Dazi, Cina e Canada pronti alla ‘guerra commerciale’ con Trump. Giù le borse mondiali

bandiera usa stati uniti

bandiera usa stati unitiI dazi sono “una mossa sciocca” e un conflitto commerciale “danneggerà prima di tutto le famiglie americane”: parole di Justin Trudeau, primo ministro del Canada, nel giorno dell’entrata in vigore delle tariffe volute dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Le misure, con aumenti dei costi del 25 per cento, colpiscono non solo Ottawa ma anche il Messico. Dazi americani confermati anche per la Cina, in questo caso per il 10 per cento del valore dei prodotti.

In un discorso trasmesso in diretta dai media, Trudeau ha sottolineato che il Canada “non si tirerà indietro dalla lotta” e che introdurrà dazi su beni statunitensi per un valore di 155 miliardi di dollari.
Anche il governo della Cina ha fatto sapere di essere pronto a contromisure, che dovrebbero essere annunciate domenica. Un portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian, ha sottolineato che il Paese “combatterà fino alla fine in qualsiasi guerra commerciale”.

Le tensioni hanno scosso le borse globali, con forti ribassi in più continenti dovuti al timore di ripercussioni negative per l’economia. In Europa preoccupazioni particolari hanno riguardato soprattutto i settori dell’energia, delle auto e delle banche. In calo le borse di Francoforte (-3,54%), Parigi (-1,85%) e Londra (-1,27%). Ribasso accentuato anche a Milano: l’ultimo indice Ftse Mib ha ceduto il 3,41%.

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Trump a Zelensky: “Giochi con la terza guerra mondiale”

incontro tra zelensky e trump

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Screzi tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky nello Studio ovale. L’ospite ucraino è stato accusato dal presidente americano di “giocare d’azzardo con la Terza guerra mondiale”.
Trump ha aggiunto, in riferimento al supporto americano a Kiev: “Sii riconoscente“.

Alla fine è stata cancellata la conferenza stampa: ad annunciarlo funzionari della Casa Bianca, citati dall’emittente Cnn.
L’incontro tra i due presidenti, nello Studio ovale, è stato segnato da divergenze e diverbi. A testimoniarlo un pool di cronisti presenti.

I due, all’arrivo del Presidente ucraino alla Casa Bianca, si erano stretti la mano. L’incontro, all’esterno dell’edificio, è stato mostrato in diretta dalle tv americane e internazionali.
Dopo la stretta di mano, Trump ha indicato ai fotografi Zelensky. Ha poi sorriso e alzato il pugno destro, mostrandolo ai reporter, prima di invitare l’ospite all’interno.

Volodymyr Zelensky ha mancato di rispetto agli Stati Uniti d’America nel loro amato Studio ovale; potrà tornare quando sarà pronto per la pace“: così il presidente americano Donald Trump in un post pubblicato sul social Truth mentre il capo di Stato ucraino è ancora nella Casa Bianca.

TRUMP A ZELENSKY: “IL POPOLO MUORE, LEI ACCETTERÀ TREGUA”

Il suo popolo sta morendo, i suoi soldati stanno morendo, sarà un’ottima cosa se ci ascolterà“: lo ha detto il presidente americano Donald Trump, rivolgendosi al capo di Stato ucraino Volodymyr Zelensky, nello Studio ovale della Casa Bianca.
Nella stanza anche il vicepresidente James David Vance. “Lei dice voglio questo o quello” ha detto Trump. “Se avrà un cessate il fuoco, le dico che lei lo accetterà“.

Né dalla parte della Russia né da quella dell’Ucraina: questa la posizione di Donald Trump sul conflitto in Est Europa, espressa in risposta alla domanda di un giornalista nello Studio ovale, alla Casa Bianca.
“Io sono per entrambi” ha detto il presidente americano, con al fianco Volodymyr Zelensky. Poi, rispetto al conflitto tra Kiev e Mosca: “Voglio solo che si risolva; è tanto bello parlare male di una persona, ma io voglio vederla risolta”.
Poco prima Zelensky aveva detto di credere che Trump stava “dalla parte” dell’Ucraina.

