Il calcio… in nome di Dio

lorenzo massa

d nq np 918658 mla31591579700 072019 wQuella del 2021 sarà un’estate all’insegna dei grandi appuntamenti sportivi. Gli Europei di Calcio, la Coppa America e le Olimpiadi di Tokyo catalizzeranno infatti gli appassionati di tutto il mondo, per vedere i propri beniamini gareggiare in competizioni giocoforza stoppate dalla pandemia nel 2020. E allora, sotto ogni maglia si farà sentire il cuore del tifoso che parteggia per i propri atleti e per i propri colori. Una fratellanza sportiva che per qualche ora o qualche settimana permetterà di vivere in un mondo parallelo di sfida all’insegna della lealtà sportiva.

Pochi però sanno che nel calcio, la passione sportiva ha fatto anche rima con impegno sociale e missionario e se è nota la passione di  Papa Benedetto XVI per il suo Bayern di Monaco, quella di  papa Francesco I (che  ha ricordato con orgoglio  la propria tessera sportiva n 8823)  per i colori del San Lorenzo di Almagra, affonda le radici proprio nell’impegno evangelizzatore di un sacerdote che nei primi anni del Novecento intuì le grandi potenzialità sociali di questa disciplina sportiva… Il San Lorenzo, tra le  squadre più titolate dell’Argentina è nata infatti per merito di un sacerdote, figlio dell’emigrazione italiana in America: il salesiano Don Lorenzo Massa.

Lorenzo Bartolomeo Martino era nato a  Morón (Buenos Aires) l’11 novembre 1882 ed era figlio di  Lorenzo Massa, nato a Nervi di Sant Ilario, e di Margherita Scanavino nata a Sestri Levante. Il giovane a 12 anni entrò nel  Colegio Pío IX dei Salesiani e nel 1895 entrò nel Seminario di Bernal per venire ordinato sacerdote nel 1907.

lorenzo massaNei primi anni del Novecento nelle strade di Almagro un gruppo di ragazzi  sfidava  gli avversari dei quartieri vicini facendosi chiamare Los Forzosos de Almagro. Le sfide avvenivano in strada e col tempo divennero pericolose per i ragazzi a causa del crescente numero di auto e mezzi pubblici. In seguito al grave ferimento di  uno di loro (Juancito Abbondanza), il sacerdote salesiano decise di seguire i suggerimenti di Don Bosco e di ospitare le partite nell’oratorio della parrocchia  di San Antonio di Padova in cambio dell’impegno a venire a messa ogni domenica.

Il 1 aprile del 1908 venne fondato ufficialmente il San Lorenzo de Almagro in onore di padre Lorenzo e del quartiere. I colori scelti da Padre Massa per le divise erano l’azzurro e  il rosso, gli stessi che tingevano le vesti della Vergine Maria Ausiliatrice, alla quale il sacerdote era molto devoto. E proprio per la presenza delle sottane nere di padre Massa e di altri sacerdoti salesiani alle partite del club, per i rivali quelli del San Lorenzo divennero semplicemente “i corvi”.

02 argentina massaAl parroco fondatore del San Lorenzo è stata dedicata una cappella all’interno del centro sportivo della squadra, donata dall’attore Viggo Mortensen che durante la sua infanzia a Buenos Aires si innamorò dei colori azulgrana.

La cappella “Padre Lorenzo Massa” è stata inaugurata nel 2011 proprio dall’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, che da lì a due anni sarebbe diventato il tifoso più celebre del San Lorenzo, più dello stesso Mortensen.




Gli Europei a Wembley preoccupano: l’ Oms, “Non allentare restrizioni”

150842509 3e6d2fa4 cbba 4a21 89db cb1b05067011

150842509 3e6d2fa4 cbba 4a21 89db cb1b05067011AGI  – L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) si è detta “preoccupata” per l’allentamento delle restrizioni anti-Covid agli Europei di calcio. Poco fa Londra ha confermato la decisione di portare a oltre 60mila, pari al 75% dell stadio, il pubblico ammesso a Webley per semifinali e finale del campionato.

“L’Oms è preoccupata per l’allentamento delle restrizioni in alcuni Paesi che ospitano” gli Europei di calcio, ha dichiarato Robb Butler, direttore esecutivo dell’Ufficio regionale dell’Oms per l’Europa. “Alcuni degli stadi che ospitano il campionato stanno aumentando il numero degli spettatori ammessi alle partite”, ha aggiunto, sottolineando che in alcune zone si sta già assistendo a un aumento dei contagi da Covid-19.

Ammessi oltre 60 mila tifosi a finali Wembley

Oltre 60 mila tifosi saranno ammessi alle semifinali e alla finale degli Europei di calcio a Wembley, pari al 75% della capienza dello stadio. Lo ha confermato il governo britannico. Saranno i piu’ affollati eventi sportivi nel Regno Unito da 15 mesi a questa parte, da quando sono estate adottate limitazioni per la pandemia di Covid.

“Abbiamo lavorato a stretto contatto con Uefa e Fa per garantire l’adozione di misure sanitarie rigorose e rigide, consentendo al contempo a più fan di vedere l’azione dal vivo”, ha affermato il segretario alla Cultura e allo Sport, Oliver Dowden. “Le finali promettono di essere un momento indimenticabile nella nostra ripresa nazionale dalla pandemia”.

