Trump annuncia la pubblicazione di 80mila file sull’omicidio di Kennedy

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trump 2Per tener fede alla teoria del caos comunicativo, Donald Trump ha annunciato che martedì – giorno della tanto attesa telefonata con Putin – verranno pubblicati “circa 80mila file” desecretati sull’assassinio del presidente John F. Kennedy, ucciso nel 1963 a Dallas.

“La gente – ha detto Trump – li aspetta da decenni. Sono molto interessanti. Non faccio anticipazioni, li leggerete e trarrete voi le conclusioni. Non credo che censureremo nulla“.

Agenzia DIRE – www.dire.it




Salto nel buio per il vino italiano dopo le dichiarazioni di Trump

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clip image001 1310x873“Speriamo che questa di Trump sia solo una provocazione. Una tassazione al 200% sui vini azzererebbe di fatto le vendite verso gli Stati Uniti, che sono il nostro primo mercato di sbocco per il vino, con quasi 1,9 miliardi euro e un peso sulle esportazioni agroalimentari oltreoceano del 26%”. Questo il commento del presidente di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, dopo le dichiarazioni rilasciate la scorsa settimana dal presidente Usa, Donald Trump.
La percentuale di export di vini verso gli Usa – ricorda Cia – ha segnato un incremento del +7% sull’anno precedente (+7%), con un’impennata per i vini spumanti (+19%). Si tratta di un’incidenza di quasi il 24% sull’export totale di vini tricolore.
A dipendere maggiormente dagli Stati Uniti per il proprio export sono i vini bianchi Dop del Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, con una quota del 48% e un valore esportato di 138 milioni di euro nel 2024; i vini rossi toscani Dop (40%, 290 milioni), i vini rossi piemontesi Dop (31%, 121 milioni) e il Prosecco Dop (27%, 491 milioni).
Il rischio di dazi – questo l’allarme della Confederazione degli agricoltori – lascerebbe strada libera ai competitor che potranno aggredire una quota di mercato molto appetibile: dal Malbec argentino, allo Shiraz australiano, fino al Merlot cileno. (aise) 




Schumer spacca i democratici sullo shutdown: Trump ringrazia

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chuck schumer official photoCi è voluto coraggio…. Una mossa intelligente del senatore Schumer. Potrebbe condurre a qualcosa di grande per gli Usa, l’inizio per una completa e nuova direzione”. Con queste parole Donald Trump ha lodato l’annuncio di Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, che non si opporrà alla legge straordinaria sul bilancio approvata dai repubblicani alla Camera. Tre giorni prima, però, Trump aveva insultato Schumer asserendo falsamente che non è “più ebreo” e che “è diventato palestinese”. Trump dice quello che vuole secondo il momento e ciò che lui crede gli sia conveniente.

Schumer aveva inizialmente dichiarato la sua opposizione al disegno di legge sul bilancio approvato dalla Camera per evitare lo shutdown, la chiusura dei servizi governativi non essenziali. Poi ha cambiato idea, deludendo i democratici alla Camera e anche buona parte dei senatori del suo partito.

La legge approvata dalla Camera aveva escluso negoziazioni coi democratici che avevano raccomandato un disegno di legge temporaneo di 30 giorni evitando lo shutdown. Durante questo periodo ci sarebbero state negoziazioni per una legge bipartisan. Mike Johnson, parlamentare della Louisiana e speaker della Camera, decise di ignorare i democratici consultandosi solo coi membri del suo partito. I democratici votarono contro la legge eccetto per Jared Golden del Maine e il repubblicano Thomas Massie del Kentucky (voto finale 217-213). La legge stabilisce il funzionamento del governo fino a settembre, aumenta 6 miliardi di dollari per la difesa, ma taglia 1 miliardo di dollari al bilancio di Washington D.C. La capitale, controllata da una amministrazione democratica, è spesso bersagliata dalla Camera quando i repubblicani hanno la maggioranza.

