Dalla Russia alla Resistenza: Il coraggio del Gruppo Nicola sulle montagne della Valle Trompia

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sentieri delle miniere della valtrompia escursioni brescia 1Nel paesaggio montano della Valle Trompia e della Valle Sabbia, tra sentieri impervi e boschi fitti, si svolse una storia poco conosciuta ma straordinaria, che racconta il valore, la sofferenza e l’impegno di un gruppo di giovani russi che scelsero di unirsi alla lotta contro il fascismo. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia si trovò in un caos profondo, e molti prigionieri di guerra e soldati stranieri riuscirono a fuggire dai campi di concentramento o dai reparti tedeschi in cui erano costretti a lavorare. Tra loro c’erano alcuni giovani russi, che trovarono rifugio e un nuovo senso alla loro fuga proprio nelle montagne bresciane.

Questi uomini, provenienti da un mondo lontano, riuscirono a formare un piccolo gruppo organizzato. Una quindicina di loro si riunì attorno alla figura carismatica di Nicolaj Petrovich Pankov, un giovane moscovita nato nel 1922, ex allievo ufficiale dell’esercito sovietico. Pankov, soprannominato “Nicola”, divenne rapidamente il punto di riferimento per i suoi compagni. Il gruppo si stabilì inizialmente nei pressi della Valle Trompia, mantenendosi in movimento continuo tra boschi e vallate, spingendosi anche verso la Valle Sabbia.

Ciò che rende la loro esperienza unica è la tenacia con cui riuscirono a sopravvivere durante il rigido inverno del 1943-1944, nonostante fossero privi di equipaggiamenti adeguati, mezzi di sostentamento e protezioni. Non erano soldati ben armati, ma giovani in fuga, spinti dal desiderio di libertà e dalla volontà di opporsi a un sistema che aveva distrutto le loro vite. Trovarono supporto tra alcune figure locali, in particolare in ambienti antifascisti e comunisti. Questo sostegno fu fondamentale: grazie a reti clandestine di solidarietà, i russi ricevettero viveri, indicazioni, aiuto logistico.

Durante i primi mesi, il gruppo non compì azioni militari dirette. La loro preoccupazione principale era sopravvivere. Si approvvigionavano requisendo cibo da commercianti e industriali legati al regime fascista, con estrema attenzione a non danneggiare le famiglie contadine o la popolazione povera. Questo codice morale interno al gruppo era talmente forte che arrivarono anche a punire severamente chi trasgrediva: un membro fu giustiziato dagli stessi compagni per un furto che rischiava di compromettere i rapporti con la popolazione locale.

Nonostante la durezza della vita tra i boschi, gran parte dei russi decise di restare. Alcuni pensarono di scendere a valle, verso la pianura, ma la maggioranza scelse di continuare a resistere. Col passare delle settimane, la loro presenza divenne un punto di riferimento anche per alcuni giovani italiani della Valle Trompia, affascinati dal loro coraggio e dalla loro determinazione. In un certo senso, questi stranieri diventarono catalizzatori di nuove vocazioni resistenziali locali.

Con l’arrivo della primavera del 1944, il gruppo assunse un ruolo più attivo nella Resistenza. Le montagne si fecero meno ostili, i collegamenti più semplici, e nuove forze si unirono alla lotta. Tra le azioni più importanti portate a termine dal gruppo Nicola, spicca l’assalto alla caserma della Guardia Nazionale Repubblicana a Brozzo, avvenuto il 28 giugno. Fu un colpo diretto al cuore del potere fascista locale, e rafforzò ulteriormente la reputazione dei russi tra le fila partigiane e tra la popolazione.

Nonostante l’ammirazione crescente, il gruppo mantenne la propria autonomia. Le formazioni partigiane italiane cercarono più volte di assorbirli all’interno delle strutture già esistenti, ma Nicola e i suoi compagni preferirono mantenere un’organizzazione separata. Questa scelta rispondeva a ragioni pratiche e culturali: differenze linguistiche, una visione militare più disciplinata e una diffidenza reciproca impedirono una fusione immediata. Tuttavia, i legami con il movimento antifascista italiano si rafforzarono gradualmente.