Merkel, la Uefa si muova con responsabilità

“I campionati europei si svolgono anche in una zona di varianti Covid, e come sapete tutti coloro che viaggiano in Gran Bretagna devono andare in quarantena. Spero che l’Uefa si muova in questo senso con senso di responsabilità”. Lo ha detto Angela Merkel durante una conferenza stampa a Berlino a fianco di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue.

Ue, non annullare progressi in lotta alla pandemia

“Prima di ogni evento sportivo organizzato nell’Ue o altrove è importante che le autorità competenti osservino da vicino la situazione sanitaria perché è importante non annullare i progressi compiuti nella lotta al coronavirus in Europa nel molti mesi che ci siamo lasciati alle spalle”. Così Dana Spinant, portavoce della Commissione europea, in merito alla proposta del presidente del Consiglio, Mario Draghi, di spostare la finale di Euro 2020 (gli europei di calcio) prevista per l’11 luglio allo Stadio Wembley di Londra.

A seguito all’aumento dei contagi in Regno Unito, il premier ieri ha promesso di attivarsi affinché la partita non si tenga in un Paese “dove i contagi stanno crescendo rapidamente”. Ma i portavoce della Commissione hanno chiarito: “Non abbiamo un ruolo nel coordinamento tra gli Stati membri nell’organizzazione di eventi sportivi”.




Berrettini è il primo italiano a vincere il torneo Queen’s

150814836 44307c58 87f2 442e a857 780884087695

150814836 44307c58 87f2 442e a857 780884087695AGI – Matteo Berrettini è diventato il primo italiano a vincere il torneo del Queen’s, tradizionale antipasto su erba di Wimbledon.

Il 25enne romano ha superato il britannico Cameron Norrie (numero 41 del ranking) 6-4, 6-7, 6-3 e si è preso il primo torneo 500, il quinto titolo in carriera.

Dopo un ottimo primo set in cui ha dominato sul servizio, Berrettini ha ceduto nel secondo al tie-break ma poi nel terzo non ha lasciato scampo al mancino britannico, superato in un’ora e 50 minuti.

Un’annata eccezionale

Si conferma un’annata eccezionale per il tennista romano alla sua terza finale stagionale e reduce dai quarti al Roland Garros.

Sull’erba Berrettini, allenato da Vincenzo Santopadre ma seguito a Londra da Umberto Rianna, aveva giù vinto il torneo di Stoccarda nel 2019. Impeccabile il suo cammino al Queen’s, senza perdere neppure un set prima della finale: vittoria con due tie-break il derby con Stefano Travaglia, successo sul britannico Andy Murray (che aveva vinto cinque volte il torneo), nei quarti su Daniel Evans e in semifinale sull’australiano Alex De Minaur, quarta testa di serie.




E’ morto Giampiero Boniperti, storica bandiera della Juve

060156617 6a2869eb b37e 4dac 8c86 97fbadbf616f

060156617 6a2869eb b37e 4dac 8c86 97fbadbf616fAGI – E’ morto, nella notte a Torino, Giampiero Boniperti. Presidente onorario della Juventus, avrebbe compiuto 93 anni il prossimo 4 luglio.

“È la notizia che non avremmo mai voluto darvi. Oggi, 18 giugno 2021, salutiamo per sempre Giampiero Boniperti, che si è spento a Torino, all’eta’ di 92 anni: ne avrebbe compiuti 93 fra pochi giorni, il prossimo 4 luglio” scrive la Juventus sul suo sito, “La commozione che in questo momento tutti noi stiamo provando non ci impedisce di pensare con forza a lui – si legge – a tutto ciò che il Presidentissimo è stato e sarà per sempre nella vita della Juventus”.

“Una figura indelebile – aggiunge la società – che da oggi si consegna al ricordo, perché sui libri di storia del calcio c’à finita già da tempo. Perché quando esprimi un pensiero, e quel pensiero diventa parte del DNA della società a cui hai dedicato la vita, vuol dire che il tuo carattere ne è diventato identità e modo di essere. Per sempre”.

“Lassù, ora – conclude la Juve – c’è un’altra stella nel firmamento bianconero che brilla a mostrarci la rotta: quella di Giampiero Boniperti, che ha speso una vita con la Juventus, per la Juventus, e che ha saputo sempre indicarle la via. Grazie di tutto. Buon viaggio, Presidentissimo”.

La leggenda della Juve

“L’importante è vincere sempre”. In questa sua celebre frase c’è tutto Giampiero Boniperti. Il campione “con la sua gentilezza e la sua classe prendeva in pugno la Juventus post-bellica, e assieme a essa partecipava a ridare luci di speranza per l’avvenire” scriveva Hurrà Juventus nel 1966. Un giorno della primavera del 1946 – ricorda la Juve in una lunga nota – a 18 anni non ancora compiuti, partì da Barengo (dove nacque nel 1928) e venne a Torino per sostenere l’usuale provino nella Juventus. Era un calcio di pionieri, romantico e spensierato.

