Il calcio italiano è malato. E non basta cambiare allenatore

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Il problema non è una partita persa, ma un sistema che da anni fatica a produrre una Nazionale competitiva.

L’Italia continua a ripetersi che possiede uno dei campionati più importanti del mondo. Gli stadi si riempiono, i diritti televisivi valgono miliardi, i calciatori guadagnano cifre da capogiro e le società investono somme enormi.

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Eppure c’è una domanda che nessuno riesce a evitare.

Se il nostro calcio è così ricco, perché la Nazionale stenta sempre di più?

La Francia ha un campionato che, almeno dal punto di vista economico e mediatico, viene spesso considerato inferiore alla Serie A. Eppure negli ultimi anni ha disputato finali mondiali, ha vinto un Mondiale, continua a produrre campioni e resta stabilmente tra le grandi del calcio internazionale.

L’Italia, invece, ha saltato due Mondiali consecutivi e continua a vivere di ricordi.

Il problema non è soltanto tecnico.

È culturale.

Il nostro calcio preferisce comprare giocatori già affermati piuttosto che formarli. Troppi giovani italiani restano in panchina mentre i club cercano il risultato immediato. Le società cambiano allenatore al primo momento difficile, ma raramente cambiano progetto.

E allora viene spontaneo guardare altrove.

Nel baseball, disciplina che in Italia interessa una piccola minoranza, siamo riusciti a costruire una Nazionale capace di competere con le grandi potenze mondiali. Nel volley, nella scherma, nel nuoto, nel ciclismo, nell’atletica e nel tennis continuiamo a conquistare titoli e medaglie.

Perché?

Perché in questi sport si investe nella formazione, nei vivai, nei tecnici e nella crescita degli atleti.

Nel calcio, invece, sembra che il denaro abbia sostituito la programmazione.

Naturalmente non esiste una ricetta miracolosa.

Ma qualche rimedio appare evidente.

Servono più spazio e fiducia ai giovani italiani.

Servono vivai che tornino a essere il cuore delle società e non un semplice obbligo di bilancio.

Servono dirigenti capaci di programmare per cinque o dieci anni, non soltanto fino alla prossima giornata di campionato.

E forse serve anche una riflessione sul sistema economico del calcio, dove gli stipendi crescono molto più velocemente dei risultati.

Il calcio resta lo sport più amato dagli italiani.

Proprio per questo merita di più.

Merita meno alibi e più coraggio.

Perché un Paese che continua a eccellere in tanti sport non può rassegnarsi a diventare una comparsa proprio nel gioco che considera la propria religione sportiva.

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Dopo aver eliminato la Germania, il Paraguay proclama il giorno di festa nazionale

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Il Paraguay oggi si ferma per festeggiare una delle pagine più belle della sua storia calcistica. Il presidente Santiago Peña ha proclamato il 30 giugno giornata festiva nazionale dopo la storica qualificazione agli ottavi di finale del Mondiale, ottenuta eliminando la Germania ai calci di rigore.

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La decisione ha permesso a milioni di paraguayani di continuare i festeggiamenti iniziati nella notte, con piazze gremite, cortei spontanei e bandiere biancorosse sventolate in tutto il Paese. Per il governo si tratta di un risultato che «va oltre lo sport» e rappresenta un motivo di orgoglio nazionale.

È una giornata speciale anche per la numerosa comunità italiana del Paraguay. Si stima infatti che circa il 40% dei paraguayani abbia origini italiane, mentre migliaia di cittadini italiani risiedono stabilmente nel Paese, mantenendo vivo un legame storico che risale alla grande emigrazione tra Ottocento e Novecento.

Per molti italo-paraguayani la festa di oggi ha quindi un significato doppio: celebrare un’impresa sportiva destinata a entrare nella storia del calcio paraguayano e, allo stesso tempo, rafforzare quel senso di appartenenza che unisce da generazioni Paraguay e Italia.




Orfani dei Mondiali

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Per chi ama davvero il calcio, il Mondiale è un rito. Ogni quattro anni scandisce l’estate, riunisce famiglie e amici davanti alla televisione, accende discussioni infinite, alimenta speranze e delusioni.

Quest’anno, invece, noi italiani siamo spettatori. Ancora una volta.

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Tre Mondiali consecutivi senza l’Italia. Una frase che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata assurda. Oggi è diventata una dolorosa realtà. L’Italia è la prima nazionale quattro volte campione del mondo a mancare tre edizioni consecutive del torneo.

