Il presidente TACO? La domanda sgradita per Trump

visita di zelensky negli stati uniti d'america

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“È una domanda malevola. Non la ripeta mai. Io non mi tiro indietro, si tratta di una strategia negoziale”. Con queste parole Donald Trump ha ripreso la giornalista Megan Casella della Cnbc che aveva chiesto al presidente la sua opinione sul termine “TACO” (acronimo per Trump Always Chickens Out, Trump si tira sempre indietro per paura).

Difficile sapere se Trump cambi rotta con frequenza per paura o per altre ragioni. Con ogni probabilità le sue azioni partono da situazioni poco realistiche e altrettanto poco considerate. Sulla questione dei dazi non ci voleva un genio per capire che vi sarebbero state ritorsioni da altri Paesi. Trump aveva sopravvalutato il suo potere quando annunciò che tutti i Paesi del mondo si stavano apprestando a trovare accordi ed erano persino pronti a baciargli “il c…lo” per l’opportunità di incontrarsi con lui.

Pochissimi Paesi si sono presentati alle negoziazioni ma dopo le sue minacce di dazi gli effetti sull’economia sono emersi subito. I mercati borsistici persero il 15 percento prevedendo tempi burrascosi. Trump alla fine se ne rese conto e sospese i dazi offrendo una boccata d’ossigeno all’economia. Il caso più eclatante è stato quello della Cina che annunciò i propri dazi sui prodotti americani che sarebbero equivalsi a un embargo commerciale tra i due Paesi.

Trump però non sapeva che la Cina ha un quasi monopolio su risorse minerarie indispensabili per l’industria automobilistica, la difesa, l’energia ecc. Dopo parecchie settimane il presidente statunitense ha annunciato un accordo con la Cina i cui dettagli non sono stati resi noti completamente. Alcuni analisti hanno però interpretato l’accordo come una resa di Trump, costretto ad accettare condizioni vantaggiose alle Cina. In effetti, Trump ha dovuto fare marcia indietro.

Una simile situazione si sta elaborando con la stretta sui migranti condotta dall’Ice, l’agenzia statunitense per i controlli alle frontiere e l’immigrazione. Sotto la guida di Stephen Miller, l’ultra conservatore consigliere di Trump, si era creata una quota di arrestare 3000 migranti al giorno, obiettivo che non è stato raggiunto. Miller ha sgridato alcuni leader di Ice ordinando loro ad andare a fare retate in luoghi che prima erano evitati per la questione della pubblicità negativa. Le retate nella zona di Los Angeles e le susseguenti manifestazioni, in grande misura pacifica, sono state interpretate falsamente da Trump come insurrezione. Il presidente Usa ha preso, forse illegalmente, il comando della Guardia Nazionale della California dispiegandola nella zona di Los Angeles. Non completamente soddisfatto, Trump ha persino mandato centinaia di Marines a Los Angeles per mantenere la pace, mossa completamente fuori dal comune perché i soldati americani non sono addestrati per controllare manifestazioni di civili.

L’Ice ha arrestato centinaia di persone a Los Angeles che in effetti erano lavoratori, indispensabili per l’economia americana. Poi si sono verificate retate anche nel settore agricolo dove la stragrande maggioranza della manodopera non ha documenti legali. L’Ice però non distingue fra quelli che hanno documenti legali o no. Il problema però è che i padroni dell’industria agricola, i quali hanno supportato Trump nell’elezione, hanno protestato, chiarendo che la perdita dei lavoratori significherebbe la distruzione della produzione del cibo. Un concetto talmente basico ma che Trump non ha considerato eccetto per le informazioni fornitegli dalla sua segretaria dell’Agricoltura Brooke Rollins. Nella sua piattaforma Truth Social l’inquilino della Casa Bianca ha riconosciuto il problema e ha indicato che bisognava “prendersi cura degli agricoltori, gli alberghi, e altri luoghi dove hanno bisogno di personale”. Tutto sembrava indicare una marcia indietro e difatti agenti dell’Ice avevano ricevuto l’ordine di cambiare rotta. Miller però ha pressato e si è avuto di nuovo un altro cambio di rotta. Le retate nei campi agricoli e altri settori critici continueranno.

Le ultime informazioni sono poco chiare ma i danni saranno ovvi. L’America non può sostenere la sua economia senza la manodopera fornita dai migranti. I danni sono già avvenuti perché non pochi lavoratori hanno iniziato a non presentarsi ai posti di lavoro temendo le retate dell’Ice. Come nel caso dei dazi Trump non capisce alcune questioni fondamentali nonostante si sia sempre presentato come un businessman. Un imprenditore che non riconosce l’indispensabile contributo dei lavoratori al successo dell’azienda e eventualmente al funzionamento basico dell’economia che guida la potenza numero uno al mondo dovrebbe essere preoccupante. I sondaggi riflettono questa visione: secondo un sondaggio solo il 37 percento degli americani approva l’operato di Trump sull’economia, il 33 percento considera i dazi positivi, e il 41 percento degli americani vede l’operato totale del presidente in termini positivi.

Come spesso fa quando le cose non vanno bene il 47esimo presidente assegna la colpa ad altri. Trump ha aspramente criticato Jerome Powell, presidente della Federal Reserve Bank, etichettandolo “uno stupido”, perché non ha abbassato i tassi di interesse. Secondo il presidente Usa, Powell “sta facendo perdere una montagna di soldi al Paese”. Trump, senza rendersene conto, proietta il suo operato. L’aspetto più positivo della sua politica sarebbe di fare marcia indietro come ha fatto con i dazi. Farà lo stesso con i migranti quando la loro assenza si farà sentire in maniera più profonda e le corporation che lo hanno supportato gli apriranno gli occhi?