Quasi un anno dopo, i primi di marzo del 1947, Boniperti esordì in prima squadra contro il Milan, in un campionato che la Juve chiuse al secondo posto dietro a un imprendibile Torino. L’anno dopo Vittorio Pozzo già lo vestiva d’azzurro, a Vienna, contro l’Austria, dove si distinse inizialmente come ala destra di valore mondiale, poi come interno al fianco di Muccinelli nella Coppa Rimet (1950). Posizione che assunse – mattatore e regista allo stesso tempo – anche nella Juve, progressivamente, a partire dalla seconda metà degli anni ’50.

Gli anni del ‘Trio Magico’, Boniperti, Charles, Sivori. Tre icone. Migliore in campo, autore di una doppietta nella mitica partita di Wembley tra l’Inghilterra e il Resto d’Europa (e unico italiano al fianco di Nordahl, Vukas, Kubala, Zebec), Boniperti è stato centravanti di razza, dallo scatto possente e dal tiro forte. Divenne capocannoniere in Serie A nel 1947/48, a neanche 20 anni, con 27 reti segnate. Fu il preludio al suo primo scudetto (di cinque) con la maglia bianconera indosso, quello del 1950, il suo preferito. Fu giocatore raffinatissimo, eppure micidiale.

Tra Boniperti e il pallone c’era accordo su tutto. Era come se la sfera cercasse lui, e non viceversa, in quei punti del campo che lui solo pareva conoscere. Una volta confesso’: “Quando ero più giovanottino, la porta era sempre larga per me e i gol entravano uno dietro l’altro. Io tiravo ed era gol. Quando divenni adulto come giocatore, quindi più completo, la porta si fece più stretta. Evidentemente, dipese dal fatto che ci tenevo a fare il gol potente, col pallone che parte e non si vede più”.

Preferiva essere l’ispiratore e il regolatore del gioco, l’elemento base, il perno di tutto un congegno, la leva che metteva in moto il meccanismo. Svincolava il gioco dal fatto personale. E così sarebbe stato anche in futuro, quando alla Juve tornò da dirigente. Chiuse la carriera nel 1961, da Campione d’Italia, a quota 179 reti. Aveva 33 anni, e appese le scarpe al chiodo con un cerimoniale semplice: “Ragazzi, smetto”. Temperamento inflessibile di un galantuomo estroverso in campo, rigorosissimo fuori.

Presidente di una Juve Europea

Nel luglio 1971 iniziò per la Juve una seconda ‘Era Boniperti’: dopo gli anni da giocatore, quelli al timone del club, questa volta presidente. Con lui al timone, la Juve diventerà una grande, grandissima squadra europea e mondiale. Arriveranno scudetti, sì, ma soprattutto le Coppe, continentali e intercontinentali. Sedici allori nella bacheca di quella che divenne l’unica squadra ad aver vinto per prima tutte le competizioni Uefa.

Dirigente sorridente, prudente e riservato, è “stato il creatore di un collettivo in campo e fuori, fatto di professionalità, senza divi e senza fenomeni da baraccone. La Juve del lavoro e del sacrificio” (Hurrà Juventus, 1980). La Juve recuperata alla semplicità, fatta a somiglianza del suo presidente. Una Juve che non voleva dire solo gioventù, ma divenne, una volta e per sempre, sinonimo di vittoria. In questi ultimi anni è sempre stato vicino alla sua Signora. Il momento forse più toccante dell’inaugurazione dello Stadium è stato proprio quando, quell’8 settembre 2011, si è diretto verso una panchina al centro del campo, al fianco di un’altra leggenda bianconera, Del Piero, l’unico in grado di segnare di più di lui.




Giusto Umek e la gara delle beffe

giusto umek

giusto umekIl suo nome era  Trans-American Footrace e il solo pronunciarlo creava suggestione nel pubblico americano abituato ai grandi eventi. Ma quella che rispondeva alla sigla di Trans American Footrace non era una semplice gara. Nel 1928, anno della sua prima edizione, rappresentava “La Corsa”… Quella che in futuro sarebbe passata alla storia come “Utramaratona.  Fu Charles C. Pyle a volerla. L’impresario sportivo infatti voleva creare una serie d’iniziative che promuovessero la nascita della famosa 66Highway, la nuova autostrada che collegava la costa orientale a quella occidentale e destinata a entrare nell’immaginario collettivo americano e non solo.

L’evento sportivo era incentrato pertanto su elementi di spettacolo e attirò 199 atleti provenienti da tutto il mondo. Il costo d’iscrizione era di 25 dollari. Venticinque dollari per poter correre 5507,39 chilometri su strada, da un capo all’altro degli Stati Uniti!