Al Senato Schumer aveva tentato di negoziare chiedendo ciò che non era riuscito ai parlamentari democratici alla Camera. Ma anche qui i repubblicani hanno deciso di agire da soli. Schumer, però, aveva una carta da giocare che manca alla Camera—il filibuster, la regola del Senato che richiede un voto di 60 dei 100 senatori per approvare la “cloture”, ossia la fine del dibattito e procedere al voto, che poi sarà deciso con semplice maggioranza. I repubblicani al Senato hanno una lieve maggioranza —53 a 47— ma non un numero sufficiente per stabilire la cloture da soli. Alla fine 11 senatori democratici hanno votato per procedere al voto che si è concluso con l’approvazione della legge (54-46). Una vittoria per i repubblicani poiché Schumer ha deciso di non fare leva sul filibuster per ottenere concessioni dai repubblicani. Ecco perché Trump ha lodato il leader della minoranza democratica al Senato.

In un editoriale nel New York Times Schumer ha spiegato che si tratta di una scelta dolorosa perché la chiusura dei servizi governativi avrebbe colpito i dipendenti federali che non sarebbero pagati durante lo shutdown. Schumer temeva anche che la sospensione dei lavoratori potrebbe essere peggiorata andando a finire all’eliminazione permanente dei posti di lavoro. Infatti, c’era un’altra ragione che ha spinto Schumer a cedere: la paura che gli americani avessero dato la colpa ai democratici per la chiusura del governo.

Schumer però si è sbagliato. Un sondaggio della Quinnipiac University ci informa che in caso di shutdown la responsabilità cadeva sui repubblicani e molto meno sui democratici ( 53% vs. 32%). La resa di Schumer fa prevedere altre ombre per il futuro. I repubblicani saranno incoraggiati a non lavorare in maniera bipartisan perché alla fine, il filibuster, l’unica arma a disposizione dei loro avversari non sarà usata. Inoltre la decisione di Schumer ha creato dissapori con i parlamentari democratici alla Camera che non promettono per future battaglie. Nancy Pelosi, parlamentare della California e speaker emerita, aveva consigliato ai senatori democratici di tenere duro. Hakeem Jeffries, il leader della minoranza democratica alla Camera, in una domanda dai giornalisti sulla posizione di Schumer si è limitato a dire “prossima domanda”, evidentemente contrariato. Alexandria Ocasio-Cortez, la nota parlamentare di sinistra di New York, aveva anche lei dichiarato la sua opposizione come avevano fatto anche Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts e Bernie Sanders, senatore del Vermont. In effetti, il partito democratico si è spaccato in una delle pochissime opportunità di lottare per gli americani.

“Non permetteremo a un Senato e una Camera con maggioranze repubblicane che un presidente repubblicano venga bloccato dal legittimo esercizio del suo potere esecutivo”. Così ha riassunto la situazione il parlamentare repubblicano dell’Oklahoma Tom Cole. Ha ragione. Le maggioranze repubblicane in ambedue le Camere sono però risicate e al Senato vige il filibuster. Schumer ha fatto la differenza con la sua timidezza. Ecco perché dopo gli insulti di Trump sulla sua religione lo ha lodato, lodi che includono anche una buona dose di umiliazione per Schumer.






Il potere giudiziario argina gli eccessi di Musk e Trump?

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ap24225509754850“Grazie di nuovo. Non lo dimenticherò”. Così Donald Trump a John Roberts, il presidente della Corte Suprema, in un momentaneo incontro nell’aula del Congresso subito dopo il discorso del 47esimo presidente alla Camera e al Senato. Le parole sono state accompagnate da una pacca sulla spalla del presidente al giudice, un gesto fuori dal normale verso il tradizionale rispetto ai magistrati, ma tutt’altro che atipico per Trump.

Difficile sapere precisamente perché Trump ha espresso la sua gratitudine ma molti analisti hanno ipotizzato che si trattasse dell’immunità presidenziale concessa dalla Corte Suprema nel mese di luglio del 2024 all’allora ex presidente e candidato repubblicano. Trump era infatti imputato di parecchi casi giudiziari e l’immunità della Corte Suprema ritardò i processi e alla fine con la sua rielezione furono messi da parte.

