Cividale del Friuli: passeggiando sul ponte del diavolo

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cividale fabrice gallina 1024x683In quegli anni la Penisola italiana era diventata terra di conquista per numerose bande barbare che dall’Est marciavano calpestando quel che restava dell’Impero romano d’Occidente.

Nel 568 toccò a una popolazione di origine scandinava attraversare le Pannonia  (l’attuale Ungheria)  per riversarsi sull’Italia. Erano i Longobardi, popolazione di lingua germanica, alleati con gli Avari e in conflitto con i Bizantini.

Nell’aprile di quell’anno i Longobardi, guidati da re Alboino, si misero in marcia e conquistarono l’attuale Friuli Venezia Giulia. Per cautelarsi le spalle durante l’avanzata in Valpadana, il re scelse di affidare al nipote Gisulfo un presidio  militare a Forum Iulii (fondata da Giulio Cesare), un borgo posizionato strategicamente  sulle sponde del fiume Natisone e destinato a diventare la sede del primo ducato longobardo con competenza su un vasto territorio comprendente praticamente l’attuale Friuli.

Il  dominio longobardo finì nel 774 sotto la spada di Carlo Magno, che si proclamò  “Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum” , mantenne  le Leges Langobardorum, e riorganizzò il regno sul modello franco, sostituendo i duchi con i conti. Nel 781 il Friuli venne inquadrato nel Regnum Italiae  e nel X secolo, la città iniziò  a chiamarsi Civitas Austriae, la residenza ufficiale del Patriarca, vassallo dell’Imperatore di Germania fino al 1238. Con il trascorrere del  tempo la popolazione abbreviò il toponimo in  Cividale, che oggi è uno dei borghi più belli e suggestivi dell’Italia  nei quali  persistono tradizioni e miti. Dal nome antico della città, “Forum Julii”, per contrazione, è nato anche il nome “Friuli” mentre i suoi reperti artistici e i suoi monumenti, dal 2011,  fanno parte del Patrimonio dell’Umanità.

Cividale sembra cucita su misura per gli amanti del turismo slow. Dopo aver lasciato l’auto a poca distanza dal borgo, è possibile infatti visitarla a piedi, puntando sulla piazza dominata dal Duomo di Santa Maria Assunta (iniziato nel 1453)  che conserva dipinti di Giovanni da Udine, del Pordenone, di Gaspare Diziani, del Maggiotto e la pala d’argento dorato con Madonna, santi e il patriarca Pellegrino II (1194-1204).

museo cristiano 1Il Museo Cristiano, posto accanto allo stesso Duomo ospita alcune tra le testimonianze più preziose della dominazione Longobarda, come, l’Ara di Ratchis (un altare in pietra carsica decorato con bassorilievi),  la cattedra su cui vengono raffigurati di molti patriarchi e la spada del Patriarca Marquardo di Randeck. Sulla stessa piazza sorge il palazzo dei Provveditori Veneti, che oggi ospita il Museo Archeologico Nazionale.

La scoperta della città longobarda  prosegue tra i vicoletti del centro urbano, punteggiati da case medievali sospese nel tempo. Il  prezioso Tempietto Longobardo che si trova nel Monastero di Santa Maria in Valle (poco lontano dal centro e sulle sponde del fiume Natisone)  custodisce una cappella in pietra costruita nel Settecento e rappresenta una struttura unica in tutto l’Occidente, in particolare per il grande arco decorato con trafori a giorno e le grandi statue di santi e martiri. La cappella, alta e stretta e sormontata da un arco di pietra decorato con tralci di vite e sei statue femminili  più alte del normale, la rende davvero unica. Nel soffitto e sulle pareti vi sono tracce di affreschi realizzati tra l’XI e il XIV secolo mentre  le navate sono separate da colonne con capitelli corinzi.   L’Ipogeo Celtico, che si raggiunge a piedi con pochi passi dalla piazza, è invece un insieme di stanze sotterranee scavate nella roccia lungo gli argini del fiume, di epoca preromana e utilizzate nel tempo come carceri o cisterne. L’ipogeo ospita tre grandi mascheroni di pietra scavati nelle nicchie, le cui funzioni originarie rimangono ancora oggi avvolte nel mistero.

ponte del diavoloLo skyline di Cividale tocca lo Zenit con il Ponte del Diavolo, un massiccio ponte di pietra con due grandi arcate, risalente al 1442 e sospeso tra le sponde del Natisone. La leggenda narra che il successo della costruzione di questo ponte fu merito del diavolo in persona, che chiese in cambio l’anima del primo passeggero del ponte. Il mito, a seconda delle sue versioni, racconta che i cividalesi si presero gioco del maligno facendo passare di lì un cane, un gatto, una pecora.

Chi arriva a Cividale (decorata al valor militare per la guerra di liberazione e  insignita della medaglia d’argento al valor militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale) non può esimersi ovviamente dalla degustazione della cucina locale, formata da un mix di sapori che unisce le tradizioni delle cucine italiane, slovene e austriache. Di impronta italiana sono ad esempio il Frico, il Prosciutto di San Daniele, il Muset (cotechino di muso del maiale) e la Brovada (rapa), mentre dalla tradizione austro-ungarica  attinge lo  Stakanje (patate, zucchine e tegoline condite con ciccioli, aglio e aceto) e la Bizna (Minestra con rape, fagioli e grano turco). Sulla tavola non potrà mancare ovviamente un  Refosco  o un Cabernet (vini rossi) e oppure un  Verduzzo  o un Tocai friulano (vini bianchi).




Reggio Emilia DOP

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800px piazza san prospero reggio emiliaSessantottomila bovini distribuiti in 1540  allevamenti. 136 caseifici per una produzione annua di 967634 forme di parmigiano reggiano. Basterebbero questi soli dati a identificare Reggio Emilia come il regno del formaggio italiano. O per catalogare questa provincia italiana tra le eccellenze del comparto agricolo e zootecnico europeo. O per imprimere nella mente il luogo di nascita di uno dei prodotti più esportati del “made in Italy”, un marchio tutelato dalla tipicità ma anche tra i più copiati nel Mondo.

Eppure, Reggio Emilia e la sua provincia è non solo questo. Nel viaggio alla ricerca dell’Italia nascosta, questo angolo di pianura padana raccoglie in sé numerose pietre importanti della storia italiana arrivando a proporre anche alcune eccellenze nelle pagine scritte dell’evoluzione storica peninsulare.

