Le minacce di Trump alle università: Harvard resiste

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harvard university“Le università sono il nemico”. Lo ha detto J.D. Vance in un discorso alla National Conservative Conference nel 2019 quando l’attuale vice presidente era senatore dell’Ohio. In quell’occasione Vance lodò anche la saggezza di Richard Nixon che aveva anche lui attaccato “i professori come i nemici”. Nixon nel 1972 era arrabbiatissimo con il mondo accademico per le manifestazioni contro la guerra del Viet Nam. Per vendicarsi l’allora presidente ordinò al personale dell’Office of Budget and Management di tagliare i fondi al Massachusetts Institute of Technology (MIT), uno degli atenei più prestigiosi in America, che però non furono messi in pratica.

Nixon fu un dilettante in comparazione agli attacchi sferrati dal presidente attuale alle università. Donald Trump ha minacciato di tagliare i fondi del governo a quelle università che non seguiranno le sue direttive di smantellare quello che lui vede antisemitismo nel mondo accademico. Inoltre ha insistito che gli atenei devono modificare le loro assunzioni e cambiare i loro programmi per riflettere valori che lui considera appropriati.

Alcune università minacciate da Trump, come la Columbia University di New York, si sono piegate e hanno promesso di accedere ai desideri del presidente per non perdere milioni di dollari dal governo federale. La Columbia ha accettato la maggioranza delle richieste incluso il bando all’uso della maschere nel campus, concedere il potere alle forze di sicurezza di rimuovere o arrestare studenti e modificare il dipartimento di Studi del Medio Oriente che era stato fonte di proteste a favore della causa palestinese.

Harvard University invece ha preso la strada della resistenza a Trump reiterando legittimamente la sua libertà di gestire i suoi programmi secondo i principi tradizionali della libertà di espressione storica del mondo accademico. In una lettera pubblica, il rettore di Harvard, Alan M. Garber, ha ribadito l’autonomia e indipendenza della cultura e dell’Università. Garber ha continuato sostenendo che l’Università non rinuncerà alla propria indipendenza né rinuncerà ai propri diritti costituzionali. Continuerà a mantenere i valori come istituzione privata dedita alla ricerca, alla produzione e alla diffusione della conoscenza.

La posizione di Harvard è ammirevole anche se alcuni critici hanno rilevato che l’ateneo, con un patrimonio di 53 miliardi di dollari, potrebbe permettersi la perdita dei 2 miliardi minacciati da Trump. Ci sarebbero però altri pericoli per l’università poiché Trump ha minacciato di revocare lo status fiscale di ente no profit e limitare il visto a studenti stranieri. Lo status fiscale sarebbe sfidato legalmente ma quello dei visti agli studenti stranieri, il 27 percento degli studenti di Harvard, sarebbe difficile da mitigare. Inoltre la minaccia potrebbe fare cambiare idea a studenti stranieri di venire a studiare in America non solo a Harvard ma anche in altre università del Paese. Da rilevare che gli studenti stranieri sono anche un business per le università americane poiché pagano la totalità delle rette che a Harvard si avvicinano a 60 mila dollari annui. Il costo delle università in America è alto ma anche qui Harvard ha recentemente dimostrato una buona dose di sensibilità offrendo di coprire rette e altre spese agli studenti le cui famiglie hanno redditi inferiori a 200 mila dollari annui.

La reazione di Harvard è importante per molte ragioni. A cominciare dal fatto che l’ateneo si trova nei ranking mondiali fra i primi cinque. In effetti quando si dice Harvard si pensa alle conoscenze dell’università per eccellenza. Non sorprende dunque che la presa di posizione di Harvard sia stata adottata anche da quasi 200 altre università che hanno firmato una lettera rilasciata dalla American Association of Colleges and Universities. La missiva, firmata dai rispettivi rettori, obietta “l’interferenza senza precedenti” del governo di Trump nella libertà degli atenei di svolgere le loro tradizionali attività.

Le minacce di Trump funzionano quando lui riesce ad incutere la paura. Poi quando si scontrano con muri il 47esimo presidente si trova spesso costretto a fare marcia indietro com’è avvenuto con i dazi e la minaccia di licenziare Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve. L’annuncio dei dazi ha causato i mercati borsistici a crollare e sollevare la paura di una possibile recessione. Proprio in questi giorni Trump ha fatto marcia indietro suggerendo che per ora Powell terrà il suo posto e che ridurrà i dazi alla Cina. Le minacce di Trump quando generano resistenza alla fine ci rivelano le debolezze dell’uomo ma soprattutto il fatto che negoziare con lui ha poco valore perché con ogni probabilità cambierà idea. L’inaffidabilità del presidente crea insicurezza non solo nel mondo accademico ma anche nell’economia e mina anche la stabilità mondiale, suggerendo che la leadership americana è una cosa del passato.