Media Usa: “Trump valuta seriamente di attaccare l’Iran”

il presidente trump firma il laken riley act

il presidente trump firma il laken riley act

Nella Situation Room della Casa Bianca il presidente Trump ha convocato d’urgenza il suo staff per la Sicurezza nazionale per fare presumibilmente il punto sulla guerra in corso tra Israele e Iran.

Tre funzionari informati del dossier all’agenzia statunitense Axios hanno dichiarato che il presidente starebbe “seriamente valutando di entrare in guerra” al fianco dell’alleato israeliano, e per “lanciare un attacco contro gli impianti nucleari iraniani, in particolare contro l’impianto sotterraneo di arricchimento dell’uranio a Fordow“. Questo si trova a novanta metri sotto una montagna, a un centinaio di chilometri da Teheran, e rappresenterebbe un centro chiave per il presunto programma nucleare di Teheran. Nel primo attacco che Israele ha condotto nella notte tra il 13 e il 14 giugno, le forze di Tel Aviv non sarebbero riuscite a scalfirlo. Solo gli Stati Uniti sarebbero infatti in possesso della potenza di fuoco necessaria a penetrare quella profondità ed espugnare la “gabbia” in cemento armato che lo protegge.

Axios aggiunge che il rientro anticipato di Trump dal vertice del G7 sarebbe proprio legato alla necessità di “concentrarsi sull’Iran” e ricorda che ai giornalisti sull’Air Force One il presidente ha dichiarato di non essere interessato a un “cessate il fuoco”, ma a una “vera fine” della guerra e del programma nucleare iraniano. Infine, l’agenzia riporta che “la Casa Bianca ha discusso l’idea di incontrare direttamente gli iraniani questa settimana”, ma Trump avrebbe affermato che “dipenderà da cosa accadrà quando tornerò a Washington”.

L’emittente Cnn, citando a sua volta funzionari qualificati, conferma le stesse informazioni di Axios; inoltre, citando fonti interne, fa sapere che l’esercito degli Stati Uniti “si sta preparando all’eventualità che il presidente Donald Trump decida di ordinare all’aeronautica militare di rifornire di carburante i caccia israeliani durante i loro attacchi sull’Iran”. Sarebbe per questa ragione che “negli ultimi giorni più di 30 aerei cisterna per il rifornimento in volo sono stati inviati nella regione”.

Agenzia DIRE e – www.dire.it




Trump vuole davvero deportare degli immigrati italiani a Guantanamo?

visita di zelensky negli stati uniti d'america

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“Italiani”, è la parola chiave. Come “francesi”, “tedeschi” e “britannici”. Trump sventola lo spauracchio della deportazione a Guantanamo di cittadini europei, la notizia rimbalza sui media e scatta l’innesco. L’indiscrezione è stata lanciata dal Washington Post, che ha avuto accesso a documenti riservati e testimonianze di funzionari americani coperti da anonimato secondo i quali circa 800 cittadini europei sono attualmente sotto valutazione per un possibile trasferimento nella discussa base militare a Cuba. Non criminali di guerra, ma migranti irregolari.

Il piano è solo un piano. Eventuale e ancora in fase di definizione. Punterebbe a “decongestionare i centri di detenzione interni”, oggi sovraffollati per effetto della crociata lanciata da Trump contro l’immigrazione irregolare. Guantanamo, secondo un documento visionato dal quotidiano, “non ha ancora raggiunto la sua capienza massima”. Una frase che sa di minaccia più che di constatazione tecnica.

A rendere il tutto più esplosivo è il fatto che i governi europei non sarebbero stati informati, almeno ufficialmente. La lista dei Paesi coinvolti comprende “Paesi amici” come Italia, Francia, Germania, Regno Unito, ma anche Belgio, Olanda, Irlanda, Lituania, Polonia, Ucraina e Turchia. E persino Haiti, da cui provengono molti dei migranti già detenuti.

Il programma di trasferimento prevede lo screening medico di circa 9.000 persone, per verificare chi sia idoneo a finire a Guantanamo.

Il Dipartimento di Stato si è trincerato dietro un burocratico no comment. Ma fonti interne, citate da Politico, parlano di “forti tensioni tra il Dipartimento di Stato e il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale”. I diplomatici Usa temono l’effetto boomerang di una mossa che potrebbe incrinare i rapporti con alleati chiave. Tanto che, secondo alcune indiscrezioni riportate dalla Stampa, Washington avrebbe già rassicurato Roma: gli italiani non saranno coinvolti. Almeno per ora.

Ovviamente il caso è scoppiato lo stesso. Tanto che il ministro degli Esteri Antonio Tajani è stato costretto a tranquillizzare tutti: “L’Italia è disposta a riprendere gli irregolari nel pieno rispetto dei loro diritti. Non vi è possibilità che gli italiani siano trasferiti a Guantanamo, non c’è da allarmarsi. Siamo disponibili a rimpatriare gli irregolari”.

Solo che il treno mediatico, una volta partito, è irrefrenabile. E Salvini non ha potuto non cavalcarlo, posizionandosi in contrapposizione con il Ministro di Forza Italia: “Italiani deportati a Guantanamo? Non ne so nulla. Se così Trump garantisce la sicurezza degli Stati Uniti, fa il suo mestiere. Mi stupisce lo stupore. Allontanare i clandestini da qualunque Paese credo sia diritto di qualunque uomo di governo in qualunque parte del mondo”.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Trump mette in pericolo la sicurezza personale dei giudici

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us president donald trump 240714509 16x9 0Mandare una pizza a un giudice o al figlio di un giudice a nome del mio figlio assassinato con un messaggio intimidatorio di fare la fine di Daniel Anderl?” Queste le parole della giudice Esther Salas del New Jersey in un’intervista alla Public Broadcasting System (Pbs) in cui reiterava il clima di paura dei magistrati americani con l’amministrazione di Donald Trump. Va ricordato che 5 anni fa uno scalmanato ha visitato la residenza della giudice Salas uccidendo il figlio e ferendo il marito. Nell’intervista la Salas ha additato alla retorica minacciosa di Trump verso i magistrati che alimenta gli attacchi ai giudici.