Se Trump ha dimostrato riconoscenza al potere giudiziario con le sue parole a Roberts lo stesso non si può dire recentemente dei suoi sostenitori poiché nel suo secondo mandato la magistratura è divenuta l’ultimo baluardo contro gli assalti alla legalità. La Camera e il Senato, con le maggioranze repubblicane, non stanno svolgendo il loro compito di contrappeso alle irregolarità di Elon Musk e del suo cosiddetto Dipartimento di Efficienza (Doge) che nelle ultime settimane ha fatto poco altro che licenziare dipendenti federali a destra e manca con la scusa di eliminare gli sprechi.

Le inevitabili denunce hanno ritardato e in alcuni casi costretto Musk e Trump a fare marcia indietro con le tipiche reazioni spropositate del presidente e del suo ultra ricco sostenitore. Infatti, è stato principalmente il padrone di Tesla, Starlink ed altre aziende a reagire con il suo solito stile. In un messaggio su X (già Twitter) Musk, ovviamente contrariato da ciò che vede come interferenza giudiziaria, ha postato usando anche lettere maiuscole che se “QUALUNQUE giudice può bloccare OGNI ordine presidenziale NON abbiamo più la democrazia, abbiamo TIRANNIA dei MAGISTRATI”.

Musk era arrabbiato perché infatti o non capisce il sistema americano dei tre rami del governo—il potere esecutivo, il potere legislativo e il potere giudiziario— o molto più probabilmente non gliene frega niente. Lui crede che la “motosega” consegnatagli da Trump dovrebbe tagliare dovunque vuole senza nessun ostacolo, senza considerare leggi, contratti, e il fatto che i fondi stanziati dalla legislatura devono essere usati secondo le leggi approvate. Senza considerare gli effetti che i tagli indiscriminati hanno sugli individui che li devono subire e vedono la loro vita messa sottosopra.

I giudici federali hanno usato ingiunzioni per frenare o sospendere almeno temporaneamente una serie di azioni di Trump e Musk. Includono l’assistenza della USAid a Paesi esteri, i diritti dei transgender, il diritto alla cittadinanza per nascita, il licenziamento arbitrario di licenziare dipendenti senza nessuna ragione, e i blocchi di spendere fondi stanziati dal Congresso. In alcuni casi l’amministrazione Trump non ha seguito le decisioni dei giudici come ci rivela la situazione del giudice John McConnell. Il giudice federale del Rhode Island aveva ordinato lo sblocco di fondi federali per 1000 miliardi stanziati dal Congresso, chiarendo che la legislatura controlla “il potere del portafoglio”. Quando l’amministrazione Trump non ha obbedito al suo ordine McConnell ha emesso un secondo ordine con dieci giorni di scadenza, minacciando i legali governativi che gli ordini giudiziari devono essere messi in atto “immediatamente”. Anche il giudice Amir Ali di Washington D. C. ha imposto una scadenza di 48 ore al rilascio di 1,5 miliardi di dollari promessi da USAid, bloccati dall’amministrazione Trump. Inoltre, il giudice William Alsup della California del Nord ha ordinato a una mezza dozzina di agenzie federali di ripristinare “immediatamente” gli impieghi di dipendenti temporanei licenziati il mese passato, etichettando i licenziamenti “una farsa”.

Musk e Trump però hanno poca volontà di obbedire gli ordini dei giudici e hanno dato indicazioni che li vedono come intralci al potere esecutivo. In questo quadro i giudici hanno poche carte da giocare. I magistrati possono fare ricorso ai US Marshals, il corpo di polizia federale incaricato della protezione dei magistrati ma anche di assicurare l’esecuzione delle sentenze. Il problema per i giudici è che gli US Marshals sono sotto il controllo del Dipartimento di giustizia, il cui capo è Matt Bondi, la procuratrice generale. Come si sa, la Bondi è stata nominata da Trump e confermata dal Senato recentemente. La Bondi è ovviamente grande sostenitrice di Trump ma dovrebbe agire in maniera indipendente dalle politiche partisan del suo capo. Cosa farà lei in questi casi? Obbedirà le decisioni dei giudici e il suo giuramento alla costituzione sapendo benissimo che Trump non esiterebbe a licenziarla e rimpiazzarla con un altro più accondiscendente?