ZELENSKY CITA ‘ALTRI SOSTENITORI’, BATTIBECCO CON TRUMP

Diverbio anche sul ruolo dell’Europa tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky. Nel loro incontro nello Studio ovale, alla Casa Bianca, di fronte ai giornalisti americani, i due presidenti hanno ricostruito le fasi del conflitto armato in Ucraina e del supporto fornito all’Ucraina contro la Russia.
Abbiamo anche altri amici e sostenitori che ci hanno dato tanto” ha detto Zelensky, facendo riferimento ai Paesi europei. “Molto meno” lo ha interrotto Trump, sottolineando il ruolo preminente degli Stati Uniti. A questo punto, Zelensky lo ha contraddetto: “No, no, no”.

TRUMP E VANCE CONTRO ZELENSKY: “LO SCONTRO È ‘OTTIMA TV’”

Questa è ottima televisione“: lo ha detto Donald Trump, dopo lo scontro tra Volodymyr Zelensky e James David Vance, allo Studio ovale, di fronte a un pool di giornalisti.
Il presidente americano ha chiesto dunque di continuare, muovendo nuove accuse all’ospite ucraino. Vance aveva appena definito “irrispettoso” Zelensky, colpevole di “essere venuto nello Studio ovale e aver cercato di discutere di fronte ai media” delle responsabilità del conflitto con la Russia.

LA STAMPA RUSSA: “TRUMP CACCIA ZELENSKY DALLA CASA BIANCA”

“Non è pronto: Trump rimprovera Zelensky e lo caccia dalla Casa Bianca”. Questo il titolo scelto dall’agenzia di stampa russa Novosti per il video che mostra il diverbio tra i due presidenti oggi nello Studio ovale, a Washington.

 

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“Dazi del 25%: il governo tace ma il “Made in Italy” trema

foto a 2 sito 1

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“È un’ora buia”: mai parole più azzeccate per descrivere il momento, quello dell’annuncio dei dazi al 25% all’Unione europea da parte del presidente degli Usa Donald Trump. E a parlare di ora buia è stato, non a caso, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, appena diffusa la notizia arrivata da oltreoceano. Non solo: all’annuncio dei dazi, Trump, nel corso del primo consiglio dei ministri del suo governo, ha rincarato la dose, specificando che “l’Ue è nata per truffare gli Stati Uniti”.

I DAZI

Trump non ha dato- ancora- termini temporali, né fatto specifiche su Paesi, ma ha annunciato che i prodotti europei saranno “presto” soggetti a dazi del 25%. “Abbiamo preso la decisione, e la annunceremo a breve, che sarà del 25%”. Ha giusto aggiunto che i sovrapprezzi contro la Ue “riguarderanno le auto e altre cose”.

LA REAZIONE DELL’UE, E VON DER LEYEN VOLA IN INDIA

Dal canto suo, da Bruxelles si sono alzate voci di risposta e contrarietà unanimi. L’esecutivo della Commissione europea, tramite il portavoce Olof Gill ha sottolineato la ferma volontà di “proteggere le aziende, i lavoratori e i consumatori europei dai dazi ingiustificati”. E ancora: “Le barriere al commercio equo e solidale sono ingiustificate, soprattutto tra partner commerciali. L’Europa reagirà immediatamente e con fermezza”, ha scritto Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega all’Industria, in un post su X, a seguito dell’annuncio del presidente americano Donald Trump di dazi al 25% nell’Unione europea.
All’attacco di Trump, che ha definito l’Unione europea come “nata per ingannare gli Stati Uniti”, il premier polacco Donald Tusk – alla presidenza di turno del Consiglio Ue – ha ribattuto con un post su X: “L’Unione europea non è stata creata per fregare nessuno ma, al contrario, per mantenere la pace, costruire rispetto tra le nostre nazioni, creare un commercio libero ed equo e per rafforzare l’amicizia transatlantica”.
Anche la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, in visita negli Stati Uniti, ha ribadito l’intenzione di reagire contro le ingiustificate barriere al commercio libero: “Non vogliamo fregare nessuno; l’atteggiamento win-win sarà sempre il nostro approccio preferito, ma siamo pronti a tutto”.
Intanto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in visita in India, si prepara agli incontri con nuovi possibili alleati commerciali in Asia, dichiarando con un post su X che “in un’epoca di conflitti e di intensa competizione è necessario avere amici fidati”. Secondo Von der Leyen, per l’Europa l’India è un amico e un alleato strategico.

