Luigi Galleani: un editore esplosivo

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216 settembre 1920: una deflagrazione squassa Wall Street provocando una vera e propria strage. Muoiono 30 persone e più di duecento rimangono seriamente feriti. I danni materiali ammontano a due milioni di dollari con il crollo totale dello stabile che ospita gli uffici della J.P. Morgan.

L’indagine viene affidata a J.Edgar Hoover, cui da poco è stata affidata la gestione di una nuova struttura investigativa: il Federal Bureau of Investigation (FBI).

Sarà uno dei primi casi cui lavorerà positivamente l’agenzia investigativa federale e in poco tempo verrà arrestato Mario Buda, un anarchico che si professa seguace di Luigi Galleani.

Sarà proprio quest’ultimo la chiave di volta di un’indagine che mira a fare piazza pulita definitiva del movimento anarchico negli Stati Uniti e che era già culminata nella deportazione di radicali, comunisti e anarchici del 1919. Ma Mario Buda non uccise su istigazione di Galleani. Quest’ultimo infatti era tra i deportati e quindi impossibilitato a poter organizzare un’azione di distruzione. Mario Buda però era uno dei tanti “figli” delle idee anarchiche galleane, dotato di poca fantasia e di grande spirito emulativo, cresciuto leggendo ossessivamente le pagine di “Cronaca sovversiva”, e nutrito dai passaggi piùaspri e duri della dottrina anarchica. Un frutto anomalo in un albero che non aveva prodotto solo odio e morte.

Luigi Galliani rappresenta ancora oggi il “leader màximo” dell’anarchismo anti- organizzitivista cresciuto nella Francia di fine Ottocento ed esploso nei primi venti anni nelle strade delle maggiori metropoli americane dell’Estcoast. Una stagione velata di sangue e culminata con l’esecuzione di Sacco e Vanzetti e l’omicidio misterioso di Carlo Tresca.

luigi galleani e maria ralloEra nato a Torino, il 12 agosto del 1861, il futuro protagonista della stagione insanguinata dell’attivismo operaio. Figlio di una famiglia borghese benestante, si iscrisse, dopo gli studi regolari, alla Facoltà di Legge dell’Università di Torino arricchendo accademicamente il proprio bagaglio di protesta contro la società industriale. In un’Europa segnata dalla gestione “animalesca” della forza lavoro e pervasa da aneliti libertari cresciuti all’ombra delle teorie socialiste, il carattere rivoluzionario di Luigi non ebbe esitazione a manifestarsi in favore della lotta. A tutti i costi. Divenuto avvocato, ripudiò la professione legale per dedicarsi alla propaganda delle idee anarchiche di Bakunin. Raggiunse nel 1880 la Francia e divenne un attivo militante anarchico partecipando a diverse manifestazioni. Arrestato durante la dimostrazione del 1° Magggio, venne espulso dalla F rancia per fermarsi in Italia solo il tempo necessario per trovare una nuova meta. Raggiunse quindi la Svizzera per riunirsi ad altri esponenti del movimento anarchico. Frequentò l’Università di Ginevra portando molti studenti alle idee rivoluzionarie: bollato come agitatore politico venne ancora una volta espulso per la sua attiva e violenta partecipazione alla giornata per la celebrazione dei “Martiri di Haymarket”. Ormai inviso anche alle autorità italiane, Galleani venne arrestato dopo gli ennesimi atti dimostrativi che lo vedevano tra i protagonisti. Il Regno d’Italia non fu tenero con lo scapestrato mestatore dell’ordine precostituito e nel 1895 condannò il giovane alla deportazione nell’isola di Pantelleria. Il confino isolano durò cinque anni. Nel 1900 Galleani decise di chiudere la propria parentesi di detenuto fuggendo da Pantelleria alla volta dell’Egitto in attesa di poter raggiungere Londra.

Dopo un anno raggiunse finalmente la capitale inglese per poi attraversare l’Oceano e sbarcare sul molo di New York. Esattamente un mese dopo l’omicidio del presidente McKinley avvenuto per mano di un uomo proclamatosi anarchico. I suoi trascorsi politici e la sua fama non tardarono a raggiungere anche le autorità americane, famelicamente attente nei confronti del movimento anarchico e radicale.

1Galleani trovò ospitalità nella città di Patterson, nel New Jersey, e assunse la direzione de “La Questione Sociale”, periodico italoamericano degli anarchici.

Pochi mesi dopo la sua figura si stagliò nitida sull’improvvisato palco dell’assemblea spontanea degli operai siderurgici in sciopero. La lotta era totale contro le disumane condizioni di lavoro e l’italiano fu subito tra i protagonisti della manifestazione, con il suo innato talento dell’oratoria e le sue efficaci invettive contro il capitalismo e lo sfruttamento del proletariato. La polizia aprì il fuoco contro il corteo compatto che sfilava in segno di protesta colpendo in pieno volto il leader italiano. Indicato come vero sobillatore della protesta, Galleani riuscì a sfuggire, seppur ferito, agli arresti e riparò, con l’aiuto di amici anarchici, nel vicino Canada. Rientrò negli Stati Uniti dopo un anno di pericolosa vita da latitante e si fermò nel Vermont, per fondare, il 6 giugno 1903, il periodico “Cronaca Sovversiva”, giornale destinato ad entrare nella storia del movimento anarchico italiano in America. Dotato di una naturale irruenza, Galleani la trasportò anche nelle pagine del giornale la sua vivacità culturale e raccolse molti consensi per la sua avventura editoriale, nonostante la tiratura non superasse mai le cinquemila copie. Si scontrò però con Giacinto Menotti Serrati, editore de Il Proletario e suo acerrimo rivale politico. Sarà proprio il socialista a indicare alle autorità le supposte responsabilità di Galleani negli scontri sanguinosi del 1902, e dopo quattro anni dai fatti, l’italiano venne arrestato per essere sottoposto a regolare processo. Ancora una volta Galleani stupì tutti e iniziò uno sciopero della fame, per protestare contro un arresto ingiusto. Alla fine ottenne soddisfazione e la restituzione della libertà, tuffandosi di nuovo nel suo impegno politico. Ritornato nel Vermont, il leader anarchico iniziò un fecondissimo periodo letterario e giornalistico, firmando numerosi pezzi e diversi libri che negli anni a venire i suoi estimatori avrebbero pazientemente raccolto in un’opere riassuntive.

