Napoli campione, il giorno dopo (VIDEO)

img 7808

img 7808Vincere lo scudetto a Napoli è qualcosa che rimane nell’anima e che rimane nel cuore di tutti, per sempre.

Se è vero che gli eroi non muoiono mai, ecco allora che Osimhen e compagni da ieri sono immortali. Vanno a raggiungere una ristretta schiera di eletti capeggiata da Maradona e contorniata da tutti quelli che parlavano di Napoli al mondo e che oggi non sono qui tra noi ma che ci guardano da lassù e sono senza dubbio a festeggiare nei cuori della gente di questa città che ieri è esplosa tutta di gioia insieme a un fiume immenso di tifosi, sparsi dallo stadio di Udine al Maradona di Napoli e per tutte le strade del centro storico, di Via Caracciolo, dei Quartieri Spagnoli, di Spaccanapoli, di Mergellina, del Vomero, di tutte le città del mondo dove vive almeno un cuore napoletano.

Come non ripensare a quelli che non sono più tra noi, da Totò a Eduardo e, fra gli ultimi a lasciarci, Sua Maestà Maradona, Pino Daniele e Massimo Troisi che da oggi hanno un motivo in più per sorridere e guardarci tutti con una benedizione unica per tutta la gente che, dovunque sia, porta Napoli sempre nel suo cuore.

E viene perfino spontaneo, perché finalmente possiamo dirlo, “scusate il ritardo” e “ricominciamo da 3”. Ciao Massimo, ciao Diego, ciao Pino.

*Dedicato con affetto a tutti i napoletani e, in particolare, al mio grande amico Renato Bedini e ai fratelli Carmine e Marcello D’Alonzo.




Napoli color Azzurro vittoria

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Dopo 33 anni la squadra partenopea vince il campionato italiano. Giovedi 4 maggio il Napoli conquista la vittoria matematica con 5 giornate di anticipo.

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L’ultimo chilometro per arrivare al traguardo è stato sicuramente il più duro e il Napoli ci è arrivato con un pizzico di affanno. Ma ciononostante, a cinque giornate dal termine, la squadra partenopea si è matematicamente aggiudicato lo scudetto per il 2023. Si tratta del terzo titolo e arriva 33 anni dopo l’ultima vittoria, nel 1990, una vita calcistica fa.

800px maradona gol napoli 1987 1988Era l’epoca di Diego Maradona. Il pareggio di Udine ha fatto esplodere la festa e un festoso delirio collettivo per un trionfo atteso da tanti anni, sfiorato almeno 4 volte nel decennio e perso anche rocambolescamente sul filo di lana.

Un  trionfo che i napoletani hanno voluto celebrare nel nome di Diego con  lo stadio che gli dedicato   uno dei primi cori dopo la conquista matematica dello scudetto. 33 anni sono tanti, per tutti, specialmente per un popolo che ne ha passate tante e cha visto rinascere il glorioso club calcistico dal fallimento, salvato dall’acume imprenditoriale del produttore cinematografico  Aurelio De Laurentiis.

Una città che ha accompagnato i suoi nuovi eroi per tutta la stagione, da quando si è capito che quest’anno poteva essere diverso. Giornata dopo giornata, il vantaggio sulle inseguitrici è aumentato. Il Napoli vinceva, le altre no. Il percorso trionfale  non ha regalato il record di punti che pure poteva essere infranto. . Quello di superare il primato dei 102 punti in campionato conquistati dalla Juventus di Antonio Conte nella stagione 2013-14, era un obiettivo possibile fino alla gara contro il Milan, con una media che fino a quel momento era stata di 2,6 punti a partita.

Il Napoli non potrà più battere il primato assoluto perché, ammesso che vinca tutte le ultime cinque partite, arriverebbe al massimo a quota 95. Ma con numeri del genere in  città da settimane si stavano preparando i festeggiamenti per uno scudetto che mancava dai tempi di Maradona.

Quella del Napoli è una bella storia di sport, per una città che si identifica nel colore azzurro. Una storia nata nel 1904  , quando l’inglese William Poths, impiegato nella sede napoletana della Cunard Line, deciso ad importare nel capoluogo partenopeo il popolare football e coadiuvato da soci locali come l’ingegnere Emilio Anatra ed Ernesto Bruschini fondò il Naples Foot-Ball & Cricket Club, la prima vera rappresentativa calcistica cittadina, che nel 1906 prese il nome di Naples Foot-Ball Club .

220px napoli1926I colori sociali erano il blu ed il celeste. Giorgio Ascarelli, con l’intento di riunire i sodalizi cittadini allo scopo di creare un club più competitivo, il 1º agosto 1926 fondò l’Associazione Calcio Napoli, di cui divenne il primo presidente. La società esordì in massima serie nella Divisione Nazionale 1926-1927.   Il Napoli prese parte al primo torneo di massima serie a girone unico, la Serie A, nel 1929-1930. La società scelse come allenatore il mister William Garbutt, vincitore di due scudetti alla guida del Genoa, e grazie al contributo di giocatori come Antonio Vojak e Attila Sallustro raggiunse notevoli risultati, come il doppio terzo posto consecutivo nelle stagioni 1932-1933 e 1933-1934 e la qualificazione alla massima competizione europea dell’epoca, la Coppa Mitropa. Nel 1936 entrò in società il comandante Achille Lauro, armatore di grande successo, che non riuscì tuttavia ad apportare particolari benefici al club partenopeo: nella seconda metà degli anni trenta la qualità della squadra andò declinando, fino a culminare nella retrocessione nella categoria inferiore nel 1941-1942.  L’allenatore Eraldo Monzeglio  riportò la squadra in Serie A e avviò un lungo periodo alla guida del club partenopeo. Nonostante i rinforzi apportati alla squadra dal proprietario Achille Lauro, tra i quali spiccavano Bruno Pesaola, Hasse Jeppson e Luís Vinício, il Napoli non andò oltre il quarto posto raggiunto nel 1952-1953 e nel 1957-1958. Nel 1959 venne inaugurato il nuovo stadio San Paolo.