Si guarda Brasile-Giappone, Germania-Paraguay, Canada-Sudafrica. Si apprezza il talento di giovani campioni, si tifano magari le squadre allenate da tecnici italiani o le nazionali più simpatiche. Ma non è la stessa cosa.

Manca quella tensione che ti accompagna per novanta minuti. Manca l’ansia prima di un rigore. Manca la gioia incontenibile di un gol azzurro. Manca quella sensazione di appartenere, almeno per una sera, a un Paese intero.

Noi italiani siamo diventati gli orfani del Mondiale.

È una sofferenza particolare, soprattutto per chi vive all’estero. Per milioni di connazionali la Nazionale è sempre stata un pezzo d’Italia da portare nel cuore. Nei bar di Toronto, nelle piazze di Buenos Aires, nei circoli italiani di Caracas, a New York, a Santo Domingo, bastava una partita degli Azzurri per sentirsi tutti un po’ più vicini a casa.

Oggi quella emozione non c’è.

La domanda che molti si pongono è semplice: come siamo arrivati a questo punto?

Le risposte sono tante: pochi giovani valorizzati, troppi stranieri nei campionati, strutture obsolete, programmazione insufficiente. Le responsabilità sono diffuse e non nascono certo ieri. Da troppo tempo il nostro calcio vive più di ricordi che di progetti.

Eppure sarebbe un errore smettere di amare la Nazionale.

Il calcio italiano è già risorto altre volte. Dopo ogni caduta è riuscito a rialzarsi. Servono idee, coraggio e la volontà di ripartire senza cercare alibi.

Nel frattempo continuiamo a guardare questo Mondiale da ospiti. È un torneo bellissimo, ricco di sorprese e di grandi campioni. Ma ogni volta che risuona un inno nazionale diverso dal nostro, il pensiero corre inevitabilmente a una domanda.

Quando torneremo a sentirci protagonisti?

Perché il Mondiale senza l’Italia si può guardare.

Ma non si riesce mai a viverlo fino in fondo.




Sinner soffre, rimonta e vola al secondo turno di Wimbledon

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Esordio tutt’altro che semplice per Jannik Sinner a Wimbledon 2026. Il numero uno del mondo e campione in carica ha dovuto lottare per oltre tre ore e mezza prima di avere ragione del serbo Miomir Kecmanovic, imponendosi in cinque set con il punteggio di 4-6, 6-3, 6-7 (6-8), 6-2, 6-3.

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Dopo aver perso il primo set e il tie-break del terzo, Sinner si è ritrovato a un passo da una clamorosa eliminazione. Ma il campione altoatesino ha saputo reagire con determinazione, alzando il livello del proprio tennis nei due set conclusivi e prendendo definitivamente il controllo dell’incontro.

La partita è stata caratterizzata da numerosi errori non forzati da parte dell’azzurro, ben 52, e anche da un momento di apprensione quando è scivolato sull’erba durante il terzo set. Sinner ha inoltre concluso il match con una vistosa macchia di sangue sulla scarpa, provocata da una vescica al piede, ma ha rassicurato tutti sulle sue condizioni fisiche.

Al termine dell’incontro il numero uno del ranking ATP ha ammesso di non aver espresso il suo miglior tennis: «All’inizio ero un po’ teso. Non ho giocato al mio livello, ma sono felice di essere riuscito a trovare le soluzioni giuste nei momenti decisivi».

Con questa vittoria Sinner accede al secondo turno, dove affronterà il portoghese Nuno Borges. L’obiettivo è difendere il titolo conquistato lo scorso anno e confermarsi ancora una volta protagonista sull’erba dell’All England Club.




Canada agli ottavi, decide Eustáquio al 92′: Sudafrica eliminato

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Il Canada continua a scrivere la sua favola ai Mondiali 2026. La nazionale nordamericana ha conquistato per la prima volta nella sua storia l’accesso agli ottavi di finale della Coppa del Mondo, battendo il Sudafrica per 1-0 grazie a un gol di Stephen Eustáquio nel secondo minuto di recupero.

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La sfida, disputata a Los Angeles, è rimasta bloccata per novanta minuti. Il Canada ha creato le occasioni migliori, ma ha dovuto attendere il recupero per trovare il gol decisivo. Al 92′, dopo un pallone respinto dalla difesa sudafricana, Eustáquio ha controllato al limite dell’area e con un potente destro ha battuto il portiere, facendo esplodere di gioia i tifosi canadesi.