Disperazione America, Donald alle corde

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trump dolar estados unidos 750x375Difficile ricordare un momento di debolezza come questo per gli americani, ora tutti i nodi stanno venendo al pettine e la soluzione non è semplice, anzi parrebbe non esserci.
Donald prova a seminare panico per trovare risorse anche con il ricatto per continuare a tenere a galla un sistema che non regge.
Con lo spauracchio dei dazi a cosa punta Donald? Punta a piazzare il debito pubblico americano ormai fuori controllo: voi sottoscrivete il nostro debito, io non vi applico i dazi, così facendo si sposta l’ora della verità.
Il debito pubblico USA ammonta a 35.000 mld di $ che i cittadini americani non riescono a finanziare, quindi vanno ricercati all’estero i soldi. Ogni anno il debito americano aumenta del 7% (a differenza di noi italiani del 3,4% ) , a parte le percentuali sono le cifre che sono gigantesche ed avvicinano sempre di più i tempi della probabilità di insolvenza.
Oltre al debito pubblico fa paura il deficit commerciale che ammonta a 1000 mld di $ all’anno (in Italia c’è un avanzo di 50 mld di €) e quello non si può ridurre facilmente se non riducendo il potere d’acquisto degli americani con l’aumento dei prezzi dei beni (dazi) e con la svalutazione del dollaro che ha già perso il 7% con l’euro in un paio di mesi.
Due soluzione queste dettate dalla disperazione. Ultimo, ma non ultimo, problema è il prezzo del petrolio ormai prossimo ai 60 $ al barile che corrisponde al prezzo d’estrazione, sotto i 60$ si estrae in perdita, gli USA sono il primo produttore mondiale di petrolio. Ormai i segnali di recessione mondiale ci sono tutti ed il petrolio è la prima commodity che segnala la recessione con il calo del prezzo, questo per gli USA è un altro grosso problema che si somma agli altri , l’industria del petrolio in USA è strategica.
L’America è in ginocchio, malgrado gli strilli e le minacce Putin continua , anzi incrementa , i bombardamenti in Ucraina , le carte le da lui a dispetto della propaganda occidentale che racconta un’altra storia .
Quindi tempesta perfetta? Quanto vorrei sbagliarmi!



I muscoli volubili di Trump sui dazi: caos nazionale e globale

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trumpportraitSiamo grati al presidente Trump per la decisione di escludere il petrolio e il gas naturale dai nuovi dazi… considerando il ruolo dell’America come esportatore netto di energia”. Queste le parole di Mike Sommers, leader esecutivo dell’American Petroleum Institute, un lobby di energie fossili che hanno contribuito quasi 100 milioni di dollari alla rielezione di Trump.

L’esclusione dai dazi all’energia fossile non sorprende dunque. Trump è notissimo per colpire i suoi nemici e ricompensare i suoi sostenitori. Non sorprende nemmeno la sua volubilità e grande capacità di vedere il mondo con lenti personali che spesso hanno nulla a che fare con la realtà obiettiva. La sua politica sui dazi rivela la sua grande capacità di sbilanciare tutti e costringere con minacce al tavolo dei negoziati dove i suoi interlocutori si devono presentare offrendogli regali in un modo o nell’altro. A volte i regali hanno a che fare con i suoi guadagni personali e in altri casi servono ad ampliare il suo potere e ricordarlo a tutti che lui è il gorilla di 300 chili.

Trump preferisce governare da quasi dittatore e il bastone dei dazi gli conferisce poteri che equivalgono agli aumenti delle tasse senza legiferare. Infatti, i dazi, come tutti gli analisti hanno chiarito, si traducono in imposte che alla fine verranno pagate dai consumatori americani. Trump li vede invece falsamente come guadagni per le casse del tesoro che lui può imporre a Paesi stranieri per “vendicare” gli Stati Uniti dalle truffe subite che lui vede nel deficit commerciale. Gli Usa importano più di quello che esportano ed ecco la truffa. Trump considera semplicemente i prodotti che anni fa venivano fabbricati negli Usa e eventualmente le aziende americane hanno trasferito la produzione in luoghi con manodopera molto più bassa. Nei suoi calcoli Trump non considera i servizi finanziari e tecnologici che generano un notevole surplus come ha fatto giustamente notare Fareed Zakaria nel Washington Post. Zakaria smantella anche la visione della truffa perpetrata agli Usa rilevando che nel sistema globale gli americani vivono bene e hanno uno standard di vita con pochissimi rivali. Persino gli stipendi medi del Mississippi, lo stato più povero del Paese a strisce e stelle, sono più alti dei Paesi europei occidentali eccetto per la Germania.