90a0255cd39618f5I suoi scritti apparvero spesso senza la sua firma, eccezion fatta per La Fine dell’anarchismo nel quale Galleani rispondeva alla pubblicazione dell’exanarchico Saverio Merlino intitolato “The End of Anarchism” nel quale si bollava la dottrina come obsoleta e priva di futuro politico.

Le sue idee radicali ed estreme rimasero tali anche durante gli anni della feroce repressione intrapresa dal governo americano nei confronti degli esponenti del comunismo, del movimento radicale e degli anarchici. Trasferitosi nel 1912 a Lynn, dopo due anni pubblicò “Faccia a faccia col nemico”, proponendo ancora una volta una lotta radicale al sistema capitalistico. Improntati all’assoluto diniego della mediazione sociale, gli scritti dell’avvocato torinese, trovarono pochi ma agguerriti adepti e molti mitomani pronti a usare il suo nome per ogni azione violenta. Il suo carattere irruento e ferreo nonammetteva paradossalmente il dissenso da parte di nessuno, trasformando le sue idee in una guerra statica di posizione estrema. Nonostante questo, l’agitatore trovò fertile terreno nella massa di italiani disperati che avevano ingrossato le fila della manodopera industriale americana.

Imbevuto delle gesta di Sante Caserio (attentatore del presidente francese nel 1894), di Michele Angiolillo, (l’assassino del primo ministro spagnolo nel 1897) e di Gaetano Bresci, (assassino di re Umberto nel 1900) Galleani fu sempre visto come un pericoloso uomo del proletariato, ma molti investigatori capirono che la sua attività si limitava in sostanza all’azione politica e intellettuale, più che a una vera e propria azione violenta. Altrettanto non avvenne però per alcuni suoi seguaci, le cui gesta portarono alla totale disistima nei confronti dell’anarchismo militante. Per i fanatici del pensiero “galleano”, l’unico volume prezioso era rappresentato da “La Salute è in voi”, vera e propria guida alle azioni dinamitarde, adattata con nozioni chimiche dall’amico Ettore Molinari. La mitomania produsse effetti paradossali. In pochi giorni ben sette uomini vennero ricoverati negli ospedali di New York per ferite da scoppio, e tutti ammisero di aver letto il manuale di Galleani. Ma produsse anche effetti mortali. Tre anarchici, dopo il massacro di Ludlow, fecero brillare una bomba distruggendo la casa di John D.Rockefeller a Tarrytown (NY) nel 1914. Nel 1915 sette bombe scoppiarono in diverse zone di New York per opera di fanatici e nel nome di Galleani, e tra queste vi erano diverse stazioni di polizia. Infine, Nesto Dandoglio, un fanatico aderente alle teorie di Galleani, tentò di avvelenare tutti gli invitati accorsi al banchetto in onore dell’arcivescovo Mundelain, provocando la morte di un solo ospite (la maggior parte vomitò la minestra all’arsenico appena ingurgitati i primi cucchiai).

3Era troppo. Galleani venne arrestato e deportato insieme a moglie e figli e nonostante una vittoriosa causa contro il governo, venne indotto a espatriare verso l’Italia. L’anarchico vi giunse proprio durante la presa di potere da parte di Mussolini e trovò ad attenderlo il carcere e un lento oblio dalle scene internazionali. Luigi Galleani morì a settanta anni, il 4 novembre del 1931,  per un attacco di cuore ma anche questa morte non è mai stata accettata come una verità assoluta!




La mia notte al checkpoint Washington DC

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185136353 3699d4bb 67db 4b04 9683 0830fae0f238Duecentomila bandiere e 26 mila militari. Cosa sta succedendo? I repubblicani denunciano una “occupazione militare”, battaglia politica contro i dem. Di certo, i numeri sono senza precedenti, come le immagini. Un po’ di storia.

Dopo l’assassinio di Martin Luther King, avvenuto a Memphis il 4 aprile del 1968, il presidente Lyndon Johnson dispiegò nella capitale 13 mila agenti federali per contrastare i disordini che seguirono l’uccisione del leader nero. Questa è Washington che attende Joe Biden per l’Inauguration Day. Il presidente non guarderà un fiume di americani giurando a Capitol Hill, ma un campo di bandiere che rappresentano tutti coloro che non sono potuti arrivare nella capitale.

Noi ci siamo, facciamo i cronisti, ma arrivarci è stata un’avventura.

