Omar Sivori, el pibe del tunnel

10 milioni di pesos. 190 milioni di lire. Tanto costò alla Juventus il cartellino di Omar Sivori, acquistato dal River Plate per strapparlo alla concorrenza dell’Inter. 10 milioi di pesos. Tanti soldi per una società, il River Plate, nata nel quartiere italiano della Boca di Buenos Aires, e diventata peri suoi tifosi la squadra dei “Milionarios”. Con i soldi ottenuti dalla cessione di Sivori, il club ampliò il suo stadio Monumental e si dedicò a coltivare nuovi talenti, dopo aver venduto all’Inter anche Antonio Valentin Angelillo e al Bologna Humberto Dionisio Maschio.
Si potrebbe riassumere in questo fatto di cronaca sportiva tutta l’importanza di un giocatore “italico” che ha lasciato anzitempo la vita terrena, dopo una breve quanto devastante malattia. Omar Sivori appartiene in effetti a una pagina dello sport che sembra molto lontana dai canoni delle nostre domeniche sportive. Lo chiamavano “Angelo dalla faccia sporca”, appellativo dato a tutto il trio d’attacco della nazionale Argentina (con Angelillo e Maschio) ma incollato a Sivori come un’etichetta doc. Perché lui era il vero genio e sregolatezza di un universo calcistico che amava fuggire dai ritiri per passare le notti nei bar, ma che sapeva farsi perdonare gli eccessi con giocate di rara bellezza. Con Omar Sivori si chiude un capitolo della storia del calcio nel quale la televisione contava poco e le cronache fotografiche ed evocative accendevano la fantasia dei tifosi.
Definito da molti critici argentini più grande di Maradona, Omar Sivori venne paragonato al “gatto” per distinguerlo dalla “volpe” brasiliana José Altafini in un campionato italiano segnato da nomi illustri che avrebbero vestito anche l’azzurro della nazionale italiana. Pronipote di un italiano emigrante partito da Cava de Tirreni, Omar Sivori nacque nella città di San Nicolas nel 1935, a soli 17 anni, esordì nel massimo campionato argentino con la maglia bianco rossa del River Plate. Era il 1954 e in tre anni vinse tre campionati divenendo il leader della squadra. Irriverente, provocatore, imprevedibile, Sivori nel River non ebbe un ruolo preciso ma con Angelillo e Maschio venne trapiantato in nazionale e contribuì a vincere la Coppa America del 1957: i tre segnarono 20 delle 25 reti complessive dell’Argentina.
Acquistato nello stesso anno dalla Juve – che lo strappò all’Inter – Sivori entrò a far parte di un altro attacco da leggenda: in bianconero si affiancò a Giampiero Boniperti e a Hohn Charles, un trio indissolubile, in campo e fuori. In otto anni trascorsi a Torino, Sivori conquistò tre campionati e due Coppe Italia.
Consacrato Pallone d’Oro nel 1961 (secondo giocatore argentino a vincere il prestigioso riconoscimento dopo Alfredo Di Stefano, leggenda del Real Madrid) divenne il “re del tunnel” ma non trovò altrettanta fortuna nelle competizioni europee. Leggendaria però è rimasta la sua prestazione nella triplice sfida con il grande Real, nei quarti di finale della Coppa Campioni del 1961-62. Sua fu la rete dello storico successo juventino a Madrid il 21 febbraio del 1962, sua anche la rete nella “bella” disputata a Parigi, nonostante l’eliminazione dalla competizione; suoi soprattutto i funambolici numeri contro avversari in costante affanno e costretti al fallo. Ma non era tipo da farsi soggiogare, Omar, dai calci e dalle botte. Anzi. Il clima di battaglia lo esaltava e il suo carattere era tutto in quei “calzettoni sempre abbassati” a dimostrare di non temere scontri. In 11 anni di carriera italiana collezionò (oltre alle 146 reti in 278 presenze) 33 giornate di squalifica per il suo carattere “caliente”. Ma conquistò anche il cuore di tutti gli italiani.
Nel 1966, dopo una lunga squalifica, si trasferì al Napoli, nel quale fece coppia con l’oriundo brasiliano Josè Altafini. “Siamo stati acquistati tutti e due dal Napoli – ricorderà Altafini, oggi commentatore sportivo -, che era stato appena promosso in Serie A. Entrambi eravamo reduci da una stagione difficile, io al Milan e lui alla Juventus. Decidemmo allora di fare un patto d’onore per riscattarci e per evitare che la squadra retrocedesse, obiettivo che a fine stagione riuscimmo a centrare”.