Per la squadra allenata da Jesse Marsch si tratta di un risultato storico. Mai il Canada aveva vinto una partita a eliminazione diretta in un Campionato del Mondo. Un traguardo ancora più significativo considerando che la nazionale era arrivata a questo appuntamento con alcuni giocatori non al meglio della condizione, tra cui Alphonso Davies, rientrato soltanto nella parte finale dell’incontro.

Il Sudafrica lascia invece il torneo a testa alta. Dopo aver raggiunto per la prima volta la fase a eliminazione diretta, la formazione africana ha resistito fino agli ultimi istanti, cedendo soltanto nel recupero quando sembrava ormai vicina ai tempi supplementari.

Agli ottavi di finale il Canada affronterà la vincente della sfida tra Paesi Bassi e Marocco, con l’obiettivo di proseguire un cammino che è già entrato nella storia del calcio canadese.




Il miglior surfista del mondo è italiano

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L’Italia scrive una pagina di storia nel surf mondiale. Per la prima volta un atleta azzurro è al comando della classifica della World Surf League: Leonardo Fioravanti è infatti il numero uno del ranking mondiale grazie agli straordinari risultati ottenuti nelle ultime tappe del circuito.

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Il surfista romano ha conquistato la sua prima storica vittoria nel Championship Tour in El Salvador, battendo in finale il brasiliano Ítalo Ferreira, e pochi giorni dopo ha confermato il suo eccezionale momento di forma raggiungendo la finale del Vivo Rio Pro in Brasile. Una serie di risultati che gli ha permesso di salire in vetta alla classifica mondiale.

«L’ho sognato per tutta la vita», ha dichiarato Fioravanti dopo aver appreso di essere diventato il numero uno del mondo. Un traguardo che premia anni di sacrifici, allenamenti e infortuni superati, e che rappresenta un risultato senza precedenti per il surf italiano.

A 28 anni, Fioravanti è ora tra i principali candidati alla conquista del titolo mondiale della World Surf League. Per l’Italia si tratta di un momento storico: mai prima d’ora un surfista azzurro aveva guidato la classifica del massimo circuito internazionale.




Ronaldinho torna in Italia: a 46 anni vestirà la maglia del Ravenna

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Sembrava una di quelle notizie destinate a rimanere una semplice voce di mercato. Invece è tutto vero: Ronaldinho tornerà a indossare gli scarpini in Italia, entrando a far parte del progetto del Ravenna FC. A 46 anni, il Pallone d’Oro 2005 ha deciso di legare il proprio nome alla società romagnola, in un’operazione che sta facendo il giro del mondo.

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L’annuncio ufficiale è stato presentato a Miami e ha suscitato entusiasmo non solo tra i tifosi giallorossi, ma anche tra gli appassionati di calcio. Il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, ha definito l’accordo «un evento che non dimenticheremo mai», sottolineando come fino a pochi giorni fa un’operazione del genere sembrasse semplicemente impossibile. Oggi, invece, la città si prepara ad accogliere uno dei calciatori più amati della storia del calcio.

Naturalmente non si tratta di un ritorno all’attività agonistica a tempo pieno. #Ronaldinho non affronterà un’intera stagione di Serie C come un normale professionista, ma sarà tesserato dal club e parteciperà al progetto sportivo e internazionale voluto dal presidente Ignazio Cipriani. Il brasiliano avrà anche un ruolo nella promozione del marchio Ravenna, destinato così a conquistare una visibilità mondiale.

Per il Ravenna è un colpo senza precedenti. L’arrivo di Ronaldinho rappresenta infatti molto più di un’operazione calcistica: significa attirare sponsor, media e tifosi da ogni parte del mondo. Non a caso la presentazione della nuova maglia e del progetto ha avuto una risonanza internazionale, confermando l’ambizione della società romagnola di crescere ben oltre i confini della Serie C.

In città l’entusiasmo è già alle stelle. I tifosi sognano di vedere, anche solo per pochi minuti, il campione brasiliano calcare il prato dello stadio Benelli. Sarebbe un momento storico per Ravenna e per tutto il calcio italiano, che ritroverebbe uno dei suoi protagonisti più spettacolari, capace di incantare milioni di appassionati con il sorriso, i dribbling e una fantasia che ha segnato un’epoca.

 

foto agenzia Dire




Rivoluzione azzurra: Malagò pensa a Conte o Mancini, Maldini verso la FIGC

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Dopo l’elezione di Giovanni Malagò alla guida della FIGC, il calcio italiano si prepara a una profonda ristrutturazione. L’obiettivo è uno solo: riportare la Nazionale ai vertici dopo anni di delusioni culminate con la terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali.