Lunedì mattina, Martin Luther King Day, giorno di festa in America, parto da Houston, l’aeroporto Bush non è particolarmente affollato, ma davanti all’imbarco per il volo Washington DC-Reagan, lo scalo cittadino, si materializza una massa: 3 agenti della TSA (Transportation Security Administration); 4 poliziotti; 2 agenti del Secret Service (non tanto secret, o hanno la scritta che li qualifica o si riconoscono subito dagli auricolari); la deputata democratica del Texas Sheila Jackson Lee, 71 anni, afroamericana, da 14 anni eletta al Congresso, accompagnata da un’assistente.

Di solito, allo stesso gate ci sono al massimo tre hostess. Due che assistono i passeggeri e una che chiama al microfono l’imbarco. I controlli sono finiti, bagagli e documenti hanno passato il check, ma anche in questo caso succede qualcosa di nuovo quando è il momento di salire sull’aereo. Il biglietto non basta più, la polizia aeroportuale vuole vedere ancora i documenti, poi l’hostess passa il biglietto allo scanner e segue un altro controllo del bagaglio a mano. Finalmente a bordo.

La business class è piena (l’economy no), strano di questi tempi, ma siamo alla vigilia del giuramento di Biden e chi conta va a Capitol Hill.

Tre ore di volo, atterraggio a Reagan Airport poco dopo le 20, finora è andata bene. Bagaglio ritirato, zero fila, taxi, faccio rotta verso un albergo vicino al Campidoglio. L’auto arriva in centro in 15 minuti. Poi comincia un’altra storia. Che storia? Quella dei checkpoint di Washington DC. Primo checkpoint.

Sono trascorsi tre mesi dall’ultima missione nella capitale americana, ma la città è irriconoscibile. Sembra il territorio di un’occupazione militare. Il taxi viene fermato da uno schieramento di soldati che sbarra la strada con i mezzi militari. Il tassista abbassa il finestrino. “Di qui non si passa, andate in un altro ingresso”. Non vale niente, le credenziali media di fronte all’Esercito svaniscono, le prenotazioni degli alberghi aperti sono carta straccia, sembra l’applicazione di una legge marziale che in realtà non c’è, ma nei fatti esiste.

L’auto gira intorno a Capitol Hill per cercare un altro varco d’accesso. Andiamo avanti. Secondo checkpoint. Ancora la stessa formazione: i carri che bloccano la strada, i soldati armati che la difendono. Sono tutti giovanissimi, nessuno vive a Washington, di fatto non conoscono la città e non hanno idea di come indirizzare l’automobilista o la persona che a piedi cerca di raggiungere la sua meta. Senza bussola. I soldati stavolta sono più gentili, ma ugualmente inflessibili: “Da qui non si passa”. Siamo costretti a andare avanti, ma non si per dove.

Chiamo il direttore dell’AGI, qualche ora prima ha passato il checkpoint in taxi, tra la Sesta Strada e C Street. Solo lui, a quanto pare, tanto che quando spiego ai poliziotti che lo hanno lasciato transitare in auto, mi dicono che “non è vero”. Intanto sono passate le 21, continuiamo a girare, il tassista comincia a perdere la pazienza, il tassametro va, ma capisco che tra poco mi lascerà a terra.

Terzo checkpoint. Solita formazione, carri, soldati, mitragliatore, blocchi di cemento. Cerco il via libera mostrando il badge media rilasciato dal Dipartimento di Stato, un documento ufficiale del governo americano. Finalmente un barlume: “Ok, può passare, ma solo a piedi”. Con i bagagli, due personal computer, meno 3 gradi e l’albergo a circa tre miglia, in una Washington più deserta che mai. Mi arrendo, ok cammino.

Arranco per mezz’ora, mi fermo davanti all’Hyatt Regency, dove ci sono dei giornalisti che stanno facendo delle riprese con lo sfondo del Campidoglio. Anche qui la strada è sbarrata dai blocchi di cemento e da altri carri blindati dell’Esercito. Chiedo alla concierge dell’Hyatt se c’à una macchina disponibile. Niente da fare, non si può passare la barriera. Ma devo proseguire a piedi e con le valigie, non ho altra scelta davvero. Scatta la fase stanchezza (e paura).

Secret Service. A piedi supero la barriera, in strada siamo in due: io e il buio. Sono dentro la zona protetta, senza sapere esattamente se posso camminarci o no. Grande mistero notturno. Subito risolto. Mi ferma il Secret Service e mi chiede con una certa vivacità e sorpresa: “Lei come e’ arrivata qui?”. Risposta candida: “A piedi”. Contro replica dell’agente segreto: “Ma chi l’ha fatta passare?”. Risposta ultra semplice: “L’Esercito”. Elementare, Watson. Riepiloghiamo: sono a Washington, è notte, cammino da più di un’ora, dopo tre di volo, mi hanno fermato e interrogato l’Esercito degli Stati Uniti, la polizia e ora il Secret Service chiede lumi. Così scopro che la Guardia nazionale non sa cosa fa il servizio segreto che a sua volta non sa cosa fa la polizia. Notevole.

A un certo punto domando all’agente: “Può chiedere a un suo collega da quale checkpoint posso passare per raggiungere l’albergo?”. Risposta: “Lei non sa perché, ma noi non ci parliamo, e comunque da qui non può passare”. Bene, il dilemma giunge alla fase isterica, mi metto a piangere, e chiedo dove secondo loro dovrei andare a dormire, tutti gli altri hotel aperti sono infatti esauriti. Sei agenti del Secret Service, si guardano in faccia stralunati, si trovano di fronte alla grande minaccia di una donna con i bagagli, le lacrime e il freddo addosso. E sono passate le 22.