Gli atleti partirono il 4 marzo 1928 dall’Ascot Speedway di Los Angeles e tra i  quasi duecento corridori vi furono due italo-americani, Louis Perrella da Albany e Norman Codeluppi da Pasadena, un inglese di origine piemontese (Pietro Gavuzzi). Iscritto, ma non partito, anche Giuseppe Conte, alessandrino emigrato in USA nel 1921 mentre nell’edizione del 1929 parteciparono  gli italo-americani  Antony Montalbo e Emer Cominciala, il romano Cesare Diorio o Di Iorio (patrocinato da Beniamino Gigli), Pietro Marini di Voghera, e il podista-ciclista di Genova, Colombo Pandolfi, questi ultimi tre tutti  costretti al ritiro. Iscritti ma non partiti anche Orlando Cesaroni di Roma e Armando Giovannetti di Forio d’Ischia.

photo 7 race program 1080x1485Al grido pubblicitario di “The Main Street of America”, la corsa si snodò lungo le strade americane selezionando inesorabilmente gli atleti e tra questi  emerse la figura di un atleta da Trieste, e subito entrato nel cuore dei tanti italiani residenti in America: Giusto Umek.

Nato a Trieste l’11 ottobre 1895, Giusto Umek fu allievo del marciatore Romeo Marcovig che  dal 1922 al 1933 fu presidente del Comitato Regionale della Federazione italiana di atletica leggera.

Diplomato in un istituto tecnico, orfano di padre da giovane, Giusto era l’ unico maschio di cinque figli, e partecipò con il patrocinio esclusivo del Corriere d’America e da un finanziamento da parte di un piccolo comitato  presieduto da Luigi Masi. Il Corriere d’America aiutò l’atleta triestino provvedendo all’assistenza, alla cura e alla vigilanza, al rifornimento e alla scorta. Definito da Luigi Ferrario “alfiere dei nostri colori in terra americana, ambasciatore d’italianità in mezzo agli emigrati”, Giusto Umek  si batté alla grande, mantenendosi sempre nei primi posti nonostante una brutta caduta nei primi giorni di gara gli avesse causata una ferita al ginocchio.

“L’aver aumentato il numero delle tappe (da 65 a 84) accorciando il chilometraggio quotidiano – scrisse Umek dopo aver tagliato il traguardo – assieme a un poco di sfortuna non mi ha permesso di fare meglio del quinto posto (in realtà Umek arrivò quarto a pari merito con l’americano Mike Joyce). In ogni caso non mi lamento, giacché sono arrivato sino in fondo, mentre atleti fortissimi e preparati hanno dovuto abbandonare. Gli americani, gente esperta, sono meravigliati del fatto che io decida solo all’ultimo momento, come il caso suggerisce, minuto per minuto, le mie strategie; per questo sono molto amato e rispettato.”

Dei 199 atleti partiti da Los Angeles ne arrivarono solo 55. Umek si piazzò prima dell’italo-americano Luigi Perrella (arrivato settimo)  e di Norman Codeluppi (arrivato al 27 posto). Atleti preparati come l’italo-inglese Gavazzi, si dovettero ritirare. Il triestino vinse anche i premi previsti a ogni arrivo di tappa, aggiudicandosene quattro.

La corsa segnò l’apoteosi di numerosi artigiani che lungo il tragitto poterono dare assistenza all’impianto logistico della corsa: meccanici, riparatori di biciclette, infermieri e massaggiatori, perfino palafrenieri sostennero con le loro abilità i quasi duecento atleti e i loro assistenti nell’attraversata del Continente americano. La corsa prese il nome di BUNION DERBY, per sottolineare le vesciche e le callosità che si formarono nei piedi di atleti che gareggiavano con scarpette primordiali e lontanissime parenti delle calzature tecniche contemporanee.

L’anno che separò le due edizioni vide Umek impegnato in varie manifestazioni podistiche americane. Il triestino aveva deciso di prendersi la rivincita nell’anno seguente e trascorse il tempo marciando sulle strade americane.

gardner edL’edizione del 1929 vide un netto calo d’iscrizioni. Questa volta si presentarono alla partenza al Columbus Circe di  New York (il tragitto era inverso rispetto a quello dell’anno precedente) solo 90 atleti, pronti a sfidarsi per 78 giorni su un percorso totale di 5927,15 chilometri. La corsa vide arrivare al traguardo di Wrigley Field di Los Angeles solo 19 atleti. Nella seconda edizione l’organizzatore Pyle aumentò il montepremi da 48 a 60 mila dollari ma gli atleti dovevano provvedere in proprio a tutto il necessario, compreso il vitto e l’alloggio, permettendo l’uso di sponsorizzazione.

Umek, che nell’anno trascorso in America aveva conosciuto molti italiani, venne sponsorizzato dalla ditta L.Gandolfi & C di New York, concessionaria per il Nordamerica della società Fratelli Branca di Milano.

Poté contare anche sull’assistenza di un’automobile e di un meccanico al seguito, guidata da un certo signor Ferro che aveva tappezzato l’automobile di striscioni sui quali gli italiani potevano scrivere il loro nome per ricordo.

bunyan derbyConquistò nella seconda edizioni ben 13 vittorie di tappa e assaporò per alcuni istanti il piacere di ricevere 6.500 dollari per il piazzamento al terzo posto (dietro all’italo- inglese Peter Gavazzi) della ultramaratona americana. Non vide però nulla perché l’organizzatore scappò senza pagare i concorrenti e non fu mai più in grado di saldare i debiti del suo fallimento delle catene di teatri e cinema. L’atleta triestino rientrò mestamente in Italia nel 1932, dopo aver consumato quanto guadagnato nel 1928 e sperato in un saldo da parte dell’organizzatore.

