Usa-Ue: il giorno dei dazi è arrivato

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foto singola sito 1024x576È atteso per stasera alle 22 (ora italiana), l’annuncio di Donald Trump con i dettagli sui dazi doganali reciproci che gli Stati Uniti attueranno per tutelare le imprese americane. Le nuove tariffe coinvolgeranno molti paesi tra cui Canada, Europa e Messico e sono state definite dal tycoon un atto di “giustizia economica” verso coloro che per anni hanno derubato l’America con pratiche sleali. Come annunciato dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt i dazi saranno “efficaci sin da subito”. Tra le ipotesi al vaglio tariffe universali al 20% per tutti i paesi coinvolti, oppure azioni mirate verso alcune tipologie di prodotti. Non è escluso, che il presidente opti per un sistema misto.

VON DER LEYEN: PRONTI A VENDICARCI

“L’Unione Europea è pronta a vendicarsi”, così la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, durante il discorso di apertura di ieri alla plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo. “Voglio essere chiara: non è stata l’Europa a dare inizio a questo scontro. Pensiamo che sia sbagliato. Ma il mio messaggio per voi oggi è che abbiamo tutto il necessario per proteggere la nostra gente e la nostra prosperità“. Per affrontare la minaccia dei dazi, l’Unione metterà in campo una strategia “basata su tre pilastri”: l’apertura ai negoziati, la diversificazione e la rimozione degli ostacoli al mercato unico europeo.

Agenzia DIRE – www.dire.it




FederItaly: i dazi di Trump spalancano le porte al falso made in Italy

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31falsiIl Presidente di Federitaly, Carlo Verdone, in queste ore ha lanciato l’allarme sulla decisione del presidente USA, Donald Trump, di imporre dazi sui prodotti italiani a partire dal 2 aprile. Una decisione che rappresenta “una minaccia diretta al Made in Italy” e “un favore senza precedenti alle aziende truffaldine che da anni prosperano sull’Italian Sounding“.
“Questi dazi non proteggono il mercato americano, lo contaminano – ha aggiunto Verdone -. Trump sta regalando il supermercato americano ai truffatori del falso italiano. È un attacco frontale alla qualità, alla trasparenza e alla reputazione del nostro sistema produttivo”.
Negli Stati Uniti operano oltre 500 marchi che utilizzano nomi, immagini e riferimenti all’Italia per commercializzare prodotti che non hanno nulla a che vedere con l’Italia vera. Aziende che producono “Parmesan”, “San Marzano-style tomatoes” o “Chianti californiano”, approfittando della popolarità globale dello stile italiano, senza rispettarne le origini né i valori.
“Con i dazi Trump colpisce i produttori autentici e premia chi falsifica. È un paradosso inaccettabile – ha aggiunto ancora Verdone –. Mentre i vini, i formaggi, l’olio extravergine e i prodotti gastronomici italiani saranno gravati da tasse e rincari, gli scaffali americani si riempiranno di imitazioni, alimentando un aumento incontrollato dell’Italian Sounding e generando confusione e inganno tra i consumatori”.
Le conseguenze, come spiega Federitaly, saranno devastanti: danni economici enormi per le imprese italiane esportatrici, aumento dei prezzi per i consumatori statunitensi, esplosione dell’inflazione negli USA, crescita esponenziale del mercato del falso italiano.
A tal ragione, viste tutte queste conseguenze, Federitaly chiede con urgenza: una reazione immediata e compatta dell’Unione Europea, la protezione attiva del Made in Italy autentico sui mercati internazionali, il rafforzamento delle norme contro l’Italian Sounding, una campagna informativa globale per smascherare le contraffazioni e promuovere la vera eccellenza italiana.
“Questa guerra dei dazi è una sciagura per l’Europa e un colpo durissimo per l’Italia – conclude Verdone –. Ma noi non ci pieghiamo. Federitaly è pronta a difendere in ogni sede i diritti delle nostre imprese e dei consumatori. Il Made in Italy non si tocca”. (aise) 