A un certo punto, vedo parcheggiata una golf cart con tanto di scritta Secret Service e… “Potete accompagnarmi voi, con quella lì, in albergo?”. Risposta in coro dei sei agenti: “No, non possiamo lasciare il checkpoint”. Assì? Piango ancora di più. A quel punto chiamano il capo. Gli racconto di nuovo tutta la storia, dall’aeroporto fino all’incontro con i suoi agenti. Negli occhi gli brilla un moto di pietà. E succede l’inatteso: prende le mie valigie, le mette a bordo della golf cart e mi dice: “Sali”. Ho pensato, è andata, mi accompagna in albergo. Invece no, mi spiega che l’auto è elettrica e non ha l’autonomia per arrivare all’hotel. E dove andiamo allora? Sembra un film di Mel Brooks.

L’agente del Secret Service fa una telefonata. “Ti metto al sicuro, ti porto da un amico poliziotto al checkpoint di Union Station, è un italo-americano, si chiama Pietro”.

Riepiloghiamo: sono a Washington, su una golf cart con il capo di una squadra del Secret Service che mi sta portando da Pietro, un poliziotto italo-americano, la mia ultima speranza. Arriviamo a Union Station, in mezzo alla strada, insieme ai carri blindati, c’è una volante. A bordo c’è lui, Pietro. Parla napoletano stretto. Suo padre è partenopeo, ma lui è nato e cresciuto qui. Saluto il capo del Secret Service, lo ringrazio, ora sono tranquilla, Pietro mi porterà in albergo. Illusione. “Da qua ora chiamo un Uber e gli dico dove ti deve portare”. Arriva la macchina, l’autista è etiope, giovane a Washington DC da dieci anni. Dove siamo diretti? Sempre là, sulla Sesta Strada all’incrocio con C Street Southwest. Arriviamo al checkpoint, lo stesso dove ero stata tre ore prima. I soldati ci fermano, chiedono i documenti, i miei e quelli dell’autista e… miracolo, ci lasciano passare. Arrivo di fronte all’hotel, è tutto esaurito, è pieno di soldati della Guardia Nazionale. E’ quasi mezzanotte, ho vinto l’ultimo biglietto della lotteria notturna del checkpoint Washington DC.  AGI




Studiare il friulano è utile alla salute del cervello

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15furlanUn’educazione plurilingue offre sempre di più vantaggi cognitivi, sociali e culturali. Un esempio su tutti? Un bambino che studia il friulano impara meglio anche l’inglese. E non solo, perché migliora anche la capacità di apprendimento e la velocità di comprensione, con maggiori abilità logico-matematiche e creative, ma pure di adattamento, una più ampia apertura verso l’altro e molto ancora.
In quest’ottica, il prossimo 25 gennaio, per meglio illustrare i vantaggi della scelta di studiare il friulano come idea alla base del plurilinguismo, l’ARLeF – Agenzia Regionale per la Lingua Friulana – ha realizzato una guida dal titolo “Crescere con più lingue”, scaricabile dal sito www.arlef.it, arricchita dalla testimonianza di docenti e di importanti esperti, tra cui Luca Melchior, linguista e professore dell’Alpen-Adria Universität di Klagenfurt specializzato proprio su questa matera.
Dai dati raccolti emerge come un bambino che cresce studiando il friulano impara prima a leggere, dispone di una grande attenzione selettiva e ha maggiore facilità nel passare da un compito all’altro. Ma non solo. Il plurilinguismo contribuisce alla salute del cervello (che si mantiene giovane ed elastico, ritardando i rischi di demenza e Alzheimer) e migliora opportunità per la vita privata e per il successo professionale (per le loro competenze linguistiche e le abilità gestionali e relazionali, i lavoratori plurilingui sono più ricercati e guadagnano di più dei monolingui). Un altro aspetto da non trascurare è poi l’importanza di sostenere la scelta anche in famiglia. Anche di questo parla la guida che offre molti utili consigli sulle strategie linguistiche più idonee da usare, quale il metodo “una persona-una lingua” (quando un solo genitore conosce il friulano, ciascun genitore parlerà al figlio sempre e solo nella lingua che conosce) e il metodo “lingua della famiglia” (quando tutti e due i genitori conoscono il friulano, parleranno al figlio sempre in friulano, passando all’italiano solo quando necessario)