E’ facile penetrare in questo angolo dell’Emilia Romagna. La pianura bagnata dal Po la fa da padrona pur lasciando spazio a crinali appenninici che regalano tipicità di alta collina. Conviene attraversare la provincia percorrendo la Strada statale 9 via Emilia. Attenzione. Anche il citare questa strada vi porterà direttamente nella storia d’Italia. Perché quella che ancora oggi attraversa questa fetta d’Italia è un’opera realizzata dal console  Marco Emilio Lepido per collegare in linea retta Rimini con Piacenza. Sul suo selciato camminarono le armate di Giulio Cesare quando attraversarono il fiume Rubicone dichiarando di fatto l’inizio della guerra civile. E il suo percorso è stato prolungato successivamente fino a  Milano divenendo una delle arterie principali dell’Italia risorgimentale.

800px correggio, ritratto di dama, c.1517 1518Formata da 45 comuni, nessuno dei quali aventi una popolazione inferiore a 1000 abitanti, Reggio nell’Emilia vanta nomi di assoluto prestigio: Guastalla, Correggio, Canossa, Brescello, la Pietra di Bismantova per motivi vari sono entrati a far parte della iconografia storica italiana, affiancando il capoluogo nel prestigio. A Correggio nacque  nel 1489 Antonio Allegri figlio di Pellegrino e Bernardina Piazzoli degli Ormani che di tutti i grandi protagonisti della sua epoca, è l’artista meno documentato e il più leggendario. Il “Correggio, vero genio del colore, lavorò nella cappella funeraria dei Mantegna a Mantova, realizzò la Natività di Brera e la Madonna di San Francesco (oggi custodite a Dresda),eseguì la tela con Giove e Antiope, oggi conservata al Louvre, L’educazione di Amore della National Gallery di Londra, l’Adorazione dei Pastori (oggi a Dresda), l’Allegoria del Vizio e l’Allegoria della Virtù, e i quattro capolavori Amori di Giove (Danae, Leda e il cigno, Ganimede e l’aquila, Giove e Io), commissionatigli dal duca Federico II Gonzaga negli anni Trenta del Cinquecento.

Alle falde dell’Appennino reggiano (nel comune di Castelnovo ne’Monti) sorge La Pietra di Bismantova, una caratteristica formazione geologica che si presenta come uno stretto altopiano dalle pareti scoscese, che si staglia isolato tra le montagne appenniniche e che ispirò Dante Alighieri per la montagna del Purgatorio.

p,re,2019,canossa,castello di canossa,c,30567,emanuela rabottiCiano d’Enza con il suo castello di Canossa rappresenta una pagina importante della storia italiana del XI secolo, con il paese al centro della politica europea ed Enrico IV e Matilde di Canossa protagonisti della lotta fra Papato e Impero.

Il capoluogo Reggio nell’Emilia rappresenta da solo un valido motivo per scegliere questo percorso alla ricerca della italianità verace.

Nel 150 anniversario dell’Unità d’Italia è d’obbligo una tappa nella città che innalzò  il  7 gennaio 1797  il primo tricolore verde, bianco e rosso.

Fondata da Marco Emilio Lepido con il nome di Regium Lepidi, la città del Tricolore è stata insignita nel 1950 Medaglia d’oro al valor militare (oltre 500 i caduti nella lotta partigiana contro l’esercito nazista) e detiene un particolare primato: dalla nascita della Repubblica è sempre stata governata da partiti di sinistra senza vedere mai un’alternanza di colore politico.

1024px sala del tricolore 02La città è al centro dell’esperienza chiamata “Reggio Children” per l’approccio pedagogico nelle scuole dell’infanzia comunali, ispirata alle ricerche del pedagogista reggiano Loris Malaguzzi ed è universalmente riconosciuta e stimata per l’alto livello formativo degli asili nido e delle scuole dell’infanzia.

Il Teatro Municipale neoclassico, le basiliche rinascimentali e barocche di San Prospero e della Beata Vergine della Ghiara, il Duomo, Palazzo Ducale, piazza Prampolini, piazza San Prospero, Piazza Prampolini, piazza  Casotti e Piazza Fontanesi rappresentano il fulcro architettonico di una città che conserva gelosamente il primo tricolore nella sala settecentesca del Municipio e ama leggere la sua Gazzetta fondata nel 1860.

Ma se la città riflette lo spirito risorgimentale in tutte le sue angolazioni, la provincia  si propone ai suoi visitatori con il  gusto, mettendo sulla tavola una straordinaria varietà di prodotti di nicchia e dal marchio protetto.

vino 6L’agricoltura reggiana è fra le più ricche e più evolute della regione Emilia-Romagna e nel corso degli anni è andata specializzandosi, grazie alle caratteristiche peculiari del territorio, nell’indirizzo zootecnico-foraggiero. Il vero fulcro dell’agricoltura provinciale è costituito dalla produzione e lavorazione del latte. I caseifici rappresentano un giacimento produttivo che traina anche la suinicoltura e la viticoltura. Formaggio, prosciutto e lambrusco raccontano in tre parole la vera anima di una provincia racchiusa tra il corso del Po (a nord) e le propaggini appenniniche a sud, capace di sola di produrre il 31% del parmigiano reggiano italiano (con entrate stimate sui 300 milioni di euro l’anno) e con un reddito agricolo che al 62% deriva dalle produzioni animali.

La scoperta della provincia reggiana passa quindi obbligatoriamente attraverso la degustazione dei suoi numerosi prodotti a marchio DOP e IGP.

Lo scritto più antico in cui si trova menzionato l’Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP risale al 1046 in cui si parla di un aceto, ricostituente e balsamico, tanto desiderato dalle teste coronate. Da quasi mille anni il prodotto si identifica con le due province di Reggio e Modena e si allinea ad altri presidi gastronomici di qualità. Come ad esempio il salame d Canossa,  il biscione reggiano (dolce da forno) o l’Erbazzone di Reggio Emilia (torta salata tipica). Dal mosto di uva Lancellotta vengono prodotti i sughi d’uva, consumati come dessert, come spuntino o, accompagnato da pane, come piatto unico.