Il potere di Trump come presidente di imporre dazi dovrebbe essere sotto il controllo del Congresso. L’International Emergency Economic Power Act del 1977 però permette al presidente di imporre dazi in casi di emergenza. Dov’è l’emergenza? Esiste solo nella mente di Trump ma sfortunatamente il Congresso attuale, con maggioranza repubblicana, ha abdicato il suo ruolo di contrappeso. Qualche lieve voce però si sta alzando per limitare gli eccessi di Trump. Il Senato ha recentemente approvato con una leggera maggioranza bipartisan l’abrogazione dei dazi imposti al Canada per la questione della fentanyl che secondo Trump sarebbe un’emergenza. Il disegno di legge quasi certamente non sarà approvato dalla Camera ma ci suggerisce che i dazi non sono popolari.

Il consigliere per il commercio di Trump che promuove i dazi è Peter Navarro. Elon Musk, però, il grande sostenitore di Trump, ha attaccato il consigliere asserendo che Navarro è “più stupido di un sacco di mattoni”. Il padrone di X (già Twitter) non ha attaccato direttamente Trump ma ovviamente non crede ai dazi. Nel suo recente intervento via video al Congresso della Lega di Matteo Salvini, Musk ha dichiarato che vuole eliminare i dazi fra gli Usa e l’Europa.

Le pressioni ricevute da Trump da parte di legislatori repubblicani e altri sostenitori gli hanno forzato la mano e ha fatto marcia indietro. Il 47esimo presidente ha annunciato la sospensione dei dazi reciproci confermandoli solo al 10%, eccetto per la Cina, che aumenteranno al 125 percento. Lo Standard and Poor Index 500 che era sceso del 15 percento nei giorni scorsi ha recuperato quasi il 10 percento in poche ore. Il cambiamento di rotta di Trump rivela che i suoi annunci possono smuovere i mercati e creare instabilità allo stesso tempo. Nella mente del presidente gli confermerà il suo potere ma la sua volubilità di dazi sì, dazi no, o forse, rende gli Usa inaffidabili. Le aziende per prosperare hanno bisogno di consistenza per stabilire i loro programmi. Anche i consumatori hanno bisogno di stabilità per le loro spese. Dopotutto il 70 percento dell’economia americana dipende dalle spese dei consumatori che eccetto per l’indispensabile cibo potrebbero frenare i loro acquisti.

La marcia indietro di Trump di sospendere i dazi e la reazione positiva dei mercati borsistici però gli confermano il suo potere. In una cena di raccolta fondi per il Partito Repubblicano il giorno prima della sospensione dei dazi Trump si è vantato che tutti i Paesi lo stanno pregando di “fare accordi” aggiungendo con un linguaggio volgare che i leader dei Paesi stranieri sono pronti a “baciargli il c….lo” pur di ottenere qualche accordo sui dazi. Con la sospensione dei dazi però questi Paesi avranno anche capito che qualunque accordo fatto con Trump potrebbe essere cancellato in un batter d’occhio. Nella campagna elettorale del 2024 Nikki Haley, che sfidò Trump per la nomination repubblicana, disse che dovunque lui va “il caos lo segue”. Aveva ragione. Adesso il caos non è solo nazionale ma è divenuto globale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.




E’ scoccata l’ora dei dazi “reciproci”, Borse giù. Trump: “Gli altri Paesi mi chiamano e mi baciano il culo”

il presidente trump partecipa all'evento make america wealthy again

il presidente trump partecipa all'evento make america wealthy again
DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

Washington, ore 00:01. E’ cominciata. Con lo scoccare della mezzanotte sulla costa Est americana – le 6 del mattino in Italia – è scattata ufficialmente la nuova ondata di dazi reciproci annunciata la settimana scorsa da Donald Trump. Una valanga di tariffe che colpisce centinaia di Paesi, ma ha un bersaglio principale: la Cina. A Pechino verranno imposti dazi del 104% sul valore delle merci esportate verso gli Stati Uniti. Una dichiarazione di guerra commerciale più che un’azione tattica.