La tecnica intimidatoria di inviare pizze ai domicili di giudici opposti alle politiche di Trump è divenuta comune. In tempi recenti parecchie centinaia di pizze sono state ricevute da giudici mandate da individui che suggeriscono di fare attenzione perché i loro indirizzi sono noti. I mandanti sono individui influenzati dalla retorica incendiaria del presidente.

Questi attacchi ai magistrati continuano e anche al momento di scrivere quando gli Usa celebrano il Memorial Day, la festa dei caduti, il presidente Usa ha rilasciato un altro messaggio in lettere maiuscole attaccando i giudici. Trump ha diretto la sua ira ai “giudici … che proteggono gli spacciatori, gli stupratori, i membri delle gang…. permettendo loro di continuare i loro reati”.

L’atmosfera di tensione per i magistrati continua ed è alimentata da decisioni giudiziarie che non sono gradite dall’attuale inquilino alla Casa Bianca. Il clima è buio anche per il fatto che la protezione dei giudici è affidata agli US Marshals, un corpo di polizia agli ordini del ministero di Giustizia, il cui capo è Pam Bondi, fedelissima di Trump, la quale agisce come un avvocato personale del presidente. La tensione è all’ordine del giorno e si teme che gli US Marshals non farebbero di tutto per la protezione dei giudici federali. La protezione dei giudici della Corte Suprema è affidata a una forza di sicurezza speciale. In un recente incontro di magistrati a Washington si è discusso di togliere il compito agli US Marshals e organizzare la protezione con una forza di sicurezza indipendente simile a quello che protegge la Corte Suprema. Sarebbe sotto il controllo del giudice della Corte Suprema John Roberts invece di dipendere del ministero di Giustizia che è visto come dipendente dei capricci dell’attuale inquilino della Casa Bianca e del suo ministro di Giustizia.

Il ministro di Giustizia è nominato dal presidente ma dovrebbe agire in maniera indipendente dai desideri del presidente in carica. In casi eccezionali il ministro di Giustizia dovrebbe persino indagare il presidente stesso. È avvenuto nella primo mandato di Trump quando il ministro di Giustizia, repubblicano, iniziò le indagini sulle interferenze straniere nell’elezione del 2016. Queste indagini sfociarono poi nella nomina del procuratore speciale Robert Mueller che condusse al Russiagate. Anche l’ex ministro di Giustizia nell’amministrazione di Joe Biden, Merrick Garland, fece scattare indagini sul presidente che lo aveva nominato per la faccenda di documenti top secret che non erano stati restituiti al governo. Nel caso di Bondi si tratta di un ministro di Giustizia che non solo segue la linea politica di Trump ma lo fa in modo completamente sfacciato attaccando i giudici con un linguaggio che evoca quello del suo capo. In un’intervista alla Fox News la Bondi ha aspramente criticato il giudice James Boasberg accusandolo di “interferire” nelle politiche del governo. Il peccato di Boasberg? Il giudice aveva minacciato legali di Trump di “oltraggio alla Corte” per non avere obbedito ai suoi ordini di non deportare alcuni migranti a El Salvador. La Bondi aveva continuato i suoi attacchi a Boasberg aggiungendo che il giudice cercava di “proteggere terroristi” che avevano invaso gli Stati Uniti.

Nei quattro mesi di presidenza Trump ha emesso una valanga di ordini esecutivi, molti dei quali sono stati sfidati da giudici federali. Si capisce dunque come Trump stia attaccando i magistrati vedendoli come nemici alla sua agenda. Infatti, considerando l’inattivo ruolo del contrappeso esercitato dalla legislatura, i magistrati sono l’unico dei due rami del governo che argina il potere quasi assoluto del 47esimo presidente.

Karoline Leavitt, la portavoce della Casa Bianca, commentando l’operato del giudice Brian Murphy di Boston, ha detto che non “è il segretario di Stato” e che non può controllare “la politica estera” degli Usa. Che cosa ha fatto Murphy? Il giudice aveva dichiarato che l’amministrazione Trump aveva violato un ordine della magistratura nella sua fretta di deportare migranti in Sudan nonostante il fatto che non fossero cittadini di quel Paese. Si tratta di inviare migranti a un Paese dove esiste una guerra civile mettendo in pericolo la loro vita. In effetti, il giudice Murphy ha cercato di fare applicare la legge e difendere i diritti di povera gente. Ha cercato, anche se con poco successo, di fare obbedire la legge come spetta ai giudici. Il fatto che Bondi non capisca come funziona la legge e che non mostri nessun rispetto per la magistratura dovrebbe preoccupare tutti gli americani ma anche altri Paesi che si affrettano a firmare accordi con Trump. Se Trump non rispetta le leggi e i giudici americani perché dovrebbe farlo con gli accordi internazionali?