Il  Pecorino dell’Appennino reggiano è  un formaggio a base di latte di pecora e coagulato con caglio di latte di agnello mentre la Spongata di Reggio Emilia rappresenta un dolce di origine medioevale (la ricetta più antica di cui si ha conoscenza è quella attribuibile al convento delle Benedettine fin dal 1480), di complessa preparazione a base di miele, mandorle, pinoli e uva sultanina.  Altro  presidio gastronomico della provincia è il  Cappelletto reggiano, prodotto tipico della cultura tradizionale contadina emiliano-romagnola. La tradizione vuole che i cappelletti siano stati modellati a forma di “Umbilicus Aphroditis”,  ma è il ripieno che ne caratterizza la diversa provenienza geografica. Quello reggiano è tradizionalmente composto di solo stracotto di manzo.

Il 22 luglio 1971 venne riconosciuta, tramite un decreto dell’allora Presidente della Repubblica, la denominazione di origine “Lambrusco Reggiano”, per qualificare le uve e i relativi vini prodotti nel territorio provinciale, già conosciuti e apprezzati fin dall’antichità. La versione secca (ma anche quella amabile) viene abbinata ai piatti tipici della tradizione reggiana e completando con un brindisi la scoperta di una provincia immortalata dalle pellicole cinematografiche realizzate a Brescello.




Come saranno le vacanze degli italiani

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unnamedGrazie alla campagna vaccinale il numero degli italiani che decideranno di andare in vacanza nel 2021 supererà il 70%, contro il 79,9% del 2019. È quanto emerge dalla ricerca di Euler Hermes (Gruppo Allianz) in collaborazione con Format Research, secondo cui visto l’attuale scenario d’incertezza, oltre il 60% non giocherà di anticipo e aspetterà di essere a ridosso di un mese dalla partenza per prenotare le vacanze. Quasi uno su tre prenoterà non prima di due settimane dalla partenza prevista.

Secondo lo studio, il 75% degli italiani si doterebbe di un passaporto sanitario (contenente informazioni relative al vaccino contro il Covid-19 effettuato o in alternativa all’ultimo tampone molecolare) qualora questo fosse necessario per muoversi e quindi raggiungere il luogo di villeggiatura scelto.

Gli italiani che sceglieranno di restare nel nostro Paese trascorreranno in vacanza circa 12 giorni, spendendo in media 1.400 euro, se partiranno in famiglia, e quasi 800 euro se partiranno da soli o con amici.

Per i viaggi all’estero la spesa per le famiglie salirà a circa 1.700 euro e a circa 1.000 per i viaggi individuali, ma i giorni medi di vacanza si ridurranno a 8.

Le principali destinazioni nazionali sono località balneari: il 17,5% sceglie la Puglia, poi seguono con il 16,3% la Sardegna e la Sicilia, leggermente dietro la Toscana con il 15,9%. In montagna svetta il Trentino Alto Adige con il 13,2% delle preferenze, seguito da lontano dalla Valle d’Aosta, con il 4,3%.




Draghi: “Green pass per circolare liberamente in Italia da metà maggio”

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150847617 f216dc69 2a4b 4479 996e a72452845e00AGI –  Dalla metà di giugno i turisti che sono stati vaccinati potranno circolare liberamente in Europa, “il green passa sarà pienamente operativo” ma nell’attesa “il governo italiano ha introdotto un pass verde nazionale che entrerà in vigore a partire dalla seconda metà di maggio”.

Mario Draghi presenzia la conferenza stampa al termine del vertice ministeriale del G20 e accelera sul via libera agli spostamenti tra turisti: “Grazie al pass – osserva – saranno in grado di spostarsi da un paese all’altro senza quarantena, a patto che possano dimostrare di essere guariti dal Covid, vaccinati o negativi a un tampone”.

Il turismo – premette il premier alla presenza del ministro Garavaglia – è un settore essenziale per l’Italia, “l’economia dopo la pandemia sarà diversa ma non ho dubbi che il turismo si riprenderà e sarà più forte di prima, anche migliore”.

Il presidente del Consiglio punta dunque al rilancio, il nostro Paese vive di turismo, “la pandemia ci ha costretti a chiudere temporaneamente, il mondo vuole viaggiare in Italia e l’Italia è pronta a dare il benvenuto al mondo”.

Il Capo dell’esecutivo annuncia anche che sul fronte delle riaperture l’obiettivo e’ procedere speditamente nei prossimi giorni. “Le nostre montagne, le nostre spiagge, le città e le nostre campagne stanno riaprendo e questo processo accelererà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi”.

Ma nel frattempo occorre intanto sostenere il settore in difficoltà: “Il governo intende offrire un aiuto all’industria turistica che ha avuto tanto danno da questa chiusura cosi’ prolungata”, sottolinea Draghi che ricorda come nel Pnrr saranno destinati fondi ad hoc. Inoltre occorre lavorare per regole chiare e semplici per fare in modo che “i turisti possano tornare in Italia e viaggiare in sicurezza”.

L’appello ai ministri del G20 è dunque quello di prenotare le vostre vacanze in Italia: “Naturalmente non vediamo l’ora di riaccogliervi di nuovo”. Ma il presidente del Consiglio fissa anche dei paletti: “Il G20 e le direttive per il futuro del Turismo sono – rimarca – una base per una ripresa del turismo a livello globale e affermano il bisogno di renderlo più’ sostenibile e inclusivo, per proteggere anche l’ambiente e fare in modo che ci sia un’inclusione delle comunità locali”.




Il Polesine: là dove le acque si abbracciano

fishing huts and boats at scardovari lagoon, rovigo, italy

fishing huts and boats at scardovari lagoon, rovigo, italy

L’aeroporto di arrivo potrebbe essere Milano o Venezia e le autostrade vi porteranno facilmente fino a Rovigo. Ma quando arrivate nel capoluogo del Polesine, gettate le indicazioni delle agenzie di viaggio e affidatevi ai consigli degli abitanti del luogo. E soprattutto, armatevi di “lentezza”.

Il Polesine non è tra le terre segnalate con l’evidenziatore nelle agenzie di viaggio che smistano il turismo di massa. Ed è meglio così. Perché questo è uno di quegli angoli d’Italia  che vanno scoperti senza clamori, penetrandovi con il piacere del passo lento e con il ritmo del f iume che rallenta per farsi accogliere in un abbraccio dal Mar Adriatico. Sarà il modo migliore per trovare un altro degli infiniti tesori disseminati nella terra italiana. Un punto di partenza per un percorso che avrà come punto di riferimento il fiume Po e il suo delta, e come città di riferimento Rovigo.

arqua polesine ok scaledAbitato anticamente dai veneti (solo omonimi degli attuali corregionali) e in seguito dagli etruschi e infine dai romani, il Polesine è una terra letteralmente strappata alle acque, e spesso posta sotto il livello del Mare. Gli etruschi furono i primi a intraprendere le opere di bonifica per modificarne l’orografia paludosa. Costruirono canali chiamati “fosse” che l’ingegno tecnico dei romani ampliò: le  fosse Augusta, Clodia, Filistina, Flavia, Messanicia e Neronia  nel I secolo d.C. permettevano di navigare da Ravenna ad Aquileia rimanendo sempre all’interno di lagune percorrendo canali artificiali e tratti di fiumi.