220px ac napoli coppa italia 1961 62Tornato in Serie B nel 1961, il Napoli venne affidato a Bruno Pesaola, il quale guidò gli azzurri al ritorno in massima serie e alla conquista del primo trofeo della loro storia, la Coppa Italia 1961-1962, divenendo insieme al Vado l’unica società ad aver vinto la Coppa Italia non militando in massima serie. Questo successo, inoltre, offrì al Napoli la possibilità di esordire in una competizione UEFA, la Coppa delle Coppe, nella quale raggiunse i quarti di finale. Il 25 giugno 1964 il club assunse l’attuale denominazione di Società Sportiva Calcio Napoli.. Alcuni dei giocatori più rappresentativi dell’epoca furono Dino Zoff, Antonio Juliano, Omar Sivori e José Altafini; il miglior risultato fu il secondo posto del 1967-1968. Divenuto presidente, il giovane ingegnere Corrado Ferlaino  avviò la più longeva e vincente presidenza della storia partenopea. Grazie all’acquisto di calciatori come Sergio Clerici, Giuseppe Bruscolotti e Tarcisio Burgnich, il Napoli raggiunse due volte il terzo posto (1970-1971 e 1973-1974) e un secondo posto nel 1974-1975, questi ultimi due piazzamenti ottenuti grazie al calcio totale di Luís Vinício. Nel 1976 il club azzurro vinse la seconda Coppa Italia, superando in finale il Verona. Alterne fortune caratterizzarono la seconda metà degli anni settanta: nonostante l’acquisto del bomber Giuseppe Savoldi, il rendimento in campionato andò peggiorando, culminando con l’undicesimo posto del 1979-1980.

Dopo uno scudetto sfiorato nel 1981, con il libero olandese Ruud Krol tra i protagonisti, nell’estate del 1984 il Napoli  definì l’acquisto del campione argentino Diego Armando Maradona dal Barcellona per la cifra record di 15 miliardi di lire.

800px napoli coppa uefa 1988 1989 maradonaSotto la conduzione tecnica di Ottavio Bianchi e grazie all’innesto di altri calciatori di notevole livello, tra cui Bruno Giordano, Salvatore Bagni, Claudio Garella e Alessandro Renica, nel 1987 il Napoli conquistò il suo primo scudetto, primo club del Meridione continentale a riuscire nell’impresa, vincendo nel contempo anche la terza Coppa Italia. Il sodalizio partenopeo si consolidò ai vertici del calcio italiano: forte di nuovi innesti come i brasiliani Careca e Alemão, il Napoli arrivò per due volte consecutive al secondo posto e nel 1989 ottenne il primo alloro internazionale, la Coppa UEFA (foto a sinistra), superando nella doppia finale i tedeschi dello Stoccarda.

Nel 1990, con Alberto Bigon allenatore, il club partenopeo conquistò il secondo scudetto, cui fece seguito la vittoria della Supercoppa Italiana, ottenuta superando la Juventus di Maifredi per 5-1.

La crisi finanziaria  constrinse il club a privarsi dei suoi uomini migliori: man mano vennero ceduti, tra gli altri, Gianfranco Zola, Daniel Fonseca, Ciro Ferrara e Fabio Cannavaro. La crisi raggiunse l’apice nel 1997-1998, con l’ultimo posto in classifica e la retrocessione in Serie B dopo 33 anni consecutivi di massima serie. Il club azzurro ritornò in Serie A nel 2000, per poi retrocedere nuovamente dopo appena un anno. Alla crisi di risultati si aggiunse l’ormai compromessa situazione finanziaria, che portò nell’estate del 2004 al fallimento del club e alla conseguente perdita del titolo sportivo.

napoli linkiestaNelle settimane successive l’imprenditore cinematografico Aurelio De Laurentiis rilevò il titolo sportivo dalla curatela fallimentare del tribunale di Napoli e iscrisse la squadra, con la denominazione Napoli Soccer, al campionato serie C. Il rilancio della squadra fu affidato al direttore generale Pierpaolo Marino. La  promozione arrivò due anni dopo sotto la guida di Edoardo Reja. Dopo aver riacquisito la denominazione originaria di Società Sportiva Calcio Napoli, volutamente non utilizzata nei due campionati di terza serie, nel 2007 il club partenopeo conseguì l’immediata promozione in Serie A, tornando in massima serie dopo 6 anni di assenza. In seguito alla guida della squadra si avvicendarono l’ex CT della Nazionale Roberto Donadoni e, quindi, Walter Mazzarri, che dapprima condusse la squadra alla qualificazione diretta in Europa League, la prima dopo 16 anni, quindi nel 2011 riportò il club nella massima competizione europea, la UEFA Champions League, 21 anni dopo l’ultima partecipazione.




Napoli campione d’Italia!

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644612f25ff627bd00320530b8f4e599 940x529La formazione partenopea, pareggiando oggi per 1 a 1 a Udine contro i bianconeri locali, è matematicamente Campione d’Italia.

Lo scudetto è il terzo della storia della squadra napoletana e arriva 33 anni dopo quello della storica formazione con Maradona.

A cinque giornate dalla fine del torneo, il Napoli sale a 80 punti contro i 64 della Lazio. Con i 15 punti ancora in palio la squadra di Spalletti diventa quindi irraggiungibile.

Partiti i festeggiamenti in tutta la città vesuviana.

 




4 maggio 1949, la tragedia del Grande Torino

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891616657be738a29fac62ceb3cbe0417b0c236aEstate 1948. Il Torino del presidente Ferruccio Novo domina da anni in Italia e si appresta a vivere da protagonista una nuova stagione. Nonostante il Secondo conflitto Mondiale gli abbia tolto di fatto due Scudetti, ne ha vinti 4 consecutivi, più una Coppa Italia, lasciando pochissimo alle sue avversarie. I suoi giocatori sono l’ossatura della Nazionale italiana, che l’11 maggio 1947, contro l’Ungheria, scende in campo con 10 calciatori granata più Sentimenti IV, portiere della Juventus, e che nel 1950 dovrà difendere in Brasile il doppio titolo Mondiale conquistato nelle edizioni del 1934 e del 1938.

La fama di quella squadra ha ormai travalicato i confini nazionali, tant’è vero che la nuova stagione si apre per i campioni d’Italia con una lunga tournée in Brasile. Anche alla luce del successo dell’iniziativa, e delle numerose richieste ricevute, Novo pensa ad una squadra che, con una rosa allargata, possa da un lato continuare a competere per lo Scudetto, dall’altro mostrare il suo calcio in giro per il Mondo. 

