Venezuela allo stremo: stipendi da fame, comunità italiana in crisi e le nuove pressioni USA su Maduro

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691426In Venezuela vivono ancora decine di migliaia di cittadini italiani e centinaia di migliaia di italodiscendenti, eredi delle grandi ondate migratorie del dopoguerra. In totale, si calcola che milioni di venezuelani abbiano origini italiane, una presenza che ha segnato profondamente la società, l’economia e perfino l’accento spagnolo locale.

Oggi però questa comunità vive in un Paese dove la crisi economica ha spazzato via quasi tutto: produzione in caduta libera, servizi pubblici al collasso, emigrazione di massa, insicurezza quotidiana. Molte famiglie italo-venezuelane sopravvivono grazie alle rimesse dei parenti all’estero o a piccoli lavoretti in dollari.

Il dato più simbolico è quello dei “stipendi da fame”: il salario minimo legale è rimasto bloccato a 130 bolívar dal 2022, e con il cambio attuale vale circa 1 dollaro al mese, secondo la stampa locale e i dati ufficiali.

Il resto del reddito, per chi lavora nel settore pubblico, arriva sotto forma di bonus discrezionali pagati dal governo, spesso intorno ai 100–150 dollari, ma senza incidere su pensioni e indennità. Intanto il bolívar continua a svalutarsi e l’inflazione è di nuovo tra le più alte al mondo, con stime che parlano di oltre 270% nel 2025 e un tasso di povertà che sfiora l’86%.

In pratica, gran parte della popolazione – inclusi molti italo-venezuelani rimasti – vive in condizioni di estrema precarietà, con il carrello della spesa in dollari e gli stipendi in una moneta che non vale quasi più nulla.

Sul fronte politico, Nicolás Maduro è reduce da una rielezione fortemente contestata nel 2024, in cui l’opposizione e numerosi osservatori internazionali considerano vincitore l’oppositore Edmundo González, mentre il Consiglio Elettorale e la Corte Suprema – controllati dal governo – hanno convalidato la vittoria di Maduro per un terzo mandato.

Gli Stati Uniti non riconoscono la legittimità del risultato e hanno intensificato la pressione: nuove sanzioni, designazione del presunto “Cartel de los Soles” come organizzazione terroristica, accuse di narco-terrorismo contro Maduro e i suoi alleati, e una crescente presenza militare USA nei Caraibi con operazioni contro presunte barche del narcotraffico.

Negli ultimi giorni Donald Trump è arrivato a evocare “l’opzione militare” e a minacciare Maduro “con la via facile o quella difficile”, alimentando i timori di un’escalation regionale.

Quanto può resistere Maduro a queste pressioni?

Se guardiamo agli ultimi dieci anni, il chavismo ha dimostrato una straordinaria capacità di sopravvivenza, grazie a tre pilastri: controllo stretto delle forze armate e degli apparati di sicurezza; sostegno (politico, economico e in parte militare) di alleati esterni come Russia, Cina, Iran e Cuba; frammentazione e persecuzione sistematica dell’opposizione interna.

Allo stesso tempo, però, la combinazione di crisi economica permanente, isolamento internazionale e minaccia militare esterna rende il sistema sempre più fragile. A breve termine, è probabile che Maduro resista: il costo di un intervento USA diretto sarebbe altissimo e il potere interno è ancora saldamente nelle sue mani. Nel medio periodo, però, la vera domanda non è solo cosa farà Washington, ma quanto a lungo la società venezuelana – inclusa la comunità italo-venezuelana – potrà continuare a vivere con salari da 1 dollaro al mese, inflazione alle stelle e nessuno sbocco politico credibile.

La storia recente di Venezuela insegna che i regimi autoritari possono restare a lungo, ma che ogni nuova crisi economica e ogni passo in più verso il confronto militare aumentano il rischio di rotture improvvise e difficili da controllare.