Al via i Mondiali 2026 e l’Italia sta a guardare

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L’attesa è finita. Questa sera prende ufficialmente il via la #Coppa del Mondo FIFA 2026, il più grande Mondiale della storia del calcio. Per la prima volta il torneo vedrà la partecipazione di 48 nazionali e sarà organizzato congiuntamente da Messico, Stati Uniti e Canada. La manifestazione si concluderà il 19 luglio dopo oltre un mese di competizione e ben 104 partite in programma.

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L’onore di aprire il torneo spetta al Messico, che affronterà il Sudafrica nello storico Stadio Azteca di Città del Messico. Si tratta di una sfida che richiama alla memoria il Mondiale del 2010, quando le due nazionali si affrontarono nella gara inaugurale disputata a Johannesburg e conclusa sull’1-1.

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Prima del calcio d’inizio è prevista una spettacolare cerimonia inaugurale con la partecipazione di artisti internazionali provenienti da America Latina, Africa ed Europa, in uno show pensato per celebrare il carattere multiculturale della manifestazione.

L’edizione 2026 segna una svolta storica per il calcio mondiale. Le squadre partecipanti passano infatti da 32 a 48, suddivise in dodici gironi da quattro squadre. Accederanno alla fase a eliminazione diretta le prime due classificate di ogni gruppo e le otto migliori terze, dando vita a un tabellone finale che inizierà dai sedicesimi di finale.

Il Messico entra nel torneo con grandi ambizioni, forte del sostegno del pubblico di casa e di una serie di risultati positivi nelle partite di preparazione. Il Sudafrica, invece, punta a sorprendere e a superare per la prima volta la fase a gironi in una Coppa del Mondo disputata fuori dai propri confini.

Per il Messico si tratta inoltre di un primato storico: nessun altro Paese aveva mai ospitato per tre volte una fase finale dei Mondiali. Dopo le edizioni del 1970 e del 1986, il Paese azteco torna ancora una volta al centro della scena calcistica internazionale.

Da questa sera e fino a metà luglio gli occhi di miliardi di appassionati saranno puntati sul Nord America, dove prenderà forma il sogno mondiale di 48 nazioni alla ricerca del titolo più prestigioso del calcio internazionale.

 




Il “ragno” di Savorgnano

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 Gigi Alippi, Jack Canali, Romano Perego, Luigi Airoldi, Annibale Zucchi: hanno nomi  italianissimi i componenti di una spedizione, che nel 1965 diedero l’assalto finale a una  delle creste più impervie del Mondo:  il Monte McKinley.

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La spedizione tricolore affrontò con coraggio la quasi impossibile impresa e dal terzo campo  montato sulla Cresta Sud completarono la scalata dei restanti 1200 metri per arrivare infine  sulla cima. A guidarli, un nome destinato a entrare nella storia dell’alpinismo mondiale:  Riccardo Cassin da Savorgnano, figlio orfano di Valentino Cassin,  emigrato in Canada e morto sui monti delle Rocky Mountains, per aprire la strada ai nuovi abitanti della stupenda  terra nordamericana.

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L’assalto al Monte McKinley non era cosa da tutti i giorni. La vetta  più alta del Nordamerica ha infatti una terribile caratteristica, per chi volesse  violarne le pareti: è terribilmente “fredda” e non si lascia facilmente domare dalla perizia umana. Nel 1965 i sei italiani della spedizione “Città di Lecco” riuscirono in questa impresa, guadagnandosi l’appellativo di audaci. Il gruppo riuscì perfino a tornare sano e salvo in un’epoca nella quale l’attrezzatura sportiva e i kit di sopravvivenza alle terribili escursioni del termometro non raggiungevano certamente l’eccellenza dei prodotti attuali. I sei italiani, seppur malconci (Jack Canali soffrì di gravi congelamenti) ritornarono alla base per raccogliere il giusto tributo di successo. Riccardo Cassin ritornò alla sua tranquilla città lombarda per scrivere “La Sud del McKinley”, destinato a diventare un best seller tra i testi dedicati all’alpinismo estremo.