DA CONFINDUSTRIA A COLDIRETTI, IL MADE IN ITALY IN AGITAZIONE

“È saltato un paradigma: serve coraggio e serve agire subito con una visione di lungo termine. L’Europa deve mettere al centro la competitività del sistema industriale e quindi la crescita sociale”: Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ribadisce così, all’indomani dell’annuncio dei dazi all’Ue da parte dell’amministrazine Trump, la necessità di agire.
“La preoccupazione è innegabile. È un cambio di paradigma impensabile e tutti noi imprenditori europei confidavamo che non accadesse. Abbiamo solo una possibilità: cambiare subito con misure straordinarie per un momento straordinario”, commenta Orsini, che oggi ha ospitato al Consiglio Generale, il Presidente di BusinessEurope, Fredrik Persson. Il numero uno di Confindustria conclude: “Chiediamo alle forze politiche e alle parti sociali un patto bipartisan per il Paese e per l’Europa. USA, Cina, India, si sono date una visione e la perseguono. Serve che l’Europa faccia lo stesso, subito”.

“Dal presidente Trump arrivano decisioni che se applicate metterebbero nel giro di 24 ore in ginocchio imprese, lavoratori e a cascata tutta l’economia italiana”. Lo dice Claudio Feltrin, presidente di FederlegnoArredo, unendosi al “grido d’allarme lanciato dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini e gli interventi dei colleghi durante il Consiglio generale di oggi”, che “rappresentano la voce di tutta l’industria italiana”.

Con l’introduzione dei dazi del 25% sulle esportazioni agroalimentari Made in Italy negli Usa, Coldiretti stima una stangata fino a 2 miliardi di euro, con un sicuro calo delle vendite. “L’imposizione di dazi sulle nostre esportazioni aprirebbe ovviamente uno scenario preoccupante, tanto più in considerazione dell’importanza che il mercato statunitense ha per le nostre produzioni agroalimentari e non solo”, rileva anche il presidente di Coldiretti Ettore Prandini. Negli Usa l’agroalimentare italiano è cresciuto in valore del 17% contro un calo del 3,6% dell’export generale, confermando ancora una volta che “il cibo italiano è un simbolo dell’economia del Paese”, aggiunge. Per questo “crediamo che debbano essere messe in campo tutte le necessarie azioni diplomatiche per scongiurare una guerra commerciale- incalza Prandini- che danneggerebbe cittadini e imprese europee e americane”.

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Gene Hackman e la moglie erano morti da tempo

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gene hackmanDa quanto tempo erano morti? Come sono morti? E poi, sono morti nelle stesse ore? È giallo sulla morte di Gene Hackman e della moglie Betsy Arakawa, trovati morti nella giornata di mercoledì 26 febbraio nella loro villa di Santa Fe, in New Messico. Il mistero della morte dell’attore hollywoodiano e della sua seconda moglie occupa le prime pagine dei giornali americani e non solo. A maggior ragione perchè, stando alle notizie che arrivano dai media locali, ci sono diverse stranezze rispetto a come sono stati trovati i corpi. Non nella stessa stanza, non vicini, come dovrebbe essere nell’ipotesi di un gesto suicida o di un omicidio-suicidio. Ma le ipotesi aperte, al momento, sono molte di più e vanno dalla morte naturale all’incidente domestico fino all’omicidio-suicidio. Le indagini sono appena partite, ma la pista dell’omicidio è la più remota, dal momento che le autorità hanno escluso la presenza “segni evidenti di violenza” o “traumi” sui corpi dell’attore e della moglie. In casa è stato trovato morto anche uno dei cani della coppia. Altri due sarebbero invece stati trovati vivi.

DOVE SI TROVAVANO I CORPI

Intanto, ecco i dettagli strani che sono trapelati: a quanto si apprende, Gene Hackman si trovava in cucina “completamente vestito”: accanto al corpo aveva gli occhiali da sole e il bastone da passeggio. Forse una morte improvvisa? Il corpo della moglie Betsy Arakawa, invece, è stato trovato sul pavimento di un bagno: i media hanno parlato di un corpo in un “avanzato stato di decomposizione”, con mani e piedi che sono stati definiti “mummificati”. Vicino al corpo sono state trovate pillole sparse e una boccetta di medicinali. La scena ha fatto pensare agli investigatori che la donna sia “caduta a terra”. ma cosa può essere successo?