Il caloroso pubblico partenopeo tributò a Sivori un vero e proprio trionfo, eleggendolo a proprio idolo e aiutandolo a chiudere in bellezza una carriera straordinaria, che si tinse anche dei colori della Nazionale. Entrato nel team azzurro grazie a un complicato puzzle genealogico che gli valse la doppia cittadinanza , il talento argentino segnò nove reti ma non poté bissare i successi conquistati con l’Argentina e non riuscì a elevare le quotazioni di una nazionale in debito di credibilità.
“Nel 1958 – ricorderà a tal proposito Angelillo – io, Sivori e Maschio non potemmo partecipare ai Campionati Mondiali perchè chi giocava all’estero non veniva più convocato dalla Nazionale del nostro Paese. In quel contesto l’Italia ci ha voluti nella Nazionale maggiore fino alla partecipazione ai Mondiali del 1962. Indossare la maglia italiana è stato per noi un onore”.
Tornato in Argentina, Sivori iniziò la carriera di allenatore dal River Plate. Rosario Central, Estudiantes, Racing Club Avellaneda e e Velez Sarsfield, furono le tappe della sua carriera da allenatore fino a diventare commissario tecnico della Nazionale argentina ai Mondiali tedeschi del 1974.
Un amore profondo legò Sivori a San Nicolas e al calcio, fino all’ultimo. Nelle sue ultime disposizioni, Omar ha infatti chiesto ai club di non osservare un minuto di silenzio.
“Il calcio è una festa e deve rimanere tale ! ” .
Era la sua convinzione, fino all’ultimo respiro.

C’è un noto giornalista di fede interista, con cui in passato ho avuto l’onore di confrontarmi e da cui ho imparato qualche segreto del mestiere, che si diverte a stuzzicarmi sui presunti favori arbitrali di cui godrebbe la Juventus, squadra per la quale nutro una forte simpatia. Non gli ho mai risposto, un po’ per rispetto e un po’ perché per me il calcio è una passione e non un’ossessione. Tuttavia, è bene ricordare, tanto a lui quanto ai non pochi haters della “Goeba”, che i concetti precostituiti, così come i pregiudizi, qualificano più chi li formula rispetto a chi ne diventa oggetto. Sì, Calciopoli ha consegnato ai posteri una Juventus impura, spogliata di due scudetti e condannata a 12 mesi di reclusione in serie B, ma chi non ha la vista annebbiata dal tifo sa bene che lo scandalo che di fatto pose fine alla Prima Repubblica del calcio italiano disse anche altro. Innanzitutto è emerso che anche l’Inter meritava la B per illecito sportivo e che a salvarla fu la prescrizione. A dire ciò non sono i tifosotti da bar, ma la relazione di 72 pagine redatta nel 2011 dal procuratore federale Stefano Palazzi. Non solo: anche sul conto dell’Inter si sentono molti cliché, ma preferisco non soffermarmi su di essi poiché, come ho già accennato, i concetti precostituiti tendono a definire maggiormente chi li diffonde piuttosto che coloro ai quali sono rivolti.
Niente derby italiano, ma una doppia sfida Italia-Olanda e un incredibile incrocio tra Manchester City e Real Madrid. Le urne di Nyon hanno disegnato il tabellone tennistico dei playoff Champions: la Juve affronterà il Psv, il Milan il Feyenoord e l’Atalanta il Bruges.