“Stop ai colloqui per il visto”: Trump va avanti nella crociata contro atenei e studenti stranieri

il segretario generale della nato visita gli stati uniti

il segretario generale della nato visita gli stati uniti
DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

L’amministrazione di Trump sospende i colloqui per i visti studenteschi e valuta l’estensione dei controlli sui social media. È l’ultimo attacco alle università, molte delle quali dipendono fortemente dagli studenti stranieri per i finanziamenti. A rivelarlo è Politico, quotidiano statunitense, secondo cui il governo trumpiano sta valutando l’obbligo, per tutti gli studenti stranieri che intendono fare domanda di studio negli Stati Uniti, di sottoporsi a un controllo sui social media: si tratta, chiarisce la testata, di “un’espansione significativa rispetto alle precedenti iniziative in tal senso”, ovvero controlli sui social limitati a studenti individuati come partecipanti alle proteste contro le azioni di Israele a Gaza.

L’ORDINE, A FIRMA DI RUBIO, INVIATO AD AMBASCIATE E CONSOLATI

In vista di questo iter di verifica obbligatorio, l’amministrazione sta prescrivendo alle ambasciate e alle sezioni consolari statunitensi di sospendere la programmazione di nuovi colloqui per i richiedenti di visto per studenti: a confermarlo, secondo il quotidiano, sarebbe un cablogramma di cui è venuto in possesso, datato martedì e firmato dal Segretario di Stato Marco Rubio. Questo il testo riportato del messaggio: “Con effetto immediato in preparazione di un’espansione dei controlli e delle verifiche obbligatorie sui social media, le sezioni consolari non dovrebbero aumentare la capacità di appuntamenti per i visti per studenti o visitatori di scambio, fino a quando non saranno emanate ulteriori linee guida dal Dipartimento di Stato che prevediamo nei prossimi giorni”.

GLI EFFETTI

Politico spiega poi quali effetti ha un dispositivo di questo tipo: “Se l’amministrazione attuasse il piano, potrebbe rallentare notevolmente l’elaborazione dei visti per studenti- si chiarisce- Potrebbe anche danneggiare molte università che fanno in larga parte affidamento sugli studenti stranieri per rimpinguare le proprie casse”.

Queste misure per i visti studenteschi si aggiungono a una serie di provvedimenti e regole che hanno preso di mira le università più prestigiose degli Usa, tra cui Harvard, considerate troppo progressiste e permissive, incapaci di fermare l’ondata di antisemitismo nei campus. Di pari passo, vanno le misure nazionali repressive sull’immigrazione che stanno coinvolgendo anche gli studenti.

“AZZERARE I CONTRATTI FEDERALI CON HARVARD”

In particolare, non si ferma la battaglia intrapresa dall’amministrazione centrale contro Harvard: Secondo quanto riportano alcune testate americane, il governo è pronto ad annullare tutti i contratti federali con l’ateneo di Cambridge, nel Massachusetts. Non solo: secondo il New York Times il taglio previsto è di altri 100 milioni di dollari, che si aggiungono ai 3,2 milioni di fondi congelati il mese scorso. Il quotidiano infatti riferisce i contenuti di una lettera inviata dalla Casa Bianca alle agenzie federali, in cui si chiede di “trovare fornitori alternativi” all’ateneo di Harvard per i servizi futuri. Il presidente di Harvard, Alan Garber, ha denunciato la misura come “illegale e ingiustificata”.
La battaglia governo- università andrà avanti nei tribunali: diversi atenei hanno avviato diverse cause legali per ottenere il ripristino dei fondi e del diritto di accogliere studenti stranieri.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Trump: “Putin è impazzito, non so cosa diavolo gli sia preso”

incontro meloni trump

incontro meloni trump

Ogni tanto Donald Trump fa finta di aver capito. Ha uno sbuffo d’orgoglio ed esterna, per non passare proprio per fesso. Poi magari se lo rimangia. E’ un elastico. E quindi, all’indomani del più massiccio attacco aereo russo in tre anni di guerra, il presidente americano è costretto a dirsi “sorpreso” da Putin. Parlando con i giornalisti nel New Jersey prima di salire a bordo dell’Air Force One, Trump ha detto di “non essere contento” dell’intensificarsi degli attacchi russi, soprattutto mentre i due Paesi in teoria starebbero negoziando un accordo di cessate il fuoco: “Sta uccidendo un sacco di gente, e non so che diavolo sia successo a Putin. Lo conosco da molto tempo. Sono sempre andato d’accordo con lui. Ma sta lanciando razzi sulle città e uccidendo gente, e questo non mi piace affatto. Siamo nel bel mezzo delle trattative e lui sta lanciando razzi su Kiev e altre città”.

Ore dopo, Trump ha continuato a criticare Putin, ribadendo sui social che il leader russo “è completamente impazzito” e sta lanciando missili e droni sulle città ucraine “senza alcun motivo. Sta uccidendo inutilmente un sacco di persone, e non parlo solo di soldati”, ha scritto Trump.

“Ho sempre detto che lui vuole TUTTA l’Ucraina, non solo una parte, e forse si sta rivelando giusto, ma se lo facesse, porterebbe alla caduta della Russia!”, ha scritto.

Alla domanda se stesse prendendo in considerazione l’imposizione di ulteriori sanzioni contro la Russia, cosa che ha minacciato più volte, Trump ha risposto: “Assolutamente, sta uccidendo un sacco di persone”.

Ma Trump – ormai è un canovaccio – ha avuto parole dure anche per il presidente ucraino Zelensky: “Non sta facendo un favore al suo Paese parlando in quel modo. Tutto ciò che esce dalla sua bocca crea problemi. Non mi piace, ed è meglio che la finisca”.