LA SCOPERTA DEI CADAVERI

A scoprire i corpi sono stati degli operai addetti alla manutenzione della casa: non vedevano Gene Hackman e la moglie da un paio di settimane. Hanno raccontato di aver trovato la porta di casa aperta, senza segni di effrazione.

LE STRANE PAROLE DELLA FIGLIA LESLIE

Una delle figlie di Gene Hackman, Leslie, 59 anni (nata dall’unione con Fay Maltese), ha fatto sapere che non sentiva il padre da un paio di mesi “ma tutto era normale e andava bene”. Cosa che ha lasciato piuttosto stupefatta la stampa. La donna ha anche raccontato al DailyMail.com che il padre, a dispetto dei suoi 95 anni, era “in ottime condizioni fisiche” e faceva ancora yoga e Pilates. Lei e la sorella Elizabeth, il giorno dopo il ritrovamento dei corpi, sono state fotografate a pranzo insieme in un ristorante della catena Denny’s a Burbank, California. L’ex divo di Hollywood ha anche un terzo figlio maschio, Christopher, fratello di Leslie e Elizabeth.

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(Le immagini di copertina sono tratte dal Dailymail)




Gene Hackman e la moglie trovati morti in casa in New Mexico

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gene hackman home 1024x605Gene Hackman (95 anni) e sua moglie, la pianista classica Betsy Arakawa (63 anni), sono stati trovati morti nella loro casa di Santa Fe, in New Mexico. Dalle prime indiscrezioni, a trovare i loro corpi, poco dopo la mezzanotte, compreso quello del cane, è stata la polizia della contea di Santa Fe. Lo sceriffo Adan Mendoza, sul caso ha dichiarato: “Siamo nel bel mezzo di un’indagine preliminare, in attesa dell’approvazione di un mandato di perquisizione”. Hackman, è stato uno degli attori più affermati di tutti i tempi e vincitore di due Oscar. Si era ritirato nel 2004.

LA CARRIERA DI GENE HACKMAN

Classe 1930, Hackman entra nei marines alla fine degli Anni 40. Dieci anni dopo decide di studiare recitazione. Alla Pasadena Playhouse conosce Dustin Hoffman ma qui, i due attori vengono giudicati “i meno propensi ad avere successo”. Hackman fa il suo debutto sul grande schermo al fianco di Warren Beatty nel melodramma “Lilith” nel 1964. Vincitore di due premi Oscar, quattro Golden Globe (di cui uno alla carriera), due BAFTA, un Orso d’argento, e altri premi, Hackman veste fin dagli anni sessanta i panni del cattivo per antonomasia, interpretando personaggi spietati e corrotti. Tra le interpretazioni più famose, quelle nei film “Gli spietati”, “Mississippi Burning – Le radici dell’odio”, “Superman”, “La giuria”, “Frankenstein Junior” e “Potere assoluto”. Dal 2022, è stato l’attore vivente più anziano vincitore del Premio Oscar per la migliore interpretazione maschile, sia da protagonista che da non protagonista.

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USA. Detroit, lancio della seconda edizione dell’iniziativa “The Perfect Pitch” in collaborazione con Retimpresa

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detroit lancio della seconda edizione delliniziativa the perfect pitch in collaborazione con retimpresa immagine7La Console d’Italia a Detroit Paola Allegra Baistrocchi ha preso parte lo scorso 20 febbraio al Talk Show di lancio della seconda edizione di ROCK, il concorso di RetImpresa dedicato all’Open Innovation e alla collaborazione nelle filiere italiane.