Nel mese di agosto, le pressioni per “regolarizzare” il gruppo si fecero più intense. Furono avviati contatti per far confluire il gruppo in una formazione partigiana riconosciuta, in particolare nella brigata “Matteotti”. A quel punto, il gruppo era composto da 26 uomini, di cui 21 russi, armati con mitragliatori, mitra, moschetti e pistole. Il loro armamento, conquistato e conservato con grande fatica, era ormai adeguato a sostenere operazioni di guerriglia più complesse.

Ma il tempo stava per scadere. Il 26 agosto 1944 ebbe inizio un massiccio rastrellamento da parte delle forze tedesche e repubblichine. Era una reazione decisa alle attività partigiane in crescita in tutta la zona. Il gruppo Nicola si disperse. Alcuni furono catturati, altri riuscirono a raggiungere le fila di altre formazioni, come la brigata “Monte Suello” in Valdorizzo. Nicola, invece, rimase isolato con un compagno, Michele. La sua sorte fu tragica: fu catturato e ucciso non dai nemici dichiarati, ma da un gruppo di garibaldini italiani. Le ragioni di questo atto restano ancora oggi oggetto di discussione e riflessione: rivalità interne, sospetti, errori. È uno degli aspetti più amari e controversi di quella stagione.

Dopo la fine del gruppo, i russi superstiti furono integrati nei distaccamenti della brigata “Lorenzini”, e successivamente si cercò di metterli in salvo oltre confine. Tra ottobre e novembre 1944, fu organizzato il loro trasferimento in Svizzera. Alcuni riuscirono a oltrepassare il confine, ma non tutti ce la fecero. In Val Brandèt venne ritrovato un russo ferito, che fu poi curato e portato in salvo, mentre un altro, Stefan Rudienko, morì assiderato, a pochi passi dalla libertà.

Il contributo di questi giovani russi alla lotta partigiana italiana è stato a lungo dimenticato, sottovalutato o relegato a nota marginale nelle cronache della Resistenza. Eppure, la loro storia è una testimonianza straordinaria di coraggio, solidarietà e scelta morale. Non combatterono per la loro patria, né per un ritorno glorioso, ma per un’idea più ampia di giustizia e dignità umana.

La loro presenza sulle montagne bresciane dimostra come la Resistenza fu anche un fenomeno internazionale, un incontro di destini che travalicava i confini nazionali. Quei ragazzi russi, persi in una terra straniera, trovarono un senso nella lotta collettiva contro l’oppressione. La loro memoria vive nei racconti tramandati, nei luoghi attraversati, e nel ricordo silenzioso delle montagne che li accolsero. A loro va un posto d’onore nella storia della libertà.




Il giallo del drone russo “a spasso” sul lago Maggiore: si indaga per spionaggio e terrorismo

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hera drone sito 1Si infittisce il mistero del drone russo avvistato almeno 5 volte a marzo nei cieli italiani dal centro di ricerca Ue sul Lago Maggiore. Ora a volerci vedere chiaro è la Procura di Milano che ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di di reato di spionaggio politico o militare, aggravato dalla finalità di terrorismo per condotte che “possono arrecare grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione”.

IL FATTO

Il caso del drone probabilmente di origine russa che avrebbe sorvolato la sede del centro di ricerca comune della Commissione europea ad Ispra, sul lago Maggiore, in provincia di Varese è stato riportato come esclusiva sul Corriere della Sera. I sistemi antidrone del centro avrebbero rilevato cinque voli in un mese. ll Joint research centre è il terzo campus di ricerca più grande della Commissione europea, dopo quelli di Bruxelles e Lussemburgo, è attivo da 65 anni e vi lavorano ricercatori specializzati in diversi campi: nucleare, sicurezza, spazio, risorse sostenibili e trasporti. Secondo gli esperti la tipologia del drone non sarebbe tra quelli in grado di viaggiare per molti chilometri, quindi è esclusa l’ipotesi che sarebbe partito da una base lontana dall’area di sorvolo.

A destare ancor più i sospetti è il fatto che sul centro e su altre aree nelle vicinanze è attiva una “no fly zone”: attorno al lago Maggiore ci sono infatti aviosuperfici e centri di addestramento al pilotaggio di droni. E a ciò si aggiunge che, dopo quegli avvistamenti, il velivolo telecomandato non abbia più sorvolato l’area.