Trump minaccia l’Ue e il Canada: “Nuovi dazi se vi alleate”, la replica: “Misure dal massimo impatto sugli Usa”

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“Se l’Unione Europea collabora con il Canada per danneggiare economicamente gli Usa, verranno imposti dazi su larga scala, ben più elevati di quelli attualmente previsti, per proteggere il miglior amico che entrambi questi Paesi abbiano mai avuto”: è il nuovo ammonimento che il presidente degli Stati uniti, Donald Trump ha inviato dal suo social network Truth agli ormai dichiarati “parassiti” del Vecchio continente e al Canada.

Oltre alle tariffe già annunciate del 25% sulle auto importate dal 2 aprile, Trump agita di nuovo lo spettro di altri dazi nell’eventualità di risposte coordinate tra i Paesi destinatari delle sue politiche economiche estere. La replica non si è fatta attendere sia da Bruxelles che da Ottawa.

L’UE: “PRONTI A UNA RISPOSTA FERMA E PROPORZIONATA”

“Siamo pronti a salvaguardare i nostri interessi economici e, se necessario, daremo una risposta ferma, proporzionata, robusta, ben calibrata e tempestiva a qualsiasi misura ingiusta e controproducente da parte degli Stati Uniti“. Lo ha dichiarato un portavoce della Commissione europea interrogato dalla stampa a Bruxelles sull’annuncio del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di imporre dazi per il 25% su tutte le auto importate.

“La priorità è trovare una soluzione negoziata, una soluzione che vada bene per entrambe le parti, per l’Ue e per gli Usa, una soluzione che rafforzi le nostre relazioni commerciali ed economiche, che sono di gran lunga le più preziose e importanti al mondo: vogliamo costruire queste relazioni, non distruggerle”, ha continuato.
L’Ue “non vorrebbe dover imporre contromisure alle importazioni statunitensi”, ritenendo che questo non sia utile a nessuno, e sia un autolesionismo economico interattivo da parte degli Stati Uniti”, ha aggiunto. “Come ho già detto, una risposta proporzionata e ben calibrata e tempestiva a qualsiasi futura misura annunciata dagli Stati Uniti e l’elenco dei prodotti sui quali proponiamo ai nostri Stati membri di adottare contromisure sarà ben selezionato per creare il massimo impatto negli Stati Uniti e ridurre al minimo l’impatto sull’economia europea“, ha detto ancora il portavoce, sottolineando come in queste situazioni “occorre essere strategici”.

CARNEY: “COMBATTEREMO LE TARIFFE INGIUSTIFICATE CON AZIONI DAL MASSIMO IMPATTO SUGLI USA”

Il Canada deve “reinventare radicalmente la nostra economia” di fronte all’aumento delle tariffe imposte dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha affermato il primo ministro Mark Carney, intervenendo proprio sul tema dei dazi annunciati dal presidente Usa rivolti anche al suo Paese. Gli Stati Uniti “non sono più un partner affidabile”, ha evidenziato e Trump “ancora una volta ha imposto tariffe ingiustificate- ha proseguito- in violazione dei nostri accordi commerciali esistenti, ha preso di mira l’industria automobilistica e gli oltre 500 mila canadesi che lavorano in quel settore”.
Il primo ministro canadese ha quindi indicato la via: il suo paese “deve ridurre drasticamente la sua dipendenza dagli Stati Uniti e riequilibrare le sue relazioni commerciali altrove”. E soprattutto, “combatteremo le tariffe statunitensi- ha annunciato- con azioni commerciali di ritorsione che avranno il massimo impatto negli Stati Uniti“.

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L’ordine esecutivo di Trump per smantellare il ministero della pubblica istruzione: strada in salita

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lp 23229174(2) u55053881328clv 1440x752@ilsole24ore web“La mia amministrazione prenderà tutte le misure legali per smantellare il dipartimento….. Riconsegneremo i nostri studenti agli Stati….. e faranno un lavoro fenomenale”. Con queste parole Donald Trump ha annunciato il suo ordine esecutivo per chiudere il Department of Education, il ministero della Pubblica Istruzione.