Moderato dal giornalista Rai Mattia Iovane e  disponibile su YouTube, (Il lancio di ROCK 2025 – talk show di presentazione) il talk show ha rappresentato un’importante occasione di confronto tra esperti, imprese e stakeholder per discutere sulle tendenze e sulle opportunità offerte dall’innovazione collaborativa, in particolare grazie all’iniziativa The Perfect Pitch. Come noto, nel 2024, il Consolato d’Italia a Detroit ha collaborato alla prima edizione di ROCK e ospitato le fasi finali della competizione The Perfect Pitch nello scorso mese di settembre con i rappresentanti delle tre startup finaliste nel settore della mobilità sostenibile. A raccontare l’esperienza del 2024, con la Console Baistrocchi c’erano Fabrizio Landi, Presidente di RetImpresa, Davide Ippolito, CEO di Reputation Research e la giornalista Rai Italia, Monica Marangoni. Insieme hanno dialogato e svelato il dietro le quinte di questo nuovo format inaugurato nel 2024 e trasformato in una serie tv che a breve andrà in onda. Anche per il 2025, continuando il suo impegno nella promozione delle eccellenze italiane nel territorio statunitense, il Consolato faciliterà l’incontro tra rappresentanti dell’innovazione italiana e principali stakeholder e venture capitalist del Michigan e della circoscrizione consolare di Detroit, comprendente anche l’Indiana, il Kentucky, l’Ohio e il Tennessee. La Console Baistrocchi ha rimarcato che “L’idea di portare delle startup italiane a Detroit per mostrare quello che è possibile fare in uno dei più importanti ecosistemi a livello mondiale per la crescita appunto delle startup è di fondamentale importanza e permette, nel contempo, di evidenziare anche quanto moderna e all’avanguardia sia l’Italia”. L’iniziativa The Perfect Pitch, infatti, si pone in continuità con il lavoro fatto dal Consolato negli ultimi anni per promuovere un’immagine dell’Italia non più legata esclusivamente alle vecchie tradizioni e alla bellezza artistica e paesaggistica, ma a quella di un Paese innovativo, con un forte legame economico e tecnologico con il resto del mondo. Allo stesso tempo, anche la percezione di Detroit e del Midwest in genere, spesso è ancora ancorata al passato industriale, mentre non sono ben note le straordinarie potenzialità di una regione che rappresenta un hub cruciale per modernità e tecnologia, capace di attrarre investimenti e partnership strategiche Il Presidente Landi ha concluso la conversazione affermando come “Anche nel 2025, The Perfect Pitch sarà uno degli appuntamenti più attesi del programma ROCK, soprattutto pensando all’impatto mediatico che questo progetto avrà con la serie tv realizzata nella prima edizione in collaborazione con il Consolato d’Italia a Detroit”. (Inform)




La Giornata della Memoria negli USA

screenshot

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In occasione dell’ottantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz-Birkenau, l’Ambasciata d’Italia a Washington e la rete consolare e culturale italiana negli Stati Uniti hanno celebrato la Giornata della Memoria con un articolato programma d’incontri ed eventi nelle principali città americane, che hanno coinvolto le diverse articolazioni del Sistema Italia negli Stati Uniti.
A Washington l’Ambasciata ha organizzato la proiezione del docu-film “Liliana” di Ruggero Gabbai sulla vita della Senatrice Liliana Segre, in collaborazione con lo US Holocaust Memorial Museum e il JxJ Jewish Film and Music Festival. Dopo la proiezione nella capitale americana, in anteprima assoluta negli Stati Uniti, il film è stato poi presentato a Chicago e Los Angeles.
“Non dobbiamo mai dimenticare, perché dimenticare significa lasciare che l’odio e l’intolleranza attecchiscano nell’ombra; significa lasciare che i pregiudizi crescano incontrollati, portandoci lungo lo stesso percorso di divisione e violenza che avevamo giurato di non percorrere mai più: poiché la memoria dei sopravvissuti svanisce col tempo, siamo noi quelli che hanno la responsabilità di garantire che le loro voci non vengano mai messe a tacere”, ha sottolineato in occasione della proiezione l’ambasciatrice d’Italia negli Stati Uniti, Mariangela Zappia.
A New York si è svolta la tradizionale commemorazione durante la quale è stata data pubblica lettura dei nomi degli ebrei deportati dall’Italia e dai territori italiani.
Altri eventi di rilievo hanno avuto luogo a Miami, dove è stata presentata l’edizione americana delle “Opere Complete” di Primo Levi, a San Francisco, Boston, Detroit, Filadelfia e Houston.
Filo conduttore delle manifestazioni è stato l’importanza della memoria e della trasmissione dell’eredità della Shoah alle generazioni future. (aise)