FARI ACCESI DA COPASIR E GOVERNO

Sulla vicenda su cui indaga il pool antiterrorismo della procura di Milano, anche il Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, e il governo e le forze parlamentari vogliono vederci chiaro. Il Copasir sarebbe orientato ad acquisire maggiori elementi prima di disporre ulteriori approfondimenti. Mentre diversi partiti a livello bipartisan – da Forza Italia a Italia Vive e Più Europa- hanno annunciato interrogazioni parlamentari e l’esecutivo si sarebbe già mosso per ottenere informazioni dettagliate sulla vicenda.
Le interrogazioni saranno presentate alla Commissione europea, ma non si esclude anche al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, essendo il Viminale competente per quanto riguarda la protezione delle infrastrutture critiche sul territorio nazionale. Fra le quali è inserito il complesso di Ispra, dove ora potrebbe essere ulteriormente innalzata la vigilanza. 

I “CENTRI STRATEGICI” NELLE VICINANZE

A rendere la vicenda ancora più delicata è la presenza nella stessa area degli stabilimenti di Leonardo Elicotteri, che si trovano sempre in provincia di Varese, tra Sesto Calende e Vergiate. Altri centri strategici sono a Somma Lombardo, a Samarate, Venegono Superiore, con la sede della Aircraft division, nel raggio di 30 e 40 chilometri di distanza da Ispra. Su cui al momento non è stato chiarito se queste sedi siano state monitorate dai droni. E ancora: a Solbiate Olona, c’è la sede operativa di un comando Nato ed a Pavia un altro luogo di ricerca con un laboratorio di energia nucleare applicata. In definitiva, con le indagini si vuole accertare o fugare qualsiasi sospetto che alla base degli avvistamenti possano esserci stati tentativi di spionaggio di obiettivi sensibili coperti da vincoli di sicurezza nazionale ed europea, insomma si dovrà capire se la minaccia sia stata concreta.

(foto di repertorio)

Agenzia DIRE – www.dire.it




Ucraina-Russia, Usa annunciano accordo con Kiev e Mosca: “Tregua nel Mar Nero”

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mar nero fg 1Accordo per la navigazione sicura nel Mar Nero e er vietare gli attacchi contro le strutture energetiche di Russia e Ucraina. Gli Stati Uniti annunciano il passo avanti nei negoziati sulla guerra tra Ucraina e Russia. Washington fa riferimento ad un’intesa raggiunta con Mosca e con Kiev nei colloqui andati in scena a Riad dal 23 al 25 marzo.

“Gli Stati Uniti e la Russia hanno concordato di garantire una navigazione sicura, eliminare l’uso della forza e impedire l’utilizzo di navi commerciali per scopi militari nel Mar Nero. Gli Stati Uniti e l’Ucraina hanno concordato di garantire la navigazione sicura, eliminare l’uso della forza e impedire l’uso di navi commerciali per scopi militari nel Mar Nero”, il doppio annuncio.

Nelle due diverse dichiarazioni diffuse dalla Casa Bianca si legge che gli Stati Uniti accolgono, separatamente con Russia e Ucraina, “i buoni uffici di Paesi Terzi al fine di sostenere l’applicazione degli accordi su Energia e traffico marittimo”.

”Gli Stati Uniti e l’Ucraina” in particolare hanno concordato di sviluppare misure per mettere in atto l’accordo raggiunto tra il presidente americano Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per mettere fine ai raid contro le strutture energetiche della Russia e dell’Ucraina”.

Durante i colloqui a Riad “gli Stati Uniti hanno ribadito l’imperativo del presidente Donald Trump che le uccisioni da entrambe le parti nel conflitto Russia-Ucraina debbano cessare come passo necessario per raggiungere un accordo di pace duraturo”. “A tal fine, gli Stati Uniti continueranno a facilitare i negoziati tra entrambe le parti per raggiungere una soluzione pacifica, in linea con gli accordi presi a Riad”, si aggiunge nelle due dichiarazioni.