I titolari storici iniziano a risentire in alcuni elementi del peso degli anni, così sul calciomercato il numero uno granata si preoccupa di acquistare rinforzi che rappresentino nel breve periodo una valida alternativa ai titolari e che nel lungo possano diventare i loro successori. La squadra, con Roberto Copernico passato alla Commissione tecnica della FIGC che guida la Nazionale, è affidata all’allenatore inglese Leslie Levesley, ma la vera mente è Egri Erbstein, nominato ufficialmente Direttore tecnico dopo esser stato per anni consigliere di Novo.

In porta gioca l’inossidabile Bacigalupo, a destra c’è Aldo Ballarin, mentre a sinistra il giovane campione Virgilio Maroso, afflitto spesso da problemi di pubalgia, trova in Operto e Sauro Tomà delle valide alternative. Rigamonti è il mastino difensivo del sistema, supportato dai due mediani Grezar e Martelli, che hanno nell’esperto  Castigliano e nel giovane Fadini le loro alternative. Le due mezzali, Loik e Valentino Mazzola sono le due colonne portanti. Davanti il tridente d’attacco vede il trentatreenne Gabetto centravanti, supportato dai due esterni offensivi Romeo Menti e Franco Ossola.

La partenza in campionato è un po’ soft, e vede la sorprendente Lucchese partire in quarta. Poi ‘gli invincibili’ granata impongono la legge del più forte e si portano in testa. Mentre i toscani scivolano in classifica, alle spalle del Torino emergono Sampdoria e soprattutto Inter, trascinata dai due bomber Amedeo Amadei e István Nyers. Il 6 gennaio 1949 il Torino si laurea campione d’inverno con 3 punti di margine su Genoa, Inter e Lucchese, seguite dalla Sampdoria.

Quando succedeva di andare sotto nel punteggio, dagli spalti del Filadelfia risuonava la tromba del capo-stazione Oreste Bolmida, che dava inizio alla riscossa. Capitan Mazzola si piegava le maniche della maglia e il Torino aumentava in modo vertiginoso i ritmi di gioco, travolgendo il malcapitato avversario di turno, che veniva puntualmente rimontato. Era il famoso ‘Quarto d’ora granata’.

Nel girone di ritorno, alla 23ª giornata, il Torino allunga a +6 sulle inseguitrici Sampdoria e Inter, ma dopo 3 giornate i nerazzurri si rifanno sotto a -4. Diventa così decisivo lo scontro diretto, che dovrebbe teoricamente disputarsi il 1° maggio. Invece, su richiesta del Torino, che ha programmato in settimana un’amichevole con il Benfica, la Federazione accorda l’anticipo a sabato 30 aprile.

A San Siro, dove i granata si presentano in formazione rimaneggiata senza Valentino Mazzola e Maroso, lo scontro al vertice si chiude sullo 0-0. Con 4 punti di margine a 4 giornate dalla fine del torneo il Torino è virtualmente campione d’Italia per la 5ª volta consecutiva e Novo dà il permesso ai suoi giocatori di andare in Portogallo. Manca solo l’ufficialità, ma lo Scudetto appare una formalità. Invece quella contro l’Inter resterà l’ultima partita ufficiale del Grande Torino.

Valentino MazzolaGetty Images

DA CAGLIARI A LISBONA: LA MANO DEL FATO

A campionato 1948-49 in pieno svolgimento, il Torino, principalmente attraverso il suo capitano Mazzola, fedele alla linea sposata dal presidente Novo, aveva preso accordi con diverse società per giocare delle amichevoli. Fra queste una partita era stata fissata per il 4 maggio 1949 contro il Cagliari allo Stadio di Via Pola.

“Un settimanale sardo, ‘Sardegna Sport’, in data 15 marzo 1949, titolava: ‘Il Torino il 4 maggio a Cagliari?’ – racconta in esclusiva a GOAL lo storico dello sport Mario Fadda – Sotto un altro stralcio del giornale recitava: ‘I dirigenti del Cagliari hanno preso accordi con la dirigenza granata per disputare un’amichevole il 4 maggio in occasione del ritorno di Sant’Efisio in città’. La notizia mi ha incuriosito e ho voluto approfondire”.

Santo venerato a Cagliari e in tutta la Sardegna, e martirizzato sotto l’imperatore romano Diocleziano il 15 gennaio del 303 d.C. a Nora, Efisio, prima di morire, secondo quanto tramandato dalla tradizione cattolica, aveva invocato la protezione di Dio per tutti i sardi. Per questo motivo è ancora oggi molto venerato sia nel capoluogo isolano, sia in tutta la Sardegna. Durante la Seconda guerra Mondiale, nemmeno i bombardamenti americani avevano impedito che il suo simulacro fosse portato in processione dai fedeli.

Il 4 maggio 1949 cadeva di mercoledì, a metà settimana, e quel giorno terminava la sagra, la grande festa, con il rientro del simulacro dal luogo del martirio. Sia i granata, sia i rossoblù, che allora militavano in Serie C, non avevano impegni di campionato. E nella prima metà del XX secolo era frequente che, a conclusione della festa, venissero allestite manifestazioni sportive.

Il tramite era il dirigente del Cagliari Peppino Deiana, commerciante di pellami che aveva una conceria ed era molto amico di Valentino Mazzola, capitano del Torino, il quale, di secondo mestiere, faceva il fabbricante di palloni. Inoltre il Direttore tecnico del Torino era Egri Erbstein, colui che da allenatore del Cagliari nel 1930/31 aveva vinto il campionato di Prima Divisione, portando per la prima volta i sardi in Serie B.

I rapporti fra le due società, insomma, erano ottimi, come testimona l’anno precedente la cessione in prestito gratuito ai rossoblù di 3 giovani calciatori,  il difensore Ferdinando Terzolo e gli attaccanti Ezio Ronzi e Armando Segato, futuro azzurro e campione d’Italia con la Fiorentina.

“Deiana, originario di Selargius, frequentava spesso il Filadelfia, quella che era la casa del Grande Torino, ed era perciò conosciuto e amico anche degli altri componenti della rosa. Gli accordi erano stati presi con la dirigenza del Torino fra fine febbraio e inizio marzo. Senonché il 27 febbraio si gioca a Genova Italia-Portogallo, Ferreira stringe amicizia con Mazzola e si prendono accordi per organizzare un’amichevole da giocare a Lisbona, inizialmente senza una data ufficiale”.