Nel mese di febbraio Trump ha postato su X che “colui che salva il suo Paese non viola legge”, suggerendo che se lui si vede salvatore degli Usa potrebbe disobbedire anche i giudici. Fino adesso il 47esimo presidente non ha esplicitamente disobbedito la Corte Suprema che pende a destra (6-3), con tre togati nominati proprio da lui. Se Trump dovesse disobbedire la Corte Suprema si arriverebbe chiaramente a una crisi costituzionale. L’unica mossa sarebbe se i legislatori agirebbero per difendere la costituzione ma al momento i repubblicani sembrano essere troppo docili e non si crede che troverebbero il coraggio di dire no al loro capo.

Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

 




Trump vuole imporre dazi del 200% sui vini europei

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europe wine productionE ora chi lo dice a Lollobrigida? Donald Trump minaccia di imporre dazi del 200% su vino e champagne provenienti dai paesi dell’Unione Europea, in un’escalation ad alto tasso alcolico della guerra dei dazi con il resto del mondo.

Il Presidente degli Stati Uniti ha scritto su Truth Social che questo rilancio dei dazi sarebbe una ritorsione per la “sgradevole” imposta del 50% sul whisky bourbon annunciata dall’Ue (che dovrebbe entrare in vigore il 1° aprile) come ulteriore risposta ai dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e alluminio imposti da Trump, entrati in vigore mercoledì.

“Se questo dazio non verrà rimosso immediatamente – ha sctitto Trump – gli Stati Uniti imporranno a breve una tassa del 200% su tutti i vini, champagne e prodotti alcolici in provenienza dalla Francia e da altri paesi rappresentati dall’ue. Sarà una cosa grandiosa per il settore del vino e dello champagne negli Stati Uniti”, ha aggiunto. “Gli USA non hanno il libero scambio. Abbiamo uno “stupido scambio”. Il mondo intero ci sta derubando! L’unica cosa di cui dovete avere paura è la paura stessa!”.

Subito dopo l’uscita di Trump le azioni di Pernod Ricard sono scese di quasi il 4% e Rémy Cointreau è scesa del 3,5%. LVMH, proprietario di Moët & Chandon, dell’1,4%.

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Trump avvisa la Russia: “Se non si ferma, sanzioni devastanti”

g20 osaka summit

g20 osaka summit

Se la Russia decidesse di continuare il conflitto armato in Ucraina subirebbe sanzioni “devastanti”: lo ha detto oggi il presidente americano Donald Trump, incontrando alcuni giornalisti alla Casa Bianca.

“Ci sarebbero cose non piacevoli da un punto di vista finanziario” ha detto il capo dello Stato. “Posso fare cose sul piano finanziario”. Trump ha aggiunto: “Andrebbe molto male per la Russia; ma non lo vorrei fare perché vorrei ottenere la pace”.

Il presidente degli Stati Uniti ha riferito ai giornalisti che negoziatori americani si stanno dirigendo oggi a Mosca con il compito di trattare. Sul tavolo una proposta di tregua di 30 giorni che ieri è stata accettata dal governo di Kiev al termine dei colloqui americano-ucraini in Arabia Saudita.

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Arrivano i dazi di Trump: è allarme rosso per l’export agroalimentare made in Italy

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donald trump 1024x699Chianti e Amarone, Barbera, Friulano e Ribolla, Pecorino Romano, Prosecco e persino sidro di mele. Nella guerra commerciale che rischia di aprirsi con l’arrivo dei dazi di Trump il 2 aprile, ci sono prodotti tricolori in pericolo molto più degli altri, perché tanto dipendenti dall’export verso gli Stati Uniti. E lo stesso vale per le regioni, con Sardegna e Toscana particolarmente esposte a perdite milionarie con le nuove tariffe a stelle e strisce. È quanto emerge dall’analisi di Cia-Agricoltori Italiani, presentata alla sua X Conferenza economica a Roma, sulla base dei dati di Nomisma e dell’Ufficio studi confederale.