Trump ha poi dichiarato che rinvierà l’imposizione di dazi del 50 percento su tutte le importazioni dall’Unione Europea fino al 9 luglio, per dare più tempo ai negoziati commerciali.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Trump ammutolisce i timidi dissensi dei repubblicani sul bilancio

victory trump eu w

victory trump eu w

Smettete di chiacchierare e finite il compito”. Con queste parole in lettere maiuscole nella sua piattaforma Truth Social Donald Trump minacciava i parlamentari repubblicani che esitavano a supportare il nuovo disegno di legge alla Camera. Per convincere i recalcitranti il 47esimo presidente si era incontrato con i legislatori ricordando loro che lui è la cheerleader del Partito e che quelli che non facevano squadra “non rimarrebbero a lungo repubblicani”.

Le minacce di Trump ai membri del suo partito sono serie perché quelli che sgarrano vengono presi di mira e poi alle prossime primarie repubblicane saranno sfidati da un candidato sostenuto dall’inquilino alla Casa Bianca. In queste situazioni l’individuo che ha preso le distanze da una posizione del “capo” perderà la benedizione e il suo avversario ne uscirà vincitore. Nella stragrande maggioranza dei casi ciò si tradurrà in una vittoria all’elezione tipicamente nel mese di novembre. Ciò avviene perché la stragrande maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato sono già delineati da andare a un partito o all’altro data la divisione fra “red” (conservatori) e “blue” (liberal). Il Paese è diviso come si sa anche dalle elezioni presidenziali in cui una manciata di Stati è spesso decisiva. Uno degli esempi della “vendetta” di Trump, come abbiamo scritto in queste pagine, è il caso di Liz Cheney la quale aveva avuto il coraggio di prendere le distanze dalla corruzione di Trump. Per la sua ribellione, la Cheney, parlamentare del Wyoming e nota politica dello Stato considerando anche che il padre Dick Cheney era stato vice presidente del Paese, fu sconfitta alle primarie dalla candidata nominata da Trump. La Cheney è in grande misura scomparsa dal partito. Le minacce di Trump ai parlamentari e senatori repubblicani fanno paura a quelli che vogliono mantenere la loro poltrona. Ecco come si spiega il relativo silenzio dei repubblicani alla disastrosa politica dell’attuale presidente. Dissentire da Trump si traduce in suicidio politico.

Nonostante tutto qualche voce di dissenso si è cominciata a sentire come ci rivelano le negoziazioni dello speaker Mike Johnson per convincere i suoi colleghi a supportare il disegno di legge sul bilancio. Trump lo ha descritto come un “big and beautiful bill”, (disegno di legge grande e bello) per i suoi tagli massivi alle tasse, i fondi per il confine sud col Messico, e l’eliminazione delle tasse sulle mance. Si tratta in realtà delle solite leggi repubblicane ogni qualvolta sono al potere―ingenti tagli fiscali per i benestanti con qualche briciola per la classe media e i ceti bassi― e aumenti al deficit e al debito nazionale.

Le obiezioni dei parlamentari repubblicani al disegno di legge erano emerse dall’estrema destra rappresentata dal gruppo del Freedom Caucus, opposto agli insufficienti tagli alle spese e alla preoccupazione del deficit. Altre obiezioni sono emerse da parlamentari repubblicani da Stati liberal dove le case costano moltissimo per le limitate detrazioni ai mutui. Questo aspetto al momento di scrivere è stato corretto da Johnson dopo consultazioni con questi parlamentari aumentando la massima detrazione a 40 mila dollari annui. Ciò non aveva fatto piacere ai falchi del Freedom Caucus perché aumenterà le spese. Un altro aspetto che non sembrava preoccupare i repubblicani è quello dei tagli al programma del Medicaid, la sanità per i ceti bassi che non guadagnano abbastanza per comprarsi l’assicurazione medica privata. Le modifiche incluse nel disegno di legge faranno perdere la copertura a 9 milioni di americani, molti dei quali risiedono in red states.

La maggioranza risicata dei repubblicani alla Camera ―220 vs 213― vuol dire che Johnson si poteva permettere solo di perdere 3 voti repubblicani. Al momento di scrivere l’approvazione del disegno di legge è avvenuta con un voto di 215 a 214. Al senato però la strada potrebbe essere in salita soprattutto per quanto riguarda i tagli al Medicaid. In questo senso il senatore Josh Hawley, repubblicano del Missouri, ha alzato la voce poiché nel suo Stato più del 20 percento dei cittadini beneficiano del Medicaid. Parlando quasi come un democratico, Hawley, in un’intervista alla Cnn, ha dichiarato che tagliare il Medicaid per pagare i tagli fiscali è “sbagliato moralmente ma anche un suicidio politico”.

Hawley non ha espresso riserve sull’impatto del disegno di legge al deficit che secondo il Congressional Budget Office, agenzia non partisan della Camera, aumenterebbe di 2500 miliardi di dollari aggravando anche il debito federale che raggiungerebbe 37 mila miliardi di dollari. Se queste cifre non sembrano preoccupare Trump e i repubblicani i mercati mandano chiari segnali. L’agenzia di rating Moody’s ha declassato il rating degli Usa da “Aaa” a “Aa1”, cambiando anche l’outlook economico da “stabile” a “negativo”. Il dollaro perde terreno, i mutui per i consumatori americani ne risentiranno, e i bond emessi dal governo Usa costeranno di più. Chi ne farà le spese per pagare i tagli fiscali agli ultra ricchi che non hanno bisogno di più soldi? I consumatori e ovviamente i bambini americani. Ma a Trump interessa poco il futuro. Per lui si tratta solo di vivere per il momento che per adesso non sembra essere promettente.




Leone XIV: un Papa americano? È cittadino del mondo

imagenes papa leon xiv presidente estados unidos donald trump 69

imagenes papa leon xiv presidente estados unidos donald trump 69È un grande onore per il nostro Paese”. Queste le parole di Donald Trump subito dopo l’annuncio che il Cardinale Robert Francis Prevost di Chicago è stato eletto per sostituire Papa Francesco alla guida della Chiesa cattolica. Per il presidente Usa si tratta di una vittoria per l’America senza però capire la profondità delle situazioni.

