Cos’è per me il 1º maggio

Per me il 1º maggio è solo e soltanto la Festa dei lavoratori, non la Festa del lavoro. È la festa di tutti i lavoratori: di chi ha un impiego e di chi lo cerca invano; delle casalinghe e di chi assiste un proprio congiunto senza percepire uno stipendio; degli studenti che lavorano sui libri per costruirsi un futuro; di tutti quelli che — con orgoglio, umiltà e nel rispetto della legge — riescono a sostenersi e a sostenere chi sta loro accanto.
I lavoratori vanno festeggiati. Il lavoro no. Il lavoro non è una festa, ma una necessità, un’esigenza che Il Cile esprime magistralmente in Cemento Armato quando all’inizio del brano ci ricorda che senza uno stipendio siamo un difetto sociale.
Se fosse ancora vivo, anche Satnam Singh — il bracciante indiano morto dopo che un macchinario gli aveva tranciato un braccio — ci direbbe che il lavoro non è una festa.
Il lavoro non è e non deve essere una festa neanche per quei lavoratori che hanno la fortuna di fare ciò che sognavano di fare da bambini. Durante una festa ci si può rilassare, sul lavoro, anche quando si ama ciò che si fa, la spensieratezza non è consentita. Sul posto di lavoro serve impegno. E concentrazione. Sì, la concentrazione: quella capacità volontaria di focalizzare il pensiero su un’azione o un obiettivo che, se viene meno, può portare a commettere errori che, in casi estremi, possono costare una vita. Sono ancora tante, troppe, le morti sul lavoro.
Ed ecco perché vi chiedo ancora: può essere considerata una festa un’attività che potrebbe strapparci alla vita? Ripeto: per me il 1º maggio è solo e soltanto la Festa dei lavoratori, non la Festa del lavoro.