cassin badile

Definito da Rainold Messner la “pietra miliare dell’alpinismo italiano”, Riccardo Cassin, salendo ai 6178 metri del gigante d’Alaska, chiuse in effetti un debito con la sfortuna e riscattò alla grande la perdita del padre, avvenuta quando lui aveva soltanto quattro anni. Partito come tanti alla volta del Nuovo Mondo, Valentino Cassin venne infatti chiamato a lavorare nelle miniere che costeggiavano la Canadian – Pacific Railway (6000 chilometri che attraversano l’immenso paese nordamericano). La morte lo colse proprio su  una delle tante montagne canadesi e per lui ci sarà soltanto una semplice sepoltura tra le valli della British Columbia. La sua semplice tomba venne però scoperta dall’infaticabile figlio, che decenni dopo, e dopo le soddisfazioni della conquista del McKinley, riuscirà ad arrivare nella zona chiamata Nikomen, per trovare i resti del povero padre, deceduto a soli trent’anni.  Sarà il più bel regalo per il “ragno” del Friuli, avvezzo a decine di vette pericolose e pronto a partire ancora oggi, a novantatre anni, alla volta di qualche parete sospesa nel vuoto. Sarà un bel regalo anche per l’Italia, che sul McKinley costruisce un’altra fetta della sua imprimatur americana, a suggellare un legame viscerale con la terra che toccò scoprire al grande genovese.

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Quella di Riccardo Cassin è ancora oggi un’avventura umana dai contorni  affascinanti. Non esiste, tra i giochi olimpici, la disciplina specifica delle scalate alpine (né potrebbe del resto esistere una gara agonistica imperniata sul tempo) ma ciononostante l’impresa del 1965, sommata alle altre decine di vette, rende il friulano un atleta onorario dei Giochi olimpici, permettendogli l’ingresso nella Hall of Fame degli arrampicatori mondiali.

Insignito nel 1980 del titolo di  Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana e nel 1999 di  Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiano, l’alpinista friulano nel 1935, 1937, 1938 si è guadagnato la Medaglia d’oro al valore atletico conferitegli dal Comitato Olimpico Italiano.

E sono davvero tante le vette conquistate nell’arco di settanta anni di scalate. Nato  a Savorgnano di San Vito al Tagliamento (Pordenone) nel 1909, Riccardo visse nel paese natale fino all’età di 21 anni, per poi trasferirsi a Lecco e diventare fabbro. Il lavoro umile lo aiutò a compensare la grave penuria economica, conseguente alla prematura scomparsa del padre nel lontano Canada, e si accompagnò sempre alla  grande passione delle montagne. Il fisico prestante di Riccardo, in un’epoca nella quale il pugilato  si incarnava nel mito del conterraneo Carnera, indirizzò il   futuro alpinista sul  ring, esperienza che durerà lo spazio di qualche incontro. Non era quella infatti la vocazione per Riccardo: per lui la strada doveva essere in salita, per diventare appetibile: possibilmente a strapiombo sul vuoto!

E furono proprio le vette a regalargli le più belle soddisfazioni della vita. Escludendo gli allenamenti, il friulano compì ben 2500 ascensioni, e di queste ben 100 hanno avuto il sapore della prima scalata. Le pareti della Svizzera, della Francia, Austria, Spagna, Jugoslavia, Scozia, Caucaso, Pakistan, Nepal e Giappone hanno fatto da corollario a un percorso che ebbe  i suoi apici nelle vette americane . Il friulano scalò infatti le montagne  del Perù,  della Terra del Fuoco, del Cile, del Canada e dell’amatissimo Alaska.

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Nominato  Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana, Riccardo Cassin vsse tra le amate montagne anche durante la guerra. Arruolato tra gli alpini, durante la guerra partigiana guidò la Brigata Rocciatori e si guadagnò la decorazione con la Croce al  Valore Militare per le coraggiose imprese, nelle quali venne più volte ferito.  Ritornato alla tranquillità civile, a 78 anni Riccardo Cassin stupì   ancora una volta il mondo, salendo due volte in una settimana sul Pizzo Badile. Con la sua escursione sulle vette della Patagonia rese omaggio all’amico Carlo Mauri. Tra il 1998 e il 2000 toccò invece al mondo cinematografico  avere per protagonista il “ragno” di Savorgnano.  A Banff, infatti, l’italiano presenziò il festival  internazionale del film di montagna, e dopo due anni, partecipò in qualità di “maestro indiscusso” al summit mondiale dell’alpinismo, aperto a tutti i più forti escursionisti del mondo.