La legge americana non permette a nessuno, incluso il presidente, di eliminare un Dipartimento poiché richiede azione legislativa. Trump lo sa bene, ma il suo ordine esecutivo ha già assestato duri colpi alla pubblica istruzione che in grande misura è già sotto controllo dei diversi Stati e dei distretti locali. Il presidente nel suo annuncio dà l’impressione che la pubblica istruzione verrà capovolta da federale a statale. Questa impressione è probabilmente più forte in altri Paesi in cui esistono sistemi centralizzati e strutturati a livello nazionale.

Il curriculum e i bilanci delle scuole pubbliche americane dall’asilo alle “high school”, le scuole superiori, sono determinate dagli Stati e i distretti delineati per diverse comunità. Solo il 15 percento del bilancio delle scuole viene dal governo federale. Il resto viene dal bilancio statale e in molti casi è basato in grande misura sulle tasse agli immobili. Ecco come si spiega il fatto che le scuole “buone” si trovano in zone dove le case costano moltissimo e quelle poco desiderate si trovano in zone abitate dai ceti bassi. Negli ultimi tempi vi sono stati dei cambiamenti che hanno cercato di ridurre queste disparità. In California, dopo l’approvazione della Proposition 13 nel 1978, un referendum che ha imposto il limite di uno percento di tasse sulle case, ha causato un terremoto ai bilanci delle scuole. Con la nuova legge lo Stato si è assunto la responsabilità di stanziare i fondi per le scuole in maniera equa anche se alcune disparità continuano ad esistere.

Il governo federale, con la creazione del Department of Education nel 1979 durante l’amministrazione di Jimmy Carter, ha funzionato in un modo simile, cercando di tappare buchi e ridurre la disparità non solo tra distretti scolastici ma anche fra Stati. Milioni di bambini in comunità svantaggiate, specialmente i disabili, hanno beneficiato dell’assistenza fornita dal Department of Education mediante fondi erogati dal governo federale. Inoltre, mediante leggi approvate dal governo i diritti degli studenti con disabilità sono stati protetti, specialmente negli Stati più poveri, molti dei quali sono grandi sostenitori di Trump.

Il Department of Education è anche stato molto efficace al livello universitario erogando borse di studio per studenti meritevoli e poveri ma anche con la gestione di prestiti. Infatti si calcola che 1.600 miliardi di dollari fanno parte della gestione di questi prestiti che hanno facilitato gli studi universitari a individui con poche risorse finanziarie. Considerando i costi molto alti delle rette universitarie questi prestiti hanno tappato un altro buco facilitando il conseguimento di lauree a individui che in passato non avevano molte opportunità. Joe Biden da presidente ha fatto notevoli sforzi per cancellare parzialmente questi prestiti, specialmente ai laureati dei ceti bassi che hanno grosse difficoltà a ripagarli.

Trump ha preso una strada diversa asserendo falsamente che il Department of Education non serve a nulla e quindi va smantellato. Difatti ha già tagliato i dipendenti del 50 percento e ha anche apportato tagli alle università che senza assistenza federale non possono continuare le loro ricerche, specialmente nel campo della sanità.

L’università della California del Sud, (USC di Los Angeles), uno degli atenei più noti, ha informato il personale di potenziali riduzioni nei loro programmi a causa di probabili tagli dal governo federale. Nel 2024 l’ateneo ha ricevuto 1.35 miliardi di dollari dal governo federale per finanziare le loro ricerche. Altre università versano in condizioni simili. In alcuni casi l’amministrazione Trump ha minacciato ulteriori tagli a quelle università che non eliminano i loro programmi di inclusione. La Columbia University si è inchinata ed ha obbedito per non perdere 400 milioni di dollari federali. Altre università stanno cercando di risolvere la questione delle minacce di Trump senza danneggiare i loro programmi ma mantenendo un minimo di integrità professionale.