Trasferitosi per lavoro a Milano (prima della seconda guerra mondiale), e poi a Lumezzane, Umek subì anche l’ostracismo degli organismi federali italiani. Avendo percepito compensi in denaro con il suo  gesto sportivo, non aveva più diritto ad avere un posto al sole e a una registrazione “ufficiale” delle sue performance.

il luogo della rimembranza per giusto umekPadre di Luciano e di Albina, trascorse la vecchiaia prima a Trieste e poi a Padova, dove morì dimenticato dalla stampa sportiva nel 1967.




La mascotte di Rambaldi per la Nazionale italiana

mascotte italia sfondo blu light

mascotte italia sfondo blu lightSarà un cucciolo di pastore maremmano-abruzzese dalla faccia tenera e simpatica   la mascotte che da oggi in poi accompagnerà le nazionali azzurre in tutte le loro avventure. La mascotte, che indossa la maglia azzurra, ha un papà illustre: il suo bozzetto fu creato infatti da   Carlo Rambaldi, scomparso nel 2012 e vero e proprio mago degli effetti speciali, vincitore di ben tre Premi Oscar.  Il bozzetto della mascotte è stato recuperato dalla FIGC in un book consegnato nel 2007 dallo stesso Rambaldi. Il progetto “mascotte” ha visto la collaborazione attiva di  Victor e Daniela Rambaldi, figli del genio degli effetti speciali e titolari della Fondazione Carlo Rambaldi, i quali hanno pensato di realizzare  i bozzetti del padre in formato tridimensionale.  L’intero percorso, dai bozzetti, ai disegni, dall’idea alla realizzazione in tridimensionale della mascotte di Rambaldi, saranno in esposizione dal 9 giugno, e per tutto il periodo degli Europei, in uno speciale corner dedicato a Carlo Rambaldi all’interno di ‘Casa Azzurri’.

carlo rambaldi con et 1140x641Il creatore di E.T. scriveva di aver  scelto il mastino Maremmano- Abruzzese “perché è un cane dotato di grande coraggio, di capacità di decisione, tipicamente italiano e la sua storia è intimamente legata alla storia millenaria della nostra terra e delle sue genti, adatto a rappresentare lo sport più bello del mondo, le passioni che suscita e l’italianità”. Oltre ad aver individuato in questo animale “la capacità di iniziativa, la competitività, la fedeltà, il senso del gruppo”.

Le qualità di questo cane vengono da secoli in Italia ma da pochi anni le hanno scoperte anche gli americani. I pastori americani. Quelli che ogni anno fanno i conti con i coyote e con altri predatori alla ricerca di armenti. Quelli che da anni cercavano un cane che avesse la stessa astuzia delle volpi e sapesse intuire la famigerata organizzazione dei lupi.

Quelli che hanno scoperto un altro “made in Italy” di ottimo affidamento: il mastino maremmano-abruzzese.
La storia del mastino maremmano- abruzzese si lega a doppio filo con l’evoluzione sociale degli Stati del grande Ovest, laddove gli allevamenti bovini hanno man mano ceduto il passo (e non senza spargimenti di sangue) a quelli ovini permettendo la crescita di un fiorente indotto della lana e il parallelo benessere dei predatori che apprezzavano il nuovo tipo di dieta a base di agnello. Calcolato all’8% la perdita annuale dei capi di bestiame, gli allevatori subivano anche un danno economico che andava oltre i 50 milioni di dollari e iniziarono pazientemente a cercare delle valide contromisure. Nel 1976 nacque quindi il “Progetto Cani da Bestiame”. A crearlo fu  il biologo Ray Coppinger dell’Hampshire College di Amherst , nel Massachussetts. A partire da quell’anno furono importati cani guardiani di greggi (mastini) dall’Europa e dall’Asia Minore: razze canine quali “ Montagna dei Pirenei”, “Komandor”, “Kuvasz”, “Char- Planinatz”, e gli italo-franco-austoungarici allevati dagli specialisti del centro-nord Italia.

Solo i Char-Planinatz  raggiunsero una stentata sufficienza nella lotta quotidiana contro gli astuti predatori delle praterie americane. Gli altri cani fallirono miseramente la loro missione e attirarono su di loro gli strali dei contadini, sempre più stremati dalle perdite costanti di ovini.

pastore maremmano 1200x675Il professor Raimond Coppinger fu allora indirizzato in una zona dell’Italia Meridionale. Lo studioso scoprì il territorio abruzzese  che ancora oggi , tra i suoi monti, ospita il lupo, l’orso e la lince, e nel quale i pastori da secoli avevano selezionato un cane dal pelo biancastro e dall’andatura apparentemente indolente.  Coppinger scelse di fidarsi delle parole dei tanti allevatori abruzzesi e importò alcuni soggetti che in pochissimo tempo stravolsero nettamente l’andamento negativo dei primi esperimenti.