Sposatosi in tempo di guerra con Irma, Riccardo divenne padre di tre figli, nonno di sette nipoti e infine bisnonno. Alla montagna dedicò anche molta delle sue fatiche letterarie. Autore di dieci volumi, Cassin ha regalato al grande pubblico una splendida serie di lavori incentrati sulle scalate, riservando all’esperienza del Mc Kinley una pagina tutta particolare.  Ripubblicato dal Centro di Documentazione Alpina , il libro si presenta come un  diario della spedizione, senza alcuna pretesa letteraria, ma riesce a cogliere l’essenza della bellezza della disciplina alpinistica. Usando la narrazione giornaliera, aliena da iperboli e parole complicate, Cassin descrisse nitidamente le tante difficoltà e i pericoli superati, accompagnando il lettore nel mondo tutto particolare delle scalate.

Membro onorario del Club Alpino Accademico Internazionale, del Groupe  Haute Montaigne e dei club alpini di Italia, Stati Uniti, Spagna, Svizzera e Francia,  Riccardo Cassin non si è mai arreso agli acciacchi dell’età, sostituendo le scalate con lunghe passeggiate ed escursioni sulle colline di Lecco , la città scelta come propria residenza.  E nel 2009, in occasione del suo centesimo compleanno,   la Città gli ha dedicato una serie di iniziative, consegnandogli  una medaglia d’oro di benemerenza.

Il grande alpinista friulano è morto il 6 agosto 2009. Alla sua memoria il Comune di Lecco ha intitolato   una piazza cittadina che da allora porta il nome di “piazzale Riccardo Cassin – Alpinista del Novecento”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE PRINCIPALI ASCENSIONI DELLO SCALATORE DI SAVORGNANO

 

1934 Parete Sud-Est Piccolissima di Lavaredo

1935 Spigolo Sud-Est Torre Trieste e Parete Nord della Cima Ovest di Lavaredo

(quest’ultima aveva respinto 27 tentativi di tutti i più forti alpinisti europei dell’epoca)

1937 Parete Nord Est del Pizzo Badile (una delle più lunghe e difficili pareti delle Alpi

Centrali)

1938 Sperone Walker sulla Parete Nord delle Grandes Jorasses (1a ascensione assoluta

su una delle tre grandi Nord con Cervino e Eiger)

1939 Spigolo Est del Golem e Parete Nord dell’Aiguille de Leschaux

 

 

 

1947 Parete Nord-Ovest della Prima Sorella del Sorapis e Spigolo Sud-Est della Torre

del Diavolo

1955 Parete Nord del Piz Roseg

1957 Parete Nord del Disgrazia

1958 Capospedizione al Gasherbrum IV, 7980m (Walter Bonatti e Carlo Mauri

raggiungono per primi la vetta)

1959 Parete Nord del Ligoncio

1961 Parete Sud del Mount McKinley (m 6178, prima ascensione sulla parete ritenuta più

difficile del Nord America)

1969 Parete Ovest dell’Jirishanca (m 6126, prima ascensione, a 60 anni)

1975 Capospedizione al Lhotse

 

 




Messico 2026: arte e calcio si incontrano nella mostra internazionale “Sr. Balón”

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In vista dei Mondiali di calcio del 2026, che vedranno il #Messico tra i Paesi ospitanti, l’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico inaugura la mostra internazionale “Sr. Balón”, un progetto che unisce arte contemporanea, design e riflessione sociale attraverso uno dei simboli più universali del nostro tempo: il pallone da calcio.

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L’esposizione, aperta al pubblico dal 10 giugno al 10 luglio, nasce da un’idea del designer industriale messicano Sergio Sotelo. Al centro del progetto vi è una particolare scultura antropomorfa la cui forma richiama quella di un pallone, ispirata al tempo stesso all’antico gioco della palla praticato dalle civiltà mesoamericane.