Appartenente al Regio X Venetia et Histria, il Polesine (il nome deriva dal latino medievale “polìcinum” ossia terra paludosa ) subì una prima grande trasformazione dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. A causa della scarsa manutenzione delle opere idrauliche il territorio ritornò paludoso, scarsamente appetito dai bizantini (cui vennero affidate le zone settentrionali) e dai longobardi (che vi fondarono il Ducatus Ferrariae). Il riemergere di alcune terre nell’alveo dell’ Adigetto e la fondazione dei primi nuclei abitati di Badia Polesine, Lendinara, Villanova del Ghebbo, Villadose e Rovigo, segna la nascita ufficiale della terra del Polesine. Le alterne vicende storiche lasciarono proprio a Venezia il compito di dare inizio alla vasta opera di canalizzazione e bonifica del terreno, che negli anni seguenti avrebbero finalmente stabilizzato questo lembo d’Italia che degrada verso il delta del Po. Entrato a far parte del Regno Lombardo-Veneto, il Polesine fu annesso all’Italia nel 1866 con la terza guerra d’indipendenza ma vide molti dei suoi abitanti emigrare verso il Brasile e l’Argentina o verso altre città industriali del Piemonte e della Lombardia, anche a causa delle periodiche e tragiche alluvioni. Il 17 settembre 1882 l’Adige inondò il territorio fino al Canalbianco costringendo 63 000 persone ad abbandonare la terra ed ad emigrare in Sud America.

rovigoLuogo di incontro del fiume con il mare, il Polesine offre ai visitatori ancora tracce della centuriazione del territorio operata dai romani. La strada che da Rovigo porta ad Adria è probabilmente l’antico decumano massimo. Molti erano i castelli fortificati presenti nella zona a testimonianza delle lotte tra Estensi, Scaligeri e Padovani: il castello di Ficarolo (1112) che venne sommerso dalle acque del Po,  i castelli di Bergantino e Melara furono distrutti nell’800, il castello di Loreo f u teatro di sanguinosi scontri durante la guerra tra la Serenissima e Genova. Tra Rovigo e Adria nacquero anche numerose istituzioni culturali, che nel 1300 produsse l’istituzione della scuola pubblica.

senza titolo 4 920x607La straordinaria opera di bonifica realizzata dall’uomo non ha cancellato il profilo ribelle di una terra in perenne lotta con le forze della Natura, regalandole straordinarie potenzialità. Il mare che bagna il Polesine rende la provincia di Rovigo una delle prime produttrici di pesce azzurro in Italia. Nelle sue acque è possibile non solo pescare sardine, cefali ed alici di ottima qualità, ma anche delle ottime anguille, che iniziano il loro ciclo vitale nel  lontano mar dei Sargassi, finire, dopo quattro anni ed un lungo viaggio, nel Delta del Po. L’anguilla delle Valli del Delta rappresenta la vera eccellenza dell’offerta gastronomica del Polesine e  può essere consumata fresca o marinata. Magari accompagnata dalle eccellenti varietà di riso arbocrio, carnarolo, vialone nano o baldo. Coltivato nelle aree dismesse della barbabietola da zucchero, il riso rappresenta un’altra eccellenza del territorio, come gli asparagi , il radicchio, il melone, l’aglio bianco del polesine (che ha ottenuto il marchio DOP), la polenta bianca di mais o il pane di Loreo. Avvicinandosi al mare, e arrivando nelle laguna di Caleri e nella Sacca di Scardovari bisogna però fermarsi per assaggiare le cozze e le vongole tipiche del territorio del Polesine. Qui i mitili non vengono pescati ma “coltivati”  come fossero prodotti di terra, raccolte a mano e ponendo a rotazione i “terreni di coltura”. Tramandata di padre in figlio da generazione, la coltivazione della “Vongola del Polesine” e della “Cozza di Scardovari”, rappresenta una delle tipicità del Veneto e nelle osterie tipiche del Delta  vengono preparate con metodi semplici e tradizionali.

NEL NOME DELLA ROSA

Chiamateli rodigini o rovigotti e pensate alle rose..

Capoluogo del Polesine, Rovigo deve molto alla cultura. E’ grazie al poeta Ludovico Ariosto che il suo nome latino “Rhodigium” viene associato alla parola greca “rhòdon” ossia rosa.

“La terra, il cui produr di rose

Le dié piacevol nome in greche voci”

specie 1024x576Inseriti nel poema dell’Orlando Furioso i   versi di Ludovico Ariosto hanno lasciato il segno nella municipalità rodigina che ha scelto proprio la rosa come uno dei simboli della città, lasciando ai visitatori il gusto di scoprire le altre bellezze tipiche del territorio. E tra essi vi sono ad esempio i canali.Adigetto, Ceresolo, Rezzinella, Valdentro, Canalbianco, Pontecchio, Zucca….ogni rodigino conosce bene i nomi dei tanti canali artificiali che solcano la griglia cittadina, ricomponendo su scala minore quella che è la geografia tipica che a pochi chilometri verso Est disegna il territorio della provincia: l’inizio del grande Delta del Po. E ogni viaggiatore dovrebbe trovare il tempo di soffermarsi tra le vie cittadine per assaporare questa strana Italia dal passato paludoso e dall’immensa ricchezza fluviale. Storica, naturalistica e gastronomica.