C’è stato così un sovrapporsi successivo di date. Alla fine i dirigenti si sono ritrovati con 2 partite da giocare nello stesso periodo e il Torino non poteva permettersi, nella fase più calda del campionato, di disputare due amichevoli in 2 settimane consecutive. Così, anticipato al 30 aprile lo scontro Scudetto con l’Inter, scelsero, con il benestare di Novo, a lungo titubante,  di andare a Lisbona, gara che dava loro maggiori introiti, rinviando invece a fine stagione, ovvero agli ultimi giorni di giugno, la sfida con i sardi. 

“In un’intervista rilasciata dopo la tragedia, Deiana raccontò che, appreso del rinvio della gara, aveva allestito la sua villetta campidanese a Selargius per ospitare l’intera squadra. I granata avrebbero fatto a quel punto una vacanza lunga nell’isola. Era tutto organizzato nei dettagli: dopo la partita amichevole, era previsto un tour per visitare le spiagge della Sardegna, ma anche la partecipazione a battute di caccia grossa”. 

“Non sembri strano che in quel periodo una grande squadra come il Torino venisse in Sardegna a giocare un’amichevole contro una squadra di Serie C – sottolinea Fadda – Due anni prima, ad esempio, a giugno del 1947 la Juventus fece un’amichevole a Sassari, con Boniperti in campo, contro la Torres pochi mesi dopo il suo esordio in bianconero. Ma nell’isola vennero anche il Genoa, che giocò contro una Selezione mista del Sud Sardegna, e la Lazio, che affrontò il Carbonia, neopromosso in Serie C. Era una cosa normale che le grandi società aiutassero le piccole realtà a fare incassi importanti. In cambio anch’esse avevano un ritorno economico ma anche pubblicità e nuovi tifosi”. 

Stadio FiladelfiaStadio Filadelfia

L’ULTIMA PARTITA: L’AMICHEVOLE COL BENFICA

Il 3 maggio, giorno di Festa nazionale in Portogallo, in cui si celebra l’anniversario della scoperta del Brasile, il Torino va dunque a Lisbona per giocare contro il Benfica un’amichevole pro-calciatore per aiutare Ferreira, capitano delle Aquile.

“Non, come spesso si è scritto perché si ritirava, visto che ha giocato per altri 5-6 anni, ma perché era in difficoltà economiche e quella partita era un modo per uscire dalla crisi. Succedeva infatti spesso all’epoca che i calciatori, grazie all’aiuto e alla comprensione di alcuni amici e colleghi, riuscissero ad organizzare delle amichevoli che richiamassero una buona quantità di pubblico sugli spalti, nelle quali la società li garantiva l’intero incasso o metà incasso, come avvenne in questo caso”.

Il volo con a bordo il Torino, tecnici, dirigenti e 3 giornalisti al seguito della squadra, il Direttore di Tuttosport Renato Casalbore, Luigi Cavallero de ‘La Nuova Stampa’ e Renato Tosatti, de ‘La Gazzetta del Popolo’, parte da Milano Malpensa il 1° maggio alla volta di Lisbona. A bordo si registrano alcune defezioni. Non c’è innanzi tutto il presidente Novo, convalescente dopo una brutta broncopolmonite. Non è presente Sauro Tomà, bloccato da un infortunio al ginocchio.

Non ci sono nemmeno il portiere di riserva Renato Gandolfi, che cede il suo posto al terzo portiere, Dino Ballarin, fratello di Aldo, su intercessione di quest’ultimo, Luigi Giuliano, capitano della Primavera granata che aveva già debuttato in Prima squadra facendo molto bene, e alcuni componenti della Primavera che avranno poi una discreta carriera. Fra questi Pietro Biglino e il terzino Pietro Bersia (che esordirà in Serie A dopo la Tragedia e diventerà successivamente capitano del Cagliari, ndr).

Fra i giornalisti al seguito mancano  il telecronista Nicolò Carosio, bloccato in Italia dalla cresima del figlio, e Vittorio Pozzo, che aveva rotto con Novo dopo esserne stato a lungo un fidato collaboratore e per questo fu escluso dalla comitiva. Parte regolarmente invece Valentino Mazzola, pur febbricitante, che aveva saltato il confronto Scudetto con i nerazzurri.

L’iniziativa del Benfica ha grande successo. All’Estadio Nacionál della capitale lusitana, il pomeriggio del 3 maggio, per vedere il Grande Torino accorrono infatti 40 mila spettatori. L’amichevole termina 4-3 per i portoghesi. Arbitra l’inglese Pearce e Ossola, che ha appena saputo che sua moglie è incinta di un secondo figlio, apre le marcature segnando un gran goal. Che il clima sia amichevole lo si capisce quando il Benfica in 15 minuti si porta sul 3-1: doppietta di Melao e goal di Arsenio. Prima di andare a riposo c’è tempo anche per una rete di Bongiorni, subentrato a Gabetto.

Nella ripresa arriva addirittura il poker delle Aquile con Rogerio, a segno all’85’, prima che un rigore di Menti fissi il risultato finale sul 4-3. Gli spettatori, che hanno pagato il biglietto per godersi lo spettacolo, non sono rimasti delusi, come del resto neanche Ferreira e gli stessi giocatori del Torino.

Valentino Mazzola Ferreira Benfica Torino 1949

IL DISASTRO AEREO

Mazzola e compagni sono stanchi, per questo decidono di ripartire subito per Torino la mattina seguente. L’aereo con a bordo tutta comitiva, un trimotore FIAT G.212, con marche I-ELCE, delle Avio Linee Italiane, decolla dall’aeroporto di Lisbona alle 9:40 di mercoledì 4 maggio 1949. A comandarlo è il tenente colonnello Pierluigi Meroni, il cui nome tornerà alla ribalta 18 anni dopo con la morte del giovane talento granata quasi suo omonimo, e sarà letto anch’esso come un inquietante segno del destino.

Il velivolo atterra alle 13 all’aeroporto di Barcellona per fare rifornimento. Qui i calciatori del Torino incrociano quelli del Milan che stanno andando a Madrid per giocare a loro volta un’amichevole contro il Real Madrid. Fra questi c’è anche Carappellese, attaccante che vestirà in futuro anche la divisa granata, e racconta di aver visto i giocatori granata distrutti dalla stanchezza.