Attorno a questa figura si sviluppa il lavoro di artisti, architetti, designer e pensatori provenienti da Italia e Messico, chiamati a reinterpretare liberamente l’opera originale. Il risultato è una mostra che va oltre la dimensione sportiva e propone una riflessione sull’identità, sulla memoria collettiva, sul territorio e sulle forme di convivenza contemporanea.

Tra i protagonisti dell’iniziativa figura anche il maestro italiano Michelangelo Pistoletto, presente attraverso la Fondazione Pistoletto Cittadellarte. Il contributo dell’artista biellese introduce nel percorso espositivo i concetti del “Terzo Paradiso” e della “Pace Preventiva”, interpretando lo sport come linguaggio universale capace di favorire dialogo, collaborazione e costruzione di comunità.

L’iniziativa rappresenta inoltre un esempio di collaborazione culturale tra Italia e Messico. Molte delle opere sono state realizzate grazie al lavoro congiunto di artisti e artigiani tra Puebla e Città del Messico, mettendo in relazione creatività contemporanea e tradizioni locali.

Con l’avvicinarsi della Coppa del Mondo FIFA 2026, “Sr. Balón” dimostra come il calcio possa essere molto più di una competizione sportiva: un fenomeno culturale capace di ispirare arte, dialogo e nuove forme di incontro tra popoli diversi.




Mondiali 2026, il Messico si prepara alla grande festa tra entusiasmo popolare e tensioni con gli Stati Uniti

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Mentre cresce l’attesa per il calcio d’inizio dei Mondiali 2026, il Messico si prepara a vivere uno degli eventi più importanti della sua storia sportiva. Nelle città che ospiteranno le partite si respirano entusiasmo, orgoglio nazionale e voglia di celebrare una manifestazione che porterà milioni di tifosi da tutto il mondo.

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Per il Paese sarà un appuntamento storico: il Messico diventa infatti la prima nazione a ospitare per la terza volta una Coppa del Mondo, dopo le edizioni del 1970 e del 1986. La partita inaugurale si giocherà l’11 giugno nello storico Stadio Azteca, impianto destinato a entrare ulteriormente nella leggenda del calcio mondiale.

Nelle settimane che precedono il torneo, il clima è però caratterizzato da un forte contrasto. Da un lato si moltiplicano feste, eventi culturali, manifestazioni e iniziative dedicate ai tifosi; dall’altro continuano proteste sindacali e cortei che stanno creando disagi nella capitale e in altre aree del Paese. Alcuni gruppi di manifestanti hanno annunciato nuove mobilitazioni proprio nei giorni dell’apertura della competizione, alimentando le preoccupazioni delle autorità.

A rendere più delicato il contesto contribuiscono anche i rapporti non sempre distesi con gli Stati Uniti. Sebbene i due Paesi condividano l’organizzazione del torneo insieme al Canada, le questioni legate all’immigrazione, alla sicurezza delle frontiere e alle relazioni politiche continuano a rappresentare uno sfondo inevitabile durante un evento che coinvolgerà milioni di persone in tutto il Nord America.

Le autorità messicane puntano comunque a trasformare il Mondiale in una vetrina internazionale capace di mostrare il volto migliore del Paese. L’obiettivo è accogliere i visitatori in un clima di festa e confermare il ruolo centrale del Messico nel calcio mondiale, sport che continua a essere una delle grandi passioni nazionali.

Tra celebrazioni popolari, sfide organizzative e inevitabili tensioni politiche, il conto alla rovescia è ormai terminato: il Messico è pronto a tornare protagonista sulla scena del calcio internazionale.




Nasce “La Fune Azzurra”: il primo censimento mondiale dello sport degli italiani all’estero

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Quante società sportive fondate da emigrati italiani esistono nel mondo? Quanti club, associazioni e squadre continuano ancora oggi a mantenere vivo il legame con l’Italia attraverso lo sport? Per rispondere a queste domande prende il via “La Fune Azzurra – Lo sport italiano nei cinque continenti”, il primo progetto di ricerca dedicato a censire e studiare la presenza sportiva delle comunità italiane all’estero.

