Vancouver onora Umberto Menghi, l’ambasciatore dell’ alta cucina italiana

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Geniale. Ambizioso. Perfezionista. Un tenace visionario che è diventato leggendario sulla scena gastronomica di Vancouver e ne ha oltrepassato i confini. Uno chef che ha re-inventato e rivoluzionato la cucina italiana in questa città, un maestro che ha formato alcuni dei più celebrati chefs locali, generoso con i propri dipendenti ma anche esigente fino ad apparire inflessibile. Questo è l’uomo che il 4 maggio di quest’anno è salito sul podio al Fairmont Hotel Vancouver per ricevere il Vancouver Magazine Restaurant Awards Hall of Fame Inductees, il riconoscimento più ambito e prestigioso della British Columbia.

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Umberto Menghi era arrivato  a Vancouver nel 1969, con alle spalle l’esperienza già accumulata durante il suo tirocinio presso alberghi e ristoranti in Italia, Francia, Londra e altri paesi e finalmente a Montréal per lavorare durante Expo 67. Aveva allora solo 23 anni, parlava tre lingue, e aveva già stabilito il suo traguardo: diventare uno chef di prima grandezza. Per questo, da adolescente, a dodici anni,  aveva lasciato la sua famiglia e la sua città, Pontedera in provincia di Pisa per studiare e fare esperienza. Trovò subito un contratto come chef presso Hotel Vancouver in pieno centro città e pochi anni dopo, nel 1973, aprì il suo primo ristorante, “Il Giardino”, ambientato in una casetta storica che anni dopo lui donò alla Vancouver Heritage Foundation. Iniziò così la rivoluzione irreversibile che ha trasformato l’immagine della cucina italiana, fino ad allora rappresentata da spaghetti con polpette al pomodoro serviti in ristorantini casarecci,  nella sofisticata esperienza che Menghi ebbe l’intuizione di proporre quando Vancouver era una città ancora non evoluta come le metropoli dell’Est canadese. Menghi offriva ai clienti un ambiente elegante, raccolto, ispirato alle ville della sua Toscana, usava ingredienti genuini e di prima qualità, proponeva pietanze solo apparentemente semplici ma in realtà prodotto di scelte attente, di maestria culinarian. In sala, un servizio attento e impeccabile. Il successo fu immediato, anche perché Menghi, oltre ad essere un sagace uomo d’affari, è anche un indiscusso affascinatore, un conversatore suadente che sa darti l’impressione di essere lì solo per te. I clienti aspettano che passi a salutarli,al loro tavolo, con  garbo compito ma caloroso come fossero amici da una vita, e se il conto è un po’ salato ne val bene la pena. Con la sua innata disinvoltura e capacità di comunicazione l’approdo in televisione era inevitabile. Nel 1987, Umberto lanciò e condusse la sua serie televisiva “The Elegant Appetite”, trasmessa in Canada e negli Stati Uniti. In seguito, collaborò alla realizzazione ed apparve nelle trasmissioni pubblicitarie dei ristoranti White Spot. Nei locali di Umberto, che negli anni ‘80 seppe espandere il suo impero fino a possedere 14 ristoranti a Vancouver, Whistler e San Francisco, son passati attori famosi, politici importanti, scienziati di fama, cantanti,e celebrità internazionali. Articoli elogiativi sono frequentemente apparsi sulle  maggiori riviste del settore in Nordamerica e i cinque volumi di ricette ispirate alla tradizione toscana che Menghi ha pubblicato hanno venduto migliaia di copie.

Menghi ha sempre coltivato un forte legame affettivo con la sua Toscana e con la sua famiglia. Vi torna molto spesso e ha affidato alla sorella Marietta e al cognato la gestione di “Villa Delia” da lui acquistata e restaurata nel 1995. La bella villa d’epoca, che sorge su 54 acri di terreno a Ripoli di Lari in provincia di Pisa e fu ribattezzata“Villa Delia Hotel & Cooking School” in onore della loro madre, ha inaugurato un ponte gastronomico-culturale internazionale fondato sul concetto di offrire il meglio della cucina e dell’arte italiana;  Andrea Bocelli, amico e conterraneo di Umberto, è di casa a Villa Delia per concerti estivi.

Fra le molte ragioni del successo di Umberto contano senz’altro la sua disciplina, la sua meticolosa attenzione ai dettagli, l’esigenza di non lasciare nulla al caso. Ogni particolare dei suoi locali, dal tipo di servizio in sala fino al colore delle pareti, deve rispondere a precisi criteri da lui scelti altrimenti non esita a ritirarsi da un progetto anche se gli è già costato un sostanzioso investimento. Del resto, se lo può permettere. È una leggenda nel suo ramo, patriarca di una solida e unita famiglia, è ricco, ha ricevuto una serie di onori e riconoscimenti. Nel 2020, il Presidente della Repubblica Italiana gli ha conferito il cavalierato del prestigioso Ordine della Stella d’Italia. Il recente tributo del Vancouver Magazine, la pubblicazione che dal 1967 rappresenta la città, è solo l’ultimo in ordine di tempo. Umberto Menghi ha sempre avuto fiducia in se stesso, anche quando nessuno credeva alla sua visione, e la sua sicurezza è la vera ragione della sua ascesa,  anche se ha suscitato qualche commento sul suo“ego monumentale”. Ma Umberto è forse piú  complesso di come appare, forse un poco somiglia ai gatti assorti nel pensiero del proprio vero nome descritti da T.H. Eliot: “His ineffable effable/effanineffable/deep and inscrutable singular name.”