Trump, per dare la misura del livello di scontro, in un comizio tenuto al National Republican Congressional Committee, ha sbeffeggiato i Paesi che hanno tentato un approccio diplomatico con Washington: “Questi Paesi ci stanno chiamando, baciandomi il culo. Muoiono dalla voglia di fare un accordo”. Meloni andrà a Washington il 17 aprile, di persona.

MERCATI GIU’

Le Borse asiatiche come prevedibile hanno reagito male. Dopo un temporaneo rimbalzo, Tokyo ha chiuso con il Nikkei 225 in calo del 4,3%, mentre Taiwan ha visto il Taiex crollare del 6,2%. I mercati, già instabili, ora ballano sulle sabbie mobili della politica protezionista americana.

E così all’apertura delle borse europee il trend si conferma. Il FTSE Mib di Milano, il DAX 40 tedesco, il CAC 40 a Parigi, e l’IBEX 35 spagnolo: perdono tutti più del 2%. Lo Stoxx 600 è in calo del 2,7%.

Nel frattempo l’Europa si prepara al contrattacco, ma con calma. A Bruxelles, il Consiglio dell’Unione Europea approverà oggi un pacchetto di dazi di ritorsione contro gli Stati Uniti, in risposta alle tariffe su acciaio e alluminio entrate in vigore il 12 marzo. Si parla di contromisure per un valore complessivo di circa 12 miliardi di euro stimati. Ma per reagire alla nuova ondata di dazi “reciproci”, servirà più tempo: la burocrazia UE non è nota per la sua velocità.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Dazi, Meloni: “Scelta Usa sbagliata, ma non alimentare allarmismo”

dazi trump firma fg ipa

dazi trump firma fg ipa“Penso che la scelta degli Stati Uniti” di introdurre i dazi “sia una scelta sbagliata”, che “non favorisce né l’economia europea né quella americana. Ma penso anche che non dobbiamo alimentare l’allarmismo che sto sentendo in queste ore”. Lo afferma la premier Giorgia Meloni intervistata dal Tg1.

“Il mercato degli Stati Uniti è un mercato importante per le esportazioni italiane, vale alla fine il 10% del complessivo delle nostre esportazioni. Noi non smetteremo di esportare negli Stati Uniti, significa che ovviamente abbiamo un altro problema che dobbiamo risolvere, ma non è la catastrofe che insomma alcuni stanno raccontando”, aggiunge la presidente del Consiglio.

MELONI: NON RISPONDERE CON ALTRI DAZI, DISCUSSIONE FRANCA CON USA

Per la premier “bisogna ovviamente condividere le nostre proposte con i partner europei”. In ambito Ue “ci sono scelte che possono essere diverse, ad esempio io non sono convinta che la scelta migliore sia quella di rispondere a dazi con altri dazi, perché l’impatto potrebbe essere maggiore sulla nostra economia rispetto a quello che accade fuori dai nostri confini”. Per questo, aggiunge Meloni, “bisogna aprire una discussione franca nel merito con gli americani, con l’obiettivo dal mio punto di vista di arrivare a rimuovere i dazi, non a moltiplicarli”.

MELONI: NOI IMPREPARATI? DA OPPOSIZIONI NESSUNA PROPOSTA

“Le opposizioni fanno il loro lavoro, però da loro attualmente non è arrivata neanche una proposta”, spiega Meloni replicando alle accuse di impreparazione del governo nei confronti degli Usa sul tema dei dazi.

MELONI: UE RIMUOVA DAZI CHE SI È AUTOIMPOSTA

Secondo la premier “il ruolo dell’Italia” sul fronte dazi “è portare gli interessi italiani, particolarmente in Europa, perché mentre noi trattiamo con gli americani ci sono molte cose che possiamo fare per rimuovere i dazi che l’Unione Europea si è autoimposta. Cito ad esempio le regole ideologiche non condivisibili sul settore dell’automotive, del Green Deal. E l’automotive oggi è colpito dai dazi. Cito l’energia che è un fattore di competitività sul quale dobbiamo avere molto più coraggio. Cito la semplificazione perché siamo soffocati dalle regole. Cito il patto di stabilità, forse una revisione del patto di stabilità a questo punto sarebbe necessaria. Queste sono le proposte che l’Italia porterà in Europa ed è possibile che non siano perfettamente sovrapponibili con i partner ma abbiamo il dovere di farlo”.