Rovigo viene denominata in un documento dell’834 come “Villa” vicino a Gavello nell’incrocio di vecchie strade con il ramo dell’Adige chiamato in periodo più tardo Adigetto, che si staccava da Badia verso sud. Nel 920 viene fortificato dal vescovo di Adria, Paolo Cattaneo, per difendere la sede vescovile dagli assalitori ungari. Finita sotto la giurisdizione degli Estensi, la cittadina nel 954  passò ufficialmente nelle mani della potente famiglia con il Sacro Romano Imperatore Enrico VI. A ricordare la presenza degli estensi è il mastio del castello, conosciuto come “Torre di Donà”, una torre in muratura alta 66 metri e sicuramente la più imponente  opera muraria dell’epoca.

tenuta ca zenNel XV secolo Rovigo divenne territorio della Repubblica di Venezia e tale rimase per tre secoli. Il segno veneziano è ben visibile nella torre civica costruita in Piazza Vittorio Emanuele II e nella colonna con il Leone di San Marco. Su progetto di Francesco Zamberlan, Venezia costruì anche il tempio della Beata Vergine del Soccorso (conosciuto come Rotonda), il cui interno è ricco di decorazioni e tele raffiguranti i podestà veneziani che vi governarono fino a metà del XVII secolo.

Prima dell’inizio della dominazione francese, Rovigo vide l’ampliamento del duomo  e la realizzazione di Palazzo Roncale e Palazzo Angeli, due capolavori dell’edilizia privata.

La rivoluzione francese cambiò ancora una volta le carte in tavola consegnando al Regno Austroungarico prima e al Regno d’Italia poi (1866) una città che si arricchì del Teatro Sociale e dell’Accademia dei Concordi.

ADOLFO ROSSI: Una penna per i diritti del lavoro

Nel 1894 venne dato alle stampe “Un italiano in America”. Fu un buon successo editoriale che sul finire dell’Ottocento, per la prima volta fece conoscere al pubblico italiano la comunità italiana di New York.

A scriverlo fu Adolfo Rossi, giornalista, scrittore e diplomatico italiano, figlio di quel Polesine che stava migrando in massa verso terre che offrivano un futuro meno precario dei fiumi che bagnavano il territorio. Rossi era nato a Lendinara nel 1857 e visse gli anni dell’adolescenza nutrendosi degli scritti di Alberto Mario, altro illustre cittadino del Polesine, protagonista del Risorgimento insieme a sua moglie Jessie White. Figlio di una famiglia medio-borghese, Rossi visse con insoddisfazione il suo lavoro d’impiegato postale.

zskynq8vxr0n pnilm1nc7afzn53q2o4xkivz9qcdjfefpcon9lcf8kssp4bwbubg1oaqtuxkeizwjrfjj jyrqdl4bvhdo9u l7wakuwki8leil raizfuAll’età di 22 anni, nel 1879, Adolfo si imbarcò alla volta degli Stati Uniti, diretto a New York più per scelta di vita  che per necessità economiche.Dopo aver esercitato i mestieri più vari, divenne redattore de Il progresso Italo-americano. Dopo aver vissuto con i propri occhi di cronista le dinamiche della comunità italiana, al rientro in Italia diede alle stampe il suo libro e continuò la professione di giornalista per Il Messaggero e Il Corriere della Sera. Nel 1893 fu inviato in Sicilia dal giornale romano La Tribuna per scrivere sulle condizioni sociali della Sicilia, nel momento di crisi politica creato dalla questione dei Fasci Siciliani dei Lavoratori. Questa esperienza venne riassunta nel libro  L’agitazione in Sicilia. A proposito delle ultime condanne, Milano, Max Kantorowitz Editore, 1894. Inviato di guerra tra il 1885 e l’86 nella campagna d’Eritrea,, Adolfo Rossi dopo sei anni entrò a far parte della diplomazia. Nel  1906 divenne Commissario per l’Emigrazione, e infine ministro plenipotenziario a Buenos Aires. Morì nella capitale argentina nel 1921.




Il Cristo Redentore bresciano, un indimenticabile luogo sacro italo-brasiliano

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img 20191118 wa0215Oltre alla solita routine, in un’anonima domenica durante la pandemia, un momento in cui la nostalgia si faceva più soffocante accade una meravigliosa scoperta. Trovare Bienno, un antico borgo medievale ricco di arte, cultura, palazzi, musei storici, ottimo cibo locale, pittoreschi cortili e circondato dal verde delle montagne.Situato nel nord Italia, in Lombardia. Facilmente raggiungibile, a circa 70 km dal capoluogo di provincia, è una perla da scoprire.Il luogo sacro dove la gente arriva per respirare meglio e purificarsi.Una località dove la natura è protagonista, uno degli spettacoli naturali e religiosi più incredibili e uno dei borghi più belli della Provincia di Brescia.Uno di quei posti che cambiano la vita. È meta turistica per ammirare la grande scultura del Cristo , dorata in oro zecchino e opera dello scultore Timo Bortolotti, collocata sul colle di Bienno, il cuore della Valle Camonica.Sotto di essa c’è la scritta, anch’essa in oro:

CHRISTO REGI REDEMPTORI CAMUNIA VALLIS EREXIT MCMXXIX – MCMXXXI

(A Cristo Re e Redentore la Valle Camonica eresse 1929/1931)

Il Cristo Redentore bresciano, in bronzo e rame, supera i 26 metri di altezza, l’apertura delle braccia è di 8 metri, la sola testa è alta 1,80 metri.Il solo piedistallo su cui poggia è alto ben 16 metri.Il monumento è visibile da gran parte della media Valle Camonica.

Inaugurato il 28 giugno 1931.L’opera era stata inizialmente costruita a Milano, dove lo scultore operava, e trasportata a pezzi fino a Biennio:un trasporto eccezionale per i mezzi dell’epoca. Rappresenta anche un omaggio-tributo ai giubilei di Papa Pio XI e del vescovo di Brescia monsignor Giacinto Gaggia.

img 20190927 wa0079CAPPELLA AI CADUTI

Come basamento del Divino Colosso fu eretta una cappella a ricordo dei Caduti di tutte le guerre dell’intera Valle:all’interno un grande crocifisso ai cui piedi piange Maria Maddalena, ai due lati l’apostolo San Giovanni e la Madonna con interessanti affreschi databili tra la fine del quattrocento e l’inizio del Cinquecento.Fu ricostruita nel secolo scorso sull’attuale facciata.Le lastre in marmo presenti, il piccolo altare e il pavimento, riportano i nomi della 14 stazioni della Via Crucis poste lungo i 700 metri della strada che conduce in cima al colle.

SACRARIO DEI CADUTI

Il sacrario risale al 1967.Costruito in granito grazie all’interessamento della sezione locale dei “combattenti e reduci”.All’interno un altare sormontato da una scultura di legno, alcune pietre, armi, cimeli di guerra e una piccola campagna che a ogni alba e tramonto ricorda gli eroi, uomini che pagarono con la vita il tentativo di salvare la patria.