Le greggi custodite dai mastini abruzzesi smisero di essere afflitti dalla predazione e trasformarono da passivo a utile l’allevamento ovino  salvando i contadini economicamente (ed i coyote dalla morte per eccesso di colesterolo!). Il 70% degli allevatori considerava i loro mastini abruzzesi buoni o eccellenti guardiani, tanto da indurre altri allevatori a importarli in Patagonia (Argentina) e nella British Columbia (Canada). Un successo eclatante che non ha sconvolto il fragile equilibrio ambientale perché la tecnica usata dai mastini non affida all’aggressività il successo della sua guardia, bensì pesca nell’attento presidio del territorio, in modo da prevenire strategicamente gli attacchi dei predatori.

Al contrario dei grandi cani da pastore utilizzati in Anatolia e nei Balcani, che pur conservando un carattere molto aggressivo verso tutti i predatori, dimostravano talvolta la loro ferocia anche nei confronti delle greggi a loro affidate, i mastini maremmani – abruzzesi   usano un’intelligente strategia di gruppo per difendere il gregge dagli attacchi dei lupi. I cani italiani non ingaggiano una lotta corpo a corpo con gli avversari ma  mirano a mettere in fuga i lupi uscendo improvvisamente allo scoperto dal bel mezzo del gregge, dove sino all’ultimo riescono a confondersi grazie al loro manto bianco autopulente.

Capace di vegliare  come una vigile sentinella, cui è affidato un territorio, il cane importato dall’Abruzzo sembra avere un fisico grosso e pesante ma in realtà è robusto e combattivo. Il suo sguardo è vigile e incute soggezione. La sua andatura sembra indolente ma incute timore. Il suo carattere è solitario ma la sua intelligenza è straordinaria. A differenza dei tipici cani da guardia, come i molossi, il mastino maremmano-abruzzese è  pronto a spostarsi con agilità per meglio intercettare l’intruso e  respingerne l’attacco. Il suo manto bianco permette di distinguerlo nel buio, onde evitare di colpire il cane al posto della bestia selvatica o di qualsiasi altro intruso. Il  manto bianco ( il suo pelo è considerato “autopulente”, perché si libera nel giro di poco tempo di fango o quant’altro) del mastino è solo uno degli elementi che confondono l’astuzia dell’avversario più frequente, il lupo. Il continuo misurarsi con tali astuti predatori ha reso il cane italiano molto diffidente. Assunto il controllo di una proprietà, esso non consente a nessuno l’ingresso, dimostrandosi poco distraibile e particolarmente incorruttibile da cibo o atteggiamenti amichevoli. Oltre che con i lupi, il mastino nei secoli  si è confrontato anche  con orsi, cani randagi e aquile reali e  il  compito deterrente e combattivo (anche nei confronti di eventuali ladri) viene svolto con assoluta spontaneità e senza alcun bisogno di incitamenti o stimoli da parte del padrone: è un cane naturalmente addestrato a svolgere il suo lavoro, che però non accetta moine, nemmeno dai padroni.

maremma1Il successo del mastino maremmano – abruzzese negli Stati Uniti ha lasciato segni indelebili. “Senta”, spedita diversi anni fa in Usa, era stata scelta per rinforzare una muta di cani nella difesa del gregge dagli attacchi dei predatori ma nel giro di pochi anni è diventata una grande femmina che lavora fiera in Minnesota. Anche “Vincenzo” ha reso celebre la sua razza contrastando con successo gli attacchi al gregge di alpaca che gli è stato affidato.

Ma se quella percorsa nei grandi spazi americani è una strada ricca di grandi successi, si potrebbero definire strabilianti i risultati ottenuti in angoli remoti del Pianeta, laddove il taciturno cane italiano è stato chiamato a difendere animali in via d’estinzione.

In Australia, l’ allevatore di polli Allan Swarp, ha deciso infatti di provare a difendere la colonia di pinguini a Middle Island di Warrnambool’s usando dei pastori Maremmani Abruzzesi. La popolazione di pinguini presenti sull’isola da Novembre a Febbraio era oramai prossima all’estinzione a causa delle frequenti incursioni da parte delle volpi. Dei 2000 pinguini presenti nel 1990 ne erano rimasti solo 27 ma poi grazie al lavoro dei cani nessun uccello marino è stato ucciso sull’isola. Del progetto si è interessato anche il DSA (Department of Sustainability and Environment regional biodiversity) il cui manager Craig Whiteford non ha escluso che l’uso di questi cani non possa essere esteso ad altre isole e coste.




Francia favorita agli Europei di calcio. Lo dice la scienza

unnamed

unnamedAGI – Un team di studiosi ha simulato i vari incontri del campionato per 100 mila volte, le dinamiche di estrazione e selezione degli europei Uefa e tutte le possibili partite

La Francia potrebbe vincere gli Europei di calcio Uefa. Non è solo il pronostico degli esperti, ma anche quello elaborato dagli scienziati dell’Università di Innsbruck, dell’Università tecnica di Dortmund, dell’Università tecnica di Monaco, della Ghent University in Belgio e del Molde University College, in Norvegia.

Pubblicato in un comunicato stampa divulgato dagli istituti accademici, il modello mostra la Francia come squadra favorita con una percentuale del 14,8 per cento. La previsione è stata elaborata grazie all’aiuto dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico, e combina diversi modelli statistici per tenere conto d’informazioni come la struttura delle squadre, il loro valore di mercato, la forma e la forza fisica dei giocatori.