MELONI: ORA STUDIO IMPATTO, POI CONFRONTO CON CATEGORIE SU SOLUZIONI

Che cosa sta facendo il Governo sui dazi introdotti dagli Usa? “Noi stiamo facendo e dobbiamo fare uno studio sull’impatto reale che settore per settore ha questa scelta”. Poi “ci confronteremo la settimana prossima con i rappresentanti delle categorie produttive per confrontare anche con le stime che hanno loro e cercare le soluzioni migliori”, afferma Meloni.

Agenzia DIRE –  www.dire.it

FOTO ADNKRONOS.COM




L’ordine esecutivo di Trump per smantellare il ministero della pubblica istruzione: strada in salita

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lp 23229174(2) u55053881328clv 1440x752@ilsole24ore web“La mia amministrazione prenderà tutte le misure legali per smantellare il dipartimento….. Riconsegneremo i nostri studenti agli Stati….. e faranno un lavoro fenomenale”. Con queste parole Donald Trump ha annunciato il suo ordine esecutivo per chiudere il Department of Education, il ministero della Pubblica Istruzione.

La legge americana non permette a nessuno, incluso il presidente, di eliminare un Dipartimento poiché richiede azione legislativa. Trump lo sa bene, ma il suo ordine esecutivo ha già assestato duri colpi alla pubblica istruzione che in grande misura è già sotto controllo dei diversi Stati e dei distretti locali. Il presidente nel suo annuncio dà l’impressione che la pubblica istruzione verrà capovolta da federale a statale. Questa impressione è probabilmente più forte in altri Paesi in cui esistono sistemi centralizzati e strutturati a livello nazionale.

Il curriculum e i bilanci delle scuole pubbliche americane dall’asilo alle “high school”, le scuole superiori, sono determinate dagli Stati e i distretti delineati per diverse comunità. Solo il 15 percento del bilancio delle scuole viene dal governo federale. Il resto viene dal bilancio statale e in molti casi è basato in grande misura sulle tasse agli immobili. Ecco come si spiega il fatto che le scuole “buone” si trovano in zone dove le case costano moltissimo e quelle poco desiderate si trovano in zone abitate dai ceti bassi. Negli ultimi tempi vi sono stati dei cambiamenti che hanno cercato di ridurre queste disparità. In California, dopo l’approvazione della Proposition 13 nel 1978, un referendum che ha imposto il limite di uno percento di tasse sulle case, ha causato un terremoto ai bilanci delle scuole. Con la nuova legge lo Stato si è assunto la responsabilità di stanziare i fondi per le scuole in maniera equa anche se alcune disparità continuano ad esistere.

Il governo federale, con la creazione del Department of Education nel 1979 durante l’amministrazione di Jimmy Carter, ha funzionato in un modo simile, cercando di tappare buchi e ridurre la disparità non solo tra distretti scolastici ma anche fra Stati. Milioni di bambini in comunità svantaggiate, specialmente i disabili, hanno beneficiato dell’assistenza fornita dal Department of Education mediante fondi erogati dal governo federale. Inoltre, mediante leggi approvate dal governo i diritti degli studenti con disabilità sono stati protetti, specialmente negli Stati più poveri, molti dei quali sono grandi sostenitori di Trump.

Il Department of Education è anche stato molto efficace al livello universitario erogando borse di studio per studenti meritevoli e poveri ma anche con la gestione di prestiti. Infatti si calcola che 1.600 miliardi di dollari fanno parte della gestione di questi prestiti che hanno facilitato gli studi universitari a individui con poche risorse finanziarie. Considerando i costi molto alti delle rette universitarie questi prestiti hanno tappato un altro buco facilitando il conseguimento di lauree a individui che in passato non avevano molte opportunità. Joe Biden da presidente ha fatto notevoli sforzi per cancellare parzialmente questi prestiti, specialmente ai laureati dei ceti bassi che hanno grosse difficoltà a ripagarli.

Trump ha preso una strada diversa asserendo falsamente che il Department of Education non serve a nulla e quindi va smantellato. Difatti ha già tagliato i dipendenti del 50 percento e ha anche apportato tagli alle università che senza assistenza federale non possono continuare le loro ricerche, specialmente nel campo della sanità.