Il Cristo redentore bresciano, dopo un accurato e minuzioso restauro dello strato di colore giallo oro, è tornato a splendere ancora più brillante nel periodo della pandemia.Facilmente raggiungibile, in perfette condizioni liberamente visitabile esso costituisce una tappa di sosta e di serenità per tutti turisti.Da visitare, innamorarsi e sentirsi fin da subito a casa.Dove ti rechi quando cerchi un po’ di pace interiore, quando vuoi stare bene o quando hai bisogno di far uscire tutta la negatività che hai accumulato.Un posto giusto nel senso spirituale, quel luogo che chiami “casa” anche perché ci fa ricordare il Corcovado di Rio de Janeiro. Un ricordo vivido e indimenticabile. Per me, anche se non dovessi più visitarlo per anni, so che sarà sempre là, ad aspettarmi. So che ogni volta che ritornerò in Italia, proverò sempre la stessa sensazione di fede e completa connessione tra Brasile e Italia.Poche cose lasciano a bocca aperta come l’esperienza di sentirsi connessi e in pace con se stessi.Una forma di felicità semplice e accessibile.L’abbraccio del Cristo è rivolto verso la parte bassa della Valcamonica in segno di accoglienza per chi arriva da lontano.Come il sole in oro la statua del Cristo sembra di trasmettere un messaggio ai visitatori, coi segni della sua bontà, misericordia e del suo amore.

img 20190927 163246Il creatore vi saluta cosi:

Forza, coraggio, figlioli!Io ho vinto la morte e voglio dire che vi amo!

Per chi volesse poi visitare il borgo vi è anche un punto ristoro presente nei pressi della statua. Oppure fare una piccola sosta nella bellissima Bienno.

 




Il Pentagono d’oro: alla ricerca del Cartizze, terra regina degli spumanti

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cartizze valdobbiadene1,748Acqua, terra e storia. Impasta il tutto e aggiungi i profumi inconfondibili del radicchio tardivo e della casatella. Mentre sali in bicicletta sulle colline di Valdobbiadene e Conegliano Veneto  fermati ad assaporare il tutto bevendo un bicchiere di Prosecco e ascoltando  i racconti della gente. Perché stai apprezzando l’essenza di una terra che racchiude in sé tanti piccoli tesori e che ha fatto del gusto la sua carta d’identità.

Candidata a diventare patrimonio mondiale dell’umanità (nella lista UNESCO), le colline del Prosecco rappresentano oggi una delle mete più ambite del turismo enogastronomico italiano. Il turismo “mordi e fuggi” non fa parte però parte della filosofia di vita di chi abita queste terre collocate a metà strada tra l’Adriatico e le vette dolomitiche. Qui si vive a pochi metri dal fiume sacro degli italiani – Il Piave – e si respira ancora l’anima risorgimentale che costò migliaia di vite nella Prima Guerra mondiale. Il tutto intrecciato con la coltivazione della vite, che ha prodotto un mix eccezionale trasformando le colline nella regina del vino italiano: il Prosecco Superiore DOCG.

conegliano dama castellana dama 1La storica cittadina di Conegliano in particolare attrae ogni anno numerosi visitatori, affascinandoli con i suoi suggestivi portici e le magnifiche facciate dei palazzi nobiliari che ne ornano il centro storico. Nei suoi ristoranti è possibile assaggiare i prodotti tipici della provincia di Treviso: il radicchio tardivo IGP e la casatella Dop, veri e propri diamanti della cucina territoriale.

Il Radicchio Rosso di Treviso IGP, richiede settimane di pazienti lavorazioni manuali prima di essere servito in tavola.  Unico nel sapore con quel suo gusto gradevolmente amarognolo e croccante, è perfetto  per le preparazioni di  antipasti,  primi e secondi piatti  ed infine come contorno o base di prelibati dessert. Prodotta  con latte di vacca, la casatella è invece un antico formaggio della tradizione casalinga e va consumato fresco per poterne apprezzare le caratteristiche aromatiche e di particolare succulenza.

Il percorso sulle colline del Prosecco (in cui da anni viene organizzato inizia dal Piave, “fiume caro alla patria”. A poca distanza da Moriago, nelle vicinanze di Sernaglia, si incontra il cippo commemorativo dell’Isola dei Morti. Un tempo chiamata Isola Verde, questa zona a ridosso del Piave venne ribattezzata Isola dei Morti dopo il sacrificio di migliaia di giovani Arditi che qui persero la vita sfondando le linee austriache.  Tra le tante storie giunte a noi dal passato, una testimonianza racconta come nei giorni successivi alla battaglia non si potesse camminare sull’Isola Verde senza calpestare cadaveri…

cartizze valdobbiadeneAbbandonando le rive del Piave la strada sale dolce ma costante verso Valdobbiadene. La patria del prosecco è un susseguirsi di ondulati panettoni dove spiccano i paesi, ma soprattutto le innumerevoli cantine.  Il ciclista temerario, prima di chiudere il proprio tour con la degustazione del Prosecco, sceglierà la strada alta della Valdobbiadene per raggiungere l’imponente abbazia cistercense. Il cicloturista sceglierà invece di scendere verso Col di San Martino per attraversare stradine secondarie fino a Farra di Soligo per godere di alcuni bei panorami sulle colline a nord della strada. Il punto di incontro dei due percorsi si trova a Solighetto. L’escursione naturalistica costeggia il torrente Lierza, nell’omonima valle. Qui le automobili scompaiono ed è possibile serpeggiare con la bicicletta tra vecchie case e il corso d’acqua, fino a raggiungere il molinetto della Croda, un manufatto di oltre 400 anni la cui grande pala gira a velocità costante senza fermarsi mai. Sarà davvero difficile alzarsi dalla panchina e lasciare questo luogo sospeso nel tempo ma chi sceglie di visitare in ottobre Valdobbiadene e Conegliano lo fa (anche) per fermarsi ad assaggiare il simbolo dell’enogastronomia locale, quel Prosecco Superiore che ormai è troneggia su milioni di tavole in tutto il Mondo. Chi conosce ancora più nei particolari queste stupende colline nelle quali decine di aziende sono affidate anche alle mani di giovani imprenditori agricoli, punta poi deciso in direzione di Cartizze, una piccola area di 108 ettari di vigneto compresa tra le colline scoscese di San Pietro di Barbozza, Santo Stefano e Saccol, nel comune di Valdobbiadene.

valdobbiadeneAd accoglierlo, sulle stradine perfette per il cicloturismo, troverà i profumi degli acini del vitigno Glera che proprio in ottobre raggiungono la completa maturazione. Il nome della località, che troviamo riportato nelle mappe catastali, viene fatto risalire, da alcuni, ad un cavaliere di ventura spagnolo, che nel medioevo dopo un lungo periodo di battaglie, si stabilì in queste colline.