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La prima decisione riguarda la panchina azzurra. I nomi più accreditati sono quelli di Roberto Mancini e Antonio Conte, due tecnici che conoscono bene l’ambiente della Nazionale e che rappresentano, seppur con caratteristiche diverse, una garanzia di esperienza e personalità. Secondo le indiscrezioni, Malagò sarebbe orientato a scegliere un allenatore disposto a sposare il progetto con entusiasmo e spirito di servizio, più che per ragioni economiche.

Ma la novità potrebbe arrivare anche dai vertici tecnici della Federazione. In pole position per il ruolo di direttore tecnico c’è infatti Paolo Maldini, storica bandiera del calcio italiano e figura rispettata a livello internazionale. Il suo compito sarebbe quello di fare da raccordo tra la Federazione, il commissario tecnico e il progetto di rilancio del calcio giovanile italiano.

Malagò ha già indicato alcune delle priorità del suo mandato: valorizzazione dei vivai, sostegno ai giovani talenti, riforme fiscali per rendere più competitivo il sistema calcistico italiano e una maggiore collaborazione con il Governo. Un programma ambizioso che punta a correggere problemi accumulati negli ultimi anni.

Per molti tifosi sarebbe un ritorno al passato: Mancini riportò l’Italia sul tetto d’Europa nel 2021, mentre Conte è ricordato per aver ricostruito una Nazionale competitiva dopo il fallimento del Mondiale 2014. Maldini, dal canto suo, rappresenta uno dei simboli più prestigiosi del calcio italiano degli ultimi decenni.

Le prossime settimane saranno decisive. La nuova gestione vuole partire rapidamente e dare un segnale forte a un movimento che cerca da tempo una strada per tornare protagonista sulla scena internazionale.




Al via i Mondiali 2026 e l’Italia sta a guardare

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L’attesa è finita. Questa sera prende ufficialmente il via la #Coppa del Mondo FIFA 2026, il più grande Mondiale della storia del calcio. Per la prima volta il torneo vedrà la partecipazione di 48 nazionali e sarà organizzato congiuntamente da Messico, Stati Uniti e Canada. La manifestazione si concluderà il 19 luglio dopo oltre un mese di competizione e ben 104 partite in programma.

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L’onore di aprire il torneo spetta al Messico, che affronterà il Sudafrica nello storico Stadio Azteca di Città del Messico. Si tratta di una sfida che richiama alla memoria il Mondiale del 2010, quando le due nazionali si affrontarono nella gara inaugurale disputata a Johannesburg e conclusa sull’1-1.

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Prima del calcio d’inizio è prevista una spettacolare cerimonia inaugurale con la partecipazione di artisti internazionali provenienti da America Latina, Africa ed Europa, in uno show pensato per celebrare il carattere multiculturale della manifestazione.

L’edizione 2026 segna una svolta storica per il calcio mondiale. Le squadre partecipanti passano infatti da 32 a 48, suddivise in dodici gironi da quattro squadre. Accederanno alla fase a eliminazione diretta le prime due classificate di ogni gruppo e le otto migliori terze, dando vita a un tabellone finale che inizierà dai sedicesimi di finale.

Il Messico entra nel torneo con grandi ambizioni, forte del sostegno del pubblico di casa e di una serie di risultati positivi nelle partite di preparazione. Il Sudafrica, invece, punta a sorprendere e a superare per la prima volta la fase a gironi in una Coppa del Mondo disputata fuori dai propri confini.

Per il Messico si tratta inoltre di un primato storico: nessun altro Paese aveva mai ospitato per tre volte una fase finale dei Mondiali. Dopo le edizioni del 1970 e del 1986, il Paese azteco torna ancora una volta al centro della scena calcistica internazionale.

Da questa sera e fino a metà luglio gli occhi di miliardi di appassionati saranno puntati sul Nord America, dove prenderà forma il sogno mondiale di 48 nazioni alla ricerca del titolo più prestigioso del calcio internazionale.

 




Il “ragno” di Savorgnano

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 Gigi Alippi, Jack Canali, Romano Perego, Luigi Airoldi, Annibale Zucchi: hanno nomi  italianissimi i componenti di una spedizione, che nel 1965 diedero l’assalto finale a una  delle creste più impervie del Mondo:  il Monte McKinley.