L’eliminazione del Department of Education non avverrà completamente perché dovrebbe essere effettuata mediante legislazione. Fino adesso Trump ha governato mediante ordini esecutivi, decreti che in alcuni casi non hanno nessun effetto pratico, come il suo ultimo sulle regole delle elezioni americane. Come si sa, gli stati gestiscono le elezioni secondo le leggi statali con modalità diverse, con minime regole di leggi federali. Quindi legiferare non piace a Trump perché richiede la cooperazione delle due Camere dove i repubblicani hanno leggere maggioranze. Ma l’ostacolo più serio alle legislazioni emergerebbe dal Senato dove vige la regola del filibuster, che richiede la maggioranza ad oltranza di 60 consensi per procedere ai voti. I democratici hanno 47 seggi al Senato e potrebbero, rimanendo compatti, facilmente bloccare l’agenda legislativa di Trump. Ecco come si spiegano le valanghe di ordini esecutivi dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Gli americani non sono favorevoli all’abolizione del Department of Education. Un sondaggio della Quinnipiac University ci informa che il 60% è contrario. Il Department of Education non sarà dunque abolito ma sarà gravemente ferito dalle politiche del 47esimo presidente.




“Le ‘rosse’ destinate negli Usa più care del 10%”: così Ferrari risponde ai dazi di Trump

circolo biella mef

circolo biella mefFerrari risponde ai dazi sull’importazione di auto di provenienza europea negli Stati Uniti annunciati dal presidente americano Donald Trump alzando fino al 10% i prezzi delle ‘rosse’ sul mercato stelle e strisce. “Ferrari aggiornerà la propria politica commerciale”, fa sapere la casa di Maranello in una nota. “Le condizioni commerciali rimarranno invariate per gli ordini di tutti i modelli importati prima del 2 aprile e per gli ordini delle seguenti tre famiglie (Ferrari 296, SF90 e Roma), a prescindere dalla data di importazione”, puntualizzano dal Cavallino.

“MARGINI REDDITIVITÀ, RISCHIO POTENZIALE DI DILUIZIONE”

“Per i restanti modelli, le nuove condizioni doganali si rifletteranno parzialmente sul prezzo, fino ad un massimo del 10% di aumento, in coordinamento con la nostra rete di distribuzione”, informa Ferrari, che conferma “che gli obiettivi finanziari per l’anno 2025 restano invariati, con un potenziale rischio di diluizione di 50 punti base sui margini percentuali di redditività

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Fondazione Italia USA: un video per celebrare il ventennale

ifondazione italia usa newletter mage

ifondazione italia usa newletter mageQuest’anno il 4 luglio 2025, Independence Day, ricorre il XX anniversario della costituzione della Fondazione Italia USA, nata il 4 luglio 2005. Per l’occasione la Fondazione ha realizzato un video –  “vent’anni di attività  in cinque minuti” per “ricordare le più importanti attività del passato, ma anche per guardare alla continuità del nostro impegno” e per “promuovere l’amicizia tra Italia e Stati Uniti” e “diffondere i nostri valori verso le nuove generazioni”, perché “è da loro che passa il futuro”. Qui il  video del ventennale (Inform)




Trump demolisce la sanità pubblica americana: tagli per 12 miliardi di dollari

sistema sanitario americano

sistema sanitario americanoIl Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti ha improvvisamente bloccato oltre 12 miliardi di dollari di finanziamenti federali destinati agli stati, fondi cruciali per la sorveglianza delle malattie infettive, i servizi di salute mentale e la lotta alle dipendenze.

I tagli, annunciati con effetto immediato, minacciano di paralizzare i dipartimenti sanitari statali, già in difficoltà per la carenza di risorse e il crescente peso di epidemie in ripresa, come la sifilide, e nuove minacce sanitarie, tra cui l’influenza aviaria.

Lunedì sera, i primi avvisi sono stati recapitati alle autorità locali: “Non possono essere svolte attività aggiuntive e non possono essere sostenuti costi aggiuntivi in relazione a questi fondi”, recita la comunicazione ufficiale.