Più probabile che il nome possa però derivare da gardiz o gardizze, un’ espressione dialettale per indicare i graticci usati per l’appassimento delle uve. In questo angolo di Valdobbiadene infatti le uve vengono vendemmiate tardi, quando gli acini iniziano a mostrare i primi segni di appassimento naturale. Ciò conferisce al vino una concentrazione di aromi e sapori di intensità inusuale.

I vigneti si snodano su una ripida cresta, ad un’altitudine di 300 metri sul livello del mare e godono di una meravigliosa esposizione solare e di una costante protezione dalle correnti fredde. Roccioso in profondità e friabile in superficie, questo terreno dona all’uva una spiccata acidità, bilanciata dagli zuccheri naturali, preservati ed esaltati dalla vendemmia manuale.

prosecco valdobbiadene superiore dicg 03Il Valdobbiadene Superiore di Cartizze è la tipologia più elevata (crù) tra i Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene: questa sottozona è riconosciuta infatti come apice qualitativo della denominazione Prosecco perché qui microclima e terreno generano un’oasi naturale per la coltivazione, favorendo la crescita di viti sane e regalando al vino delle caratteristiche uniche e di particolare pregio.

Considerato sicuramente il miglior Valdobbiadene Spumante in assoluto, il Cartizze nei suoi 108 ettari conta tantissimi  piccoli vigneti, racchiusi in 1 chilometro quadrato, condotti all’incirca da 140 diversi proprietari terrieri. La superficie è interamente vocata alla coltivazione della vite, nello specifico alla varietà di uva Glera impiegata come base nella produzione di Prosecco (minimo 85%). Le uve raccolte entro i confini della vallata (che per le sue proprietà ha ottenuto il titolo di Pentagono d’oro) devono essere vinificate solo all’interno del comune di Valdobbiadene. Le bottiglie denominate Cartizze sono prodotte in numero limitatissimo, 1,2 milione all’anno, e devono essere commercializzate solo in bottiglia nella versione Spumante.




Turismo. Il Molise si rilancia

molise turismo

molise turismoCAMPOBASSO\ aise\ – Il territorio molisano, la sua storia, le sue forme, i suoi colori. Questi sono gli elementi che hanno guidato l’ideazione del nuovo logo del turismo molisano, presentato questi giorni presso l’Auditorium di Palazzo Gil, sede regionale, dove il presidente della Regione Molise, Donato Toma, e l’assessore al Turismo, Cultura e Marketing territoriale, Vincenzo Cotugno, hanno incontrato la stampa e illustrato l’iniziativa.
L’obiettivo è quello di valorizzare il Molise dal punto di vista storico-turistico attraverso un brand che abbia tanto da raccontare, con richiami sia al passato che al futuro, e sappia racchiudere tutte le sensazioni in un’unica identità dall’aspetto innovativo che mira a lasciare il segno.
Il presidente Toma ha ricordato i grandi passi fatti dal Molise nel campo del turismo, della cultura e del marketing territoriale, a partire dal Piano strategico regionale per lo sviluppo del turismo, affidato a Sviluppo Italia Molise, che è entrato a regime, nella parte comunicativa, con il nuovo logo che oggi è stato tenuto a battesimo. Si tratta di una prima tappa di altre azioni di posizionamento che seguiranno.
Dopo i loro interventi e quello di Claudio Pian, presidente di Sviluppo Italia Molise, è stato proiettato un video che ha ripercorso le varie fasi che hanno portato al risultato finale. (aise) 




Brescia la leonessa, la “Brixia” romana

FOTO DI BRESCIA LINDA

Alla scoperta di Brescia divertimento ed esperienze tra arte e natura.

FOTO DI BRESCIA LINDABrescia, con i suoi dintorni, i suoi laghi è il luogo ideale per soggiornare e da cui partire per una vacanza sicura e indimenticabile. Un territorio sorprendente, patrimonio di cultura ed esperienza accumulato nei secoli. Splendidi scenari e la bellezza dei castelli, tesori di artee di storia di valore immenso.

Storia e tradizione si mescolano in alberghi situati in posizioni panoramiche e circondati da splendide cascine, colline, vigneti, borghi, panoramici dolci e prestigiose dimore che non ci abbandonano mai. Il tutto si completa con la capitale della cultura 2023.

Vorrei concentrarmi sulle imperdibili destinazioni, dare utili indicazioni e offrire un piccolo assaggio per partire alla scoperta di una Brescia nascosta. Proporre e invitare i viaggiatori a ignorare le solite capitali famose dell’industria turistica tradizionale. Scoprire invece la storia, di uomini, lavoro, tradizioni ma soprattutto sperimentare di persona la bellezza di questa provincia in modo tranquillo e incantevole da parte di tutti coloro che amano l’arte, cultura e i piacere più belli della vita.

Brescia è facile anche da girare. Preferibilmente a piedi o in bicicletta se si comincia dal centro. Facile da raggiungere in auto come in treno, un itinerario che parte dal centro storico, dal parco archeologico, dall’antica…BRIXIA ROMANA.

Esplorare il magnifico centro storico, l’area monumentale da visitare passeggiando o spostandosi nei dintorni, godendosi ogni angoli e palazzi ristrutturati e trasformati in qualcosa di completamente nuovo, pur mantenendo la loro essenza storica, l’incanto di un’epoca passata ma ancora viva.

FORO ROMANO CAPITOLIUMFORO ROMANO. Villaggio celtico su cui fu costruita la città romana. Questo complesso archeologico monumentale conserva i maggiori edifici pubblici di età romana del nord Italia e per questo motivo è stato dichiarato patrimonio dall’Unesco, patrimonio mondiale dell’umanità. Fa parte del sito seriale “Longobardi in Italia”: i luoghi del potere.