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La spedizione tricolore affrontò con coraggio la quasi impossibile impresa e dal terzo campo  montato sulla Cresta Sud completarono la scalata dei restanti 1200 metri per arrivare infine  sulla cima. A guidarli, un nome destinato a entrare nella storia dell’alpinismo mondiale:  Riccardo Cassin da Savorgnano, figlio orfano di Valentino Cassin,  emigrato in Canada e morto sui monti delle Rocky Mountains, per aprire la strada ai nuovi abitanti della stupenda  terra nordamericana.

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L’assalto al Monte McKinley non era cosa da tutti i giorni. La vetta  più alta del Nordamerica ha infatti una terribile caratteristica, per chi volesse  violarne le pareti: è terribilmente “fredda” e non si lascia facilmente domare dalla perizia umana. Nel 1965 i sei italiani della spedizione “Città di Lecco” riuscirono in questa impresa, guadagnandosi l’appellativo di audaci. Il gruppo riuscì perfino a tornare sano e salvo in un’epoca nella quale l’attrezzatura sportiva e i kit di sopravvivenza alle terribili escursioni del termometro non raggiungevano certamente l’eccellenza dei prodotti attuali. I sei italiani, seppur malconci (Jack Canali soffrì di gravi congelamenti) ritornarono alla base per raccogliere il giusto tributo di successo. Riccardo Cassin ritornò alla sua tranquilla città lombarda per scrivere “La Sud del McKinley”, destinato a diventare un best seller tra i testi dedicati all’alpinismo estremo.

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Definito da Rainold Messner la “pietra miliare dell’alpinismo italiano”, Riccardo Cassin, salendo ai 6178 metri del gigante d’Alaska, chiuse in effetti un debito con la sfortuna e riscattò alla grande la perdita del padre, avvenuta quando lui aveva soltanto quattro anni. Partito come tanti alla volta del Nuovo Mondo, Valentino Cassin venne infatti chiamato a lavorare nelle miniere che costeggiavano la Canadian – Pacific Railway (6000 chilometri che attraversano l’immenso paese nordamericano). La morte lo colse proprio su  una delle tante montagne canadesi e per lui ci sarà soltanto una semplice sepoltura tra le valli della British Columbia. La sua semplice tomba venne però scoperta dall’infaticabile figlio, che decenni dopo, e dopo le soddisfazioni della conquista del McKinley, riuscirà ad arrivare nella zona chiamata Nikomen, per trovare i resti del povero padre, deceduto a soli trent’anni.  Sarà il più bel regalo per il “ragno” del Friuli, avvezzo a decine di vette pericolose e pronto a partire ancora oggi, a novantatre anni, alla volta di qualche parete sospesa nel vuoto. Sarà un bel regalo anche per l’Italia, che sul McKinley costruisce un’altra fetta della sua imprimatur americana, a suggellare un legame viscerale con la terra che toccò scoprire al grande genovese.

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Quella di Riccardo Cassin è ancora oggi un’avventura umana dai contorni  affascinanti. Non esiste, tra i giochi olimpici, la disciplina specifica delle scalate alpine (né potrebbe del resto esistere una gara agonistica imperniata sul tempo) ma ciononostante l’impresa del 1965, sommata alle altre decine di vette, rende il friulano un atleta onorario dei Giochi olimpici, permettendogli l’ingresso nella Hall of Fame degli arrampicatori mondiali.

Insignito nel 1980 del titolo di  Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana e nel 1999 di  Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiano, l’alpinista friulano nel 1935, 1937, 1938 si è guadagnato la Medaglia d’oro al valore atletico conferitegli dal Comitato Olimpico Italiano.

E sono davvero tante le vette conquistate nell’arco di settanta anni di scalate. Nato  a Savorgnano di San Vito al Tagliamento (Pordenone) nel 1909, Riccardo visse nel paese natale fino all’età di 21 anni, per poi trasferirsi a Lecco e diventare fabbro. Il lavoro umile lo aiutò a compensare la grave penuria economica, conseguente alla prematura scomparsa del padre nel lontano Canada, e si accompagnò sempre alla  grande passione delle montagne. Il fisico prestante di Riccardo, in un’epoca nella quale il pugilato  si incarnava nel mito del conterraneo Carnera, indirizzò il   futuro alpinista sul  ring, esperienza che durerà lo spazio di qualche incontro. Non era quella infatti la vocazione per Riccardo: per lui la strada doveva essere in salita, per diventare appetibile: possibilmente a strapiombo sul vuoto!