L’università della California del Sud, (USC di Los Angeles), uno degli atenei più noti, ha informato il personale di potenziali riduzioni nei loro programmi a causa di probabili tagli dal governo federale. Nel 2024 l’ateneo ha ricevuto 1.35 miliardi di dollari dal governo federale per finanziare le loro ricerche. Altre università versano in condizioni simili. In alcuni casi l’amministrazione Trump ha minacciato ulteriori tagli a quelle università che non eliminano i loro programmi di inclusione. La Columbia University si è inchinata ed ha obbedito per non perdere 400 milioni di dollari federali. Altre università stanno cercando di risolvere la questione delle minacce di Trump senza danneggiare i loro programmi ma mantenendo un minimo di integrità professionale.

L’eliminazione del Department of Education non avverrà completamente perché dovrebbe essere effettuata mediante legislazione. Fino adesso Trump ha governato mediante ordini esecutivi, decreti che in alcuni casi non hanno nessun effetto pratico, come il suo ultimo sulle regole delle elezioni americane. Come si sa, gli stati gestiscono le elezioni secondo le leggi statali con modalità diverse, con minime regole di leggi federali. Quindi legiferare non piace a Trump perché richiede la cooperazione delle due Camere dove i repubblicani hanno leggere maggioranze. Ma l’ostacolo più serio alle legislazioni emergerebbe dal Senato dove vige la regola del filibuster, che richiede la maggioranza ad oltranza di 60 consensi per procedere ai voti. I democratici hanno 47 seggi al Senato e potrebbero, rimanendo compatti, facilmente bloccare l’agenda legislativa di Trump. Ecco come si spiegano le valanghe di ordini esecutivi dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Gli americani non sono favorevoli all’abolizione del Department of Education. Un sondaggio della Quinnipiac University ci informa che il 60% è contrario. Il Department of Education non sarà dunque abolito ma sarà gravemente ferito dalle politiche del 47esimo presidente.




Trump demolisce la sanità pubblica americana: tagli per 12 miliardi di dollari

sistema sanitario americano

sistema sanitario americanoIl Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti ha improvvisamente bloccato oltre 12 miliardi di dollari di finanziamenti federali destinati agli stati, fondi cruciali per la sorveglianza delle malattie infettive, i servizi di salute mentale e la lotta alle dipendenze.

I tagli, annunciati con effetto immediato, minacciano di paralizzare i dipartimenti sanitari statali, già in difficoltà per la carenza di risorse e il crescente peso di epidemie in ripresa, come la sifilide, e nuove minacce sanitarie, tra cui l’influenza aviaria.

Lunedì sera, i primi avvisi sono stati recapitati alle autorità locali: “Non possono essere svolte attività aggiuntive e non possono essere sostenuti costi aggiuntivi in relazione a questi fondi”, recita la comunicazione ufficiale.

Le conseguenze non si sono fatte attendere. A Lubbock, in Texas, le autorità sanitarie hanno dovuto interrompere tre progetti finanziati dalle sovvenzioni, inclusa la risposta all’epidemia di morbillo. In altri stati, come Maine e Rhode Island, le amministrazioni stanno ancora valutando l’impatto del provvedimento, mentre in molte aree si profila il licenziamento di epidemiologi e specialisti di dati sanitari.

Secondo alcune stime, il 90% del personale di alcuni team per le malattie infettive potrebbe perdere il posto di lavoro. I finanziamenti tagliati provengono in gran parte dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC), per un totale di 11,4 miliardi di dollari, e dalla Substance Abuse and Mental Health Services Administration (SAMHSA), che perde circa 1 miliardo.

Questi fondi erano stati originariamente stanziati dal Congresso per sostenere la risposta al Covid-19, finanziando test, vaccinazioni e la riduzione delle disuguaglianze sanitarie. Nel 2023, tuttavia, erano stati autorizzati per affrontare altre emergenze sanitarie, tra cui la prevenzione di malattie respiratorie, le vaccinazioni per bambini non assicurati e la gestione delle crisi sanitarie.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Trump non si arrende: “Abbiamo bisogno della Groenlandia”

visita di zelensky negli stati uniti d'america

visita di zelensky negli stati uniti d'america
DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

Donald Trump torna a puntare gli occhi sulla Groenlandia, e lo fa con dichiarazioni che riaccendono la tensione diplomatica con la Danimarca.

In un’intervista rilasciata al podcaster Vince Coglianese, Il Presidente degli Stati Uniti ha rilanciato l’ormai nota ambizione: “Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale. Ne abbiamo bisogno. Dobbiamo averla. Odio dirlo in questo modo, ma dovremo averla”.