Papa Leone XIV è nato in America ed è dunque cittadino Usa ma lo è anche del Perù. Infatti il nuovo pontefice è un cittadino del mondo, come ha detto Daniel DiNardo, arcivescovo emerito di Galveston-Houston. Il cardinale DiNardo ha giustamente spiegato che Leone XIV ha “passato una buona parte della sua vita come missionario in Sud America”. Il nuovo Papa è infatti un americano atipico. Oltre all’inglese parla spagnolo, italiano, francese, portoghese e conosce in leggera misura altre lingue. Dopo essere stato nominato vescovo di Chiclayo in Perù da Papa Francesco la sua carriera è avanzata in maniera abbastanza rapida. Infatti nel 2020 Prevost inizia a fare parte della Congregazione dei Vescovi e poi nel 2023 è scelto prefetto del dicastero responsabile per i vescovi di tutto il mondo e nello stesso anno viene nominato cardinale. Due anni dopo è eletto Papa. Alcuni analisti hanno suggerito che Papa Francesco avrebbe orchestrato l’ascesa di Prevost scegliendosi il successore.

I legami con Papa Francesco sono dunque ovvi è l’elezione di Prevost è facilmente connessa anche a una visione comune, la difesa dei poveri. Ciò lo ha spiegato anche il nuovo pontefice quando ha chiarito la scelta del suo nome. Leone XIV ha detto che fra le molte ragioni per la sua scelta c’è l’enciclica “Rerum Novarum” e la questione della rivoluzione industriale. Leone XIII, nel tardo Ottocento, si era schierato con i più poveri e i lavoratori. A quei tempi questi individui definiti dal romanziere messicano Mariano Azuela come “Los de abajo”, avevano solo come sostenitori i leader del movimento marxista. Nel caso dell’attuale pontefice il pericolo è identificato con l’Intelligenza Artificiale (IA) che mette in pericolo “la dignità umana, la giustizia e il lavoro”.

Si tratta di questioni che hanno assillato anche Papa Francesco, specialmente la questione dei migranti sulla quale il pontefice argentino si era duramente scontrato con Trump. Nel 2016, per esempio, durante una sua visita in Messico, l’allora pontefice aveva detto che chi “parla di costruire muri….. e non ponti, non si può considerare cristiano”. Per le sue difese dei migranti Papa Francesco era stato duramente attaccato dalla destra americana ed accusato di essere marxista.

Nonostante le belle parole incoraggianti di Trump, però, anche adesso il neo eletto Papa è stato attaccato da Steve Bannon, ex stratega del 47esimo presidente, dichiarando che è uno dei cardinali più progressisti. Molto più dura la complottista Laura Loomer, anche lei ex consigliera del presidente americano, la quale ha scritto su X (già Twitter) che Papa Leone XIV “è il più anti-Trump, anti-MAGA, …. e un completo marxista come Papa Francesco”.

La vicinanza con Papa Francesco è ovvia come ci dimostra anche la reazione su alcune dichiarazioni di JD Vance. Il vice di Trump, convertitosi al cattolicesimo nel 2019, aveva cercato di giustificare la linea dura sui migranti dichiarando che “si ama prima la propria famiglia, poi il prossimo….. e alla fine si dà priorità al resto del mondo”. Il cardinale Prevost aveva condiviso un editoriale del National Catholic Reporter, giornale indipendente non affiliato alla Chiesa cattolica, che ha rilevato lo sbaglio di JD Vance. L’articolo asseriva che “Gesù non ci chiede di fare la classifica del nostro amore per gli altri”. La vicinanza fra Leone XIV e Papa Francesco ci viene anche confermata dal fratello John Prevost. In un’intervista al New York Times il fratello ha detto che la miglior maniera di descrivere il nuovo pontefice è quella di “seguire i passi di Papa Francesco”. Ha anche aggiunto che non esiterà ad alzare la voce quando lo riterrà necessario per la difesa dei poveri.

Papa Leone non alzerà la voce come cittadino statunitense ma avrà un notevole megafono forse più potente di quello del presidente degli Stati Uniti considerando l’1,4 miliardi di cattolici nel mondo. Le sue parole, infatti, sono globali poiché vengono ascoltate anche dai non cattolici. Commentando le prime parole di Papa Leone, l’opinionista conservatore del New York Times e della Public Broadcasting System (Pbs) David Brooks si è detto emozionato vedendo “un americano sulla scena mondiale agendo da buona persona e da essere umano decente”. Brooks non è stato specifico ma ha ovviamente suggerito un altro americano, molto potente sulla scena mondiale, il quale non sarebbe un essere umano decente. Non dice il nome di questa persona ma i lettori potranno identificarlo facilmente.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.




I magistrati frenano Trump sull’Alien Enemies Act

el salvador deportees

el salvador deportees

“Tutti i magistrati ci stanno trattando ingiustamente”. Così Donald Trump in una recente intervista alla Abc mentre si lamentava di alcune decisioni giudiziarie che hanno cercato di frenare gli abusi della sua amministrazione. In precedenza l’attuale inquilino della Casa Bianca aveva accusato alcuni giudici di essere “radicali sinistroidi” e di fare parte di un “sistema truccato”.