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La ricerca, che si concluderà nella primavera del 2027, coinvolgerà i principali Paesi interessati dall’emigrazione italiana. Gli studiosi realizzeranno una mappatura di club, associazioni e realtà sportive nate grazie all’iniziativa delle comunità italiane all’estero, dall’Ottocento fino ai giorni nostri. sportive hanno rappresentato luoghi di incontro, integrazione e conservazione dell’identità culturale italiana. e nel mondo. Genova e Bologna e la Società Italiana di Storia dello Sport. ani dalla madrepatria ma ancora profondamente legati alle proprie radici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Il Roland Garros parla italiano. Non c’è solo Sinner

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Parigi continua a tingersi d’azzurro. Se il nome che domina le prime pagine è quello di Jannik Sinner, protagonista di una stagione straordinaria e ormai stabilmente ai vertici del tennis mondiale, il Roland Garros 2026 sta raccontando una storia più ampia: quella di un movimento italiano che non dipende più da un solo campione.

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Il tennis azzurro vive uno dei momenti più felici della sua storia. Mai come oggi l’Italia può contare su una generazione di giocatori competitivi nei grandi tornei internazionali, capaci di raggiungere le fasi decisive degli Slam e di confrontarsi alla pari con le tradizionali potenze del tennis mondiale.

Sinner rappresenta naturalmente la punta dell’iceberg. Il suo gioco aggressivo, la freddezza nei momenti decisivi e una maturità impressionante per la sua età lo hanno trasformato in uno dei punti di riferimento del circuito. Ma dietro di lui cresce un gruppo di atleti che sta contribuendo a rendere il tennis italiano una realtà consolidata e non più una semplice sorpresa.

Anche nel torneo parigino numerosi italiani hanno dimostrato di poter essere protagonisti sulla terra rossa, superficie che tradizionalmente premia tecnica, pazienza e capacità tattiche. Un segnale importante della profondità raggiunta dal movimento, frutto del lavoro svolto negli ultimi anni da federazione, circoli e scuole tennis.

A confermare il momento d’oro c’è anche il settore femminile, che continua a produrre risultati significativi e a mantenere l’Italia tra le nazioni più rispettate del panorama internazionale. La presenza costante di atleti azzurri nei principali tornei del circuito testimonia una crescita che appare ormai strutturale.

Per gli italiani all’estero, dal Nord America ai Caraibi, seguire il Roland Garros significa quest’anno assistere a qualcosa di speciale: non soltanto alle imprese di un campione destinato a entrare nella storia, ma alla consacrazione di un intero movimento sportivo.

Il Roland Garros parla italiano. E la voce che arriva da Parigi è quella di una generazione che sembra avere ancora molto da raccontare.

 




Roland Garros da sogno: l’Italia del tennis scrive la storia a Parigi

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Il tennis italiano continua a vivere una stagione straordinaria al #Roland Garros 2026. Per la prima volta nella storia tre azzurri hanno raggiunto i quarti di finale di un torneo del Grande Slam, confermando la crescita di un movimento che ormai compete stabilmente ai massimi livelli internazionali.

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Grande protagonista è #Flavio Cobolli (foto ANSA), autore di un percorso brillante che lo ha portato tra i migliori otto del torneo parigino. Il romano affronta ora una sfida decisiva contro il canadese Félix Auger-Aliassime con l’obiettivo di conquistare una storica semifinale.

L’altra metà del tabellone regala invece un confronto tutto italiano tra #Matteo Berrettini e #Matteo Arnaldi. Il derby azzurro garantisce già la presenza di un rappresentante italiano tra i semifinalisti e alimenta il sogno di vedere il tricolore protagonista fino all’ultimo atto del torneo.

Il cammino degli italiani assume ancora maggiore rilievo in un’edizione del Roland Garros caratterizzata dall’assenza o dall’eliminazione anticipata di alcuni dei grandi favoriti del circuito. Uno scenario che rende il torneo particolarmente aperto e offre opportunità importanti a chi saprà mantenere lucidità e continuità nelle fasi decisive.