Le conseguenze non si sono fatte attendere. A Lubbock, in Texas, le autorità sanitarie hanno dovuto interrompere tre progetti finanziati dalle sovvenzioni, inclusa la risposta all’epidemia di morbillo. In altri stati, come Maine e Rhode Island, le amministrazioni stanno ancora valutando l’impatto del provvedimento, mentre in molte aree si profila il licenziamento di epidemiologi e specialisti di dati sanitari.

Secondo alcune stime, il 90% del personale di alcuni team per le malattie infettive potrebbe perdere il posto di lavoro. I finanziamenti tagliati provengono in gran parte dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC), per un totale di 11,4 miliardi di dollari, e dalla Substance Abuse and Mental Health Services Administration (SAMHSA), che perde circa 1 miliardo.

Questi fondi erano stati originariamente stanziati dal Congresso per sostenere la risposta al Covid-19, finanziando test, vaccinazioni e la riduzione delle disuguaglianze sanitarie. Nel 2023, tuttavia, erano stati autorizzati per affrontare altre emergenze sanitarie, tra cui la prevenzione di malattie respiratorie, le vaccinazioni per bambini non assicurati e la gestione delle crisi sanitarie.

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Trump non si arrende: “Abbiamo bisogno della Groenlandia”

visita di zelensky negli stati uniti d'america

visita di zelensky negli stati uniti d'america
DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

Donald Trump torna a puntare gli occhi sulla Groenlandia, e lo fa con dichiarazioni che riaccendono la tensione diplomatica con la Danimarca.

In un’intervista rilasciata al podcaster Vince Coglianese, Il Presidente degli Stati Uniti ha rilanciato l’ormai nota ambizione: “Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale. Ne abbiamo bisogno. Dobbiamo averla. Odio dirlo in questo modo, ma dovremo averla”.

Parole pesanti, arrivate alla vigilia della visita del vicepresidente americano JD Vance sull’isola, visita che però ha subito un drastico ridimensionamento.

VISITA RIDOTTA, SOSPIRO DI SOLLIEVO PER COPENAGHEN

Il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen ha accolto con favore la decisione di limitare la tappa di Vance alla sola base militare americana di Pituffik, nel remoto nord-ovest della Groenlandia.

“È positivo che gli americani abbiano rinunciato alla visita alla società groenlandese. Andranno a Pituffik, che è una loro base, e su questo non abbiamo nulla da obiettare”, ha dichiarato Rasmussen all’emittente DR.

Il ministro ha sottolineato l’importanza che le autorità statunitensi non si inseriscano nel contesto politico e sociale della Groenlandia senza un invito ufficiale, soprattutto in un momento in cui il territorio autonomo danese è in fase di transizione verso un nuovo governo.

PROTESTE E TENSIONI DIETRO LE QUINTE

L’ipotesi di una visita americana più ampia aveva già sollevato malumori. I governi di Danimarca e Groenlandia avevano protestato apertamente contro il viaggio della delegazione Usa, voluto da Trump, considerandolo inopportuno e non concordato. La mancanza di un invito formale, unita alla delicata situazione politica interna all’isola, ha contribuito ad alimentare le frizioni.

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Ucraina-Russia, Usa annunciano accordo con Kiev e Mosca: “Tregua nel Mar Nero”

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mar nero fg 1Accordo per la navigazione sicura nel Mar Nero e er vietare gli attacchi contro le strutture energetiche di Russia e Ucraina. Gli Stati Uniti annunciano il passo avanti nei negoziati sulla guerra tra Ucraina e Russia. Washington fa riferimento ad un’intesa raggiunta con Mosca e con Kiev nei colloqui andati in scena a Riad dal 23 al 25 marzo.

“Gli Stati Uniti e la Russia hanno concordato di garantire una navigazione sicura, eliminare l’uso della forza e impedire l’utilizzo di navi commerciali per scopi militari nel Mar Nero. Gli Stati Uniti e l’Ucraina hanno concordato di garantire la navigazione sicura, eliminare l’uso della forza e impedire l’uso di navi commerciali per scopi militari nel Mar Nero”, il doppio annuncio.