Il team ha simulato i vari incontri del campionato per 100mila volte, simulando le dinamiche di estrazione e selezione degli europei Uefa e tutte le possibili partite. Come seconda favorita spicca l’Inghilterra, con una percentuale del 13,5 per cento di possibilità di vittoria, seguita poi dalla Spagna, associata al 12,3 per cento di opportunità di risultare campione d’Europa. Per Germania e Portogallo le possibilità calano al 10,1 per cento.

Per quanto riguarda il raggiungimento degli ottavi di finale, Germania e Portogallo sono associate a una probabilità dell’85,3 per cento di arrivare a questa fase del torneo, per la Francia il valore è invece dell’89,7 per cento. “Le previsioni sono per natura soggette a essere errate – osserva Achim Zeileis dell’Università di Innsbruck – il nostro modello è stato in grado di prevedere correttamente la finale Uefa del 2008 e i campionati del mondo e d’Europa nel 2010 e 2012, oltre ad altri pronostici. Quest’anno utilizzeremo un modello combinato più completo”.

I calcoli si basano infatti su diverse fonti d’informazione: un modello statistico per la potenzialità di ogni squadra basato sulle competizioni internazionali degli ultimi otto anni, uno basato sulle quote scommesse di 19 bookmaker internazionali e una serie di nozioni legate al valore di mercato e alla popolazione del team, nonché valutazioni dei singoli giocatori.

Un software di apprendimento automatico combina tutte le informazioni disponibili e le ottimizza in un unico flusso di dati. “Abbiamo alimentato il modello con i dati attuali degli ultimi quattro campionati europei Uefa – spiega Andreas Groll dell’Università tecnica di Dortmund – e li abbiamo confrontati con i risultati effettivi di tutte le partite nei rispettivi tornei, per cui la valutazione delle singole fonti d’informazione per la competizione europea dovrebbe essere idealmente molto precisa. In ogni caso, la sera dell’11 luglio, quando verrà disputata la finale, scopriremo la validità delle prestazioni del modello”.




Calcio Femminile

9a9a2c78 fad9 4bcb b50f aedcd6cd7ebc

Il Milan si è qualificato per l’anno prossimo per la Champions League.9a9a2c78 fad9 4bcb b50f aedcd6cd7ebc

Nella foto l’allenatore Maurizio Ganz.

FINALE COPPA ITALIA

Si svolgerà il 30 maggio al Mapei Stadium di Reggio Emilia e sarà tra Milan-Roma.

 

 

La classifica della Serie A:

serie a




La Salernitana torna in A, esplode la festa per le strade

195116436 44e861f2 dab8 4643 8758 c5a213812ff4

195116436 44e861f2 dab8 4643 8758 c5a213812ff4AGI – La festa per il ritorno in serie A della Salernitana esplode pochi minuti prima del fischio finale della gara di Pescara, quando ormai la vittoria (e conseguente promozione) appare certa con i granata che vincono 3-0 in casa della squadra abruzzese, già retrocessa in Lega Pro.

A Salerno tifosi in strada tra lanci di fumogeni, clacson impazziti, bandiere e cori per il ritorno dei campani dopo 23 anni nel massimo campionato. Sul lungomare, all’altezza di piazza della Concordia, così come anche in altre strade, grande dispiegamento di forze dell’ordine per controllare la festa dei salernitani.

Ma durante i festeggiamenti in città, sul lungomare Trieste, un giovane tifoso, Loris Del Campo, di 18 anni, è morto in seguito a un incidente stradale. Il giovane, conosciuto negli ambienti del tifo granata, era alla guida di uno scooter. Ha perso il controllo del mezzo che guidava, ed è finito sull’asfalto vicino ai pneumatici di un’auto parcheggiata.

Nel capoluogo di provincia campano, in particolare a piazza Casalbore, dove sorge lo stadio Vestuti che un tempo ospitava le gare della Salernitana, e in via Roma la gioia dei tifosi è più tangibile che altrove. E mentre bandiere e sciarpe sventolano, tutti intonano cori da stadio: “Ce ne andiamo in serie A, ce ne andiamo in serie A”, sotto un cielo che si tinge di granata per i fumogeni.

Molti automobilisti hanno coperto il tetto delle proprie vetture con le bandiere a scacchi bianche e granata. Anche l’edificio che ospita la sede del Comune di Salerno si colora di granata. Il sindaco Vincenzo Napoli dice “grazie” alla Salernitana e ai tifosi, sottolineando che “la serie A è stata conquistata con pieno merito superando ogni difficoltà”.

Ma non è festa solo a Salerno. In diversi Comuni della provincia, tra cui a Pontecagnano, in tanti sventolano bandiere dai balconi e, per le strade, sfilano caroselli di auto con clacson impazziti. Alla festa della città – e dell’intero hinterland salernitano – non si uniranno oggi i protagonisti dell’impresa: i giocatori granata di mister Castori non rientreranno infatti in città, dopo la trasferta di Pescara dove hanno vinto 3 a 0. A comunicarlo è lo stesso club che, sul proprio sito web, fa sapere che la squadra raggiungerà il santuario di Santa Rita da Cascia e rientrerà a Salerno nel corso della giornata di martedì 11 maggio.