“L’Italia dei 1000 mandolini” una serie che piace a tutto il mondo

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20millemandoliniIl crescente interesse per la serie de “L’Italia dei 1000 Mandolini” si manifesta in varie parti del globo, dall’Australia al Canada passando per il Giappone, in quest’ultimo caso anche grazie alla collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Osaka. I documentari, destando ovunque entusiasmo e partecipazione, hanno sollecitato, in particolari circostanze, richieste specifiche, come nel caso della CMSA “Classical Mandolin Society of America” che in occasione della loro Convention annuale, quest’anno svoltasi in rete (“Convention in the Clouds”) ha commissionato la realizzazione dei sottotitoli in inglese per le prime 8 puntate della serie. E dunque, a partire da domani, 21 novembre, alle 14.00, partirà la “maratona” degli episodi dell’Italia dei 1000 mandolini a livello internazionale.
La serie de “L’Italia dei 1000 Mandolini” è un’intuizione che prende il via durante il forzato blocco dell’attività live del Maestro Aonzo, mandolinista di fama internazionale, che insieme a Giulia Alliri sviluppa l’idea di realizzare una serie di documentari sullo strumento e sull’affascinante mondo che circonda il mandolino. Storie, aneddoti, curiosità che legano il mandolino alle città della nostra nazione.
Otto entusiasmanti racconti, ora fruibili anche dal pubblico internazionale, che si snodano con grande scorrevolezza e che raccontano il mandolino durante tutto il suo sviluppo stilistico che negli anni cambia forme e caratteristiche attraverso i suoi viaggi umani e culturali, un meraviglioso e popolare strumento musicale che vanta il maggior numero di varianti e fa della “diversità” la sua ricchezza.
Tra i vari riconoscimenti attribuiti a questo importante lavoro di ricerca, il comune di Savona, città natale di Carlo Aonzo, ha concesso il suo patrocinio.
Tutti gli appuntamenti di domani sono saranno visibili in streaming su https://www.youtube.com/c/CarloAonzo.”L’Italia




Francesco Pietrobelli, il veneto che fondó la città di Comodoro Rivadavia, in Patagonia

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Francesco PietrobelliLe luci della ribalta, per Comodoro Rivadavia, si accesero nel 1907. In quell’anno, nelle vicinanze della città argentina della Patagonia, si scoprì il petrolio e l’economia nazionale girò lo sguardo verso quel suo remoto angolo dell’estremo Sud. Oggi questa città di frontiera ha perso gran parte del suo fascino di inizio Novecento e tra le sue case, molte delle quali prefabbricate, soltanto il famigerato vento della Patagonia opera indisturbato come novanta anni fa.

Ma se questo lembo di terra non vive nessuna particolare emozione dai tempi della rapina di Butch Cassidy e Sundance Kid (che appena arrivati dal Nordamerica, pensarono bene di proseguire la loro attività ai danni delle banche argentine e boliviane), nulla toglie a Comodoro Rivadavia il fascino tutto italiano della sua nascita, avvenuta a fine Ottocento per opera di un intraprendente veronese giunto in Patagonia sull’onda di una vita ricchissima di avventure.

Si chiamava Francesco Pietrobelli l’uomo che arrivò sulle sponde dell’Oceano Atlantico nel 1901 e che costruì il primo capannone battezzandolo con il nome di Comodoro Rivadavia. In quel lontano 23 febbraio il veronese decise di costruire una città e di farne uno scalo obbligatorio per le navi provenienti da Buenos Aires e da Colonia iniziando una nuova vita lontano dalle esplorazioni spericolate che lo avevano portato fin lì. Quella della vita avventurosa era infatti una vera e propria vocazione per Francesco Pietrobelli.

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Nato nel 1858 nella città scaligera, egli ebbe la fortuna di frequentare il ginnasio e riuscì a specializzarsi nel rilevamento topografico e nel tracciato delle strade, mestiere che si sarebbe rivelato assai utile nell’evoluzione vitale del ragazzo.

Dotato di dinamismo e di insaziabile curiosità, Pietrobelli emigrò in Germania e poi negli Stati Uniti ma nella terra yankee rimase giusto il tempo di riorganizzare una nuova partenza, questa volta con destinazione Argentina. Assunto da una società inglese che stava costruendo una ferrovia in Patagonia per collegare le città di Puerto Madryn, Trelew e Gaiman, il veronese si stabilì nell’estremo Sud argentino per tre anni avviando, contemporaneamente al lavoro principale, anche una redditizia attività commerciale.

La pace dei sensi durò fino al 1894, quando Pietrobelli fondò “El Fenix”, una società operante nelle esplorazione delle zone andine della Patagonia ma il suo sogno durò ben poco. A corto di qualsivoglia finanziamento da parte del governo centrale, il veneto dovette rinunciare ai suoi propositi e rivedere i propri piani. Ma Pietrobelli non abbandonò i suoi progetti e continuò imperterrito a battere il territorio andino. Divenuto ottimo organizzatore logistico, l’italiano si sentì pronto per affrontare l’esplorazione del deserto della Patagonia centrale e le sue avventure rischiose divennero oggetto del libro “Exploraciòn y colonizaciòn de la Patagonia central”.

com 2Con l’aiuto di coloni gallesi, appena giunti nella zona di Rio Chobut, l’italiano scoprì una ubertosa vallata che fu registrata nella topografia argentina con il nome di “Canadon Pietrobelli”. Sua fu anche la strada disegnata per l’attraversamento del deserto e il collegamento dei laghi Muster e Colhue Haupi con Bahia Camarones. Lungo questa strada di 360 chilometri Pietrobelli fondò Colonia Ideal (oggi chiamata Colonia Sarmiento) che nel giro di pochi anni divenne una cittadina di seimila abitanti, in gran parte provenienti dal Galles. In quella città di frontiera però tutto era lontano, e occorrevano quasi 300 chilometri per arrivare al porto più vicino. Una distanza che non permetteva di avere frutta, ortaggi, e altri generi di prima necessità in tempi rapidi e che esponeva la cittadinanza a un isolamento feroce.