Il 47esimo presidente è solito attaccare coloro che cercano di sbarrargli la strada, poco importa chi siano, incapace di accettare che forse, forse, è proprio lui che sta sbagliando. Trump sta governando non mediante leggi approvate dal Congresso ma con ordini esecutivi che lui si inventa per dettare la sua visione del mondo. Alcuni analisti hanno descritto questi suoi ordini esecutivi come memorandum presidenziali. In realtà vanno oltre i desideri dell’attuale inquilino alla Casa Bianca perché spesso vengono messi in pratica, anche se temporaneamente, con effetti disastrosi per la vita della gente. Ciò è ovviamente avvenuto nel caso dei migranti con la campagna di deportazione di massa condotta in maniera potenzialmente illegale come alcune decisioni di magistrati ci hanno dimostrato nelle ultime settimane.

La valanga di ordini esecutivi ha scatenato 200 denunce che hanno sfidato la loro legalità. In almeno 100 di questi casi i magistrati hanno bloccato o sospeso le azioni contenute in questi decreti presidenziali. Nel caso dei migranti Trump ha invocato “l’Alien Enemies Act” (Atto dei nemici alieni) del 1798 che in tempi di guerra conferisce al presidente di deportare i cittadini di una nazione nemica. La legge è stata usata rarissimamente ma Trump si è inventato un’invasione di stranieri che lui ha dichiarato una guerra. Specificamente l’attuale inquilino della Casa Bianca ha legato migranti venezuelani come parte della gang “Tren de Aragua” deportandone alcune centinaia ma non nel loro Paese di origine ma nel “Centro de Confinamiento del Terrorismo” (Cecot) in El Salvador. Si tratta di un carcere da dove non si esce eccetto in una bara, secondo il ministro di Giustizia salvadoregno.

Tre giudici però hanno proprio in questi giorni classificato “l’Alien Enemies Act” inapplicabile poiché gli Stati Uniti non sono in guerra con Venezuela. Il primo di questi giudici Fernando Rodriguez, nominato proprio da Trump nel suo primo mandato nel Distretto del Sud Texas, ha annunciato che “l’Alien Enemies Act” non è applicabile come invasione di “Tren de Aragua”. La decisione di Rodriguez è la prima a dichiarare che Trump ha oltrepassato la sua autorità di una legge da usarsi solo durante guerre. Un’altra giudice del Colorado, Charlotte Sweeney, ha anche lei emesso un’ingiunzione preliminare contro Trump di deportare migranti venezuelani basandosi sullo “Alien Enemies Act”. La giudice ha dichiarato che non ci può essere “un’invasione” senza “azioni militari di guerra”. E nello Stato di New York il giudice Alvin Hellerstein ha anche lui proibito la rimozione di detenuti dal suo distretto dichiarando che i legali di Trump non hanno dimostrato l’esistenza di “guerra” o “invasione”. Hellerstein ha indicato che la sua decisione di riallaccia a quella del giudice Rodriguez del Texas.

A reiterare ancora di più la guerra fasulla di Trump emerge anche l’intelligence americana la quale non crede che l’amministrazione del presidente venezuelano Nicolás Maduro controlli la gang “Tren de Aragua”. Lo riporta il New York Times basando l’analisi su un memorandum del governo declassificato recentemente. Nonostante tutto, però, la Corte Suprema ha dichiarato che l’amministrazione Trump può riprendere le deportazioni dei migranti venezuelani usando “l’Alien Enemies Act” purché gli accusati abbiano l’opportunità di un’udienza in tribunale. Solo così si potrebbe determinare se ogni accusato merita di essere deportato. Una mezza vittoria per Trump che non lo soddisfa. In un’intervista al programma “Meet the Press” della Nbc l’attuale presidente ha dichiarato di non sapere se “deve rispettare la Costituzione americana”, asserendo di non essere un avvocato. Ha dimenticato i giuramenti fatti all’inizio dei due mandati presidenziali che includono proprio il dovere di “preservare, proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti”. Trump ha continuato che il requisito della Corte Suprema di concedere l’opportunità agli individui accusati di essere giudicati deportabili dai magistrati richiederebbe “un milione, 2 milioni o 3 milioni di processi”. Per un individuo che non sa se da presidente deve obbedire la Costituzione e le fondamenta basiche dei diritti civili molto meglio se lui può agire senza nessun controllo come avviene nei regimi autoritari. Nonostante tutto, Trump ha precisato che seguirà “quanto stabilito dalla Corte Suprema”. Non è vero in realtà come ci dimostra il caso di Kilmar Abrego García. Il migrante di origini salvadoregne è stato deportato al carcere di Cecot per sbaglio e la Corte suprema ha ordinato che l’amministrazione Trump deve “facilitare” il suo ritorno negli Usa. Il presidente ha detto che le sue mani sono legate perché dipende tutto dal governo salvadoregno.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.




I primi 100 giorni di Trump: assaggio di un regime autoritario

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imagesAbbiamo fatto l’esperienza di un assaggio di vivere in uno stato autoritario”. Così Matthew Dallek, docente di storia politica alla George Washington University, in un’intervista concessa alla Public Broadcasting System (Pbs), la rete no profit statunitense di televisione pubblica. Il professor Dallek ha continuato contrastando i primi 100 giorni della presidenza di Donald Trump con quelli di Franklin Delano Roosevelt (FDR). Il 32esimo presidente nei primi cento giorni riuscì a fare approvare una lunga serie di leggi che spianarono la strada per superare la Grande Depressione. Il presidente attuale, invece, ha ignorato il Congresso, governando da solo mediante ordini esecutivi che hanno raggiunto più di 200. In effetti, Trump ha lavorato incontestato dalle due Camere legislative con maggioranza repubblicana facendo il bello e il cattivo tempo come fanno leader di governi autoritari.