Il portavoce del presidente russo Dmitry Peskov ha detto che “non si è discusso”, né a Riad né altrove, ”di un incontro” trilaterale tra il presidente russo Vladimir Putin, quello americano Trump e il presidente ucraino Zelensky. Sulla possibilità di un nuovo colloquio telefonico tra Trump e Putin, il portavoce del Cremlino ha reso noto che “per ora non ci sono piani per colloqui di alto livello. Se necessario, queste conversazioni possono essere organizzate rapidamente”. L’ultima telefonata confermata ufficialmente tra il presidente degli Stati Uniti e il leader russo risale al 18 febbraio.

adnkronos.com




Dalla guerra alla trattativa: se l’invasore siede al tavolo della pace

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ucraina flag 650x470 pymco99ty06e5x65uiqd96geejnbdygwtd520oosk4Tre anni fa, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha scosso l’Europa e il mondo. Il 24 febbraio 2022 le truppe russe entrarono in territorio ucraino, dando inizio a un conflitto che ha provocato centinaia di migliaia di vittime, distruzioni immani e milioni di sfollati.

Oggi, nel 2025, la narrazione si è spostata: si parla sempre più spesso di “trattative di pace”, di “soluzioni diplomatiche”, di “compromessi”. Anche con Vladimir Putin, l’uomo che quella guerra l’ha iniziata.

Ma è possibile costruire la pace trattando con chi ha violato il diritto internazionale?

La risposta, come spesso accade, non è semplice. Da un lato ci sono i fatti: è stata la Russia a invadere l’Ucraina, a bombardare le città, a provocare la crisi umanitaria più grave in Europa dalla Seconda guerra mondiale. Dall’altro, Mosca ha da sempre avanzato le sue giustificazioni: la minaccia dell’espansione NATO verso est, la presunta necessità di difendere le comunità russofone del Donbass, l’idea – controversa e discutibile – di una “denazificazione” dell’Ucraina.

Per molti osservatori queste ragioni non giustificano affatto l’aggressione. Per altri, rappresentano invece il segnale di un malessere geopolitico profondo che l’Occidente ha forse sottovalutato.

Oggi il dilemma è politico e morale: la pace è sempre giusta, ma non può ignorare le responsabilità.

Trattare con Putin – e forse concedergli qualcosa – può sembrare l’unica via per fermare il sangue e garantire stabilità. Ma a che prezzo? Con quale messaggio? Che chi invade, alla fine, ottiene voce in capitolo?

È un equilibrio sottile. L’Ucraina continua a chiedere giustizia, sicurezza, riconoscimento del proprio diritto a esistere come Stato sovrano. La comunità internazionale, divisa tra pressioni interne ed esterne, si muove tra realismo politico e il rischio della memoria corta.

Una pace duratura deve basarsi su verità e responsabilità. Non solo su interessi.

La diplomazia ha il compito di fermare le guerre. Ma la storia ci insegna che la pace costruita sulla paura o sulla stanchezza può diventare solo una pausa prima di nuovi conflitti. È giusto sedersi al tavolo. Ma ricordiamoci bene chi lo ha rovesciato per primo.

 

Le tappe principali del conflitto Russia–Ucraina

  • Febbraio 2014 – La Russia annette la Crimea, dopo un referendum non riconosciuto dalla comunità internazionale. Inizia il conflitto nel Donbass tra forze ucraine e separatisti filorussi sostenuti da Mosca.

  • Dicembre 2021 – Gennaio 2022 – Crescono le tensioni: la Russia ammasssa truppe al confine ucraino. Gli USA e l’Europa lanciano i primi segnali di allarme.

  • 24 febbraio 2022 – Inizia l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina. Attacchi a Kiev, Kharkiv, Mariupol e altre città. Condanna internazionale e prime sanzioni.

  • Primavera 2022 – L’Ucraina resiste e contrattacca. L’esercito russo si ritira da Kiev e dal nord del Paese.

  • Estate – Autunno 2022 – La guerra si concentra nel Donbass e nel sud. Mariupol cade. L’Ucraina riconquista Kherson a novembre.

  • 2023 – Il conflitto si stabilizza in una guerra di logoramento. Aumentano i bombardamenti su infrastrutture civili e centrali energetiche. L’Occidente continua a inviare aiuti militari e umanitari.

  • 2024 – Tentativi di mediazione da parte di Cina, Turchia e altri attori globali. Si parla di “linee rosse” e “cessate il fuoco temporanei”, ma senza accordi reali.

  • 2025 – Cresce la pressione internazionale per una soluzione diplomatica. L’Ucraina continua a chiedere garanzie, mentre la Russia punta a legittimare le aree occupate.