Le buone notizie per il tennis italiano non arrivano soltanto dal singolare. Anche nel doppio maschile Simone Bolelli e Andrea Vavassori hanno conquistato la semifinale dopo una battaglia combattutissima, confermando la competitività degli azzurri in tutte le specialità.

Parigi si tinge così sempre più d’azzurro. Con Cobolli, Berrettini e Arnaldi ancora in corsa, l’Italia può continuare a inseguire un risultato che fino a pochi anni fa sembrava impensabile: la conquista del titolo sulla terra rossa più prestigiosa del mondo.

 




Perché i giovani dei Paesi più sviluppati abbandonano gli sport più duri?

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43986c21 e8ec 4e67 96fa 32e6723dd482La vittoria di un corridore danese al Giro d’Italia e il dominio dello sloveno Tadej Pogačar nelle grandi corse internazionali pongono una domanda interessante: perché gli sport che richiedono i maggiori sacrifici sembrano attirare sempre meno giovani nei Paesi più sviluppati?

Lo stesso fenomeno si osserva nel pugilato. Un tempo Italia, Francia, Belgio e Spagna erano fucine di campioni sia nel ciclismo sia nella boxe. Oggi molti dei protagonisti arrivano dall’Europa orientale, dai Balcani, dall’America Latina, dall’Africa o da altre regioni dove questi sport continuano a rappresentare una strada di riscatto personale e sociale.

La spiegazione non sta nella perdita di talento. I giovani europei e nordamericani non sono meno dotati dei loro coetanei di altre parti del mondo. È cambiato il contesto nel quale crescono.

Ciclismo e pugilato sono tra gli sport più esigenti che esistano. Richiedono anni di allenamenti intensi, disciplina assoluta, rinunce personali e una forte capacità di sopportare la sofferenza fisica. Nel caso del pugilato, si aggiunge anche il rischio concreto di subire infortuni gravi e danni permanenti.

Nelle società più sviluppate, i giovani hanno oggi molte più opportunità rispetto al passato. Possono scegliere tra decine di attività sportive, percorsi professionali e forme di realizzazione personale. Inoltre vivono in una cultura che valorizza sempre più il benessere, la sicurezza e la gratificazione immediata.

Negli anni di Coppi e Bartali, o di grandi pugili come Nino Benvenuti, lo sport rappresentava spesso una delle poche occasioni per emergere. Per molti ragazzi provenienti da famiglie modeste, il sacrificio era accettato come prezzo necessario per costruirsi un futuro migliore.

Oggi la situazione è diversa. Diventare un ciclista professionista o un pugile di alto livello significa affrontare anni di sacrifici senza alcuna garanzia di successo. Molti giovani preferiscono discipline meno dure, più sicure o economicamente più attraenti.

Paradossalmente, proprio nei Paesi che hanno raggiunto livelli elevati di benessere si registra una minore disponibilità ad accettare percorsi così estremi. Al contrario, in nazioni più piccole o meno ricche, il ciclismo e il pugilato continuano a essere percepiti come strumenti di mobilità sociale e occasioni concrete per emergere.

Questo non significa che gli sport della fatica siano destinati a scomparire. Continueranno a produrre campioni e a emozionare milioni di appassionati. Tuttavia, il loro centro di gravità si sta spostando verso quelle realtà dove il sacrificio viene ancora considerato una virtù indispensabile per raggiungere il successo.

Forse la vera domanda non è perché i giovani rifiutino il ciclismo o il pugilato. La domanda è se le società più ricche stiano perdendo il gusto della sfida e della fatica che per generazioni hanno rappresentato una scuola di carattere, disciplina e resilienza.

I giovani di oggi sono davvero meno disposti al sacrificio, oppure semplicemente hanno più possibilità di scegliere?”




Sinner e il fisico sotto pressione: sta giocando troppo?

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cLa sconfitta shock di #Jannik Sinner al Roland Garros ha riaperto una domanda che nel circuito gira già da settimane: il numero uno del mondo sta chiedendo troppo al proprio corpo?