Trump: “Gli Stati Uniti padroni di Gaza, sarà la Riviera del Medio Oriente”

il presidente trump firma il laken riley act

il presidente trump firma il laken riley act

Gaza “sarà la Riviera del Medio Oriente”. Ci penserà lui, Donald Trump. “Gli Stati Uniti ne prenderanno il controllo, ne saremo i padroni e i responsabili“, ha annunciato con un tono che il New York Times definisce “da promotore immobiliare come un tempo” il Presidente degli Stati Uniti. E i due milioni di palestinesi? Via, sfollati altrove. “Una delle idee più sfacciate che un leader americano abbia avanzato negli ultimi anni”, scrive ancora il Nyt.

Mentre il presidente degli Stati Uniti inquadrava la questione come un imperativo umanitario e un’opportunità di sviluppo economico, trasformando la Striscia devastata dai bombardamenti israeliani in una mecca del turismo, riapriva un vaso di Pandora geopolitico con implicazioni enormi per il Medio Oriente e non solo. E infatti, immediate sono scattate le proteste un po’ ovunque. Il controllo su Gaza è stato uno dei principali punti critici del conflitto arabo-israeliano per decenni e l’idea di trasferire forzosamente i palestinesi richiama un’epoca in cui le grandi potenze occidentali ridisegnavano a piacimento le mappe della regione.

Il New York Times fa notare che la sola idea che gli Stati Uniti prendano il controllo di Gaza rappresenterebbe un’inversione di tendenza incredibile per Trump, che si è candidato per la prima volta nel 2016 giurando di portar via gli USA dalla regione dopo la guerra in Iraq. Ovviamente, come è nel suo stile, Trump non ha citato alcuna autorità legale che gli dia il diritto di prendere il controllo di quel territorio, “né ha affrontato il fatto che la rimozione forzata di una popolazione viola il diritto internazionale e decenni di consenso sulla politica estera americana in entrambi i partiti”, conclude il New York Times.

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I dazi USA rischiano di impoverire i cittadini USA