Parole pesanti, arrivate alla vigilia della visita del vicepresidente americano JD Vance sull’isola, visita che però ha subito un drastico ridimensionamento.

VISITA RIDOTTA, SOSPIRO DI SOLLIEVO PER COPENAGHEN

Il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen ha accolto con favore la decisione di limitare la tappa di Vance alla sola base militare americana di Pituffik, nel remoto nord-ovest della Groenlandia.

“È positivo che gli americani abbiano rinunciato alla visita alla società groenlandese. Andranno a Pituffik, che è una loro base, e su questo non abbiamo nulla da obiettare”, ha dichiarato Rasmussen all’emittente DR.

Il ministro ha sottolineato l’importanza che le autorità statunitensi non si inseriscano nel contesto politico e sociale della Groenlandia senza un invito ufficiale, soprattutto in un momento in cui il territorio autonomo danese è in fase di transizione verso un nuovo governo.

PROTESTE E TENSIONI DIETRO LE QUINTE

L’ipotesi di una visita americana più ampia aveva già sollevato malumori. I governi di Danimarca e Groenlandia avevano protestato apertamente contro il viaggio della delegazione Usa, voluto da Trump, considerandolo inopportuno e non concordato. La mancanza di un invito formale, unita alla delicata situazione politica interna all’isola, ha contribuito ad alimentare le frizioni.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Il messaggio di Trump agli europei: “Siete dei parassiti”

visita di zelensky negli stati uniti d'america

visita di zelensky negli stati uniti d'america
DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

Non ha bisogno di nascondere nulla, Donald Trump, nemmeno il disprezzo per l’Europa. Per cui in un’intervista rilasciata a Newsmax il presidente americano rilancia i contenuti dell’imbarazzante “chat-gate”: “Gli europei sono dei parassiti”.

Detto ciò, Trump conferma che non farà sconti sui dazi che scatteranno il 2 aprile e ci punta il dito contro: “Siamo stati imbrogliati per 45 anni, da amici e nemici. Ma spesso i cosiddetti amici sono i peggiori. Guardate l’Unione Europea, guardate cosa ha fatto a questo Paese, ci ha messi in ginocchio”.

Trump ha ovviamente difeso Vance e l’epic-fail dei suoi uomini che su Signal svelavano piani di attacco classificato come se parlassero di calcio al bar, ignorando di aver inserito (“non si sa come”, ha ammesso il consigliere per la Sicurezza nazionale Mike Waltz) nel gruppo il direttore di The Atlantic Jeffrey Goldberg. “Crediamo si sia trattato di un errore di un membro dello staff. Aveva il numero di Goldberg e lo ha aggiunto involontariamente alla chat”, ha spiegato Trump.

Trump ha riservato parole di ammirazione per Elon Musk, definendolo “un meraviglioso patriota”: “Non lo conoscevo bene prima della campagna presidenziale, ma ama il Paese e non mi ha mai chiesto favori“.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Dal Wisconsin a Washington D. C.: Musk e Trump sfidano i magistrati

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ibrodpk6u 1256x620 1“E chi non vorrebbe l’endorsement del presidente in carica che gode di tanta popolarità adesso?” Così Brad Schimel, candidato a giudice della Corte Suprema nello Stato del Wisconsin che terrà l’elezione il primo aprile. Schimel ha continuato a cantare le lodi di Trump aggiungendo che il presidente è riuscito a compiere molte cose anche prima del suo insediamento.

Trump non ha ancora offerto il suo endorsement ma il suo amicone Elon Musk lo aveva già fatto nel mese di gennaio in un tweet in cui ha dichiarato l’importanza di “votare per il repubblicano nell’elezione per la Corte Suprema del Wisconsin per evitare la frode elettorale”. Il padrone di X (già Twitter) ha anche aperto il suo portafoglio spendendo 11 milioni di dollari in annunci negativi per attaccare Susan Crawford, la rivale di Schimel. Musk però non sarebbe motivato solo da ideologia. Attualmente Tesla si trova in difficoltà legali perché lo Stato gli ha negato di aprire una concessionaria per vendere le sue macchine direttamente ai consumatori invece di usare intermediari come fanno le altre aziende automobilistiche.