“Serve un’azione diplomatica forte per trovare una soluzione e non compromettere i traguardi raggiunti finora -ha dichiarato il presidente nazionale di Cia, Cristiano Fini-. L’export agroalimentare negli Usa è cresciuto del 158% in dieci anni e oggi gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato di riferimento mondiale per cibo e vino Made in Italy, con 7,8 miliardi di euro messi a segno nel 2024”. Secondo Fini, “l’Italia può e deve essere capofila in Europa nell’apertura di un negoziato con Trump, visto che abbiamo anche più da perdere. Gli Usa, infatti, valgono quasi il 12% di tutto il nostro export agroalimentare globale, mettendoci in testa alla classifica dei Paesi Ue, molto prima di Germania (2,5%), Spagna (4,7%) e Francia (6,7%)”. Ecco perché “bisogna agire e fare di tutto per contrastare l’effetto deflagrante dei dazi Usa alle porte, tra danni enormi a imprese e cittadini, dilagare dell’Italian sounding e spazi di mercato a rischio occupazione da parte di altri competitor. A partire proprio dai prodotti e dalle regioni più esposti verso Washington”.

I PRODOTTI AGROALIMENTARI PIU’ ESPOSTI SUL MERCATO USA

Guardando ai prodotti Made in Italy che trovano negli Stati Uniti il principale sbocco, in termini di incidenza percentuale sulle vendite oltrefrontiera, al primo posto si colloca il sidro, una nicchia di eccellenza che destina il 72% del suo export al mercato americano (per un valore di circa 109 milioni di euro nel 2024), seguito dal Pecorino Romano (prodotto al 90% in Sardegna), il cui export negli Usa vale il 57% di quello complessivo (quasi 151 milioni di euro). Due produzioni molto ricercate dall’industria a stelle e strisce, con “l’Apple Cider” tra le bevande più popolari tra i millenial e il nostro formaggio di pecora utilizzato soprattutto per insaporire le patatine in busta. Ma con i dazi al 25%, il florido settore americano di chips e snack (2,5 miliardi) potrebbe sostituire il Pecorino nostrano con altri prodotti caseari più convenienti. L’arrivo di nuove tariffe rischia dunque di tagliare di netto il loro mercato, con quote difficilmente rimpiazzabili in altre aree geografiche. Discorso a parte sul vino italiano, per il quale gli Usa sono la prima piazza mondiale con circa 1,9 miliardi di euro fatturati nel 2024, ma con “esposizioni” più forti di altre a seconda delle bottiglie. A dipendere maggiormente dagli Stati Uniti per il proprio export sono infatti i vini bianchi Dop del Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, con una quota del 48% e un valore esportato di 138 milioni di euro nel 2024; i vini rossi toscani Dop (40%, 290 milioni), i vini rossi piemontesi Dop (31%, 121 milioni) e il Prosecco Dop (27%, 491 milioni). Grandi numeri che i dazi possono scombinare, lasciando strada libera ai competitor di aggredire una fetta di mercato molto appetibile: dal Malbec argentino, allo Shiraz australiano, fino al Merlot cileno. Anche per l’olio d’oliva italiano gli Stati Uniti hanno un peso significativo, pari al 32% del proprio export (937 milioni di euro nel 2024), ma meno sostituibile nella spesa degli americani, e così a scendere per i liquori (26%, 143 milioni). Meno esposti al mercato Usa risultano invece Parmigiano Reggiano e Grana Padano, per una quota che pesa per il 17% del valore dell’export congiunto di questi due formaggi (253 milioni), così come pasta e prodotti da forno (13%, 1,1 miliardi).