Mosca accusa: “L’Europa e il Regno Unito vogliono che il conflitto continui”

brics 2023

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SERGEJ VIKTOROVIČ LAVROV MINISTRO ESTERI RUSSO

L’Europa e il Regno Unito vogliono che il conflitto in Ucraina continui e alzano ulteriormente la posta in gioco: lo ha denunciato il ministro degli Esteri della Russia, Sergej Lavrov, in un’intervista rilasciata a blogger americani.
In evidenza nel colloquio, in apertura del sito dell’agenzia di stampa Novosti all’indomani dell’annuncio sul fatto che Kiev sarebbe pronta ad accettare un cessate il fuoco con Mosca di 30 giorni su proposta di Washington, c’è stato anche il rifiuto di qualunque “peacekeeping” di Paesi Nato.

Secondo Lavrov, dunque “Europa e il Regno Unito vogliono che il conflitto in Ucraina continui, intendono alzare la posta in gioco e stanno preparando qualcosa per spingere Washington ad azioni aggressive contro la Russia“.
E ancora: “La presenza di truppe dei Paesi della Nato sul territorio ucraino, sotto qualsiasi bandiera e in qualsiasi veste, compresi i peacekeeper, sarebbe una minaccia per la Russia“.
Lavrov ha aggiunto: “Nessuno parla con noi; continuano a ripetere ‘nulla sull’Ucraina senza l’Ucraina’, ma fanno tutto contro la Russia senza la Russia“.

Poi alcune domande, poste in modo retorico. “Perché dovremmo acconsentire alla presenza di forze di pace o di qualche gruppo di peacekeeper?” ha chiesto il ministro. “Vogliono che questa forza sia composta da Paesi che ci hanno dichiarato nemici: verranno lì come pacificatori?”

Lavrov ha parlato anche di frontiere. “L’Ucraina avrebbe mantenuto i confini del 1991, ma senza la Crimea e parte del Donbass, se le sue autorità avessero collaborato”. Secondo il ministro, “per preservare le frontiere, Kiev avrebbe dovuto rispettare gli Accordi di Minsk“.

L’intervista è stata rilasciata ai blogger Andrew Napolitano, Larry Johnson e Mario Naufal.

 Agenzia DIRE – www.dire.it




La Russia sta riconquistando il Kursk. Trump: “Putin sta facendo ciò che chiunque al posto suo avrebbe fatto”

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donald trump 1024x699Vladimir Putin sta “facendo quello che chiunque avrebbe fatto”, dice Donald Trump. Ovvero chiunque, al posto del dittatore russo, avrebbe lanciato un massiccio attacco missilistico contro l’Ucraina sfruttando l’interruzione dei servizi di intelligence americani a Kiev. Il Presidente degli Stati Uniti lo ha detto ai giornalisti nello Studio Ovale, mentre affermava che tutto sommato è “più facile” lavorare con la Russia che con l’Ucraina, per arrivare ad una pace.

Alla domanda (piuttosto ovvia, ma siamo ancora in una fase in cui ai giornalisti americani è consentito fare delle domande) se Putin stesse approfittando delle ultime mosse degli Stati Uniti, Trump ha risposto con tranquillità: “In realtà penso che stia facendo quello che chiunque altro farebbe”.

Stiamo andando molto bene con la Russia. Ma in questo momento stanno bombardando a più non posso l’Ucraina. Penso che Putin voglia fermare e risolvere la situazione e penso che li stia colpendo più duramente di quanto non abbia fatto finora e penso che probabilmente chiunque in quella posizione lo farebbe in questo momento. Lui vuole porre fine alla guerra. E penso che sarà più generoso di quanto non debba essere”.

Intanto il ministero della Difesa russo ha annunciato la riconquista di Viktorovka, Nikolayevka e Staraya Sorochina, secondo quanto riportato dall’Agence France-Presse (AFP) e dalla Reuters.

Secondo DeepState, un tracker militare online collegato all’esercito ucraino, la mossa russa è avvenuta in seguito a una “breccia” nelle linee di difesa ucraine vicino alla città di Sudzha, che è sotto il controllo di Kiev . Una fonte dell’esercito intervistata dal quotidiano Ukrainska Pravda ha affermato che i soldati ucraini stavano cercando di “stabilizzare la situazione”, ma le truppe russe avevano “completamente interrotto le linee di rifornimento”.