Perché interessa tanto l’elezione del primo aprile in Wisconsin a Musk? Il Badger State (Stato del tasso) è uno dei pochi Stati “turchini”, che a volte va ai democratici e a volte ai repubblicani per le elezioni presidenziali. La maggioranza alla Corte Suprema statale ha però influenza che va al di là delle contese nazionali. Non sorprende dunque che anche i democratici abbiano speso notevoli somme di soldi per supportare Crawford anche se molto meno. Il Wisconsin fu vinto da Joe Biden nelle presidenziali del 2020 con un margine del 0,6 percento e nel 2024 da Trump con un margine del 0,9%. Si tratta di una ventina di mila voti. Nelle elezioni statali però storicamente i repubblicani hanno avuto molto successo proprio perché dominavano alla Corte Suprema che decide le mappe elettorali. Questo potere di decidere le delineazioni dei seggi nelle elezioni statali ma anche per quanto riguarda i seggi alla Camera federale conferisce grandi vantaggi politici. Chi decide queste delineazioni elettorali lo fa spesso per facilitare la vittoria di un partito o l’altro.

Due anni fa però dopo l’abrogazione del diritto all’aborto per decisione della Corte Suprema statunitense la maggioranza dei giudici all’Alta Corte del Badger State è cambiata. Con la vittoria di Janet Protasiewicz i democratici ottennero la maggioranza di 4-3 e dunque alcune modifiche furono fatte dalla legislatura con l’approvazione della Corte Suprema statale. Si è creato un sistema di distretti più competitivo. L’elezione di Protasiewicz fu resa possibile dall’animosità verso i repubblicani che furono penalizzati dall’ira delle donne per la perdita del loro diritto. La maggioranza democratica alla Corte Suprema del Wisconsin è durata due anni poiché la giudice Ann Walsh Bradley ha annunciato l’intenzione di andare in pensione. Ecco come si piega l’elezione del primo aprile.

Può sembrare strano che i giudici della Corte Suprema di uno Stato vengano scelti dagli elettori direttamente. Ma nel Wisconsin come in altri 24 Stati dell’Unione i giudici della Corte Suprema Statale vengono eletti democraticamente. In 10 di questi Stati i candidati sono eletti in elezioni regolari e i giudici sono identificati nelle schede elettorali secondo l’affiliazione al loro partito. In altri 14 Stati, invece, le elezioni sono non partisan in cui i candidati appaiono nelle schede elettorali senza l’identificazione del partito politico come avviene in Wisconsin. Ciononostante nella campagna elettorale l’ideologia dei candidati a giudici emerge chiaramente. Negli altri Stati i giudici della Corte Suprema vengono nominati tipicamente dal Governatore e in due vengono nominati dalla legislatura. Il legame tra magistratura e politica è ovviamente chiaro. Anche nella Corte Suprema federale i giudici vengono nominati dal presidente e confermati dal Senato, ambedue organi politici. Ecco come si spiega l’orientamento conservatore di 6 dei 9 giudici attuali, 3 dei quali sono stati nominati da Trump.

L’attuale inquilino alla Casa Bianca non si è pronunciato sull’elezione del Wisconsin. Ha altre gatte giudiziarie molto più serie da pelare. La prima è l’ingiunzione del giudice distrettuale Theodore Chuang del Maryland che ha bloccato a tempo indeterminato tagli addizionali all’USAid apportati da Musk e il suo Dipartimento dell’Efficienza Governativa (Doge). Il giudice Chuang ha congelato lo smantellamento dell’agenzia per lo sviluppo poiché le azioni di Doge probabilmente violano la Costituzione degli Stati Uniti. Ma il secondo caso è molto più grave. Si tratta dell’accusa di Trump al giudice federale James Boasberg che ha messo dubbi sull’uso dell’Alien Enemies Act del 1798 per deportare alcune centinaia di migranti accusati di fare parte della gang venezuelana Tren de Aragua. Per assumere pieni poteri e raggirare la magistratura Trump si è inventato una guerra che gli permetterebbe di deportare chi vuole. In un messaggio durissimo contro Boasberg su Truth Social Trump lo ha accusato di essere un “lunatico di sinistra radicale…… che dovrebbe essere messo sotto IMPEACHMENT” (maiuscole di Trump). Il presidente della Corte Suprema John Roberts, probabilmente reagendo all’attacco di Trump al giudice Boasberg, ha rilasciato un rarissimo comunicato in cui asserisce che “l’impeachment non è una risposta appropriata a una decisione giudiziaria” e che il processo di “appello esiste proprio per questo scopo”.

Il giorno dopo il comunicato di Roberts, Trump ha nuovamente attaccato il giudice Boasberg di “volere assumere il ruolo di presidente”. In realtà, Boasberg vuole semplicemente ricordare a Trump che non può agire da dittatore.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.