Nelle due diverse dichiarazioni diffuse dalla Casa Bianca si legge che gli Stati Uniti accolgono, separatamente con Russia e Ucraina, “i buoni uffici di Paesi Terzi al fine di sostenere l’applicazione degli accordi su Energia e traffico marittimo”.

”Gli Stati Uniti e l’Ucraina” in particolare hanno concordato di sviluppare misure per mettere in atto l’accordo raggiunto tra il presidente americano Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per mettere fine ai raid contro le strutture energetiche della Russia e dell’Ucraina”.

Durante i colloqui a Riad “gli Stati Uniti hanno ribadito l’imperativo del presidente Donald Trump che le uccisioni da entrambe le parti nel conflitto Russia-Ucraina debbano cessare come passo necessario per raggiungere un accordo di pace duraturo”. “A tal fine, gli Stati Uniti continueranno a facilitare i negoziati tra entrambe le parti per raggiungere una soluzione pacifica, in linea con gli accordi presi a Riad”, si aggiunge nelle due dichiarazioni.

Il portavoce del presidente russo Dmitry Peskov ha detto che “non si è discusso”, né a Riad né altrove, ”di un incontro” trilaterale tra il presidente russo Vladimir Putin, quello americano Trump e il presidente ucraino Zelensky. Sulla possibilità di un nuovo colloquio telefonico tra Trump e Putin, il portavoce del Cremlino ha reso noto che “per ora non ci sono piani per colloqui di alto livello. Se necessario, queste conversazioni possono essere organizzate rapidamente”. L’ultima telefonata confermata ufficialmente tra il presidente degli Stati Uniti e il leader russo risale al 18 febbraio.

adnkronos.com




Dal Wisconsin a Washington D. C.: Musk e Trump sfidano i magistrati

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ibrodpk6u 1256x620 1“E chi non vorrebbe l’endorsement del presidente in carica che gode di tanta popolarità adesso?” Così Brad Schimel, candidato a giudice della Corte Suprema nello Stato del Wisconsin che terrà l’elezione il primo aprile. Schimel ha continuato a cantare le lodi di Trump aggiungendo che il presidente è riuscito a compiere molte cose anche prima del suo insediamento.

Trump non ha ancora offerto il suo endorsement ma il suo amicone Elon Musk lo aveva già fatto nel mese di gennaio in un tweet in cui ha dichiarato l’importanza di “votare per il repubblicano nell’elezione per la Corte Suprema del Wisconsin per evitare la frode elettorale”. Il padrone di X (già Twitter) ha anche aperto il suo portafoglio spendendo 11 milioni di dollari in annunci negativi per attaccare Susan Crawford, la rivale di Schimel. Musk però non sarebbe motivato solo da ideologia. Attualmente Tesla si trova in difficoltà legali perché lo Stato gli ha negato di aprire una concessionaria per vendere le sue macchine direttamente ai consumatori invece di usare intermediari come fanno le altre aziende automobilistiche.

Perché interessa tanto l’elezione del primo aprile in Wisconsin a Musk? Il Badger State (Stato del tasso) è uno dei pochi Stati “turchini”, che a volte va ai democratici e a volte ai repubblicani per le elezioni presidenziali. La maggioranza alla Corte Suprema statale ha però influenza che va al di là delle contese nazionali. Non sorprende dunque che anche i democratici abbiano speso notevoli somme di soldi per supportare Crawford anche se molto meno. Il Wisconsin fu vinto da Joe Biden nelle presidenziali del 2020 con un margine del 0,6 percento e nel 2024 da Trump con un margine del 0,9%. Si tratta di una ventina di mila voti. Nelle elezioni statali però storicamente i repubblicani hanno avuto molto successo proprio perché dominavano alla Corte Suprema che decide le mappe elettorali. Questo potere di decidere le delineazioni dei seggi nelle elezioni statali ma anche per quanto riguarda i seggi alla Camera federale conferisce grandi vantaggi politici. Chi decide queste delineazioni elettorali lo fa spesso per facilitare la vittoria di un partito o l’altro.