Il FIAT G.212 riparte alle 14.50, ma, anziché dirigersi a Milano Malpensa, come inizialmente programmato, fa rotta diretta per l’aeroporto di Torino-Aeritalia. Ma chi ha deciso il cambio di destinazione? Ancora oggi resta il mistero, ma si fanno diverse ipotesi.

La prima possibilità è che proprio perché particolarmente stanchi, i giocatori granata e in particolare Valentino Mazzola abbiano chiesto al comandante Meroni di arrivare direttamente a Torino. La seconda è che il cambio di rotta fosse dovuto a motivi di dogana: era probabile che la comitiva avesse fatto acquisti a Lisbona e in caso di arrivo diretto nel capoluogo piemontese avrebbe goduto di controlli più leggeri da parte dei finanzieri rispetto a Milano.

All’altezza di Savona l’aereo vira verso nord, e si prevede arrivi a destinazione nel giro di mezzora. Sta di fatto che a Torino il tempo è pessimo, con nuvole basse e fitte che ricoprono il cielo,  pioggia battente, forte vento di libeccio con raffiche e visibilità orizzontale scarsissima (40 metri).  Sicuramente non le condizioni ideali per viaggiare. La comunicazione arriva ai piloti del FIAT G.212 alle ore 16.55.

Dopo alcuni minuti di silenzio, alle 16.59 arriva la risposta dall’aereo:

“Quota 2.000 metri. QDM su Pino, poi tagliamo su Superga”.

A Pino Torinese, a sud est di Torino, c’è una stazione radio VDF (VHF direction finder), per fornire un QDM (rotta magnetica da assumere per dirigersi in avvicinamento a una radioassistenza) su richiesta. In un’epoca in cui la radionavigazione non disponeva di strumenti tecnologicamente avanzati, normalmente si sarebbe optato per quello che in gergo aeronautico è chiamato QCO, ossia la deviazione del volo verso uno scalo più sicuro, in questo caso Malpensa o Linate. Tuttavia l’ordine da Torino non arriverà mai.

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Alle 17:02 l’equipaggio chiama così per l’ultima volta la torre di Torino, per avere conferma dell’angolo di approccio alla pista, che viene confermato. Il pilota, una volta giunto sulla perpendicolare di Pino Torinese, conta dunque di virare di 290 gradi di prua per allinearsi alla pista do Torino-Aeritalia, lasciandosi sulla destra il Colle di Superga con la relativa basilica.

Ma l’aereo, anziché con la pista di atterraggio, si allinea fatalmente con la Collina di Superga: il forte vento di libeccio avrebbe spostato di qualche grado l’angolo di approccio di I-ELCE alla pista, inoltre l’altimetro (si scoprirà nelle indagini che seguiranno l’incidente) è impazzito, bloccandosi a quota 2000 metri, mentre in realtà il velivolo si trova a soli 600 metri dal suolo.

Il pilota è indotto in errore, si vede sbucare davanti la basilica all’improvviso e con una velocità di 180 chilometri orari non può più far nulla. Non risultano del resto tentativi in extremis di riattaccata o virata. Sono le 17.03 del 4 maggio 1949 e il trimotore FIAT G.212 con a bordo il Grande Torino si schianta contro il terrapieno della Basilica di Superga, avvolta in una fitta nebbia.  Alle 17.05 Aeritalia Torre chiama I-ELCE, non ricevendo alcuna risposta.

Tutto è compiuto. L’aereo si disintegra, scoppia un incendio e i corpi bruciacchiati dei 31 occupanti vengono sbalzati fuori fra il prato e alcune stanze della stessa basilica. Non ci sono sopravvissuti. Qualcuno, dopo il boato generato dall’incidente, urla: “È caduto un aereo!”. Quando le fiamme iniziano a dissolversi, il primo ad accorrere sul luogo della tragedia è il cappellano di Superga Don Tancredi Ricca, che stava nella sua stanza al primo piano leggendo il suo libro di preghiere, e subito si trova di fronte uno spettacolo terribile e straziante.

Sul posto arrivano i primi soccorritori. Fra questi anche Amilcare Rocco, muratore che abita a pochi metri dalla basilica, con altre persone. Qualcuno trova una foto per terra e vede che è quella del Torino del 1946. In quel momento si materializza il dramma che è appena accaduto: “Ma quello è il Torino!”, esclama in dialetto. Don Ricca trova le maglie granata con lu Scudetto cucito. Non ci sono più dubbi.

La notizia si diffonde rapidamente e oltrepassa i confini nazionali, facendo rapidamente il giro del Mondo. Nello schianto avevano perso la vita Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Bongiorni, Castigliano, Fadini, Gabetto, Grava, Grezar, Loik, Maroso, Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Operto, Ossola, Rigamenti e Schubert, i 18 giocatori del Grande Torino che avevano preso parte alla trasferta a Lisbona. Con loro erano morti il D.g. Agnisetta, il consigliere Civalleri, il Direttore Tecnico Egri Erbstein, l’allenatore Lievesley e il massaggiatore Cortina, i tre giornalisti al seguito, ovvero Casalbore, Cavallero e Tosatti, l’organizzatore Bonaiuti e i 4 membri dell’equipaggio, fra cui il comandante Meroni.

Centinaia di persone provano a salire sul colle. Fra i primi c’è anche Vittorio Pozzo, ex Ct. della Nazionale, cui viene chiesto l’ingrato compito di riconoscere le salme sfigurate dei suoi ragazzi, che i carabinieri stavano via via estraendo.

Accetta e dopo aver individuato le prime salme, fra cui quella di Romeo Menti, che portava sulla giacca una spilla con il simbolo della Fiorentina, sente qualcuno che gli tocca le spalle. “Your boys”, “I tuoi ragazzi”, gli dice un gigante avvolto in un impermeabile. È John Hansen, il centravanti danese della Juventus, anche lui accorso a Superga per accertarsi con i suoi occhi di quello che era accaduto al Torino. Pozzo ha un primo mancamento.

Termina comunque il suo compito, non senza fatica, e la sera davanti ai periti nelle due camere mortuarie del cimitero, deve ripetere il riconoscimento salma per salma.