Tra i primi a festeggiare il successo della Salernitana l’ex sindaco e cittadino più illustre di Salerno, il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca. “Una giornata indimenticabile di festa sportiva per Salerno”, scrive in un post social. Per l’ex sindaco della città, “va reso merito alla società, alla squadra, all’allenatore e a una tifoseria che ha seguito con calore in un anno difficile l’avventura vincente della squadra”.

Ma, avverte: “Bisogna vivere questi momenti con gioia, ma con grande responsabilità”. “Facciamo in modo che questa giornata sia indimenticabile, anche nel ricordo di una persona straordinaria come Fulvio De Maio”, conclude il governatore. Il riferimento è all’ex portiere della Salernitana e commentatore sportivo salernitano, morto il 9 maggio. Il prossimo anno la Salernitana giocherà in serie A, ma dovrà cambiare presidente.

La squadra granata, infatti, non potrà iscriversi al campionato della prossima stagione se Claudio Lotito, che è anche patron della Lazio, farà ancora parte della società. A ribadirlo, a Napoli, il presidente il presidente della Figc, Gabriele Gravina. “Non c’è possibilità di deroghe – ha detto ai cronisti a margine di un incontro con i dirigenti della Figc campana – la deroga è già stata data per 11 anni. Chi ha ricevuto quella deroga sapeva benissimo qual era il punto di caduta finale. C’è una norma in base alla quale non è consentito all’Italia adottare una deroga alla deroga. Quella norma sancita del 16 bis, ma l’articolo fondamentale è il nostro numero 7 comma 8, è di carattere internazionale. Lo statuto Figc si è adeguato a quello della Fifa e dell’Uefa che dice in maniera chiara quale sono le condizioni”.




Il Giro d’Italia su Rai Italia

7giro

7giroROMA\ aise\ – Anche quest’anno il Giro d’Italia è pronto a partire, anche su Rai Italia. L’edizione numero 104 in programma dall’8 al 30 maggio prenderà il via da Torino, scelta per celebrare il 160° anniversario dell’Unità d’Italia, con una cronometro individuale di nove chilometri.

Tra le 21 tappe, per un totale di 3.450,4 chilometri e un dislivello da record di 46.900 metri, ci saranno due tappe a cronometro per aprire e chiudere la corsa (per un complessivo di 38.4 chilometri), sei frazioni per velocisti, sette di media difficoltà, sei di alta montagna, per un totale di sei arrivi in salita. Poche le montagne sopra i 2mila metri di altezza. La Cima Coppi è posta sul Pordoi (2.239 m), inserito nel tappone dolomitico con l’arrivo a Cortina che prevede anche il Passo Fedaia (Montagna Pantani).

LE TAPPE

1ª tappa 8 maggio: Torino-Torino, 9,0 km, cronometro individuale

2ª tappa 9 maggio: Stupinigi-Novara, 173 km, pianeggiante

3ª tappa 10 maggio: Biella-Canale, 187 km, media montagna

4ª tappa 11 maggio: Piacenza-Sestola, 186 km, media montagna

5ª tappa 12 maggio: Modena-Cattolica, 171 km, pianeggiante

6ª tappa 13 maggio: Grotte di Frasassi-Ascoli Piceno (San Giacomo), 150 km, media montagna

7ª tappa 14 maggio: Notaresco-Termoli, 173 km, pianeggiante

8ª tappa 15 maggio: Foggia-Guardia Sanframondi, 173 km, media montagna

9ª tappa 16 maggio: Castel di Sangro-Campo Felice, 160 km, alta montagna

10ª tappa 17 maggio: L’Aquila-Foligno, 140 km

11ª tappa 19 maggio: Perugia-Montalcino, 163 km, media montagna

12ª tappa 20 maggio: Siena-Bagno di Romagna, 209 km, media montagna

13ª tappa 21 maggio: Ravenna-Verona, 197 km, pianeggiante

14ª tappa 22 maggio: Cittadella-Zoncolan, 205 km, alta montagna

15ª tappa 23 maggio: Grado-Gorizia, 145 km, media montagna

16ª tappa 24 maggio: Sacile-Cortina d’Ampezzo, 212 km, alta montagna

17ª tappa 26 maggio: Canazei-Sega di Ala,193 km, alta montagna

18ª tappa 27 maggio: Rovereto-Stradella, 228 km, pianeggiante

19ª tappa 28 maggio: Abbiategrasso-Alpe di Mera (Valsesia), 178 km, alta montagna

20ª tappa 29 maggio: Verbania-Valle Spluga-Alpe Motta, 164 km, alta montagna

21ª tappa 30 maggio: Senago-Milano, 29.4 km, cronometro individuale

 

Programmazione

NEW YORK/TORONTO

Da sabato 8 maggio h08.00

LOS ANGELES

Da sabato 8 maggio h05.00

BUENOS AIRES/ SAN PAOLO

Da sabato 8 maggio h09.00

SYDNEY

Da sabato 8 maggio h22.00

PECHINO/PERTH

Da sabato 8 maggio h20.00

JOHANNESBURG