Nelle ultime settimane il campione altoatesino ha dato l’impressione di essere quasi imbattibile sul piano tecnico, conquistando una serie impressionante di tornei tra Montecarlo, Madrid e Roma. Ma proprio durante questa straordinaria cavalcata sono emersi diversi segnali preoccupanti: crampi, problemi respiratori, momenti di forte affaticamento e frequenti richieste di assistenza medica durante i match.

A Parigi la situazione è esplosa in modo evidente. Contro l’argentino Juan Manuel Cerúndolo, Sinner era avanti di due set e conduceva 5-1 nel terzo, a un passo dalla vittoria. Poi il crollo: vertigini, perdita di energie, difficoltà fisiche sempre più evidenti e una rimonta subita fino alla sconfitta in cinque set.

Lo stesso Sinner, dopo il match, ha ammesso di essere arrivato al Roland Garros in condizioni non ottimali, parlando di stanchezza accumulata e di una notte praticamente insonne prima dell’incontro. Ha inoltre lasciato intendere che potrebbe rinunciare a parte della stagione sull’erba per recuperare energie in vista di Wimbledon.

Il problema non sembra essere soltanto il caldo. Certo, le temperature elevate hanno spesso messo in difficoltà il tennista italiano, come già accaduto agli Australian Open e in altri tornei. Ma diversi osservatori ritengono che il vero nodo sia il calendario sempre più pesante del tennis moderno.

Nel 2026 Sinner ha giocato praticamente senza pause, inseguendo risultati e record. Dopo ogni vittoria è ripartito subito per il torneo successivo, accumulando ore di gioco, viaggi, stress mentale e pressione mediatica. Anche dirigenti del tennis italiano e colleghi del circuito hanno ammesso di essere stati seriamente preoccupati per le sue condizioni fisiche già durante gli Internazionali di Roma.

Paradossalmente, la forza mentale che ha reso Sinner il numero uno del mondo potrebbe trasformarsi in un rischio. I grandi campioni tendono a non fermarsi mai, a giocare anche quando il corpo manda segnali di allarme. Ma il tennis di oggi richiede una gestione quasi scientifica delle energie, e forse proprio adesso il campione italiano deve imparare la lezione più difficile: scegliere quando fermarsi.

Perché il dubbio non è più se Sinner sia abbastanza forte per vincere tutto. Il dubbio è se il suo fisico riuscirà a reggere una stagione costruita per giocatori sempre più potenti, ma non necessariamente invincibili.




Sinner debutta al Roland Garros: il vero avversario è il caldo di Parigi

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sinner afp 2 Comincia oggi l’avventura di Jannik #Sinner al #Roland Garros 2026. Il numero uno del mondo farà il suo esordio sulla terra rossa parigina contro il francese Clément Tabur, ma a preoccupare non è soltanto l’avversario: a Parigi è infatti scattata l’allerta caldo, con temperature considerate eccezionali per il mese di maggio.

Gli organizzatori del torneo stanno monitorando con attenzione la situazione meteorologica. Nei prossimi giorni il termometro potrebbe superare i 30 gradi, trasformando il caldo in un fattore determinante per le partite disputate durante le ore centrali della giornata.

Per questo motivo il debutto dell’azzurro è stato programmato nella sessione serale sul Philippe Chatrier, non prima delle 20.15, una scelta che dovrebbe permettere a Sinner di giocare in condizioni più favorevoli.

Il tennista italiano arriva a Parigi dopo il trionfo agli Internazionali d’Italia e con grandi aspettative attorno a sé. Il Roland Garros resta però l’unico Slam ancora mancante nella bacheca del campione altoatesino, finalista nella passata edizione dopo una sfida epica contro Carlos Alcaraz.

Lo stesso Sinner, nei giorni scorsi, ha ammesso che il caldo potrebbe incidere molto sul rendimento dei giocatori: “Con il caldo la palla viaggia di più”, ha spiegato in conferenza stampa, sottolineando però di sentirsi pronto ad affrontare condizioni difficili.

Intanto a Parigi cresce l’attesa per il debutto del numero uno del ranking ATP, considerato uno dei grandi favoriti per la vittoria finale.

foto Adnkronos