LE REGIONI PIU’ ESPOSTE SUL MERCATO USA

Se dai singoli prodotti o categorie di prodotti si passa all’export agroalimentare delle regioni, si scopre dai dati Cia che quella più esposta ai nuovi dazi risulta essere la Sardegna (dove si produce oltre il 90% del Pecorino Romano Dop) il cui export agroalimentare finisce per il 49% negli Stati Uniti (e, giocoforza, ci finisce anche il 74% dell’export dei prodotti lattiero-caseari isolani). Al secondo posto per maggior “esposizione” negli Usa figura la Toscana (28% del proprio export agroalimentare, con l’olio in pole position con il 42% e i vini con il 33% delle relative esportazioni). Ma negli Stati Uniti finisce anche il 58% dell’export di olio del Lazio, così come il 28% delle esportazioni di pasta e prodotti da forno abruzzesi e il 26% di quelle di vini campani. Insomma, considerando le diverse aree del Belpaese, sono le esportazioni agroalimentari del Centro e Sud Italia a “rischiare” di più con l’applicazione dei dazi di Trump, anche alla luce di relazioni consolidatesi negli anni con questo importante mercato spesso grazie alla domanda generata dalle comunità di italiani residenti negli Stati Uniti.

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Un mondo sospeso tra dazi, conflitti e riarmo europeo: cosa sta accadendo?

belgium europe defense

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Il mondo sembra essere tornato indietro nel tempo, a un’era in cui la diplomazia e la cooperazione internazionale cedono il passo a una crescente polarizzazione, instabilità economica e militare. Gli ultimi sviluppi sul fronte commerciale e geopolitico sono emblematici di un cambiamento profondo nelle dinamiche globali. Da un lato, gli Stati Uniti, sotto la guida di Donald Trump, hanno imposto dazi pesanti sulla Cina, alimentando una guerra commerciale che sembra senza fine. Dall’altro, la Cina non solo si difende, ma minaccia apertamente la possibilità di un conflitto economico e addirittura armato. Nel mezzo, l’Europa, storicamente incentrata sulla diplomazia e sulla cooperazione economica, si prepara a riarmarsi, riflettendo le incertezze di un ordine mondiale in trasformazione.

Il ruolo di Trump e la politica dei dazi

Nel 2018, Donald Trump ha innescato una serie di tensioni con la Cina attraverso l’imposizione di dazi su una vasta gamma di prodotti, accusando Pechino di pratiche commerciali sleali, come il furto della proprietà intellettuale e la manipolazione della valuta. Questi dazi sono stati la punta dell’iceberg di una guerra commerciale che ha visto il coinvolgimento di altri attori globali, con i costi economici e politici che si sono fatti sentire ovunque.

Ma i dazi non sono solo una questione economica. Sono diventati un simbolo di una battaglia ideologica, una lotta per l’egemonia globale. La mossa di Trump riflette la crescente sfiducia nei confronti della Cina, non solo come rivale economico, ma anche come potenza politica che si sta affermando sempre più sul palcoscenico internazionale. L’approccio dell’ex presidente americano ha risvegliato gli istinti protezionistici di altri paesi, creando una reazione a catena che minaccia di spezzare il fragile equilibrio economico globale.

La Cina disposta a tutto. Anche alla guerra?

Le parole della Cina, che recentemente ha espresso la sua disponibilità a intraprendere azioni più drastiche, anche militari, sono un segnale di quanto il regime di Xi Jinping consideri la guerra commerciale non solo come una questione di economia, ma come una battaglia di sopravvivenza per il proprio modello di sviluppo e per il mantenimento della propria influenza globale.

In risposta ai dazi, Pechino ha introdotto tariffe simili sugli Stati Uniti, cercando nel contempo di diversificare le sue relazioni economiche con altri paesi, dall’Africa all’America Latina, passando per l’Europa. Ma la minaccia di un conflitto armato, benché paradossale in un’epoca di globalizzazione e interdipendenza economica, non è da sottovalutare. La Cina, infatti, ha iniziato a rafforzare le sue capacità militari, con investimenti significativi nel settore tecnologico e nella modernizzazione delle forze armate.

L’Europa, il riarmo del Vecchio Continente

Nel frattempo, l’Europa sta rispondendo a questa crescente instabilità con un passo inedito: il riarmo. Non più solo un continente dedito al dialogo e alla diplomazia, sta rinforzando le proprie capacità militari, con paesi come la Germania che, dopo decenni di disimpegno dalle politiche di difesa, stanno aumentando le proprie spese per la sicurezza. Le alleanze storiche, come la NATO, vengono riconsiderate alla luce di un’America che sembra sempre più in ritirata dalle proprie posizioni di leadership globale.