Agenzia DIRE – www.dire.it




I leader stranieri a Kiev per il terzo anniversario dell’invasione russa

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kievL’Europa in Ucraina. Fisicamente. Una dozzina di capi di stato e di governo provenienti da Europa e Canada sono arrivati a Kiev in treno per celebrare il terzo anniversario dell’invasione russa, accolti alla stazione della capitale dal ministro degli esteri Andrii Sybiha e dal capo dello staff del presidente Andrii Yermak. “Siamo a Kiev oggi perché l’Ucraina è l’Europa. In questa lotta per la sopravvivenza, non è solo il destino dell’Ucraina a essere in gioco. È il destino dell’Europa”, ha affermato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, arrivata insieme ad Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo. Sono loro che traducono simbolicamente la solidarietà europea nel pieno d’una drammatica frattura tra Ucraina e Donald Trump, che in un veloce riavvicinamento con il Cremlino ha liquidato Zelensky come un “dittatore”.

Sfidando ulteriormente Kiev e i suoi alleati europei, Washington oggi sta pianificando di presentare al Consiglio di sicurezza e all’Assemblea generale delle Nazioni Unite una bozza di testo che chiede una “rapida fine” al conflitto ma non fa alcun riferimento alla sua integrità territoriale.

Per tutta risposta i ministri degli esteri dell’Ue hanno approvato un sedicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, che comprende il divieto di importazioni di alluminio primario, la vendita di console di gioco e il “ban” di 73 navi della flotta ombra. Parlando a Kiev, von der Leyen ha affermato che l’Ucraina riceverà unna nuova sovvenzione di 3,5 miliardi di euro dall’Ue a marzo.

TRUDEAU: “GLI UCRAINI TRIONFERANNO”

Il primo ministro canadese uscente Justin Trudeau ha descritto l’invasione dell’Ucraina come “una guerra al nostro stile di vita, una guerra alla democrazia, allo stato di diritto e all’autodeterminazione, una guerra alla giustizia, una guerra alla verità” e ha condannato quelli che ha definito i “disgustosi crimini di guerra” della Russia. “Gli ucraini trionferanno perché gli ucraini stanno lottando per ciò che è giusto, ma non possono e non devono farlo da soli. Gli ucraini hanno perso la vita combattendo coraggiosamente per la loro terra, i bambini sono stati portati via dalle loro famiglie, dalle loro case e dalle loro comunità, il che è un disgustoso crimine di guerra”.

Secondo Keir Starmer l’Occidente si trova ad affrontare un “momento irripetibile in una generazione”. Il primo ministro britannico ha detto che “a tre anni dalla barbara invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte di Putin, ci troviamo di fronte a un momento irripetibile per la nostra sicurezza collettiva e i nostri valori. Continuiamo a sostenere l’Ucraina per una pace giusta e duratura“.

LA CAPRIOLA DI PESKOV

Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha tenuto una sua conferenza stampa quotidiana a Mosca, cnella quale ha dichiarato che la Russia a questo punto non vede alcuna necessità di riprendere il dialogo con l’UE. Ha detto che a differenza degli Stati Uniti, la strada che l’Europa segue è quella di prolungare il conflitto.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Mosca contro Mattarella, di nuovo: “Ci saranno delle conseguenze”

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Il paragone tra le azioni della Russia e quelle del Terzo Reich proposto dal presidente italiano Sergio Mattarella avrà “conseguenze”: lo ha detto la portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, durante il programma televisivo ‘La sera con Vladimir Solovev’ trasmesso dal canale pubblico ‘Rossiya 1’. Secondo la responsabile, le dichiarazioni del capo di Stato rese all’Università di Marsiglia il 5 febbraio costituiscono “una goccia di veleno”.

Nel suo discorso Mattarella aveva fatto riferimento al conflitto armato in corso in Ucraina.

“Nella sua veste di presidente Mattarella ha dichiarato di ritenere che la Russia possa essere equiparata al Terzo Reich. Ciò non può e non rimarrà mai senza conseguenze”, ha detto Zakharova. Mattarella è “presidente di un Paese che storicamente è stato tra coloro che hanno attaccato il nostro Paese. Purtroppo l’Italia è il Paese in cui è nato il fascismo. Questo ci viene detto da una persona che non può fare a meno di sapere quanti soldati italiani hanno ucciso i nonni e i bisnonni sul nostro territorio durante la Seconda Guerra Mondiale sotto le bandiere e gli slogan nazisti”.

Agenzia DIRE – www.dire.it