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dollari24Nel discorso d’inaugurazione della sua presidenza, Donald Trump affermò: “Applicheremo dazi e tasse ai paesi stranieri per arricchire i nostri cittadini.”. Non si può liquidare come una semplificazione estrema o uno slogan elettorale. È un’affermazione preoccupante che rivela la mancanza di comprensione di come funziona un’odierna economia complessa, nazionale e internazionale.
Certi ideologi americani sostengono che Trump porterà a una violenta de-globalizzazione a favore di un nazionalismo economico americano esasperato, quasi autarchico. In realtà, nessun paese, tanto meno gli Stati Uniti, che voglia dettare le proprie condizioni al resto de mondo, può pensare di vivere in un progressivo isolamento e al contempo voler esercitare un dominio unilaterale.
In primo luogo, i dazi producono inevitabilmente legittime reazioni politiche ed economiche. Di solito generano dei contro dazi, proprio come con le sanzioni. Perché una nazione importante dovrebbe subirli senza rispondere? Forse si potrebbe pensare che il Canada o il Messico sarebbero indotti a sottomettersi per paura del gigante vicino. Ma la Cina? E il gruppo dei paesi Brics, tutti insieme? E, perché no, l’Unione europea? Si arriverebbe velocemente a una guerra economica globale con delle pericolosissime ripercussioni in campo geopolitico.
Solitamente i dazi sono imposti per far sì che, invece di importare certe merci, queste possano essere prodotte all’interno del proprio territorio, in questo caso negli Usa. È vero, per esempio, che con gli Usa la Cina ha un surplus commerciale favorevole di 270 miliardi di dollari. Anche l’Europa ha un surplus di 130 miliardi. Nell’ultimo anno la Cina ha esportato più merci negli Usa di quanto ne ha importato. Lo squilibrio è soprattutto il risultato della decennale politica americana di outsourcing, cioè la scelta di trasferire le proprie imprese in quei paesi dove la mano d’opera è a basso costo e dove si possono fare delle cose che negli Usa sarebbero vietate, per esempio dalle leggi ambientali.
Tale politica, oltre che con la Cina, è stata fatta anche nei confronti del Messico. Infatti, lungo il confine sono nate centinaia di cosiddette maquiladoras, dove imprese, spesso controllate dal capitale americano, producono per il mercato statunitense a prezzi molto ridotti. Una situazione creata dalle multinazionali americane.
Adesso, però, la domanda obbligata è: possono le imprese americane rimpiazzare velocemente i prodotti che non arriveranno dagli altri paesi a causa dei dazi? Sono in grado di farlo? E se sì, di quanto tempo hanno bisogno per creare e far operare delle imprese locali capaci di riempire il buco creato?
Gli Stati Uniti non sono la Russia. Quando, dopo l’annessione della Crimea, sono state imposte delle sanzioni, Mosca ha fatto immediatamente partire centralmente una politica di immediato sostegno alle imprese locali per rimpiazzare i prodotti bloccati e ha cercato, soprattutto con la Cina, di coprire celermente certe importazioni tecnologiche mancanti. Trump ha una politica dirigistica di questa portata? Oppure lascerà che sia il mercato a reagire? Potrebbe essere un calcolo errato.
Inoltre, i dazi sulle merci importate faranno lievitare i prezzi al consumo negli Usa. Forse nell’immediato non del 10% come i dazi imposti alla Cina. Ma senz’altro aumenteranno di alcuni punti percentuali. E di quanto lieviteranno nel tempo? Dazio non è la parola magica per far arricchire i cittadini americani né quelli di altri paesi. Al contrario, c’è il rischio di impoverimento.
Da non sottovalutare è l’effetto più generale delle restrizioni sul commercio mondiale. Basterebbe rispolverare gli studi fatti sulle conseguenze negative generate dalle politiche dei dazi imposti dopo la grande crisi di Wall Street del 1929.
Allora il governo Herbert Hoover sottoscrisse il noto Smoot-Hawley Tariff Act, la legge che impose dazi di oltre il 20% a tutti i prodotti importati. Almeno 20 paesi risposero con dei contro dazi. Dal 1929 al 1933 l’export-import americano crollò del 67% e con esso anche il commercio mondiale. Gli effetti del crack finanziario e dei dazi nei confronti del resto del mondo produssero la Grande Depressione con alta inflazione, crollo delle produzioni e milioni di disoccupati. Fu fermata soltanto dalle politiche di rilancio industriale del New Deal di Franklin Delano Roosevelt.
Qualcuno dovrebbe ricordare e spiegare tutto ciò al presidente Trump. Un aiuto a una migliore comprensione potrebbe venire anche dall’Unione europea. Siccome anche l’Ue dovrebbe essere colpita dai dazi, perché non unire le forze con il gruppo dei Brics e far arrivare al presidente Trump un messaggio chiaro a non commettere un simile errore? Non è una sfida ma un consiglio amichevole, anche un invito a guardare al mondo e a farsi carico dell’urgente assetto multilaterale geopolitico, rispetto all’attuale pericoloso disordine mondiale.

Mario Lettieri, già sottosegretario all’Economia, e Paolo Raimondi, economista 




Tajani al Corriere: «Se l’America procede non saremo impreparati. Abbiamo una strategia»

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capturaL’Italia si impegna a fare da «ponte» tra gli Usa e l’Europa per evitare quella «guerra dei dazi» minacciata da Donald Trump che «farebbe danni sia agli americani che a noi». Ma se il presidente Usa dovesse andare avanti, noi «non ci faremo cogliere impreparati: siamo già al lavoro per trovare soluzioni che non mandino in crisi le nostre aziende e il benessere dei nostri cittadini». È preoccupato dalla svolta che potrebbe prendere l’equilibrio economico mondiale per le minacce di Trump, ma vuole rassicurare tutti Antonio Tajani, ministro degli Esteri e del Commercio con l’estero.

Sembra che l’Italia e l’Europa stiano aspettando la mannaia del boia o sperando in un atto di clemenza.

«Non stiamo giocando una partita d’attesa. Primo, perché siamo i migliori ambasciatori dell’Europa presso gli Stati Uniti, per gli ottimi rapporti che abbiamo costruito. Secondo, perché sappiamo come reagire».

Il ruolo di ambasciatori come si svolge?