E furono proprio le vette a regalargli le più belle soddisfazioni della vita. Escludendo gli allenamenti, il friulano compì ben 2500 ascensioni, e di queste ben 100 hanno avuto il sapore della prima scalata. Le pareti della Svizzera, della Francia, Austria, Spagna, Jugoslavia, Scozia, Caucaso, Pakistan, Nepal e Giappone hanno fatto da corollario a un percorso che ebbe  i suoi apici nelle vette americane . Il friulano scalò infatti le montagne  del Perù,  della Terra del Fuoco, del Cile, del Canada e dell’amatissimo Alaska.

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Nominato  Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana, Riccardo Cassin vsse tra le amate montagne anche durante la guerra. Arruolato tra gli alpini, durante la guerra partigiana guidò la Brigata Rocciatori e si guadagnò la decorazione con la Croce al  Valore Militare per le coraggiose imprese, nelle quali venne più volte ferito.  Ritornato alla tranquillità civile, a 78 anni Riccardo Cassin stupì   ancora una volta il mondo, salendo due volte in una settimana sul Pizzo Badile. Con la sua escursione sulle vette della Patagonia rese omaggio all’amico Carlo Mauri. Tra il 1998 e il 2000 toccò invece al mondo cinematografico  avere per protagonista il “ragno” di Savorgnano.  A Banff, infatti, l’italiano presenziò il festival  internazionale del film di montagna, e dopo due anni, partecipò in qualità di “maestro indiscusso” al summit mondiale dell’alpinismo, aperto a tutti i più forti escursionisti del mondo.

Sposatosi in tempo di guerra con Irma, Riccardo divenne padre di tre figli, nonno di sette nipoti e infine bisnonno. Alla montagna dedicò anche molta delle sue fatiche letterarie. Autore di dieci volumi, Cassin ha regalato al grande pubblico una splendida serie di lavori incentrati sulle scalate, riservando all’esperienza del Mc Kinley una pagina tutta particolare.  Ripubblicato dal Centro di Documentazione Alpina , il libro si presenta come un  diario della spedizione, senza alcuna pretesa letteraria, ma riesce a cogliere l’essenza della bellezza della disciplina alpinistica. Usando la narrazione giornaliera, aliena da iperboli e parole complicate, Cassin descrisse nitidamente le tante difficoltà e i pericoli superati, accompagnando il lettore nel mondo tutto particolare delle scalate.

Membro onorario del Club Alpino Accademico Internazionale, del Groupe  Haute Montaigne e dei club alpini di Italia, Stati Uniti, Spagna, Svizzera e Francia,  Riccardo Cassin non si è mai arreso agli acciacchi dell’età, sostituendo le scalate con lunghe passeggiate ed escursioni sulle colline di Lecco , la città scelta come propria residenza.  E nel 2009, in occasione del suo centesimo compleanno,   la Città gli ha dedicato una serie di iniziative, consegnandogli  una medaglia d’oro di benemerenza.

Il grande alpinista friulano è morto il 6 agosto 2009. Alla sua memoria il Comune di Lecco ha intitolato   una piazza cittadina che da allora porta il nome di “piazzale Riccardo Cassin – Alpinista del Novecento”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE PRINCIPALI ASCENSIONI DELLO SCALATORE DI SAVORGNANO

 

1934 Parete Sud-Est Piccolissima di Lavaredo

1935 Spigolo Sud-Est Torre Trieste e Parete Nord della Cima Ovest di Lavaredo

(quest’ultima aveva respinto 27 tentativi di tutti i più forti alpinisti europei dell’epoca)

1937 Parete Nord Est del Pizzo Badile (una delle più lunghe e difficili pareti delle Alpi

Centrali)

1938 Sperone Walker sulla Parete Nord delle Grandes Jorasses (1a ascensione assoluta

su una delle tre grandi Nord con Cervino e Eiger)

1939 Spigolo Est del Golem e Parete Nord dell’Aiguille de Leschaux

 

 

 

1947 Parete Nord-Ovest della Prima Sorella del Sorapis e Spigolo Sud-Est della Torre

del Diavolo

1955 Parete Nord del Piz Roseg

1957 Parete Nord del Disgrazia

1958 Capospedizione al Gasherbrum IV, 7980m (Walter Bonatti e Carlo Mauri

raggiungono per primi la vetta)

1959 Parete Nord del Ligoncio

1961 Parete Sud del Mount McKinley (m 6178, prima ascensione sulla parete ritenuta più

difficile del Nord America)

1969 Parete Ovest dell’Jirishanca (m 6126, prima ascensione, a 60 anni)

1975 Capospedizione al Lhotse