Due anni fa però dopo l’abrogazione del diritto all’aborto per decisione della Corte Suprema statunitense la maggioranza dei giudici all’Alta Corte del Badger State è cambiata. Con la vittoria di Janet Protasiewicz i democratici ottennero la maggioranza di 4-3 e dunque alcune modifiche furono fatte dalla legislatura con l’approvazione della Corte Suprema statale. Si è creato un sistema di distretti più competitivo. L’elezione di Protasiewicz fu resa possibile dall’animosità verso i repubblicani che furono penalizzati dall’ira delle donne per la perdita del loro diritto. La maggioranza democratica alla Corte Suprema del Wisconsin è durata due anni poiché la giudice Ann Walsh Bradley ha annunciato l’intenzione di andare in pensione. Ecco come si piega l’elezione del primo aprile.

Può sembrare strano che i giudici della Corte Suprema di uno Stato vengano scelti dagli elettori direttamente. Ma nel Wisconsin come in altri 24 Stati dell’Unione i giudici della Corte Suprema Statale vengono eletti democraticamente. In 10 di questi Stati i candidati sono eletti in elezioni regolari e i giudici sono identificati nelle schede elettorali secondo l’affiliazione al loro partito. In altri 14 Stati, invece, le elezioni sono non partisan in cui i candidati appaiono nelle schede elettorali senza l’identificazione del partito politico come avviene in Wisconsin. Ciononostante nella campagna elettorale l’ideologia dei candidati a giudici emerge chiaramente. Negli altri Stati i giudici della Corte Suprema vengono nominati tipicamente dal Governatore e in due vengono nominati dalla legislatura. Il legame tra magistratura e politica è ovviamente chiaro. Anche nella Corte Suprema federale i giudici vengono nominati dal presidente e confermati dal Senato, ambedue organi politici. Ecco come si spiega l’orientamento conservatore di 6 dei 9 giudici attuali, 3 dei quali sono stati nominati da Trump.

L’attuale inquilino alla Casa Bianca non si è pronunciato sull’elezione del Wisconsin. Ha altre gatte giudiziarie molto più serie da pelare. La prima è l’ingiunzione del giudice distrettuale Theodore Chuang del Maryland che ha bloccato a tempo indeterminato tagli addizionali all’USAid apportati da Musk e il suo Dipartimento dell’Efficienza Governativa (Doge). Il giudice Chuang ha congelato lo smantellamento dell’agenzia per lo sviluppo poiché le azioni di Doge probabilmente violano la Costituzione degli Stati Uniti. Ma il secondo caso è molto più grave. Si tratta dell’accusa di Trump al giudice federale James Boasberg che ha messo dubbi sull’uso dell’Alien Enemies Act del 1798 per deportare alcune centinaia di migranti accusati di fare parte della gang venezuelana Tren de Aragua. Per assumere pieni poteri e raggirare la magistratura Trump si è inventato una guerra che gli permetterebbe di deportare chi vuole. In un messaggio durissimo contro Boasberg su Truth Social Trump lo ha accusato di essere un “lunatico di sinistra radicale…… che dovrebbe essere messo sotto IMPEACHMENT” (maiuscole di Trump). Il presidente della Corte Suprema John Roberts, probabilmente reagendo all’attacco di Trump al giudice Boasberg, ha rilasciato un rarissimo comunicato in cui asserisce che “l’impeachment non è una risposta appropriata a una decisione giudiziaria” e che il processo di “appello esiste proprio per questo scopo”.

Il giorno dopo il comunicato di Roberts, Trump ha nuovamente attaccato il giudice Boasberg di “volere assumere il ruolo di presidente”. In realtà, Boasberg vuole semplicemente ricordare a Trump che non può agire da dittatore.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.