Il problema però fu risolto ancora una volta dall’intraprendenza dell’italiano, ormai padrone della geologia geografia e di cinque lingue. Pietrobelli allestì una spedizione esplorativa al centro del deserto per trovare la via più breve verso la costa atlantica. Egli disegnò la sua strada di 160 chilometri e partì con pochi uomini, tredici cavalli e una carretta piena di viveri e attrezzi alla volta dell’ignoto.

Abbandonati temporaneamente i propri compagni, l’avventuroso scaligero ebbe modo anche di perdersi nel deserto e di vagare per due giorni sotto il sole ardente seguendo soltanto il proprio istinto e le coordinate stellari, prima di ricongiungersi al gruppo. Arrivati finalmente sulla costa, gli esploratori decisero di battezzare il golfo con il nome di Rada Tilly e di iniziare la costruzione di un primo insediamento, quello che sarebbe divenuto appunto Comodoro Rivadavia.

Com 1Ritornato a Buenos Aires, l’italiano si trasformò in abile politico e ottenne, per la sua neonata cittadina, aiuto e collaborazione dal governo centrale. Divenuta scalo obbligatorio per le navi, la città di Rivadavia soffrì per anni di carenze idriche e si affidò ancora una volta al vulcanico Pietrobelli per trovare la soluzione.

Trasferitosi con la famiglia nella sua città il veneto aveva abbandonato la vita avventurosa ma non aveva mandato in soffitta il suo ingegno e decise di applicare la sua intraprendenza alla risoluzione della siccità congenita del suo agglomerato urbano. Ottenuta da Buenos Aires una macchina perforatrice, Pietrobelli iniziò le trivellazioni ma non ottenne risultati. Pochi mesi dopo però la stessa macchina fece sgorgare in superficie un liquido nerastro. Era petrolio e l’anno era il 1907, l’anno d’oro della città argentina. Seguirono da allora tempi eccezionali per la piccola città della Patagonia. Non per Francesco Pietrobelli che sulla scoperta del petrolio non guadagnò nulla e che nel 1918, ormai stanco di vivere in una città commerciale, decise di rientrare in Italia con tutta la famiglia.

Non era ricco l’uomo che tornò a Verona e dopo pochi mesi l’uomo che aveva attraversato il deserto fu colpito da una paralisi devastante che lo costrinse a letto fino al 1926, anno della sua morte.

Sconosciuto in patria, Pietrobelli ottenne il giusto riconoscimento nel 1971. Nella celebrazione dei settanta anni della fondazione di Comodoro Rivadavia, il sindaco Bernal sancì la grandezza dell’italiano: “La fondazione di questa città non si deve a un evento fortuito. Fu voluta. E il merito esclusivo è di Francisco Pietrobelli, il veneto che cercò nel golfo di San Giorgio il luogo più propizio, per dare uno sbocco sul mare alla colonia di Sarmiento.”

Di lui non restano tracce in Italia. In Argentina, la comunità italiana gli ha dedicato il monumento nella Avenida Rivadavia, riconoscendone la grande statura umana e professionale.




Elogiare i Comites non è credibile!

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comites zurigoRaramente ci era capitato di leggere un articolo così incensatorio e così lontano, secondo noi, dalla concreta realtà dei fatti, come quello che il Direttore Generale per gli italiani all’estero Luigi Vignali ha dedicato di recente ai Comites (Comitati degli italiani all’estero), con un intervento che ha avuto larga eco sui giornali dell’emigrazione italiana.

Che cosa dice, infatti, il Direttore Generale?  Dice, o, meglio, elenca i molteplici  compiti che i Comites vengono svolgendo a beneficio degli italiani residenti all’estero. Manca, però, un’ esposizione critica delle attività di questi organismi. Nella nostra impressione, non basta dire che i Comites ” sono il fulcro delle nostre collettività, rappresentano le associazioni, tutelano i diritti degli italiani ecc.ecc.”,  se poi non si spiega quali siano le ragioni della mancanza di interesse e, anzi, della disaffezione, che la maggior parte dei connazionali mostra nei confronti dei Comites.

Poiché però non vogliamo apparire come osservatori prevenuti, e poiché non abbiamo, del resto, altri obiettivi che non siano quelli  di un contributo costruttivo, ci sembrerebbe auspicabile coinvolgere tutti i lettori in un esercizio di riflessione comune, su un argomento peraltro di obiettiva importanza- si spera- per i connazionali qui residenti.

Quanti seguono le vicende dei Comites?  Qual è, nell’opinione  dei nostri concittadini, la funzione di questi Comitati?  Servono a qualcosa?  Ci ha colpito, nel contesto dell’articolo, l’affermazione del dr. Vignali, secondo cui  iComites ” sono lo strumento principe della democrazia partecipativa dei connazionali.” Questa affermazione però non trova riscontro nell’esperienza effettiva e appare piuttosto come una petizione di principio o, forse, come un auspicio.

In proposito, parrebbe utile ricordare che alle ultime elezioni dei Comites, tenutesi nel 2015, ha votato soltanto  il 3,75 per cento degli elettori. Questo dato si riferisce all’intera rete consolare italiana ed esso, da solo, ci autorizza ad affermare che i Comitati non rappresentano, probabilmente, neppure se stessi. Altro che democrazia partecipativa.

I professionisti del CGIE (Comitato Generale degli italiani all’estero), che hanno ispirato, all’apparenza, l’articolo del dr. Vignali, dovrebbero dar prova, secondo noi, di maggior spirito critico. Indugiano però su una rappresentazione ideale dei Comites, il cui assetto normativo, nel nostro avviso, andrebbe  invece urgentemente rinnovato.