Nonostante il riarmo europeo, la questione è se il Vecchio Continente sia in grado di affrontare le sfide globali senza compromettere la sua coesione interna. Le divergenze tra i paesi, la crescente incertezza politica interna e il contrasto tra visioni di politica estera diverse rendono l’Europa vulnerabile a un’escalation che potrebbe vederla coinvolta in conflitti indiretti, magari anche in alleanze scomode.

Cosa sta accadendo e cosa ci aspetta?

Quello che sta accadendo è un ridisegno radicale degli equilibri internazionali, una corsa agli armamenti che segna il ritorno di un’era che pensavamo superata. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è solo la punta dell’iceberg, con l’Europa che si sta preparando a dover scegliere da che parte stare. Se la situazione non si risolverà in tempi brevi, potrebbero esserci sviluppi imprevedibili, forse conflitti indiretti che coinvolgeranno economie più vulnerabili, come quelle dei paesi emergenti.

In un contesto globale sempre più frammentato, la diplomazia sembra essere messa da parte in favore di un rafforzamento delle difese nazionali. Ma la vera domanda è se il mondo, nella sua ricerca di sicurezza e stabilità, finirà per cedere a dinamiche belliche. In un’epoca in cui le guerre non si combattono solo sul campo di battaglia, ma anche attraverso sanzioni, cyber attacchi e disinformazione, ogni mossa strategica potrebbe generare una risposta imprevedibile.

L’incertezza regna sovrana. Se riusciremo a evitare il conflitto diretto, la speranza è che l’equilibrio fragile che sta emergendo possa stabilizzarsi. Ma, con ogni probabilità, il futuro prossimo sarà segnato da una crescente competizione tra potenze globali, in cui ogni mossa avrà un peso decisivo, tanto sul piano economico quanto su quello geopolitico.

 




Il vero obiettivo di Trump? “Non sono le ‘terre rare’, ma un nuovo ordine mondiale”

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donald trump stuzzica zelensky 1024x690Le premesse erano queste: “Zelensky deve firmare”. Quel “comico mediocre”, “dittatore fallito e senza consenso”. Un “mendicante che viene qui col cappello in mano”.

Chi, tra i leader mondiali, avrebbe stretto la mano all’autore di questa serie clamorosa di epiteti offensivi rivolti al proprio indirizzo? Zelensky l’ha fatto.

Si è presentato a Washington per discutere i termini di un accordo economico che avrebbe permesso agli Stati Uniti “di essere risarciti per le spese sostenute a sostegno del popolo ucraino”.

Mettendo le mani sulle risorse preziose del Paese da tre anni coinvolto in un conflitto che ha provocato oltre 300mila vittime ucraine.

Il patto che i due capi di Stato avrebbero dovuto firmare prevedeva la collaborazione tra Washington e Kiev per lo sfruttamento delle risorse naturali ucraine. Un accordo rimasto senza firma.

L’atteggiamento di Trump e del suo vice Vance ha mostrato chiaramente come le risorse minerarie ucraine non siano mai state una sua priorità assoluta, bensì uno strumento all’interno di una più ampia strategia geopolitica.

L’ASSE USA-CINA-RUSSIA

David Sanger sulle pagine del New York Times osserva che Trump non considera la guerra in Ucraina una questione prioritaria per la sicurezza americana e vede Kiev come un ostacolo alla sua visione di un nuovo ordine mondiale.

Il Presidente americano vuole spostare l’attenzione dagli impegni con le tradizionali alleanze occidentali verso un sistema basato su negoziati diretti tra Stati Uniti, Russia e Cina, riducendo il peso di alleati storici come l’Europa.

“Il Segretario di Stato Marco Rubio – scrive Sanger – , un tempo difensore dell’Ucraina e della sua sovranità territoriale, ora convertito alle manovre di potere di Trump, ha chiarito in un’intervista a Breitbart News che era giunto il momento di andare oltre la guerra per stabilire una relazione triangolare tra Stati Uniti, Russia e Cina. ‘Avremo dei disaccordi con i russi, ma dobbiamo avere una relazione con entrambi‘, ha detto Rubio. Ha evitato con cura qualsiasi formulazione che suggerisse, come ha spesso detto da senatore, che la Russia fosse l’aggressore, o che ci fosse il rischio che, se non fosse stata punita per il suo attacco all’Ucraina, avrebbe potuto prendere di mira una nazione della NATO”.