“Uno per uno, li riconobbi tutti. – annoterà nelle sue memorie – Mi occupai di tutto, fuorché dei portafogli, dopo di aver controllato il contenuto di qualcuno di essi: lasciai al commissario di polizia la ingrata e delicata bisogna. Pochi dei giocatori erano deformati nelle fattezze, parecchi avevano perduto le scarpe od addirittura ambo i piedi come tanti soldati in guerra. Il solo allenatore inglese, Lievesley era perfettamente intatto”.

Quando deve pronunciare gli ultimi 2 nomi, l’ex C.t., che fino a quel momento aveva mantenuto una forza incredibile, stramazza però per terra. Sono Martelli e Maroso, 25 e 23 anni. Li riconosce per eliminazione, dato che i loro corpi sono completamente straziati.

SOLO BODY Superga 2Ignasi Oliva

LA COMMEMORAZIONE E IL RICORDO

“Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta”, scrive Indro Montanelli nel suo pezzo commemorativo per il ‘Corriere della Sera’.

Il 5 maggio 1949 tutta Italia si risveglia avvolta in un lutto e in un dolore insostenibile, facendo proprie le parole del noto giornalista. Un’intera squadra, quella che era stata forse la più forte di sempre, sconfitta soltanto dal fato, aveva perso la vita nella tragedia aerea di Superga dopo quella disgraziata amichevole giocata a Lisbona. Decisa all’ultimo, con un cambio di programma.

“Se si fosse giocata l’amichevole programmata a Cagliari il 4 maggio,  – sottolinea lo storico dello sport, Fadda – sicuramente non sarebbero stati a Torino quel pomeriggio verso le 17. Sarebbero rientrati il giorno dopo, il 5, con una situazione climatica differente e non sarebbe accaduto loro nulla. Purtroppo le cose andarono come sappiamo…”. 

Il 6 maggio a Palazzo Madama è allestita la camera ardente, con tutte le bare delle vittime allineate. Oltre mezzo milione di persone presenziano ai funerali, fra cui rappresentanze di tutte le squadre italiane e di molte squadre straniere , un giovane Andreotti a nome del Governo ed il Presidente della FIGC, Ottorino Barassi, che fece l’appello della squadra come se il Torino dovesse scendere in campo. Il giornalista Vittorio Veltroni effettua per la RAI la radiocronaca in diretta delle esequie.

La FIGC proclama altresì il Torino Campione d’Italia per la 5ª volta consecutiva, con le ultime 4 giornate che vengono disputate dalle formazioni Primavera delle varie squadre. I giovani granata vincono le 4 partite rimanenti, chiudendo il torneo a 60 punti, 5 di vantaggio sull’Inter. Ma è un successo amarissimo. Valentino e gli altri invincibili non c’erano più. Spazzati via troppo presto da un beffardo destino.

Il 26 maggio seguente al Comunale di Torino è organizzata un’amichevole internazionale il cui incasso è devoluto ai famigliari delle vittime di Superga. In campo da un lato ci sono il grande River Plate di Alfredo Di Stefano, dall’altro il Torino Simbolo, una squadra composta da undici fuoriclasse prestati da tutte le squadre italiane, che indossano la maglia granata. Per il Toro vanno in campo  Sentimenti IV, Manente, Furiassi, Annovazzi, Giovannini, Achilli, Nyers, Boniperti, Nordhal, Hansen, Ferrari II, Lorenzi. 

È il primo passo per la ripartenza. Ancora sotto shock, la Federazione nel 1950 manderà la Nazionale in Brasile con un’estenuante viaggio in nave, e gli azzurri, fiaccati dal lungo viaggio e privi dei loro giocatori simbolo, verranno precocemente eliminati dai Mondiali.

Il ricordo del Grande Torino è stato tramandato fino ai giorni nostri ed è tuttora vivo. A Superga, nel luogo dello schianto, sorge una lapide commemorativa davanti alla quale una delegazione del club granata ogni anno va in visita per ricordare i suoi campioni. Lo Stadio Filadelfia, luogo simbolo in cui quella squadra giocava, è stato recentemente recuperato dalla società e modernizzato per ospitare gli allenamenti della Prima squadra e le Giovanili, mentre agli ‘Invincibili’ è stato intitolato lo Stadio Olimpico del capoluogo piemontese.

da goal.com




Napoli – Salernitana si giocherà domenica alle 15

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192936760 474c2385 ce3a 4911 ab84 3b8a8dd85be7Napoli – Salernitana si giocherà alle 15. Di domenica e non più di sabato. La scelta del giorno è del Viminale, mentre quella dell’orario appartiene alla Lega Calcio. A Napoli si è subito riunito il comitato per l’ordine e la sicurezza con il prefetto Claudio Palomba, che ha voluto affrontare tutti gli aspetti legati ai festeggiamenti che potrebbero esserci per uno scudetto vinto con tanto anticipo.

Alle 12,30 di domenica 30 aprile si giocherà Inter – Lazio e per le 15 si saprà se il Napoli giocherà per appuntare sulla maglia il terzo scudetto della sua storia o dovrà macinare ancora qualche risultato positivo per la matematica certezza.

La scelta di posticipare la sfida che potrebbe assegnare aritmeticamente la vittoria del campionato al Napoli nasce da “ragioni di necessità pubblica”, spiega Palomba, perché “saranno giornate particolarmente convulse in città. Giocare di sabato – aggiunge – avrebbe reso necessario predisporre servizi per sabato e domenica, con risorse quasi duplicate. Abbiamo ragionato in questo senso e predisposto una serie di misure”.

Il posticipo lascia “estremamente soddisfatto” il presidente del Calcio Napoli Aurelio De Laurentiis (nella foto). Rispolvera il vecchio adagio “prevenire meglio che curare” e nota, De Laurentiis, “come questa città sia diventata estremamente matura e cosciente del successo che sta riscuotendo in tutto il mondo, non solo nel calcio”. Il presidente del Calcio Napoli, parlando al termine del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, De Laurentiis sottolinea che “in passato non sono state mai fatte queste riunioni, atte a organizzare e non a lasciare al caso gli accadimenti che possono scaturire quando ci sono dei festeggiamenti. Napoli è una città che ama molto festeggiare – aggiunge – ma bisogna farlo in totale sicurezza. Il mio plauso va a chi sovrintende l’organizzazione e la gestione di questa complicata città”.