Gerardo Petta, consigliere Comites di Zurigo




Polonia. Si promuovono i prodotti agroalimentari italiani

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29pol“Nell’ambito delle iniziative di promozione dei prodotti agroalimentari italiani organizzate dall’ufficio Ice-Agenzia di Varsavia ha avuto inizio la “campagna digitale” in collaborazione con la piattaforma e-commerce FRISCO.PL riconosciuta quale maggiore piattaforma e-commerce nel settore alimentare in Polonia che vanta oltre 100.000 clienti solo nell’area metropolitana di Varsavia”. A rilanciare la notizia è “Gazzetta Italia”, portale online diretto a Varsavia da Sebastiano Giorgi.
“La campagna promozionale fa leva sul concetto di autenticità dei prodotti italiani (100% italiani). I consumatori che entrano sulla piattaforma troveranno la sezione Area Italiana (Strefa Wlochy) attraverso la quale avranno accesso all’offerta di oltre 500 prodotti italiani, a loro volta contrassegnati da una coccarda tricolore. Per facilitare gli acquisti i prodotti italiani sono divisi per categorie merceologiche (formaggi, bibite, prodotti da forno, condimenti, salumi etc..).
La campagna è supportata anche da banner promozionali e con una pubblicità sui 40.000 cataloghi che i migliori clienti di FRISCO.PL ricevono a domicilio, oltre che nelle rubriche facebook curate della stessa piattaforma. La campagna promozionale, ad intervalli periodici, proseguirà fino a giugno 2021.
“Grazie a questa iniziativa”, dichiara il Direttore dell’Ufficio Ice di Varsavia, Antonino Mafodda, “su un totale di 83 fornitori italiani presenti sulla piattaforma FRISCO.PL ben 25 aziende sono presenti per la prima volta nel canale e-commerce in Polonia, e questo grazie alla campagna di sensibilizzazione condotta la scorsa estate dalla sede centrale di Ice-Agenzia in Italia. Sono anche grato all’Ambasciata d’Italia che ci ha incoraggiato a continuare nell’opera di promozione dell’agroalimentare italiano puntando sui canali digitali. Nonostante l’incremento del nostro export in Polonia nel settore agroalimentare, vicino al miliardo di euro in valore, i nostri rimangono prodotti di nicchia che hanno difficoltà ad entrare nei tradizionali canali GDO. Per questo il canale e-commerce può rappresentare la chiave di volta per approdare sulle tavole dei consumatori polacchi””.

da “Gazzetta Italia”




