzelygigmowrzkk kpym eqi1eebyp1z15qkqIl Ministero degli Esteri italiano (Farnesina) ha confermato in questi giorni un avviso di massima cautela rivolto ai cittadini italiani che si trovano in Iran o che pensano di recarvisi. Nella nota ufficiale si ribadisce che:

  • gli italiani presenti in Iran per turismo o senza comprovate necessità sono invitati a lasciare il Paese il prima possibile;

  • i viaggi verso l’Iran, l’Iraq e il Libano sono fortemente sconsigliati in questo momento;

  • ai connazionali in Israele è raccomandata la massima attenzione e il mantenimento di contatti costanti con le autorità locali.

Già da settimane la Farnesina aveva ridotto il personale non essenziale della propria ambasciata a Teheran, richiamandolo in Italia, e ha attivato canali di assistenza per chi desiderasse rientrare.

Cosa significa per gli italiani in Iran

La situazione è valutata ad elevato rischio a causa dell’instabilità generale della regione. Anche altri Paesi europei e Stati Uniti hanno invitato i propri cittadini a lasciare l’area o a prendere misure precauzionali, con chiusure temporanee di ambasciate e sospensione di voli civili in alcune rotte.

Per gli italiani ancora presenti, la Farnesina raccomanda:

  • Registrarsi sul portale “Dove siamo nel mondo”, così da essere rintracciabili in caso di emergenza;

  • Organizzare il ritorno in Italia appena possibile, seguendo le disponibilità di voli o percorsi via terra sicuri;

  • Restare informati, contattando l’Ambasciata o il Consolato italiano più vicino e seguendo le raccomandazioni delle autorità locali.

Finora non ci sono conferme ufficiali di italiani feriti a causa degli attacchi, ma il quadro generale resta preoccupante e in rapido mutamento.

Un conflitto che riguarda tutti

260228 israel mb 0846 0ecd74Quella attuale non è una crisi isolata: è il culmine di anni di tensioni tra Teheran, Washington e Tel Aviv, legate alle ambizioni nucleari, al ruolo geopolitico dell’Iran e alle alleanze nella regione. Ogni sviluppo può avere effetti immediati sulla sicurezza, sulle rotte commerciali e sull’equilibrio internazionale.




El Salvador tra sicurezza e nuove sfide economiche: il modello che divide

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04int elsalvador termlimits 01 kqvz articlelargeNegli ultimi anni #El Salvador è diventato uno dei Paesi più discussi dell’America Centrale. Da simbolo della violenza legata alle pandillas, si è trasformato – almeno secondo i dati ufficiali – in uno degli Stati più sicuri della regione.

Il protagonista di questa svolta è il presidente #Nayib Bukele, al potere dal 2019 e riconfermato con un consenso schiacciante. Il suo “Plan Control Territorial” e il regime di eccezione introdotto nel 2022 hanno portato a migliaia di arresti e alla drastica riduzione degli omicidi.

Secondo il governo, il tasso di omicidi è crollato ai minimi storici. Interi quartieri prima dominati dalle gang sono tornati accessibili, il turismo è aumentato e la percezione di sicurezza è cambiata radicalmente.

Il Centro de Confinamiento del Terrorismo (#CECOT), la gigantesca prigione costruita per ospitare presunti membri delle bande criminali, è diventato il simbolo di questa nuova politica di tolleranza zero.

Ma il prezzo, secondo le organizzazioni per i diritti umani, sarebbe alto: arresti di massa, limitazioni alle garanzie costituzionali e casi controversi di detenzione preventiva.

Sul piano economico, El Salvador è stato il primo Paese al mondo ad adottare il Bitcoin come moneta legale nel 2021. Una scelta che ha suscitato entusiasmo tra gli investitori digitali e forti critiche da parte di organismi finanziari internazionali.

Il governo punta ora su:

  • turismo e “surf economy”,

  • attrazione di capitali tecnologici,

  • infrastrutture moderne,

  • semplificazione burocratica per imprese straniere.

Tuttavia, il debito pubblico resta elevato e il Paese rimane vulnerabile agli shock esterni, soprattutto in un contesto globale instabile.

Nel resto dell’America Centrale – da Honduras a Costa Rica – il “modello Bukele” viene osservato con attenzione. Per alcuni è la dimostrazione che lo Stato può riprendere il controllo. Per altri rappresenta un precedente pericoloso sul piano democratico.

Per le comunità italiane presenti nella regione, il tema è rilevante: sicurezza, stabilità economica e clima per gli investimenti sono fattori decisivi per chi vive, lavora o intende trasferirsi.

El Salvador, oggi, è un laboratorio politico che divide ma non lascia indifferenti. E il Centro America guarda con attenzione, consapevole che ogni scelta fatta a San Salvador può avere ripercussioni ben oltre i suoi confini.