Sul fronte della gestione dei festeggiamenti spontanei è impegnato anche il Comune di Napoli, che predisporrà una mega isola pedonale, in tutto il centro. Ma per De Laurentiis per evitare che una città già preda di ingorghi “immani” per una presenza massiccia di turisti durante le festività, la festa andrebbe decentrata. “Vogliamo evitare che il Napoli aggiunga caos al caos, quindi ritengo che eventuali festeggiamenti debbano iniziare e terminare nello stadio Maradona”.

È una visione che scaccia via l’ipotesi di una sfilata della squadra a bordo di un bus scoperto. “Ho visto delle strade addobbate con l’essenza della napoletanità – rimarca De Laurentiis – con immagini di De Filippo, Troisi, Maradona, i calciatori. È la supremazia della bellezza che tanti decantano. I nostri concittadini vivono già da tempo questo evento come un evento che gli appartiene, il terzo scudetto, anche dopo molte delusioni, su cui evitiamo di discutere”. Rivolgendosi poi ai tifosi, il presidente del Napoli chiede di dare “ancora una volta al mondo la dimostrazione che a Napoli si può vivere con bellezza e serenità e si può credere di essere straordinari come la città dimostra da secoli”.

La linea ora è evitare scorribande di moto, scooter, come quelle viste in video divenuti virali domenica scorsa, dopo la vittoria sulla Juventus. La maxi area pedonale nel centro storico è una soluzione.

“Abbiamo pensato a una grande area pedonale nel centro storico – spiega il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, al termine del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica – per garantire che la festa si faccia essenzialmente a piedi, senza scorribande di automobili e motorini, che potrebbero essere incompatibili rispetto alla felicità che tutti vogliono esprimere e alla sicurezza che dobbiamo garantire”.

L’ex ministro ha garantito un “grande impegno del Comune”, precisando che la zona pedonale “partirà alle 12 di domenica e, qualora ci fossero i festeggiamenti, si prolungherà fino alle 4 della notte tra domenica e lunedì”. I varchi dell’area pedonale saranno presidiati da forze dell’ordine e polizia municipale (saranno 300-400 gli agenti in servizio). “Ci sarà anche il presidio di alcuni monumenti individuati insieme alla Soprintendenza – aggiunge Manfredi – per evitare che ci siano eccessi che possano eventualmente danneggiare i monumenti”.

Sarà inoltre garantita una frequenza aumentata dei trasporti e un prolungamento fino a mezzanotte dell’orario di esercizio per garantire la mobilità su ferro, con uno specifico di presidio delle stazioni di competenza di Anm, Ferrovie dello Stato ed Eav, sia con personale della security interna che con le forze dell’ordine, per evitare eccessivi assembramenti all’interno delle stazioni. “Sono convinto che sarà una bellissima festa in cui tutti potranno esprimere la loro gioia, che sarà fatta con grande responsabilità – conclude Manfredi – Napoli è una città che sa festeggiare e domenica lo dimostreremo”.

agi.it




Buttato fuori dalla Coppa Italia, Allegri inveisce contro l’Inter: “Siete delle m… Non vi faremo andare in Champions”

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22f2e2d549a2257bfbfa53ce622103e6 620x349La quiete prima della tempesta. Massimiliano Allegri è arrivato in conferenza stampa spento e anche un po’ abbacchiato, forse perché il meglio lo aveva dato a caldo, subito dopo il fischio finale. In fondo non c’è Inter-Juve senza polemiche, urla e litigi e anche stavolta qualcosa è successo, sebbene a differenza dell’ultima volta non in campo, ma lontano dalle telecamere e dagli occhi degli spettatori. E il più scatenato pare sia stato l’allenatore bianconero, che a quanto pare non vive un momento di particolare serenità, visto che già domenica sera dopo la partita contro il Napoli era stato beccato in un video in cui diceva “Ammazza, avete vinto uno scudetto”, in maniera ironica. In più c’era stato il brutto episodio del vice Landucci, squalificato per aver detto a Spalletti “pelato di m…” e “ti mangio il cuore”.

Tutto è successo, come spesso capita, nel sottopassaggio. Non si sa che cosa abbia scatenato la furia del tecnico, che evidentemente era molto più nervoso di quanto ha fatto vedere in tv e in conferenza stampa. Rientrando negli spogliatoi se l’è presa prima con il dirigente dell’Inter Dario Baccin, con cui c’erano stati degli screzi anche all’andata. Baccin era stato multato perché era sceso in campo a fine partita, nei momenti concitati della doppia espulsione di Handanovic e Lukaku. Sono volate parole grosse, chi era nei paraggi ha raccontato che Allegri ha inveito un po’ contro tutti, se l’è presa perfino con Beppe Marotta, con cui ha lavorato alla Juventus e con cui ha sempre avuto un rapporto splendido (il dirigente provò a portarlo all’Inter prima che Max firmasse di nuovo con la Juventus), fino ad arrivare alla squadra, con offese anche piuttosto pesanti.

NON MANDIAMOLI IN CHAMPIONS

“Siete delle m…, ma tanto arrivate sesti”. Così si sarebbe sfogato il tecnico, che poi entrando nel suo spogliatoio avrebbe continuato con i suoi. Prima rimproverandoli con parole molto dure per la brutta prestazione e per la sconfitta, poi tornando all’Inter: “Dobbiamo arrivare davanti a loro in campionato, non dobbiamo mandarli in Champions”. Chissà se qualcuno degli ispettori federali ha sentito e se qualcosa di tutto questo finirà sul referto arbitrale. Lo scopriremo solo tra qualche giorno. Di sicuro non c’è Inter-Juve che si rispetti senza liti e polemiche. E anche stavolta qualcosa è successo, sebbene lontano dalle tv.

gazzetta.it




Coppa Italia. Inter prima finalista. Juventus battuta

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550a9a4c7ae9ec2d47b15619e3113d76Con un gol di Federico Dimarco l’Inter ha superato al Meazza la Juventus e si qualifica per la finale di Roma della Coppa Italia.

L’incontro di andata, a Torino, si era chiuso sul risultato di 1 a 1.

Vittoria meritata per gli uomini di Simone Inzaghi che più volte hanno sfiorato il raddoppio con i bianconeri mai realmente pericolosi.