I primi 100 giorni della presidenza sono spesso caratterizzati da una “luna di miele” per l’inquilino della Casa Bianca. Gli elettori vogliono che il presidente abbia successo per il bene del Paese. In questo caso, però, sembra che la luna di miele sia finita. Gli americani, secondo i sondaggi, non sono soddisfatti. L’indice di gradimento di Trump è sceso al 39% secondo un sondaggio del Washington Post/Abc. Trump riceve voti molto bassi anche sulla sua gestione dell’economia che in campagna elettorale era il suo punto forte. Ciò si deve in grande misura con la gestione dei dazi che lui vede erroneamente come imposte agli altri Paesi che poteva imporre senza nessuna conseguenza.

Difatti il caso dei dazi nelle prime settimane ha causato un crollo dei mercati borsistici del 15 per cento in pochi giorni. Se alcuni Paesi hanno dimostrato preoccupazione la Cina ha reagito in maniera risoluta e ha controbattuto agli aumenti dei dazi annunciati da Trump. Appena si sono sentite voci di preoccupazione da alcune aziende Trump ha fatto marcia indietro escludendo i dazi per prodotti tecnologici dalla Cina. Poi ha smesso di parlare del licenziamento di Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve, che Trump voleva cacciare perché non aveva ridotto i tassi di interesse.

Voci di recessione sono venute a galla e dunque il 47esimo presidente ha ricalibrato le sue parole annunciando una sospensione dei dazi per tre mesi. I mercati di Wall Street si sono ripresi anche se fino ad oggi rimangono a meno 5 percento per il 2025, leggera ripresa, ma ancora non bene. I danni però sono già evidenti. Trump ha dato chiari segnali che non ha il polso della situazione e le sue parole sono poco credibili.

Esattamente come ha fatto con i dazi Trump ha agito da solo con la mano dura sull’immigrazione, con minacce alle università, i media, e le istituzioni. Ha usato le leve del potere per mantenere la sua promessa di vendetta annunciata in campagna elettorale. Tutti i “corrotti” saranno puniti. Lo sta facendo usando i suoi collaboratori che lui ha scelto usando il criterio principale della fedeltà per mettere in atto i suoi desideri con poca opposizione.

Nel caso dei migranti l’amministrazione Trump ha abusato i suoi poteri facendo deportare individui che in alcuni casi non lo meritavano. Se il potere legislativo è rimasto a guardare la magistratura ha frenato alcuni eccessi. Un migrante salvadoregno, infatti, deportato per errore dall’amministrazione Trump, ha persino costretto la Corte Suprema ad emettere un ordine di “facilitare” il ritorno negli Usa. Trump però non lo ha fatto. Altri giudici federali hanno minacciato rappresentanti di Trump di oltraggio alla corte che potrebbe sfociare in carcere per abusi del sistema. La Corte Suprema ha persino dato un ordine di emergenza solo dopo poche ore di un ricorso, bloccando alcune deportazioni che stavano per essere messe in atto.

Ma nemmeno la magistratura è riuscita a bloccare alcuni degli atti più crudeli dell’Immigration and Customs Enforcement, (Ice), l’agenzia del governo per il controllo dell’immigrazione e le frontiere. Nelle sue retate agenti dell’Ice hanno anche arrestato e deportato individui con cittadinanza americana. Colpiscono di più le deportazioni di alcuni bambini deportati con le loro madri 24 ore dopo essere stati arrestati senza l’opportunità di fare ricorso alla magistratura. In effetti, se arrestati dall’Ice la deportazione avviene quasi immediatamente. Un bambino di 4 anni e un altro di 7, cittadini americani, e un altro di 4 anni malato di cancro le cui cure sono state interrotte, sono stati deportati. Le notizie di questi casi riportate dai media non sembrano avere nessun impatto sulla crudele gestione dei migranti.

Nonostante qualche freno imposto dalla magistratura Trump non dà nessun segno di frenare gli eccessi. Proprio in questi giorni l’Fbi ha arrestato una giudice del Wisconsin accusata di avere impedito l’arresto di un migrante nell’aula del suo tribunale. Un messaggio ai magistrati che anche loro possono essere colpiti anche se Trump ha detto che obbedirà agli ordini della Corte Suprema. Un altro ex giudice nel New Mexico e sua moglie sono accusati di avere ospitato tre venezuelani ricercati. Questi arresti non significano necessariamente colpevolezza ma servono a mandare un messaggio minaccioso a tutti i giudici. Questi abusi preoccupano gli americani. Il sondaggio del Washington Post/Abc ci informa che il 53 percento non approva l’operato di Trump sull’immigrazione.

Nel suo primo mandato Trump aveva agito in maniera potenzialmente illegale come ci confermano i due impeachment subiti. Nel suo secondo mandato il 47esimo presidente si sente più spavaldo in parte per avere vinto non solo l’electoral college ma anche il voto popolare. Inoltre il suo partito ha la maggioranza in ambedue le Camere legislative. Trump si sente dunque sicuro di sé e nulla sembra preoccuparlo. In una recente intervista a Time Magazine ha dichiarato che “governa gli Stati Uniti ma anche il resto del mondo”. Si sbaglia ma le sue parole hanno influenza a volte proprio contro i suoi piani. L’elezione di Mark Carney del partito liberal a primo ministro del Canada che ha sconfitto il candidato di destra (e trumpiano) Pierre Poilievre ce lo conferma. Il candidato conservatore era avanti di una trentina di punti nei sondaggi nel mese di gennaio. Le minacce di dazi al Canada e l’anti-trumpismo dei canadesi alimentati dal presidente Usa hanno contribuito notevolmente all’elezione di Carney, il candidato che ha promesso di difendere il suo Paese dagli eccessi del presidente Usa.