L’ASSE USA-CINA-RUSSIA

A chiarire ancora meglio questa lettura il politologo Ian Bremmer, presidente del think tank Eurasia Group, in un’intervista al Corriere della Sera: “Dopo che gli Stati Uniti hanno appoggiato per tre anni la resistenza degli ucraini, ora Trump dice apertamente di non essere dalla parte di Kiev. Si colloca a metà strada tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin. Ma in realtà Trump non sta solo cercando di chiudere un accordo di pace in Ucraina: vuole costruire un solido rapporto di collaborazione con la Russia. Siamo, quindi, davanti a più strappi. È una rottura che può diventare decisiva tra Stati Uniti e Ucraina; è una rottura tra Usa ed Europa ed è anche una rottura interna all’America, visto che i parlamentari democratici e repubblicani sono favorevoli a sostenere Zelensky e a mantenere vitale l’alleanza transatlantica”.

LE ‘TERRE RARE’

“O fai un accordo o noi ci tiriamo fuori, te la dovrai vedere da solo e non credo sarà una bella cosa”.

L’accordo riguardava in particolare lo sviluppo congiunto delle ‘terre rare‘, un settore in cui l’Ucraina gioca un ruolo chiave.

Il Paese possiede importanti giacimenti di minerali critici, fondamentali per la produzione di componenti elettronici, batterie e tecnologie avanzate.

Secondo Mykhailov Volodymyr, esperto di minerali e capo del dipartimento di geologia dell’Università Taras Shevchenko di Kiev, intervistato sempre dal Corriere della Sera, “le miniere ucraine sotterranee o a cielo aperto iniziarono a essere attive in modo massiccio dagli anni Venti del Novecento sotto il regime sovietico. Allora vennero fatte ricerche e mappature sistematiche e si stimò che i nostri metalli preziosi, le terre rare, ammontassero potenzialmente a 2,2 milioni di tonnellate. Non poco, ma neppure tantissimo. Per fare un paragone: quelle russe all’interno dei confini attuali vennero valutate a 27,7 milioni”.

E L’EUROPA?

La domanda delle domande è questa: mentre prende forma questo nuovo ordine mondiale, l’Unione europea da che parte sceglie di stare? Confermerà il blocco atlantico cercando di seguire la linea del neo Presidente degli Stati Uniti o continuerà a difendere gli interessi “del Paese aggredito”?

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Idillio Trump-Giorgia: “In Italia c’è una donna meravigliosa…”

trump innamorato di giorgia

trump innamorato di giorgia“Adoro l’Italia. E l’Italia è una nazione molto importante. C’è una donna meravigliosa come leader. E lei era presente nella conversazione di oggi. Quella che abbiamo avuto al G7. E penso che l’Italia stia andando molto bene. Credo che l’Italia abbia una leadership molto forte con Giorgia”. Lo ha detto dallo Studio Ovale il presidente americano, Donald Trump.

Parole come miele dal presidente degli Stati Uniti per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che confermano – sempre che ce ne fosse ancora bisogno- la stima del leader Usa- così come del suo stretto alleato Elon Musk, per lei. E il contesto in cui Trump ha parlato di Meloni non è causale: dal suo studio Ovale, con a fianco il presidente francese Emmanuel Macron, nel giorno del meeting con al centro i temi del conflitto in Ucraina e del ruolo dell’Europa.

“ITALIA, STATES ED EUROPA, STESSI VALORI E RESPONSABILITÁ, AL LAVORO INSIEME”

Non si è fatta attenere il ringraziamento della premier alla ‘benedizione’ del tycoon. “Grazie a Donald Trump per le sue parole. Italia, Stati Uniti ed Europa condividono valori e responsabilità comuni. Lavoreremo insieme per affrontare le sfide globali con determinazione e visione”. Lo scrive sui social la premier Giorgia Meloni.

 

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