Domani la seconda semifinale tra Fiorentina e Cremonese con i viola che hanno vinto l’andata a Cremona per 2 a 0.

Si profila quindi una finale tra Inter e Fiorentina.




Coppa Italia. Oggi al Meazza la semifinale di ritorno tra Inter e Juventus

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9df257c022dfe245290c6aea2b3f1e24Ritorno della semifinale di Coppa Italia questa sera, alle 21, al Meazza tra Inter e Juventus. L’andata a Torino era terminata 1 a 1.

La seconda finalista verrà fuori dallo scontro tra Fiorentina e Cremonese con i viola che hanno vinto l’andata in trasferta per 2 a o.

Le probabili formazioni:

Inter. (3-5-2): Onana; Darmian, Acerbi, Bastoni; Dumfries, Barella, Calhanoglu, Mkhitaryan, Dimarco; Dzeko, Lautaro. Allenatore: S. Inzaghi

Juventus. (3-5-1-1): Perin; Bremer, Bonucci, Danilo; De Sciglio, Rabiot, Locatelli, Miretti, Kostic; Di Maria; Chiesa. Allenatore: Allegri

Arbitrerà Daniele Doveri.

La finale di Coppa Italia è in programma mercoledì 24 maggio all’Olimpico di Roma.

 




Europa League. Due italiane in semifinale: Roma e Juventus

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213455719 00a2411e ba00 4c9d b752 786059b4c207La Roma ha battuto 4-1 il Feyenoord ai supplementari, dopo che nei 90 minuti la partita si era chiusa sul 2-1, e si è qualificata per la semifinale di Europa League.

La Roma troverà il Bayer Leverkusen che dopo il pareggio interno si e’ imposto per 4-1 in casa dei belgi dell’Union Saint-Gilloise: a segno M. Diaby al secondo minuto, poi Bakker al 37mo, Frimpong al 60mo e Hlozek al 79mo.

La Juventus, che ha pareggiato col Lisbona, troverà il Siviglia in semifinale di Europa League: gli spagnoli, specialisti di questa manifestazione, hanno eliminato il Manchester United travolgendolo in casa per 3-0 dopo il pareggio esterno in clamorosa rimonta per 2-2. Troppi gli errori difensivi degli inglesi, privi di Bruno Fernandes: doppietta di En-Nesyri all’ottavo e all’81mo, seconda rete di Bade’ al 47mo.

agi.it




Restituiti alla Juve (per ora) i 15 punti di penalizzazione. Deciderà la CAF

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1636cd6ec15de63533350db17c081882 300x169Tutto da rifare. Anzi, non tutto. Perché se il rinvio della questione Juve-Plusvalenze alla Corte federale d’Appello restituisce 15 punti al club bianconero e lo riporta al terzo posto, in pienissima zona Champions, la condanna in via definitiva di quattro dei dirigenti più importanti – l’ex presidente Andrea Agnelli (due anni di inibizione confermata) , Fabio Paratici (30 mesi) Federico Cherubini (16 mesi) e Maurizio Arrivabene (24 mesi) – costituisce una premessa molto pesante per il futuro giudizio e la possibilità di uno sconto di pena cospicuo.

La partita è tutt’altro che finita, ora sarà proprio l’organo di secondo grado della giustizia calcistica, con una composizione diversa rispetto a quella che ha deciso la maxi penalizzazione, a rideterminare la sanzione sulla base delle osservazioni dell’ultimo grado di legittimità, riempiendo quella “carenza di motivazioni” in cui in sede di udienza aveva parlato anche il procuratore generale Ugo Taucer, soprattutto rispetto al famoso articolo 4, quello sulla mancata lealtà, il cuore della condanna. In linea puramente teorica è possibile che la Corte confermi persino i 15 punti, con realismo si può dire che si andrà incontro a una riduzione, il problema è ora di capire come quantificarla. Fra le tante cose sentite in questi giorni, anche la possibilità che torni al livello di quanto chiesto inizialmente dalla procura federale: i 9 punti che poi i giudici d’appello hanno portato a 15. Il dispositivo dice che la Procura “rinvia alla Corte Federale di Appello perché, in diversa composizione, rinnovi la sua valutazione, in particolare, in ordine alla determinazione dell’apporto causale dei singoli amministratori, fornendone adeguata motivazione e traendone le eventuali conseguenze anche in ordine alla sanzione irrogata a carico della società Juventus F.C. S.p.A.”.

CHE TRAFFICO

La vicenda rischia di allungarsi. Da oggi il Collegio di Garanzia per lo Sport ha 30 giorni per pubblicare le motivazioni, è probabile che ai giudici delle Sezioni Unite possa servire anche un tempo inferiore, ma comunque si possono ipotizzare almeno due settimane. Solo allora la Corte d’Appello potrà fissare la nuova udienza, che potrebbe essere comunque nuovamente impugnata per “violazioni di diritto” mangiandosi inevitabilmente altro spazio di calendario e portando l’epilogo molto vicino alla fine della stagione agonistica. Un bel rompicapo, anche perché la questione tempi si intreccia anche con quella che riguarda l’afflittività. Una sanzione, per essere tale, deve incidere, cioè togliere qualcosa al club che viene punito. Non a caso, il procuratore Chinè aveva chiesto nell’ultimo processo d’appello che la penalizzazione dovesse portare la Juve dietro la Roma, allora quarta, togliendole la Champions. In caso di penalizzazione, il discorso resterebbe in tavola. Ma se il percorso primo-secondo-ultimo grado si concludesse dopo il 30 giugno a quel punto la pena potrebbe essere scontata nella prossima stagione.

LA STORIA PARALLELA

Tutto questo gioco di variabili incrocia anche l’altro possibile processo sportivo, quello su stipendi e rapporti illeciti con gli agenti. Per ora siamo alla chiusura indagini, il 27 aprile scadrà il tempo per la consegna delle memorie difensive della Juve e dei suoi dirigenti ed ex dirigenti potenziali incolpati. Poi il procuratore dovrà valutare la situazione e scegliere fra archiviazione e rinvio a giudizio. Le due vicende potrebbero dunque muoversi parallelamente condizionandosi in qualche modo a vicenda. Insomma, una storia che proprio non vuole finire.
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