Italia-Svizzera. “Servono obiettivi più ambiziosi” dicono i frontalieri

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frontalierigServono obiettivi più ambiziosi e più cautela per tempi e modi d’attuazione, secondo i consigli sindacali Interregionali tra Italia e Svizzera di CGIL, CISL, UIL, SAVT, UNIA, OCST, SYNA, riguardo l’accordo fiscale per i frontalieri italiani e svizzeri. Questo quanto appreso oggi da un comunicato dei sindacati a seguito dell’incontro bilaterale del 28 settembre scorso tra il Presidente della Confederazione Elvetica Simonetta Sommaruga ed il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte, nella quale è stata annunciata un’ipotesi d’intesa su un nuovo sistema fiscale per la tassazione dei lavoratori frontalieri provenienti dall’Italia verso i Cantoni Grigioni, Vallese e Ticino.
L’accordo, la cui sottoscrizione, nella forma di un trattato internazionale, è prevista entro fine anno, secondo i sindacati “supererebbe non solo le regole del 1974, bensì si differenzierebbe anche dall’accordo parafato del 2015, mai recepito dal Parlamento italiano”. “Tuttavia – spiegano ancora – le preoccupazioni espresse nei mesi scorsi circa una discussione così complessa sviluppata all’interno di un quadro sanitario che, lungi dal dare segnali incoraggianti, da un lato limita la possibilità di condividere le posizioni con le lavoratrici ed i lavoratori direttamente interessati e dall’altro, alla luce delle pessimistiche previsioni dell’onda lunga del lock down della primavera scorsa sul sistema delle imprese, ci pone di fronte ad un quadro economico e sociale non facilmente prevedibile, ci inducono ora come allora, a richiedere maggiore cautela ai Governi per tempi e modi attuazione dell’intesa, invitandoli a non porre limiti temporali stringenti in un quadro di grandissima incertezza”.
E dunque, i sindacati detto di condividere “ovviamente” l’importanza di salvaguardare la situazione degli attuali frontalieri, “entrati nel mercato del lavoro con regole fiscali ben precise e che, sulla base di queste, hanno impostato la tenuta finanziaria dell’economia familiare”. Inoltre, “queste stesse lavoratrici e lavoratori si ritroveranno alle prese nei prossimi mesi con un’inevitabile crisi occupazionale determinata dagli effetti della pandemia”.
Ma al tempo, i sindacati hanno ribadito la preoccupazione per “l’adozione del cosiddetto “doppio binario” che punta a salvaguardare le condizioni del trattamento attuale, rideterminando nuove regole per i “nuovi” a partire dall’adozione della nuova normativa, può introdurre alcune potenziali criticità: in ordine al principio Costituzionale di eguaglianza tra i lavoratori, ad ulteriori elementi di dumping in un mercato del lavoro, quello elvetico, che ne è già fortemente caratterizzato, anche in virtù di una relazione stretta tra crescita dei salari e riduzione delle tutele e delle protezioni sociali. Una condizione che, per evitare di porre in concorrenza vecchi e nuovi lavoratori, se confermata, può essere mitigata da strumenti di accompagnamento sindacali e fiscali (individuabili anche nell’ambito della riforma fiscale di prossima discussione, attraverso interventi quali: aliquote di vantaggio, rimodulazione della franchigia, misure di accompagnamento e tempi di transizione), in larga parte rese note dalle OO.SS. alle Autorità dei due Stati, che riducano la forbice del reddito che inevitabilmente l’adozione del nuovo sistema determinerà”.
Inoltre, ai sindacati appare “necessario superare ogni ambiguità sul concetto di “vecchi” frontalieri che, lungi da una definizione puramente anagrafica, rispondono a nostro avviso a coloro i quali sono già in possesso di una propria posizione AVS, anche se pregressa rispetto all’attuale condizione lavorativa”.
Dunque, “la scelta di superare l’accordo del 1974, oltre che alle ragioni economiche, dovrebbe registrare il cambio oggettivo delle condizioni del lavoro frontaliero a seguito dell’evoluzione dei trasporti, della tecnologia, delle infrastrutture e delle reti viarie, per provenienza geografica, professionalità, organizzazione del lavoro. In tal senso la conferma della fascia dei 20km (unica in Italia con i paesi confinanti), non è più attuale; mantenere una distinzione tra frontalieri cosiddetti fiscali e non fiscali rappresenta un’articolazione obsoleta e di diseguaglianze ingiustificate tra i lavoratori di una medesima impresa. Il suo superamento unito ad un principio di reciprocità dei movimenti contribuirebbe a nostro avviso anche ad aumentare quel livello di coesione sociale necessario, soprattutto dopo l’importante esito referendario del 27 settembre sulla libera circolazione”.
“Riteniamo che il superamento di un trattato “storico” – hanno detto in conclusione – non possa essere risolto con provvedimento il cui obiettivo sembra rivolto solo a “fare cassa”, ma meriti un’impostazione più ambiziosa. In tal senso riteniamo che questa possa rappresentare un’occasione per definire il complesso degli aspetti legati al fenomeno del lavoro transfrontaliero, anche in piena attuazione del regolamento UE 883/04 sul coordinamento della sicurezza sociale, in particolare attraverso: la ridefinizione spaziale e temporale del lavoratore frontaliero, anche in virtù della normativa comunitaria ove l’espressione “lavoratore frontaliero” designa qualsiasi lavoratore occupato sul territorio di uno Stato membro e residente sul territorio di un altro Stato membro, ovvero regolato da accordi bilaterali con l’Unione europea (criterio politico), dove torna in teoria ogni giorno o almeno una volta alla settimana (criterio temporale), anche in relazione ai limiti che la fase pandemica ha messo in evidenza come il massiccio ricorso allo smart working o a forme di telelavoro e che ha richiesto in questi mesi, accordi straordinari tra i due Paesi per la sua regolamentazione; il superamento del limite mensile per il diritto alla NASPI; la riapertura contestuale del tavolo sullo Statuto dei Lavoratori Frontalieri per il quale le OO.SS. italiane hanno predisposto ben tre proposte; la rivisitazione delle politiche di cooperazione Interreg (2021-2027) che pongano finalmente al centro la Governance transfrontaliera”.




Monte Bianco: forte disappunto per l’iniziativa unilaterale francese

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montebiancoSu istruzione del ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio, l’Ambasciata d’Italia a Parigi ha espresso formalmente alle autorità francesi il “forte disappunto” italiano per le misure di protezione del sito naturale del Monte Bianco adottate dalla Prefettura dell’Alta Savoia per regolamentare le attività praticate nella zona dagli alpinisti e che hanno investito anche territori sotto sovranità italiana.
Nella nota ufficiale trasmessa alle autorità francesi, il Ministero degli Affari Esteri italiano ha ricordato che “la parte francese aveva espresso la propria disponibilità ad affrontare queste questioni all’interno della Commissione mista che si occupa della manutenzione dei confini”. In questo quadro il ministro Di Maio ha tenuto a che fosse ricordato che Italia e Francia avevano concordato sulla necessità di “evitare qualsiasi iniziativa unilaterale delle autorità locali” su queste zone.
Il ministro ha anche chiesto che fosse formulata alle autorità francesi la richiesta di intervenire sulla Prefettura dell’Alta Savoia, affinché questa non includa “nelle misure ufficiali locali le zone oltre confine rientranti in territorio italiano, e ricadenti come tali sotto la sovranità nazionale dell’Italia”.
In ogni caso, “tali misure unilaterali che non possono e non devono incidere sul territorio italiano” ha indicato chiaramente il ministro Di Maio “non potranno avere alcun effetto e non sono riconosciute dall’Italia”.




L’Assemblea delle Donne Italiane all’Estero

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assembleaÈ stata convocata martedì 13 ottobre l’Assemblea Generale Ordinaria e Straordinaria dell’Associazione D.I.R.E. – Donne Italiane Residenti all’Estero. I lavori inizieranno alle 18.30 sulla piattaforma zoom.
Nata nel 2005 a Parigi, con l’obiettivo di valorizzare l’immagine ed il ruolo della donna e di promuovere azioni ed iniziative a favore delle donne, l’associazione è ora presieduta da Laura Montrucchio.