Una tragedia della migrazione italiana: 57 anni fa la sciagura di Mattmark

Due milioni di metri cubi di ghiaccio e di detriti si staccano dal ghiacciaio dell’Allalin, nel Vallese, in Svizzera, e seppelliscono il cantiere della diga di Mattmark. Era il 30 agosto 1965 e 88 furono i morti di quella tragedia, tra cui 56 italiani. Una tragedia, quella di 57 anni fa, che è ricordata come la più grave sciagura della Svizzera moderna e che con gli anni è diventata simbolo di molte drammatiche storie di migrazione italiana.
Se oggi, al di fuori della Valle di Saas e delle cerchie familiari di lavoratori della diga di Mattmark, non ci sono più molte persone che ricordano le immagini della sciagura, all’epoca dei fatti esse fecero il giro del mondo suscitando grande commozione. Una commozione ancora più forte nei due Paesi protagonisti: la Svizzera, teatro della tragedia, con 23 suoi cittadini tra gli 88 morti, e l’Italia con ben 56 vittime. Oltre a loro rimasero sotto i detriti e il ghiaccio anche quattro spagnoli, due austriaci, due tedeschi e un apolide.
Unite nel cordoglio e negli slanci di generosa solidarietà popolare in quei giorni, Svizzera e Italia si ritrovarono però divise quando fu questione di determinare se quella catastrofe fosse stata assolutamente imprevedibile oppure evitabile e di condannare gli eventuali colpevoli.
Officine, uffici, mense del cantiere e i dormitori degli operai di un’azienda erano stati costruiti sulla traiettoria di caduta del ghiacciaio sospeso. Un rischio inaudito? Perché le autorità avevano dato i permessi? Le imprese avevano monitorato il ghiacciaio come promesso? Variazioni climatiche o gli scavi delle morene o altro ancora: cosa aveva causato il crollo?
Interrogativi e ipotesi si moltiplicarono. Dopo un’istruttoria durata sette anni, nel 1972 si arrivò a un processo. Sotto accusa c’erano 17 imputati: tutti furono assolti. La sentenza fu confermata in appello dal Tribunale cantonale del Vallese lo stesso anno.
La provenienza regionale dei caduti rappresenta l’Italia intera da Belluno a Domodossola fino a Lecce, San Giovanni in Fiore e Trapani.
Alla cerimonia, promossa dal Comitato organizzatore formato da Colonia italiana di Briga Naters e dintorni, hanno preso parte la Missione Cattolica Italiana del Vallese e l’Associazione ItaliaValais, con il sostegno dell’Ambasciata d’Italia a Berna e del Consolato Generale d’Italia a Ginevra. Sono stati presenti anche l’Ambasciatore Silvio Mignano, i Consiglieri CGIE eletti in Svizzera, i COMITES, i Rappresentanti delle Istituzioni, Enti e Associazioni, italiane e svizzere.
È stato letto anche il messaggio di Luca Zaia, governatore del Veneto, che ha detto: “la storia dell’emigrazione non è fatta solo di numeri, statistiche e date. Dietro ogni numero ci sono uomini e famiglie, lavoro e fatiche, speranze e dolori. Per questo, una data come quella di oggi deve rimanere scolpita nella memoria e far riandare con il pensiero a quanti bellunesi molti anni fa persero la vita nel tentativo di costruire, per sé e per i propri cari, un futuro migliore. A quegli operai dobbiamo moltissimo: il loro sacrificio non è stato vano, anzi: ha contribuito a raccontare la storia della nostra regione e la nostra identità attraverso singole storie individuali. Se oggi il Veneto è una terra operosa lo dobbiamo proprio a quanti, prima di noi, hanno tracciato un solco. Oggi abbiamo il dovere di ricordare, per ringraziare. Mattmark ha segnato una cesura nella storia dell’emigrazione veneta e italiana. Per questo deve rimanere un simbolo: non dobbiamo dimenticare quegli uomini, ai quali vanno la nostra gratitudine e il nostro rispetto”, ha concluso il Governatore veneto. (aise)