PIAZZA DELLA LOGGIA. La più cara ai bresciani, ancor più dopo l’attentato del 1974. Fu edificata fra il 1492 e il 1570. Realizzata per la volontà della Repubblica di Venezia. Oggi sede del governo della città con eleganti portici, la Torre dell’Orologio, gioiello astronomico del 1546.

PIAZZA LOGGIA TORRE DELLOROLOGIO

PAOLO VIPIAZZA PAOLO VIA. Affascinante piazza medioevale, il cuore della città con gli importanti edifici storici simbolo del potere civile e religioso. Duomo Nuovo, in stile barroco costruito a partire dal 1604 e completato nel 1825 dal Vantini, terza cupola più alta in Italia.

Il Broletto, il più antico palazzo pubblico della città, sede delle magistrature civiche in età comunale. Oggi ospita la Prefettura, l’Amministrazione Provinciale, un posto di Polizia e Uffici Comunali. Duomo Vecchio, costruito alla fine dell’XI secolo sui resti della precedente basilica di S.Maria Maggiore, esempio di architettura romana antico luogo di culto, si caratterizza per la sua pianta centrale circolare. All’interno, resti romani, mosaici paleocristiani e la cripta di San Filastrio. Contiene un ricco patrimonio artistico archittetonico.

MUSEO SANTA GIULIA. Inserito nel World Heritage dell’Unesco. Un complesso monastico di origine longobarda. Il simbolo di Brescia, la VITTORIA ALATA, si trova proprio all’interno del museo, una delle più straordinarie statue di epoca romana, il pezzo più significativo tra i materiali e uno dei pochi casi di statue in bronzo conservatesi, l’unico in Italia settentrionale. Datata I secolo d.C., recentemente restaurata, è rientrata a casa dopo due anni con l’eleganza del modello artistico e culturale di Roma.

CASTELLO DI BRESCIA 1CASTELLO DI BRESCIA. Castello sul monte Cidneo, una delle più grandi fortezze d’Italia, si erige nel centro di Brescia. Fu realizzato dai nobili Visconti che dominarono la città dal 1337. Ospita il Museo delle Armi “Luigi Marzoli” e il Museo del Risorgimento. L’imponenza strutturale del grandioso castello testimonia l’importanza per questa città, rievocano le vicende storiche e la partecipazione di Brescia. La forte, Brescia la ferrea, Leonessa d’Italia come il poeta Giosuè Carducci la descriveva nelle sue Odi Barbare. Vivace, moderna, accogliente, accessibile a tutti e forte ancora lo ha dimostrato durante questo brutto periodo di pandemia.

LAGO D’ISEO. Un tour tra le bollicine in Franciacorta, sul colli ricoperti di vigneti. Le atmosfere romantiche rendono inconfondibile questo posto. La montagna, natura e lago si incontrano con paesaggi affascinanti. La caratteristica cucina è basata sul pesce locale e, in particolare sulla sardina. Da qui si può partire per un tour intorno al lago, per degustare le diverse versioni del vino nelle prestigiose cantine (molte delle quali si trovano in dimore storiche) ma anche per scoprire itinerari nella natura. FTO 2 LAGO DISEODa provare non solo in estate visto che in inverno rivela un fascino che infonde magia in ogni luogo. Perfetto per una fuga romantica a San Valentino o per chi cerca un’esperienza all’aria aperta dopo mesi di smart working e isolamento. Esistono tuttavia moltissimi luoghi a Brescia decisamente incantevoli. Ognuno di essi è una connessione fra tradizione e innovazione. Raccontano la storia, lasciano in chi osserva la voglia di tornare e per questo meritano di essere esplorati nel corso di un viaggio nel territorio bresciano. Per godersi  al meglio il prossimo viaggio in Italia, venite a Brescia e abbandonate le classiche rotte turistiche.




Riapre il Museo Egizio di Torino, e in tre ore fa il tutto esaurito

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unnamedDopo quasi tre mesi di chiusura, oggi, il Museo Egizio di Torino ha riaperto le porte ai visitatori. L’invito del direttore Christian Greco “a tornare a casa” è stato accolto con successo, tanto che per la prima settimana di apertura, da oggi al 5 febbraio, i biglietti, gratuiti, sono tutti esauriti.

“Questo è il regalo più bello che ci hanno fatto i visitatori – ha commentato Greco – in tre ore abbiamo esaurito i biglietti. Per noi è una festa, siamo felici di tornare a svolgere il nostro servizio pubblico essenziale”.  Il ritorno alla normalità avviene nel rispetto delle misure di sicurezza sanitaria, come la misurazione della temperatura e obbligo di indossare la propria mascherina. Lungo il percorso sono disponibili dispenser di gel igienizzante, mentre le sale hanno una capienza contingentata nel rispetto della distanza fisica.

Il direttore Greco “abbiamo bisogno di cultura ed abbiamo bisogno dei musei  “Per noi – ha aggiunto il direttore Greco – significa tornare ad interpretare appieno l’articolo 9 della Costituzione che pone la ricerca e la cura del patrimonio culturale fra i compiti fondamentali della Repubblica. Significa tornare a prenderci cura dei reperti, facendoli conoscere alla cittadinanza. Abbiamo bisogno di cultura e abbiamo bisogno dei musei”.

Per Greco “Tornare a offrire un servizio così importante come quello di visita delle nostre collezioni è per noi un passaggio importantissimo e un motivo di grande contentezza, che ci auguriamo di poter svolgere con continuità e sempre all’insegna della sicurezza. Perché un museo non è un luogo sospeso, avulso dal contesto sociale di cui è invece parte integrante, e noi vogliamo porci al fianco della comunità, in particolare in questo momento”.

“Mai fermati ma ora pronti a ripartire a pieno regime” dice la presidente Christillin “Il Museo Egizio non si è mai fermato – aggiunge la presidente, Evelina Christillin – ma ora siamo davvero pronti a ripartire a pieno regime e siamo felici di accogliere di nuovo i visitatori nelle nostre sale”.

“In questi mesi di grande complessità – ha aggiunto – abbiamo consolidato nuove modalità di lavoro e di contatto con il pubblico ma senza rinunciare ai progetti propri di un museo, ossia, oltre alla ricerca, le mostre e il rinnovamento degli spazi espositivi: a questo proposito abbiamo in cantiere nuovi progetti, che vedranno la luce nelle prossime settimane e nei prossimi mesi e che stanno richiedendo un grande sforzo da parte di tutta la Fondazione”   AGI