«Sono i fatti a parlare. Una guerra non serve a nessuno. Nessun’altra economia al mondo è integrata come quella Usa-Ue. Le aziende europee negli Usa impiegano 3,5 milioni di americani. E un altro milione di posti di lavoro americani dipende direttamente dal commercio con l’Europa. Di tutti i beni americani all’estero, due terzi sono in Europa. E gli Stati Uniti forniscono oltre il 50% del nostro Gnl. Il volume degli scambi Ue-Usa è di 1,5 trilioni di euro, che rappresentano il 30% del commercio globale. C’è molto in gioco per entrambe le parti».

Quindi non avrebbe senso per Trump imporre dazi?

«È chiaro che servirà negoziare. E mi sembra proprio che Trump stia dando i primi segnali di volontà di negoziare: guardate al confronto con il Messico, all’intesa che è stata raggiunta ieri. Tutti sappiamo benissimo che il commercio di tutti i Paesi del mondo, anche gli Usa, si nutre di libera circolazione: di prodotti, idee, persone. E il business di tutto ha bisogno tranne che di barriere tanto materiali (muri) che immateriali (dazi). Ce lo insegna la storia: la Repubblica di Venezia divenne egemone nei traffici commerciali tra Oriente e Occidente e verso il Nord anche perché non vi erano dazi».

Quale è il rischio di un innalzamento dei dazi?

«II primo è quello che proprio Trump ha annunciato di voler ridurre: l’inflazione. I dazi sui beni importati, ovviamente, si trasferiscono sui prezzi di vendita aumentandoli».

Quindi come si reagisce se Trump andrà avanti comunque?

«L’Italia ha una posizione particolare, è il secondo Paese per varietà merceologica da export dopo la Cina. Per questo, e lo stiamo già facendo con tavoli aperti con le industrie, i produttori, bisogna lavorare per esplorare nuovi mercati. Abbiamo un piano strategico per Messico, India, Indonesia, Vietnam, i Paesi del Golfo, l’Estremo Oriente e tutta l’Africa. C’è un business plan già in fase avanzata».

Insomma, bisogna limitare il commercio con gli Usa?

«No, bisogna collaborare, venirsi incontro. Comprare e investire di più in America perché loro facciano altrettanto. La nostra Difesa già ha rapporti molto stretti con gli Usa e tutta l’Europa dovrebbe convergere verso una Difesa comune per poter agire insieme».

Anche alzando la spesa militare, come chiede Trump?

«Noi siamo disponibili ad arrivare al 2%, non certo al 5%, anche tenendo conto che siamo il Paese con più militari in missione. Si può fare scorporando le spese dal patto di stabilità, emettendo eurobond e anche attingendo a fondi del Next Generation Ue e a quelli del Mes non utilizzati».

Se non bastasse?

«In Italia da tempo tutti sappiamo che dobbiamo far calare i costi di produzione per dare competitività ai nostri prodotti. E questo sarà decisivo anche in caso di introduzione di dazi. Per ridurre i costi di produzione in Europa serve una vera politica industriale che tagli burocrazia e costo dell’energia, il che potrebbe di fatto “sterilizzare” l’aumento dei prezzi a causa dei dazi».

Come? Il modo più facile è tagliare posti di lavoro…

«Assolutamente da evitare. Per questo pensiamo servano nuove regole meno vincolanti delle norme sul cambiamento climatico; meno burocrazia, per ogni nuova regola che entra, due devono essere eliminate. E poi serve un cambio di passo della Bce, che deve lavorare in maggiore connessione con l’Ue, anche sul piano del rapporto tra euro e dollaro».

L’Italia si muoverà anche da sola avendo un rapporto privilegiato con gli Usa?

«Noi vogliamo appunto essere un ponte. Certo ogni Paese ha propri prodotti che magari, come è stato finora, difende individualmente. Ma è molto meglio agire uniti».

Lo dice anche all’opposizione e ai magistrati, che — secondo voi — vi stanno attaccando ferocemente?

«Sono fatti. Noi vogliamo solo fare una riforma della giustizia che serve a renderla più efficiente e giusta. Non facciamo la guerra a nessuno. Una giustizia che funziona, rapida, sicura è un altro fondamentale tassello per aumentare il peso economico del Paese e attirare investimenti. Dovrebbe essere un obiettivo primario per tutti».

dal Corriere della Sera